Il rugby che mi piace: la mischia

La quasi totalità della mia vita ovale di club è targata Pro Recco Rugby, società classe 1968 della provincia di Genova, sulla Riviera di Levante. Come molti sanno, si tratta di una realtà dove, ormai da un ventennio, si dà grande importanza alla mischia e, così, il mio punto di vista “sul campo” si è formato respirando (ed anche annusando) tutta la bellezza e la forza del gioco di mischia chiusa.

Avvertenza: chiunque pensi che il rugby si identifichi con il gioco dei trequarti e che la mischia potrebbe essere abolita, smetta pure di leggere!

Le prime tre parole che io associo a “mischia” sono “forza”, “Recco” e “avanti”. Per scrivere queste righe ho chiesto aiuto su facebook alla comunità ovale e ho ottenuto molte termini e concetti immediatamente associati alla mischia, alcuni più frequenti e altri meno, secondo il sentire di ognuno, giocatore oppure no: i più gettonati sono forza, vicinanza, spinta, fratellanza, sacrificio, fatica, coraggio, tecnica, avanzamento e potenza, così come il male al collo (incluso un “Madonna la cervicale!” che ha detto tutto alla perfezione restando nel “compito” assegnato delle tre parole!).

“La mischia è quel momento in cui, a -2 gradi e con la neve battente, trovi il coraggio di non tirarti indietro di fronte al tuo avversario, come la vita che cerca di spingerti indietro e tu spingi fino alla meta”. (Andrea Rinaldi)

Quando sono arrivata nel mondo Pro Recco Rugby, la mischia aveva ancora l’ingaggio (e senza pausa, che sarebbe venuta dopo: “crouch… touch… engage!” … BOOOOM!), il primo biglietto da visita di ogni pacchetto nei confronti dell’altro: cosa c’era di più emozionante del momento in cui le due prime linee si fissavano aspettando l’ordine “ingaggio” dell’arbitro prima di iniziare la battaglia, esattamente come si faceva nelle guerre dei tempi antichi, quando i due schieramenti si scontravano lanciandosi letteralmente l’uno contro l’altro? Se poi c’era anche fango e la mischia “fumava”, il tutto diventava una scena quasi mitologica.

“Se accostiamo una partita di rugby ad una battaglia, i trequarti ricoprirebbero il ruolo della cavalleria leggera e la mischia l’artiglieria pesante: le prime linee sarebbero il corpo possente del carro armato, il cuore pulsante della macchina; le seconde gli inarrestabili cingoli che ti permettono di avanzare su ogni terreno centimetro dopo centimetro; le terze ali, il mirino del cannone puntato sul nemico, per atterrarlo o proteggere il resto della truppa. Far parte della mischia significa sapere di essere parte di un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue parti per funzionare alla perfezione, perfettamente incastrate ed alimentate a dovere dall’immagine del terzo tempo che arriverà in fondo alla partita”. (Sara Garuglieri)

Nella seconda metà degli anni ’90, a Recco arrivò Manuel Ferrari, maestro della “bajadita”, la mischia all’Argentina, fatta cioè posizionandosi più bassi e compatti, studiata, preparata ed allenata in modo maniacale, a partire dalla posizione della schiena fino al lavoro di spinta delle gambe, passando per il modo migliore in cui usare collo e testa nell’ingaggio e nella spinta.

Davide Noto, classe 1983, tallonatore e allenatore della mischia del Recco, è stato letteralmente cresciuto da Manuel Ferrari: “Quando arrivò a Recco, portò una vera filosofia della mischia chiusa e del modo di allenarla ma, soprattutto e alla base, del modo di viverla, con la creazione di un vero stato mentale: l’avanzare e il non accettare di perdere una mischia chiusa”.

Ogni tanto qualcuno se ne esce a dire che le fasi statiche “uccidono” lo spettacolo in una partita di rugby ma, chi lo dice, forse dovrebbe provare a riflettere sull’essenza stessa del gioco: che rugby a 15 sarebbe senza la mischia come fase di conquista? Riesco solo ad immaginare una specie di flipper: no grazie!

“Forwards win games, back decide by how much”.

Una celebre frase sul rugby dice che i trequarti suonano il pianoforte e gli avanti lo portano. Ecco, neanche Mozart in persona avrebbe potuto fare granché se il piano non lo avesse avuto. Da qui ne deriva che, quando una mischia sputa sangue per conquistare una palla e poi, nel giro di pochi secondi, ad un trequarti quella palla cade in avanti, gli otto uomini del pacchetto un pianoforte glielo romperebbero volentieri sulla schiena (sempre dal giochino delle tre parole, un magnifico “(i) trequarti fanno avanti”, che sono quattro ma facciamo che l’articolo non conta)!

