Metti un sabato di 6N fuori stagione…!

Sabato 31 ottobre si è disputato il recupero della giornata finale del 6 Nazioni 2020 che, come noto, era stato interrotto a marzo per via dell’esplosione dell’epidemia di Covid-19.

La stimatissima giuria femminile della chat di Whatsapp non ha mancato l’appuntamento, ognuna sul proprio divano in qualche punto dell’Italia e non solo.

Il 6 Nazioni a fine ottobre fa strano, così come gli stadi vuoti e come il Galles non in campo al Millennium Stadium che, grazie al tetto chiudibile, fin dalla scorsa primavera è diventato un ospedale Covid: Dragoni dunque di scena a Llanelli che, tanto, visto che non c’è pubblico, anche uno stadio più piccolo va benone (sigh).

GALLES-SCOZIA

Una partita francamente orrenda.

L’attenzione delle giurate è stata risvegliata da due granitiche certezze: Hogg nella Scozia e Halfpenny (Mezzamonetina) nel Galles. Insomma, bicipiti e maglie che tirano sempre nel modo giusto.

Una menzione se l’è meritata anche il numero 16 scozzese, ovvero un nuovo tallonatore con fisico da trattore e faccia d’angelo (è nato il nuovo Dimitri, ma moro?).

Unanimemente riconosciute come troppo fighe sono state le mascherine dello staff Scottish, impeccabili con il loro tessuto scozzese e il logo del cardo.

Unanimemente riconosciuto come troppo figo, e non è una novità, anche il buon (e bon) Daniele Piervincenzi, comparso tra una partita e l’altra con una luce che neanche la cometa dei Magi.

ITALIA-INGHILTERRA

Uno stadio Olimpico fantasma ha fatto da cornice alla partita che ha poi decretato gli inglesi come vincitori del travagliato Trofeo 2020, nonostante un primo tempo orripilante.

Nell’intervallo il buon Eddie deve essersi fatto comprendere piuttosto bene e i suoi si sono svegliati giusto quel tanto che bastava per fare il compitino contro un’Italia giovane e  volenterosa (e già è un passo avanti rispetto a Dublino) ma oggettivamente lontana anni luce dal livello richiesto per partecipare al 6 Nazioni.

La giuria non ha faticato ad emettere il suo unanime verdetto, fin dalla prima inquadratura: Franco Smith risveglia pensieri di ogni sorta, ben pochi dei quali sono sportivi.

Così, è arrivato immediato anche il vino a lui abbinato da parte della nostra sommelier: 《Franco Smith come il Montefalco Sagrantino. Grandi tannini in gioventù, carattere spigoloso, criptico. Con l‘età sviluppa una maggiore morbidezza anche se tende sempre alla ruvidità, ma elegante. Rosso cupo, Profumi che richiedono concentrazione: mora, piccoli frutti di bosco, sentori terrosi. China. Tagliente, come il suo sguardo》. Capito, sì? Ah, il piatto da sposarci è una grassa e succulenta faraona arrosto.

Ci fosse ancora qualche dubbio sul coach Azzurro:《Ho fatto un corso aggiornamento con lui….non ricordo assolutamente di cosa parlasse… sbavavo e basta》. Testimonianze di vita vissuta!

Essendo la nostra sommelier fiorentina, un vino è stato dedicato anche al giovane Niccolò Cannone: 《Però ragazze, io Niccolò Cannone… un beaujolais nuveau…fresco, troppo irruento, troppo di tutto. Frutta fresca, frizzantino, vivace, ma di struttura. Rosso intenso con riflessi viola, come la città da cui viene. Si beve tradizionalmente dal terzo giovedì di novembre. Vieni cocco, il primo giro lo offriamo noi!》. Vista la giovane età, qui la pietanza è un più semplice galletto allo spiedo.

Un brivido è stato poi regalato alle giurate dal cambio di maglia del numero 1 inglese, con due considerazioni: 1. Decisamente il fisico dei piloni è cambiato; 2. 《Ho un pezzo di parmigiano vecchio. Vieni che te lo grattugio addosso!》.

FRANCIA-IRLANDA

Bella partita, gran prestazione dei giovani Galletti, Stade de France ovviamente vuoto ma ormone della giuria a pieni giri: i Bleus non deludono mai!

Per non fare torto a nessuno, sono stati votati in blocco i lati B di tutti i francesi, magnificamente valorizzati anche dai loro pantaloncini (pregasi tutte le squadre al mondo di sottoscrivere il contratto con il medesimo fornitore e per lo stesso modello).

Interessante lo scambio di opinioni in giuria: 《Trasparenti sul didietro però. Tipo le mascherine per non vedenti》 – 《Non udenti… che ce fanno delle trasparenti se nun le possono vedé?》 – 《I non vedenti hanno bisogno di toccare e tastare》 – 《Come noi d’altronde!》. E così abbiamo potuto dirimere la questione pantaloncini!

È ancora la nostra sommelier a chiudere la seduta della giuria ed il Torneo: 《Come nota finale a questo 6 Nazioni eterno, direi che tutti i culi dei rebbisti sono forti, sodi, intensi come i vitigni che compongono lo Chatenauf du Pape: Grènache, Mourvedre, Syrah, Cinsault, Muscardin, Counoise, Clarette, Borbounenc, Roussane, Picpoul,Picardan, Vaccarèse e Terret Noir》. Sipario!

E dita incrociate per l’edizione 2021…!

Da che punto guardi il mondo tutto dipende

Ho vissuto la prima ondata di Covid e il relativo lockdown divisa e sospesa quasi tra due mondi: Genova, dove vivo, e la provincia di Bergamo, dove sono nata e dove ci sono la mia famiglia e tanti miei amici e persone care.