“Rugby backs can be identified because they generally have clean jerseys and identifiable partings in their hair… come the revolution, the backs will be the first to be lined up against the wall and shot for living parasitically off the work of others” .
Wallaby Peter FitzSimons

Con buona pace degli estimatori del gioco al largo come unica fonte di qualità, la mischia è senza dubbio la fase di gioco più tecnica e lo è diventata sempre di più con il passare degli anni e delle regole che hanno tolto l’ingaggio e ridotto l’impatto, cambiando le dinamiche di “scontro” tra i due pack ed aumentando così ulteriormente l’importanza della tecnica di spinta del pacchetto e di quella individuale.

L’immaginario collettivo identifica il giocatore di rugby con il pilone “classico” e un po’ vintage: grosso, massiccio, compatto, senza collo ed anche con un po’ di pancia, segno delle birre e dei terzi tempi. Al di là di questa immagine “paciosa” le prime linee, in realtà, sono senza dubbio alcuno persone fuori dal comune perchè, e sfido chiunque a dire il contrario, per giocare lì davanti ci vogliono un bel fegato ed una discreta dose di masochismo: se il rugby non è uno sport per tutti, e io ne sono convinta, giocare tra i primi tre è decisamente per pochi.

Riservata a pochi è anche la capacità di arbitrare la mischia, come ben sanno sia i direttori di gara sia chi gli urla di tutto durante le partite: per i sedici impegnati a spingere per guadagnare terreno e palla, tutti legati ed intrecciati ed incastrati tra loro, il regolamento diventa decisamente troppo complesso per starci a pensare mentre si sta lì con la testa incastrata dove nessuno la vorrebbe mettere e, al contempo, il grosso carapace di schiene e l’abilità ed il “mestiere” dei possessori delle schiene stesse non aiutano certo il direttore di gara ad osservare per bene cosa succede là sotto.

“Ahimè, per colpa dell’inesperienza, molti palloni cadevano dalle mani dei ragazzi e venivano commessi molti in avanti, con un gioco molto lento e con molte mischie: praticamente giocavamo le partite a mischie chiuse e pick-and-go. Il primo anno ho giocato senza sapere una regola: cercavo di non farmi fischiare dall’arbitro e cercavo di prendere la palla per sfondare sempre!” (Sabian Allani)

Arbitro, ma prima tallonatore, è Stefano Bolzonella: “Per me la mischia è Oliver, il mio pilone sinistro della carriera come tallonatore al Valsugana. Allenati da Borsato ed Innocenti, finiamo l’ennesima sessione di macchina da mischia e ricordo solo che ero sfinito e mancavano ancora 30’ di gioco collettivo. Marzio spiega il lavoro da fare con opposizione reale, col suo accento livornese che tanti anni a padova non gli hanno mai levato. Da grande terza linea qual è stato sottolinea ai nostri centri come sia fondamentale una cosa ed una sola, piccoli dettagli: tenere la palla in mano e non fare avanti! Per sottolineare la cosa si rivolge al nostro primo centro: ‘Prova a chiedere ad Holly se, appena finito di fare una mischia, si alza e vede che hai fatto in avanti e sa che dovrà farne un’altra, chiedigli che ne pensa’. Tutti ci siamo girati verso Holly, ci aspettavamo un suo sguardo di odio… invece… aveva un ghigno come il cane Muttley dei cartoni animati! Marzio basito mi ricordo che disse solo: ‘Ho una squadra di defiscienti!!!’. Holly per me era la mischia, il pilone sinistro più forte con cui abbia mai giocato. Non ha vinto una sola mischia, quella contro il drago più brutto che si possa incontrare, e sono sicuro che è lì che ghigna perchè lo attende ancora al prossimo in avanti, perchè ci sarà un altro in avanti”.

La partita giocata in mischia è certamente una cosa a se rispetto a quella degli altri perchè, anche senza arrivare alla meraviglia del “chi ga vinto???” del pilone veneto raccontato da Paolini nei suoi bellissimi spettacoli sul rugby, non è difficile immaginare che chi si mette giù a spingere imprecando mentre i trequarti si risistemano i capelli e si preparano a prendere la palla che da quella sudata, puzzolente e faticosa mischia uscirà fuori, non avrà mai la stessa percezione dell’incontro, del gioco e del tempo che scorre.

A proposito… “Era una di quella partite del cazzo, verso febbraio, che per colpa del freddo non sai distinguere se la pelle brucia o gela. Mi tiro su dalla millesima mischia senza neanche ricordare il mio indirizzo di casa. L’arbitro fischia, e tutti fanno per allontanarsi dal campo. Io urlo, furiosa: ‘Dove cazzo state andando? C’è il secondo tempo!’ – ‘Lara, vai a fare la doccia. Era questo il secondo tempo”. (Lara Mammi)

(Foto: GRAZIE al sempre bravissimo e gentilissimo Alfio Guarise (dalla semifinale di Top12 Rovigo-Petrarca).

(GRAZIE INFINITE a chi mi ha mandato contenuti o li ha postati su facebook rispondendo alle mie richieste! E GRAZIE naturalmente anche a Stefano Bolzonella e Davide Noto).

Campionati… extra

Io uso l’app della FIR, per il 99% delle volte in cui la apro, per cose inerenti ai campionati nazionali, in particolare Serie A e Top12: risultati e classifiche della prima, le stesse cose più i live e, quando posso, le partite in streaming per il secondo.

Da qualche tempo l’app è stata rinnovata e devo dire che è assai migliorata graficamente rispetto a prima: ha un bell’impatto visivo ed è stata anche strutturata meglio. Però…

… Però, la prima volta che l’ho aperta dopo il restyling, mi sarebbe servito il GPS per trovare la sezione dei campionati. Dopo aver provato varie opzioni, mi è caduto l’occhio, in basso a destra, sui tre puntini con scritto “extra”, ho premuto, ed ecco sbucare “campionati”, con calendari e classifiche. I campionati nazionali sono “extra”?

Credo che l’app FIR sia scaricata e fruita, per quasi il 100%, da chi, in qualsiasi veste, segue il rugby italiano: uno spettatore occasionale della Nazionale difficilmente ce l’ha nel cellulare e, casomai la scaricasse, ad esempio, per un 6 Nazioni, molto probabilmente la cancellerebbe a torneo finito, se non poco dopo la magari unica partita che è andato a vedere all’Olimpico. Chi la tiene sempre e la apre con regolarità per consultarla è chi va a vedersi risultati e classifiche di Top12, A, B e C.

Il piano terra esiste anche senza l’attico, ma l’attico senza il piano terra no.

Letture ovali: “Racconti con la H”

All’inizio del 2017, Danilo Catalani, da Civitavecchia, mi chiamò per chiedermi se volevo scrivere una prefazione per un suo nuovo libro in fase di ultimazione, un volume di racconti sul rugby.

Ovviamente ho accettato subito e con grande onore: una prefazione, che figata! In seguito, Danilo mi dirà anche che un’altra penna ha accettato di scrivere una prefazione… Marco Pastonesi! Cosa poteva essere più una figata del vedere una mia prefazione all’inizio di un libro? Vederla accanto ad una del grande Pastonesi!

Qualche tempo dopo, io e Danilo ci siamo anche, infine, incontrati, conosciuti ed abbracciati di persona, durante il 6 Nazioni 2017 poi, a dicembre dello stesso anno, abbiamo fatto insieme una bellissima presentazione di “Racconti con la H” in quel posto fantastico che è la club house della Capitolina e, infine, a maggio 2018, sia lui che Pastonesi sono stati ospiti della festa per i 50 anni della Pro Recco Rugby: insomma, per essere che fino a febbraio-marzo 2017 non ci eravamo neppure mai incontrati di persona, ne abbiamo fatte di cose!

La conoscenza a distanza tra me e Catalani era iniziata grazie al suo primo libro sul rugby, cioè “Il Rugby è un’altra cosa”. L’avevo scoperto su facebook e subito lo avevo ordinato, ritrovandomi così tra le mani un volume tipo libro fotografico, grande, curatissimo, pieno di immagini e spunti. Soprattutto, naturalmente, pieno di rugby: aneddoti, personaggi, uno stile simile ai racconti di Marco Paolini (“chi ga vinto???”), solo trasferiti dal Veneto a Civitavecchia e dintorni. Alcune pagine mi hanno fatto ridere fino alle lacrime e tante mi hanno fatto rivedere situazioni che conosco bene ed in cui si può ritrovare chiunque abbia frequentato e/o frequenti l’ovale di provincia.