Proprio quella provincia di Bergamo che è stata a lungo la zona più infetta del mondo intero, proiettata dalla sua dimensione “piccola”, noiosa e ben poco nota ai titoli di giornali e tg italiani ed internazionali.

Trovandomi a cavallo tra due dimensioni assai diverse tra loro, riesco perfettamente a capire come chi non abbia avuto contatti diretti con Bergamo e provincia non possa assolutamente capire che cosa sia successo e, di conseguenza, tenda a sminuire l’epidemia. Ci sarebbero, certo, empatia, informazione, ragionamento e logica, in teoria. 

In teoria, appunto. 

A Genova, nella mia vita quotidiana, io non ho conosciuto e non conosco nessuno che abbia avuto il covid o che conosca qualcuno che l’abbia avuto sapendo di averlo, quindi non eventualmente asintomatico. Se allargo il campione su cui fare mente locale, trovo una sola persona, che non frequento ma che alla lontana conosco, che si è ammalata (ed è guarita).

Se, invece, il campione di riferimento diventa il mio paesello bergamasco, il punto di vista si ribalta del tutto: devo fare mente locale per ricordare chi non si è ammalato e chi non ha in famiglia nessuno che sia stato colpito (e qui la percentuale scende praticamente a poco più dello 0%).

Non solo: nel campione bergamasco incide pesantemente anche il numero di coloro che hanno dovuto seppellire qualche persona cara e io stessa ho perso mio padre, il mitico Giulio, bello, forte e in salute, al quale non ho neanche potuto dire addio.

Quando sento e leggo di gente che si lamenta per la mascherina, che si lagna per il distanziamento e lo ignora, che sproloquia di complotti e privazioni di libertà, che fa fermare treni perché, delirando di forzature e fantomatiche lobby non si vuole mettere la mascherina neanche dove è obbligatoria, beh, a me sale una rabbia gigantesca.

Non dovrebbe neanche servire che ve lo venga a dire qualcuno che, con un virus serio e ancora poco conosciuto che circola, sia saggio e giusto portare la mascherina al chiuso e dove non si sta abbastanza distanziati, che bisogna lavare e disinfettare spesso le mani e che è meglio non stare tutti appiccicati.

Ma che, “davero davero” secondo voi le limitazioni della libertà sono queste?

A Bergamo e dintorni, dove si è respirato a pieni polmoni non solo il virus ma anche il terrore, l’ansia, l’angoscia, il dolore, nessuno sano di mente si lamenta per la mascherina o fa piazzate per non usarla e si guarda con orrore ai tanti comportamenti sbagliati e stupidi che si vedono ovunque, perché nessuno vuole rischiare di rivivere marzo 2020 e, in generale, nessuno vuole più dover seppellire persone care per questo virus o essere di nuovo chiuso in casa a fare i conti, oltre che con la didattica a distanza dei figli e l’impossibilità di vivere normalmente, anche con un nuovo disastro economico.

Tanti sono morti, tanti sono guariti ma portano e porteranno per sempre le cicatrici, sia reali, sui polmoni, che metaforiche, nell’anima, di quello che hanno vissuto.

E qui non c’entra la politica, non si parla di errori e mancanze, che certo vanno chiariti e puniti, di destra o sinistra, di colori e bandiere: io sto parlando di persone comuni, di cittadini, di tutti noi, perché poteva e può succedere a chiunque e non è che ce lo dobbiamo ricordare solo se lo posta sui social il vip di turno che si scopre contagiato o al quale si ammala un parente, o il cui figlio fa il dj in Sardegna ad una festa che diventa la fiera del contagio fighetto.

Parte del mondo è ancora in lockdown e, ogni giorno, altri Paesi rischiano di tornarci e questo per il mancato rispetto di norme semplicissime. Arriverà un vaccino, arriveranno protocolli di cura efficaci, che già hanno fatto notevoli passi avanti rispetto al totale smarrimento iniziale, il covid diventerà una malattia con cui conviveremo, come facciamo con molte altre, tanti si ammaleranno, tanti guariranno, qualcuno, purtroppo, non ce la farà, come accade normalmente.

Ma questo momento non è ancora arrivato: siamo in una fase delicata ed importante e le uniche cose che ci vengono chieste sono buonsenso, mascherina, mani pulite e sano distanziamento. Troppo difficile?

Miocuggino parla di prossimi lockdown già programmati a tavolino, di numeri inventati, di un complotto politico. Quindi tutti i Paesi del mondo, visto che la questione non riguarda solo l’Italia, si starebbero prendendo a martellate nelle palle da soli, economicamente e socialmente.

Dunque, coviddì non ce n’è, perché è tutto un complotto planetario a tavolino e quindi la mascherina lede la mia libertà di fare aperitivo ammucchiato agli altri, di fare il dj alle feste e di alitare serenamente addosso al prossimo.

Coviddì ce n’è. Cervello e responsabilità, purtroppo, non sempre e mai abbastanza.

Berghèm molem mia!

Sono nata e cresciuta in un paesino in provincia di Bergamo, una provincia poco nominata, se non per i suoi proverbiali muratori, una provincia di secondo piano, fatta di tanti piccoli comuni e con un piccolo e poco conosciuto capoluogo, diventato più noto solo grazie a Mr. Ryanair che, quando ha adocchiato quel minuscolo e praticamente inutilizzato aeroporto ad una quarantina di km da Milano, ne ha fatto una porta da e per l’Europa intera, facendo scoprire a tanti una bellissima e poco nota città.

Ora, proprio la provincia di Bergamo è diventata l’epicentro nazionale dei contagi del covid-19: la quiete di un territorio di paesini, capannoni, campagne e campi coltivati, di gente abituata a lavorare e ad avere pochi fronzoli, una tradizione di abitudine alla solidità, lontano da clamore e riflettori, completamente stravolta e straziata da una pandemia che sta segnando profondamente tutti gli abitanti.

Perché in provincia, nei piccoli centri, quel che succede a qualcuno diventa cosa di tutti: vale per le cose “leggere”, insomma, per il gossip, ma vale anche per le cose gravi. L’effetto è quello, inesorabile, di un amplificatore: è di fatto impossibile non sentirsi coinvolti, perché c’è sicuramente, anche quando non una conoscenza diretta, un qualche tipo di legame o riferimento che fa sì che ci si senta vicini e colpiti da quel che accade a chiunque altro.

Non ci vuole quindi troppa immaginazione per capire come stia vivendo adesso tanta gente che conosco, famigliari, amici, conoscenti, che si ritrovano in una dimensione quasi onirica e parallela, come tutti noi in questo periodo, costretti ad una vita che non è più la nostra, con l’aggravante di sapere di trovarsi nel cuore del disastro, nel posto dove nessuno vorrebbe essere.

Si stava infinitamente meglio quando Berghèm e i suoi piccoli comuni non erano sulla bocca di tutti, quando erano solo la terra dei muratori, dell’Atalanta e del dialetto e l’accento da prendere un po’ in giro. Si stava meglio quando amici e conoscenti da tutta Italia e dall’estero non dovevano premurarsi di chiedere notizie in virtù del vivere o provenire da quelle parti. Covid-19 si è abbattuto su un territorio normalmente silenzioso e schivo, proiettandolo alla ribalta , in primo piano su tg e giornali, tabelle e studi sui contagi.

Io vivo questa paura da 200 km di distanza, lontana da lì e da tutti coloro che ci vivono, dai miei cari, dalle mie amiche e amici, dal paesino che conosco millimetro per millimetro e che, in questo periodo, è diventato “altro”, in preda a preoccupazione e dolore.

Ho scritto di getto queste righe per tutti i bergamaschi, per tutti i barianesi, per tutti coloro che, in ogni parte d’Italia, stanno vivendo la separazione, la distanza e l’isolamento da coloro a cui vogliono bene.

Non lo so se “andrà tutto bene” ma so che non si può far altro che tenere duro, che bisogna molà mia, a Berghèm e ovunque, in ogni singolo luogo e in ogni singola casa.

Molém mia.

(Foto Arianna M.)

Sconfitti e festanti: le partite dell’Italrugby

Sconfitti e festanti: il paradosso delle partite dell’Italrugby, con il contorno che oscura del tutto l’evento. Riflessioni da inviata sul campo per i Pirati del rugby, sul cui sito www.rugby-pirates.com compare questo stesso scritto, insieme a molti altri contenuti.

Non è facilissimo spiegare cosa sia davvero una partita dell’Italrugby all’Olimpico. Non lo è perché si tratta di cercare di spiegare il motivo per cui decine di migliaia di persone decidono di andare a vedere una partita di una squadra che vince praticamente ad ogni passaggio di cometa.


Facendo però un giro attorno allo stadio già da tre ore prima dell’incontro, si inizia ad intuire qualcosa, e si formulano sia pensieri molto positivi che un po’ amari.


Una partita di rugby dell’Italia è, fondamentalmente, una festa: nessun problema di sicurezza, birra, amici, sorrisi, musica, foto e abbracci con i tifosi avversari, il clima di Roma solitamente dolce (neve del 2012 a parte!), i ritrovi con amici di ogni parte d’Italia, un divertimento sicuro anche per i bambini, e così via.


Bene, tutto bello e positivo, ma la partita dove si colloca? Ecco, qui nasce il problema. Un problema che, però al tempo stesso, è diventato una forza ed anche un salvagente. La partita è solo un accessorio, è in secondo piano rispetto alla festa.


Questo fa sì che, con buona pace dei tanti che non riescono proprio a capire come sia possibile, una Nazionale che perde un gran numero di partite e che rimedia anche figure non proprio bellissime, riesca ancora a portare allo stadio un gran numero di persone. E dire che anche lo stadio in questione non è proprio amatissimo: la visuale non è granché, è fin troppo grande e dispersivo, non è uno stadio “da rugby”.


Però è diventato, dal 2012 ad oggi, un perfetto stadio “da festa”: difficile eguagliare le statue dello Stadio dei Marmi e il Foro Italico come cornice per il Villaggio del Terzo Tempo, per il prepartita di festa dei tifosi di casa ed ospiti.


È, per molti versi, una sorta di miracolo ma, al contempo, è qualcosa di estremamente negativo sportivamente parlando, perché non si tratta di partite di beneficenza ma di incontri di un importantissimo torneo internazionale, dove i risultati contano eccome.


E il risultato, anche al termine di questa Italia-Scozia, è stato francamente deprimente, così come la partita: indubbiamente brutta la seconda e decisamente orrido il primo (0-17), ma la festa non è stata intaccata minimamente, con i concerto dei The Kolors, la birra, le risate, gli amici, la bellezza di Roma, il clima mite, etc etc.


54.349 spettatori (numero ufficiale) che, a parte qualcuno, hanno istantaneamente archiviato la brutta sconfitta come un qualcosa di abituale/inevitabile ed un dato del tutto trascurabile nella dinamica della giornata di festa. Peccato che, in teoria, l’evento del giorno fosse proprio la partita, un incontro del 6 Nazioni, un appuntamento sportivamente importantissimo.