Questa è la mia prefazione a “Racconti con la H”:

“Quando l’autore di questi Racconti mi ha fatto l’enorme onore di chiedermi se volessi scrivere la prefazione che state leggendo, io e lui non ci eravamo mai incontrati di persona. Anni di “amicizia” su facebook, di post e commenti, di chiacchierate ovali virtuali, di grande stima reciproca ma, per diversi motivi, essenzialmente logistici, mai un incontro con una stretta di mano ed un abbraccio ”reali”.

Questa premessa, da sola, potrebbe essere materiale per un ulteriore racconto, oppure per un saggio di sociologia che si prefiggesse di spiegare quel che “noi” sappiamo benissimo e cioè che il mondo del rugby ha in sé delle dinamiche assai particolari, che ci fanno sentire parte di un mondo parallelo.

E’ il mondo di chi legge la “Rosea” partendo dal fondo, di chi è abituato ad essere sempre guardato un po’ come un alieno (”il rugby??? Quelli che si picchiano???”), di chi quasi si commuove se si imbatte per caso in qualcuno che sta leggendo o parlando di rugby (a me in treno è capitato una sola volta, un ragazzo che sul tablet leggeva un sito ovale, e gli ho fatto i complimenti!), di chi, quando si ritrova con persone che condividono con lui questo mondo, resta sempre quasi stupito nell’intavolare un discorso che gli interlocutori capiscono, senza dover ricorrere ad acrobatici giri di parole o paragoni calcistici per chiarire quel che vuol dire (“quando si va in touche…” – “…?…” – “… la rimessa laterale…” – “aaaaah!”). Di chi, in barba a distanze, tempi e differenze, alla fine si sente sempre a casa quando parla di rugby, lo vive, lo guarda, lo racconta, lo ricorda.

Questo mondo è tratteggiato molto bene da Danilo nei suoi Racconti con l’H, un mondo che verrà immediatamente riconosciuto da chi ne fa parte e si ritroverà in molto di ciò che leggerà, che leggendo ricorderà esperienze vissute, sorriderà, si commuoverà, riderà, rivedrà campi, facce di avversari e compagni di squadra, risentirà botte, rivivrà emozioni, risentirà odori. Al contempo, la lettura invoglierà sicuramente chi ne è al di fuori ad avvicinarsi a questa dimensione, oblunga come la palla con cui il rugby si gioca.

Un gioco che usa una palla non rotonda, che rimbalza in modo casuale ed imprevedibile, in cui si deve passare solo all’indietro per andare avanti e nato, come leggenda vuole, “con grande disprezzo delle regole del football così com’era giocato a quell’epoca”, non poteva non avere in sé il germe, se non della follia, certamente di un qualcosa di molto particolare. Del resto, “il rugby è un’altra cosa” (cit. Danilo Catalani).”

In aria di week end ovale, visto che sabato 24 novembre si gioca Italia-Nuova Zelanda all’Olimpico di Roma, venerdì 23 novembre verrà fatta una nuova presentazione del libro. Io purtroppo non riuscirò ad esserci ma consiglio a chiunque di partecipare, perchè sarà sicuramente una bella chiacchierata tra amici su rugby, aneddoti e racconti. Il tutto, presso la caffetteria / libreria “Il Prenditempo” di Pavona, vicino a Castel Gandolfo, provincia di Roma. Il locale è di un Sig. arbitro e non uno qualsiasi, ma uno che ha avuto l’onore di vedersi dedicare un assai divertente coretto (senza insulti, se no  non sarebbe una notizia!) per strada da una squadra quasi per intero!

Il rugby è un’altra cosa!”

Io e la Pro Recco Rugby…

Per tratteggiare, iniziando a tenere questo blog, chi sono ed anche come scrivo, dopo il 6 Nazioni (Partiamo dal 6 Nazioni…) sono andata a ripescare dal passato (lo scritto è datato fine aprile 2017) un mio pezzo sulla Pro Recco Rugby. Non il report di una partita, non un comunicato ufficiale, ma delle righe tutte “di pancia” e da tifosa, quindi ben oltre l’ (ad)Detta stampa.

Perchè scrivo sempre (ad)Detta stampa? Perchè, grazie al giochino di parole coniato dal nostro fotografo, il buon Luigi, io sono diventa “la detta stampa”, invece che “l’addetta” e, da lì, sono diventata, semplicemente ed anche al di fuori dei confini recchelini, “la Detta”!

Non potrò mai scordare quando l’amico “Mucca” mi scrisse, leggendolo: “cazzo Emy, sto piangendo!!!”. Ecco qui, con un tuffo nel passato sempre un po’ doloroso ma soprattutto sempre pieno di emozioni che nessuno potrà mai scordare, “Tanto, cosa ci andava a fare il Recco in Eccellenza?”.