Franco Smith, non contato tra i 54.349 ma, purtroppo per lui, comunque presente, la festa, invece, proprio non sa dove sta di casa: arriva in sala stampa scuro in volto e con la faccia di uno che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Cerca di schivare le facili bordate dei giornalisti e lo fa provando ad addolcire la pillola, difendendo a spada tratta la sua squadra nonostante una prestazione francamente inguardabile. Si può dire che siamo un po’ stufi di dichiarazioni come queste?


Anche Capitan Bigi in sala stampa aveva l’espressione di uno che avrebbe preferito essere seduto su un nido si formiche rosse piuttosto che lì dove stava. Alla domanda sul breakdown ha risposto com sincerità, ammettendo le responsabilità azzurre su una fase di gioco che è stata resa troppo redditizia per la Scozia.


Facciamo che preghiamo che il miracolo della festa che se ne frega delle partite duri ancora il più a lungo possibile.

Cruise Emirates

Ci ho pensato su un po’ a come avrei potuto trovare un riferimento ovale da mettere in questo diario di viaggio e, alla fine, l’ho trovato: a Dubai abbiamo pescato un grosso tassista sudafricano, appassionato di rugby! Detto questo, è un racconto che si inserisce nella parte “and more” del nome di questo mio piccolo blog!

Le tre viaggiatrici “invernali”, questa volta, dopo alcuni giri ai Caraibi e una sortita alle Maldive, hanno un po’ tralasciato il mare, nonostante si stia parlando di una crociera, e si sono lanciate in una settimana più di scoperta: niente isolette e spiagge, sostituite da quella che per noi era una galassia praticamente sconosciuta, ovvero la Penisola Arabica.

Mai come questa volta la nave (Costa Diadema, per la cronaca, classe 2014, made in Marghera) è stata solo un mezzo di trasporto tra un luogo e l’altro da visitare, con quattro città in una settimana, in una zona di mondo assai particolare.

DUBAI

L’Emirato più famoso merita la sua fama ed anche una visita: bastano un paio di giorni, ma va visto! Difficile descrivere l’effetto di questa “oasi” di grattacieli nel deserto, in un posto dove, fino agli anni ’90, c’era solo sabbia.

Ora c’è il grattacielo più alto al mondo, l’incredibile Burj Khalifa, con un ascensore che ti spara al 124° piano (a 550 metri di altezza) in un minuto netto e ti fa sentire veramente minuscolo ed anche incredulo, mentre guardi quel panorama che ha dell’assurdo. Per la cronaca, il grattacielo, in tutto, di metri ne misura 829,80 (antenna/guglia compresa).

Ricordo di aver visto un bellissimo documentario di NatGeo sulla costruzione del Burj Khalifa e ricordo che, attorno al cantiere, c’era sabbia. Ora, ci sono altri grattacieli e, soprattutto, il Dubai Mall, centro commerciale più grande al mondo, un laghetto artificiale ed un souk “effetto vintage” affacciato sul medesimo laghetto insieme ad un numero imprecisato di ristoranti e affini. Il Dubai Mall è qualcosa di mostruoso e, oltre ad un numero infinito di negozi di ogni marchio esistente sulla terra ed altrettanti bar e simili, contiene al suo interno una parete con cascata, una vasca enorme con pesci tropicali e persino squali ed uno stadio del ghiaccio con tanto di tribune. Il tutto, giova ricordarlo, nel deserto.

Quando cala il sole, l’area della Dubai Marina, diventa l’ombelico del mondo: dopo essere stata a Times Square, è stata la prima volta in cui ho sentito di nuovo questa sensazione, con tanta gente da tutto il mondo, le luci, la perfezione di un luogo creato e sviluppato per essere esattamente questo.

Il giorno dopo, invece, abbiamo voluto tastare una dimensione di Dubai assai diversa, con la visita guidata ad una piccola moschea. Un’associazione locale organizza da anni queste visite, per far scoprire e conoscere le basi dell’Islam e promuovere il dialogo e l’apertura: molto interessante ed eccellente iniziativa. A due passi c’è un bel supermercato, dove svuotare gli scaffali dei datteri!

Il Sovrano, negli anni ’90, ebbe l’idea di aprire le porte a zero tasse a chiunque volesse investire e costruire a Dubai e così ha preso il via la nascita di quello che l’Emirato è ora. Il petrolio qui finirà tra pochi anni e il turismo e gli investimenti di ogni genere sono il “piano B” già in preparazione da anni.

Intanto, nel 2020, Dubai ospiterà l’Expo, e non fatico ad immaginare che sarà un qualcosa di clamoroso!

La mia unica perplessità riguarda il clima: a dicembre, poco meno di 30 gradi e un’umidità sorprendente per una zona che credevo secchissima, mentre in estate, ci è stato detto, anche tra i 50 e i 60 gradi…!

MUSCAT

Affacciato anche sull’Oceano Indiano, l’Oman era per me un esotico mistero! Credo sia un paese che meriti di essere visitato e scoperto e non escludo di tornarci: da poco è diventato una meta balneare sempre più gettonata e ci sono infinite possibilità di andare a visitarne il deserto, che pare essere bellissimo.

Abbiamo fatto un’escursione alla scoperta della capitale, visitando da fuori un’importante moschea e facendo tappa al Souk e al pazzesco palazzo del Sultano. La guida era un indiano che parlava italiano e ci ha fatto notare, tra le altre cose, la pulizia assoluta della città e la perfezione di parchi e aiuole, anche qui nel deserto, praticamente senza acqua dolce disponibile naturalmente e con, in estate, più di 60 gradi.

Pare che questo Sultano, venerato come un santo e dalla vita misteriosissima, abbia praticamente costruito e modernizzato il paese nel giro degli ultimi quarant’anni, partendo da una sola strada tracciata in mezzo alla sabbia.

DOHA

Abbiamo fatto un giro per la città con uno di quei bus panoramici “hop on hop off” e Doha soprende allo stesso modo delle altre città di acciaio e vetro spuntate nel deserto: grattacieli, cantieri ovunque, lusso e strade a 6 + 6 corsie.

Il Qatar è in gran fermento perché, nel 2022, ospiterà i mondiali di calcio.

Nel frattempo, ogni anno fa furore il campionato nazionale di falconeria: il falco è, per tradizione, un animale importantissimo e quasi venerato nella Penisola Arabica, così come il cammello.

Tradizione e modernità, come nel bellissimo souk di Doha: vista grattacieli, pieno di turisti e di negozietti che si sono adeguati ma anche di abitanti del luogo e di commercianti che dei turisti se ne fregano allegramente, non parlando una parola di inglese ed accettando solo la moneta locale. Inoltre, esistono ancora parti del del souk dedicate ai cammelli e alla falconeria.

ABU DHABI

Un altro dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi è meno vistoso ma ancora più ricco di Dubai: qui di petrolio ce n’è ancora in abbondanza e governa il figlio di Zayed bin Sultan Al Nahyan, un sovrano morto nel 2004 e ancora oggi venerato come un santo, la cui faccia è ovunque, incluso in versione luminosa sulle facciate dei grattacieli.

Costui, dai primi anni ’70 fino alla sua morte, ha di fatto costruito Abu Dhabi, dopo aver chiesto ed ottenuto l’indipendenza alla regina Elisabetta. Seduto su un mare di petrolio, ha realizzato un paese stabile e ricchissimo, che può permettersi di pagare tutto per i propri cittadini.

La nostra guida alla meravigliosa escursione “by night” alla Grande Moschea (intitolata, ovviamente, al re di cui sopra, che ne aveva voluto ed iniziato la costruzione, terminata poi dal figlio dopo la sua morte) era un simpatico e molto bravo ragazzo egiziano, guida ad Abu Dhabi per sette mesi l’anno e alle Piramidi per quelli rimanenti. Perché non una guida del posto? Molto semplice: perché i cittadini, quindi gli emirantini di origine, praticamente non lavorano, se non negli affari e in cariche pubbliche, e sono ricchissimi. Si parla, per tutti e sette gli emirati, di un milione di persone, contro nove milioni di stranieri che, di fatto, costruiscono e fanno funzionare tutto con il loro lavoro.

La moschea, quarta al mondo per dimensioni, è veramente incredibile: bianchissima (marmo di Carrara), luminosissima (lampadari Swarowski), oro, stucchi e, nella sala di preghiera, il tappeto fatto a mano più grande al mondo (60 × 70 metri, realizzato in Iran, un nodo dopo l’altro).

Prima dell’ingresso c’è una vera galleria commerciale, con bar e negozi: ormai è un’attrazione turistica visitata da tantissime persone e, quindi, perché non approfittarne? Resta però inflessibile la questione abbigliamento: se non è consono alle regole, non si entra prima di aver rimediato con abiti prestati appositamente sul posto.

Il giorno dopo siamo andate a visitare il Palazzo Reale (Qasr Al Watan), un altro tripudio di marmo bianco, oro e fasto, anche solo nella piccolissima parte del complesso ad essere aperta al pubblico.

Dubai e Abu Dhabi sono distanti solo 140 km e sono strettamente connesse nel lavorare insieme per crescere: la prima è più conosciuta, la seconda ha più spazio e più petrolio e, entrambe, corrono veloci e sono piene di cantieri e di soldi.

Devo dire che, anche se ho adorato l’energia di Dubai e la pazzesca Burj Khalifa, mi è piaciuta di più Abu Dhabi, che ha anche sicuramente più cose da vedere, tra cui una succursale del Louvre ed anche, per i fans, il parco a tema della Ferrari.

Tre donne in vacanza sole, in una zona del mondo non considerata propriamente “femminista”: come è andata? Molto bene direi, anche dal punto di vista della sicurezza che abbiamo percepito. Abbiamo deciso di girare “fai-da-te” Dubai e Abu Dhabi (escursione alla Grande Moschea a parte, ma perché ci interessava e piaceva), di fare una via di mezzo a Doha, mentre abbiamo preferito andarcene in giro solo in escursione a Muscat, che non conoscevamo quasi neanche di nome.

Abbiamo scoperto paesi in crescita e affacciati sull’Occidente ma, al contempo, sempre saldamente attaccati alle tradizioni, segnati dagli antichi meccanismi sociali e non solo della vita nel deserto e, naturalmente, indissolubilmente legati alla religione islamica.

Credo sia molto difficile per noi immaginare una vita costantemente, quotidianamente e concretamente tanto influenzata dalla sfera religiosa e la cosa che mi ha colpita di più in questo viaggio è stata senz’altro questa coesistenza di crescita, modernità, globalizzazione, contaminazione, ricchezza ed Islam.

Ovunque ho visto e percepito richiami alla conoscenza e alla promozione di un Islam moderato e aperto, fermo restando, come già detto, la per noi impensabile influenza della religione e dei suoi precetti anche nella quotidianità del XXI secolo.

Credo che la perfetta rappresentazione di questo sia stato il momento di preghiera nel Dubai Mall: sui display sparsi per tutto il centro commerciale compare un’icona che richiama una moschea e la musica in filodiffusione lascia per qualche minuto spazio alla voce del muezzin. Poi riparte la musica e tutto torna alla “normalità” (la nostra, perché la loro è quella).