“Questa è una frase piuttosto ricorrente negli ultimi anni, anni in cui una minuscola società di provincia, che molti neppure sanno dove si trovi esattamente, ha messo in fila 4 semifinali di serie A di seguito condite da 3 finali, queste ultime tutte perse. Per le lacrime di molti (me compresa, ovviamente) e i sorrisetti di molti altri, altri che, però, forse tendono a dimenticare che, per perderle, le finali bisogna prima raggiungerle e giocarle.

Quest’anno, per la prima volta dal 2013, le mie “ferie” da Detta stampa stanno per iniziare presto, con la fine della stagione regolare, perché, come molti sanno, quest’anno il Recco i play off non li ha raggiunti.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se chiudo gli occhi oggi, con il magone per come è andata questa stagione, rivedo come dei flash tanti momenti delle stagioni passate, tifo, fatica, lacrime, sorrisi, emozioni, cioè tutto quello che ora invidio a morte a chi sta per iniziare i play off, giocatori, staff e tifosi.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se tengo gli occhi chiusi ancora un po’, rivedo quasi come un film le scene sparse in quattro stagioni in cui una minuscola realtà biancoceleste ha fatto cose che a ripensarci sembrano impossibili: rivedo mete, esultanze, avversari, ancora lacrime, facce, campi, fischi finali.

Rivedo me stessa, nel 2013, con le mani così tremanti da non riuscire a scrivere su facebook che Recco aveva vinto il campionato di A1, all’ultima giornata, aspettando il risultato della partita del Verona, che non finiva mai perché era stata sospesa per la pioggia. Rivedo l’Androne strapieno per la partita contro l’Accademia che ci ha mandato per la prima volta in semifinale. Rivedo migliaia di tifosi biancocelesti a Calvisano alla prima finale, nel 2013, la prima volta in cui i nostri ragazzi in campo hanno cantato l’inno, come fa la nazionale: gli altri anni ero andata a vedere le finali degli altri, e lì invece c’era la mia squadra in campo, la squadra che per anni ha avuto il “titolo” di squadra col peggior campo della serie A, la squadra che non sapeva giocare a rugby ma solo in mischia (che poi per me son sinonimi, ma sono punti di vista).

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Rivedo le vittorie in semifinale, con le gare di ritorno sempre in casa, perché i campionati di serie A o la nostra poule promozione, negli ultimi 4 anni, li abbiamo vinti tutti (e questa cosa mi è venuta in mente solo adesso): Valpolicella, Lyons (che poi in finale ci sono andati loro per differenza punti, ma all’Androne abbiam vinto noi), Verona, il capolavoro contro il gigante Colorno.

Rivedo il campionato 2015/2016, una squadra piena di ragazzini alle prime armi che sono stati il segno della ricostruzione dopo che la finale persa nel 2015 aveva chiuso, di fatto, il ciclo che era iniziato con la prima finale: mezza mischia andata in Eccellenza, qualche scarpino di peso appeso al chiodo, tanta preoccupazione ma poi, un vero miracolo di lavoro e crescita, la poule vinta, Colorno battuto, la finale contro Reggio che proprio non poteva finire diversamente.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

E, certo, rivedo tutte e tre le finali perse: rivedo andare in Eccellenza la Capitolina, i Lyons e Reggio. Rivedo l’amarezza e le lacrime, ogni volta, per quel cazzo di trofeo del secondo classificato. Ma rivedo anche me stessa alla finale 2012, Fiamme-San Donà, vista da spettatrice neutrale a Prato mai pensando che, di lì a 12 mesi, ne avrebbe giocata una la mia squadra. Che cosa strana i ricordi.

Rivedo giocatori, che sono rimasti, che se ne sono andati, che hanno smesso di giocare, rivedo allenatori, rivedo fortune e anche tante sfighe. Rivedo facce e momenti di 4 anni probabilmente irripetibili, 4 anni che hanno cambiato la Pro Recco Rugby profondamente, anche se è sempre mancato l’ultimo gradino per arrivare in cima.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Vedo una società come tante, piena di problemi e passione e affatto piena di soldi, ma incastrata nel cuore di chi la ama e la vive proprio come il campo è incastrato tra la rampa dell’autostrada e i palazzi. Una società come tante che, però, per me è unica.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza, che non ha neanche il campo per giocarci e non ha i soldi per fare una bella squadra e cercare di restare su? “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso” (Albert Einstein).”