La guida alla piccola moschea che abbiamo visitato a Dubai, quella dell’associazione culturale e religiosa, era una signora inglese trasferita e convertita da più di vent’anni: impeccabile accento British e tutta coperta, con lunga veste nera e l’hijab sui capelli e sul collo. Che dire? Molto bella ed interessante la spiegazione sui cinque pilastri dell’Islam e buone le risposte alle domande del gruppo, principalmente incentrate sulla questione dell’abbigliamento femminile, anche se la chiave di tutto, ovvero la volontà del tutto personale di vestirsi in un certo modo per praticare la modestia nei confronti di Allah, credo non abbia convinto fino in fondo nessuno dei presenti, così come la risposta sul burqa, spiegato come nato, così come l’abbigliamento tradizionale in genere, perché adatto a riparare da sole e sabbia del deserto. Nessun dubbio sull’origine “pratica”, ma qualcuno in più sulla volontà personale, sull'”utilità” attuale del doversi coprire in quel modo e, di riflesso, sulla concezione della donna che ci sta dietro.

Di sicuro abbiamo visto e percepito ovunque un grandissimo senso di regole e di ordine, che scaturiscono tanto dalla religione e da come viene praticata quanto da chi e come governa questi paesi.

Consiglio questa crociera a chiunque sia curioso di avere un assaggio di quella zona del mondo e mi sento di includere anche chi non ama le crociere e/o il mare, perché al centro di questo itinerario ci sono sicuramente i paesi visitati e il loro essere per noi molto diversi e con tanto da scoprire: la vita di bordo diventa molto marginale e sicuramente è un’esperienza di crociera distante anni luce da quello che può essere un giretto ai Caraibi.

Ci sono una marea di cose da vedere e scoprire nel mondo e io non sono “razzista” sulle modalità per farlo: va bene la crociera se è pratica per quel che voglio vedere e fare, o va bene il fly&drive altrove, oppure un viaggio organizzato per altre destinazioni ancora, e così via.

Next stop: chissà!

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

È finita la RWC, viva la RWC!

Dopo 43 giorni, si sono spente le luci sull’edizione 2019 della Rugby World Cup. Un mese e mezzo di rugby giocato, rugby guardato, rugby raccontato, rugby vissuto, rugby respirato, da qualcuno in Giappone, da tutti gli altri da casa propria.

E adesso? E adesso ci sentiamo già tutti un po’ orfani, un po’ tristi, perché è finito quello che è, insieme al 6 Nazioni, l’unico altro grande fenomeno di aggregazione ovale per noi appassionati italiani, uno dei nostri due grandi divani condivisi, dove ci ritroviamo tutti insieme, seppur da mille posti diversi, a vivere la nostra passione.

Ora la tv davanti al divano è spenta, dopo i titoli di coda del Mondiale appena finito. Ha vinto il Sudafrica ma, prima di tutto, ha vinto il rugby, vestito a festa nel suo splendore da Campionato del Mondo, e tutti noi non possiamo che ringraziare ancora una volta il nostro amato ovale, che ci ha regalato questo mese e mezzo di passione, divertimento ed emozioni.

RWC MODE: OFF

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Foto: Rugby Pirates.

Sul sito e sui social dei Pirati del rugby, tanti contenuti ovali!

Just another manic rugby saturday!

Il mio sabato 5 ottobre è stato quanto di più ovale si possa immaginare e fotografa benissimo quella che è la mia “vita da rugby”, che include livelli diversissimi tra loro: se mi è possibile, io guardo praticamente tutto il rugby che mi capita a tiro!

Quindi, ieri mattina mi sono guardata su Rai Sport Inghilterra-Argentina (39-10), la partita che ha tolto ai biancocelesti ogni residua speranza di passare il turno alla RWC. Argentini sempre combattivi ma, per quasi tutta la partita in 14 a causa di uno sciagurato fallo di Lavanini (vi ricorda qualcosa?), nulla hanno potuto contro gli inglesi, forse mai così sicuri di sé stessi. In un girone con Inghilterra, Argentina e Francia, parevano essere i Bleus, reduci da un quadriennio molto difficile, la squadra destinata a non proseguire il cammino ma, battendo nella prima partita proprio l’Argentina, i francesi hanno messo subito in tasca punti pesantissimi, tolti proprio agli avversari diretti.

Nel primo pomeriggio il mio sabato è proseguito a Recco, con un clima più adatto alla spiaggia che al rugby: dalla RWC ad un test precampionato di Serie A! Pro Recco Rugby-VII Torinese (16-5, per la cronaca), entrambe inserite nel girone 1 del campionato cadetto (come molti sanno, la Serie A nel rugby italiano è il secondo campionato nazionale e non il primo): partita “calda”, qualche scambio di opinioni, agonismo, alcune belle azioni, certamente indicazioni utili per i coach, che era lo scopo dell’incontro.

Io adoro guardare il rugby italiano, sia dal vivo che in tv. Non ha il livello dei campionati francesi, inglesi etc? Lo so benissimo, ed infatti non lo guardo con gli occhi foderati da questa idea: lo guardo per quello che è e mi piace farlo, perché amo guardare il rugby e, dirò di più, a volte guardo più volentieri una di queste partite piuttosto che altre ben più “nobili”.

Non c’era Top12 in streaming, anche perché non è ancora iniziato, e le partite di Coppa Italia non erano trasmesse ma, a dire il vero, questo è l’unico torneo italiano che non mi interessa mai guardare: troppo un doppione del campionato e troppo formulato male. Opinione mia, ci mancherebbe!

Quindi, dopo essere tornata da Recco, ho acceso il tablet e mi sono guardata Zebre (sconfitte 28-52, a Parma, contro i Dragons, che non vincevano fuori casa da 45 turni) e Benetton (Leoni sconfitti 41-5 sul campo del Connacht) su DAZN. A posteriori, due spettacoli che mi sarei anche potuta risparmiare ma, come già detto, mi piace guardare rugby italiano e quindi me le sono viste entrambe, nonostante i risultati ben poco positivi (eufemismo).
Such a rugby saturday!
“RISSA? I RUGBISTI NON FANNO RISSE, MA CERCANO SOLTANTO DI CONOSCERSI PIÙ DA VICINO”

TODD JULIAN BLACKADDER

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Confidence o non confidence? L’Italrugby e la vittoria

Per uno “scherzo” del calendario, dopo aver disputato le sue prime due partite al Campionato del Mondo di rugby 2019 l’Italia si ritrova in testa al suo girone, in virtù di due vittorie con il bonus contro Namibia e Canada. Le altre due squadre della poule sono Nuova Zelanda e Sudafrica che, ad oggi, 27 settembre, si sono solo scontrate tra loro e devono ancora giocare tutti gli altri incontri, ma intanto non pensiamoci…!

Come sappiamo bene, l’Italrugby ha un saldo vittorie/sconfitte assai deficitario, il periodo delle “onorevoli sconfitte” è ormai tramontato e resta in evidenza solo il risultato negativo.

Perchè questa premessa, dopo aver esordito parlando di due vittorie consecutive alla RWC? Perché, anche quando vince, l’Italia non sembra troppo convinta di saperlo e poterlo fare, quasi non ci fosse abituata e quasi non ci fossero abituati neppure i tifosi, ormai rassegnati, quando va bene, a qualche vittoria spot che lascia sempre il tempo che trova. L’esempio più lampante è la vittoria contro il Sudafrica in un test match del 2016: da lì, loro sono usciti dal loro periodo più buio e sono tornati a volare, noi siamo sempre dove eravamo, a camminare pian pianino un po’ avanti e un po’ indietro. La partita sccessiva sarebbe stata da vincere, senza se e senza ma, ed invece arrivò una sconfitta che mandò presto in soffitta l’effetto della precedente e clamorosa vittoria e troncato sul nascere ogni minimo accenno di continuità e solidità.

A Recco abbiamo da due anni un coach neozelandese che è in Italia già da una quindicina d’anni, parla italiano molto bene ma, inevitabilmente, ci sono alcune parole che tende a tradurre utilizzandole con il significato orignale che hanno in inglese e la principale di queste è “confidenza” come traduzione di “confidence”. È corretto, ma il significato della parola in lingua inglese è più ampio e più “carico” che in italiano: “confidence” è sì “confidenza” ma, soprattutto, “fiducia in sé stessi”, “sicurezza”, “affidamento” e arriva fino a “presunzione”.

Allora, riguardo alle due vittorie dell’Italia, mi sono chiesta: 《Ma questi ragazzi, abituati a perdere (suona malissimo, ma è purtroppo vero), quanta fatica fanno a vincere e a non scendere in campo già pensando, inconsciamente, che perderanno?》. Senza dimenticare che, per chi gioca nelle Zebre, questo effetto è ulteriormente amplificato: gente, mesi e mesi di sole botte e sconfitte sono un peso mica da poco.

Immagino senza difficoltà che siano seguiti da fior di mental coach per questo ma credo che neppure il più bravo del mondo valga quanto l’attitudine a vincere, quanto la “confidence” che nasce sul campo.

Durante Italia-Canada, con gli Azzurri largamente vincitori su un avversario di livello palesemente più basso e più sicuri di sé stessi ad ogni meta (a differenza della vittoria ma con una prestazione brutta e contratta contro la piccola Namibia), ho pensato: 《Ecco come si sentono gli altri (inteso, a piacere, come all Blacks, Irlanda, Inghilterra, etc) quando giocano contro di noi》. Ed anche come si sentono i loro tifosi (sigh).

“Bisogna saper perdere”, diceva la canzone, ma bisogna anche saper vincere e, per farlo, serve scendere ogni volta in campo sicuri di poterlo fare, anche quando sembra folle il solo pensiero.

L’Uruguay ha dato una bella lezione su questo e, nell’intervista post-partita del Capitano, che mi ha fatto commuovere, c’era una confidence pazzesca. Un’altra squadra che ne ha da vendere è l’Argentina: ci credono sempre, credono sempre in loro stessi ed in quello che possono fare. Poi capita che si possa perdere comunque, certo, ma la confidence, alla partita successiva, sarà di nuovo lì tutta, indipendentemente da chi ci sarà di fronte. E del Giappone ne vogliamo parlare?

A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.
(Nelson Mandela)

Tralascio, tra gli esempi, le Nazionali più forti, per le quali la confidence è un grande circolo virtuoso: aumenta vincendo, non si perde perdendo, più ce n’è e più si vince, e così via. Purché, però, non sconfini nell’ultimo dei significati: la presunzione.

L’Italia è nel 6N, è sopra alle Nazionali di terza fascia, perde sempre più terreno da quelle di prima e fa ormai seconda fascia quasi a sé. Va sempre di moda il concetto che giocare contro i più forti insegna, però questo è vero se qualche volta si vince o se, almeno, il divario non è troppo ampio, ma non se si prendono sempre e solo mazzate che, alla lunga, non insegnano più niente e disintegrano la fiducia.

L’essere una delle Sei Nazioni ci sta facendo, per alcuni versi, più danni della guerra e il divario con le altre squadre, nonostante una quantità parecchio elevata di sconfitte “istruttive”, continua ad aumentare.

Più Russia e meno All Blacks, per i nostri test match? Magari più Giappone e più Scozia, ad esempio. Argentina? USA? Fiji? Francia? Qualche vittoria (si spera!), nessun bagno di sangue già scritto (si spera!), nessuna passeggiata di salute e qualche sconfitta, forse davvero istruttiva e non solo demolitiva.

Non mi pronuncio sulla possibile incidenza dell’ “effetto-Parisse”, di cui si è ampiamente dibattuto in questi giorni, sulla vittoria sul Canada e sulla confidence dell’Italia: lo spessore dell’avversario era oggettivamente modesto e Parisse rimane fuori troppo di rado per poter creare una casistica. La vivacità del dibattito, comunque, condito anche da alcuni meme non da poco, fa capire che la questione è emersa e suscita riflessioni ed interesse.

Il Mondiale, ora, prevede per l’Italia le due partite contro Sudafrica e Nuova Zelanda: travestiamoci da Uruguay, facciamo finta che Canada o loro sia uguale, giochiamo per vincere e proviamo a non perdere. Se, alla fine, potremo dire “non abbiamo vinto” invece di “abbiamo perso”, il mese in Giappone sarà stato speso bene.

Colui che vince gli altri è potente, chi vince sé stesso è forte.
(Lao Tzu)

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Spizzichi e bocconi, cometa e formaggini: il Mondiale di Rugby 2019 in Italia

La RWC 2019 è iniziata da un giorno e, per la prima volta, in Italia non è possibile vedere in tv tutta la manifestazione: la rai, che sul filo di lana ha acquisito i diritti di trasmissione per il nostro Paese, trasmetterà solo 17 partite in tutto, cioè quelle dell’Italia più pochi altri incontri della prima fase e poi la fase finale.

Il risultato è un Mondiale che in Italia si “sente” ancora meno del solito, una RWC trasmessa a spizzichi e bocconi, pochissimo pubblicizzata dalla stessa rai e non aiutata neppure, e questo non è colpa di nessuno, dal fuso orario giapponese.

Su siti, blog, forum e social, da settimane si inseguono notizie tipo il goal di testa di Zoff e “scusi, chi ha fatto palo?”: quante partite? Dove? E le altre? È infatti notizia solo di oggi, anzi, per la precisione, qualcuno vi si è imbattuto e allora poi è uscita la notizia, che le partite sono tutte visibili in streaming sul sito del torneo.

L’accordo con la rai è stato ufficializzato a pochissimo dall’inizio della manifestazione, si è scoperto che non sarebbero state trasmesse tutte le partite, la promozione dell’evento è ridotta ai minimi termini. Il tutto sommato a voci contrastanti sulla trasmissione in streaming della diretta delle partite sul sito della Rugby World Cup che, forse, avrebbe potuto essere oggetto di una qualche comunicazione ufficiale che avrebbbe dimostrato attenzione verso gli appassionati, e sull’eventuale disponibilità di differite sul sito rai play, cosa non di poco conto visto il fuso orario.

“Piuttosto che niente, meglio piuttosto” si suol dire e, certamente, non vedere niente e rimanere uno dei pochissimi paesi che non hanno acquistato i diritti tv della RWC starebbe stato assai peggio. Però, anche il “piuttosto” forse poteva essere pensato un pochino meglio. Certo, il tempo non è stato molto, visto che i diritti sono stati presi molto tardi.

Il motivo non è difficile da intuire: il rugby in Italia non vende e non si vende. Non fa audience, quindi non porta introiti di pubblicità, quindi nessuno fa la fila per trasmetterlo: viviamo in un’altra galassia rispetto alle altre Union del 6 Nazioni e ci viene ricordato di continuo e in ogni modo.

Il rugby tornato in chiaro sulla rai, però, è stato salutato con favore come possibilità epocale di visibilità per la palla ovale in Italia. Giustissimo, ma con un Mondiale “monco” e zero promozione?

Teniamo pure buono il “piuttosto”, anche se una RWC “monca” fa venire i bruciori di stomaco, ma perché non cercare di ricavarne il massimo?

Certo, si torna a “il rugby in Italia non vende e non rende”, però, visto che qualcosa viene trasmesso, non sarebbe stato un bene per tutti, rai inclusa, investirci qualche soldo per cercare appunto di farselo un minimo rendere? Dopotutto è un Campionato del Mondo e non un torneo delle parrocchie, è un evento sportivo che sarà seguito nel mondo da un numero enorme di persone e che muove milioni e l’Italia partecipa, ma lo fa in un vuoto cosmico di attenzione ed investimenti.

Forse, se l’accordo con la rai fosse stato chiuso con adeguato anticipo e non all’ultimo, le cose avrebbero potuto essere un po’ diverse? Ad esempio, e non so perchè tra tutti i prodotti mi venga in mente proprio questo, avendo saputo con congruo anticipo della visibilità sulla rai, la Galbani avrebbe bussato alla porta della FIR proponendo magari una campagna pubblicitaria con i magneti con le faccine degli Azzurri nelle confezioni dei formaggini Belpaese?

Il cane che si morde la coda ormai sembra essersela mangiata quasi tutta: una Nazionale che perde sempre non ha appeal, non avendo appeal non ha sponsor e visibilità, non vincendo e non avendo visibilità e sponsor non fa da traino per una crescita del movimento, senza crescita del movimento la qualità e il numero dei giocatori formati sono troppo bassi, con numeri e qualità troppo bassi la Nazionale continua a perdere, continuando a perdere non ha appeal, etc etc etc. Insomma, la Fiera dell’Est.

Una RWC 2019 trattata un po’ meglio non avrebbe certamente fatto miracoli ma sarebbe comunque stata probabilmente un’occasione da sfruttare un po’ meglio da parte di tutti.

A noi appassionati rimangono i bruciori di stomaco per tutto quanto elencato ed un velo di tristezza per non riuscire a sentire e a vedere trattato come merita un evento che aspettiamo ogni quattro anni come il passaggio di una cometa.

“L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote”. (Michelangelo)

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