Tommy Castello: Genova, il rugby, il futuro

Tommaso Castello, 31 anni, genovese DOC, un rugbysta, un atleta, un ragazzo per il quale tutti hanno solo parole di elogio che si accompagnano a quelle di rimpianto per una carriera finita con grande sfortuna troppo presto.

Un percorso sportivo iniziato nel CUS Genova, continuato a Calvisano, consolidato alle Zebre e consacrato in Nazionale, fino a quel maledetto 9 marzo 2019 quando, nella partita di 6 Nazioni Italia-Inghilterra, si disintegra caviglia, perone e annessi legamenti, insomma, peggio di così non poteva andare. Nonostante le cure e la volontà, un rientro al rugby giocato non è possibile e così, nel 2021, arriva l’addio ufficiale ai campi.

Ci tenevo ad intervistarlo perchè ho una grande stima di lui e perchè, con l’avvicinarsi del ritorno della Nazionale allo stadio Ferraris di Genova, mi è sembrato quasi d’obbligo. Ne è venuta fuori una chiacchierata con Genova sempre presente, un tuffo nella nuova vita di un un rugbysta, un atleta, un ragazzo.

Tommy, ci sarai a Genova per Italia-Sudafrica?

Non so se riuscirò ad esserci perchè il corso che sto seguendo a Cambridge è molto impegnativo e mi occupa fino al venerdì nel tardo pomeriggio, poi di solito nel week end studio e ora questa è la mia priorità, ma se riuscirò a liberarmi prenderò un aereo anche all’ultimo momento per poterci essere.

Ora vivi in Inghilterra e prima la tua carriera ti ha portato presto in giro per l’Italia: che rapporto hai con la tua città?

Genova per quanto mi riguarda è la città più bella del mondo e ho imparato ad apprezzarla ancora di più quando l’ho dovuta lasciare per inseguire il mio sogno di diventare un rugbysta professionista. E’ la città dove sono nato, dove vivono la mia famiglia e i miei amici e dove conto di tornare a vivere tra qualche tempo.

Sei stato costretto a smettere di giocare troppo presto: come sei riuscito a voltare pagina?

Non è stato facile accettare la fine prematura della mia carriera e ho imparato che la vita ti riserva delle sorprese a volte molto spiacevoli ma ti permette anche di guardare avanti, di chiudere una porta e aprire un portone, come si suol dire: sono riuscito ad essere accettato da un corso aperto a pochi che spero mi potrà portare ad avere le stesse soddisfazioni che ho avuto dal campo di gioco. Le carriere sportive hanno inevitabilmente una fine e a me piace vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare che aver dovuto smettere così presto mi ha permesso di avere più tempo da dedicare alla costruzione della mia vita futura.

Quali sono i tuoi progetti per questo futuro?

La mia ambizione è, come ho detto prima, riuscire ad ottenere dalla mia vita le stesse soddisfazioni che mi ha dato il rugby giocato. Sto vivendo in Inghilterra e sto frequentando questo corso, poi mi piacerebbe vivere ancora per alcuni anni all’estero, acquisire competenze ed esperienze che non ho potuto avere dedicandomi alla carriera sportiva ma, al contempo, mettere a frutto i miei punti di forza evidenziati e sviluppati negli anni di rugby. Guardando ancora più in là, spero di poter tornare nella mia Genova.

Definisci te stesso con tre aggettivi.

Tenace, ambizioso e affidabile. Se devo aggiungerne un paio meno lusinghieri direi a volte troppo impaziente e incapace di dedicare attenzione a qualcosa che non mi interessa.

E definisci Genova con tre aggettivi.

Sicuramente unica, nel bene e nel male, discreta, perchè il genovese medio fa dell’understatement un tratto distintivo, infine spettacolare, perchè sia da terra che dal mare è qualcosa di veramente incredibile.

Cosa devono aspettarsi gli Azzurri da uno stadio Ferraris che sarà pienissimo?

Quando ero piccolo il mio sogno era giocare al Ferraris con la maglia del Genoa, ma certo sarei stato altrettanto felice di poterci giocare con la maglia Azzurra. Sono sicuro che ci sarà un ambiente caldissimo come sempre, che la città e i tifosi offriranno un grande sostegno alla squadra e che sarà una grande partita sia in campo che sugli spalti.

Fai un augurio ai tuoi amici ed ex compagni.

Ragazzi, vi auguro di mettercela tutta, che è la cosa più importante nella vita e nel nostro sport, so che lo farete e che avrete la cornice ideale per fare una partita che potrebbe passare alla storia. Vi invidio, ovviamente in maniera positiva, ma soprattutto vi sostengo, vi penserò e vi faccio un grande “in bocca al lupo!”.

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E’ finita la Serie A, evviva la Serie A: il perfetto CUS Torino, un po’ di Liguria e i quattro nuovi arrivi

Il campionato di rugby di Serie A 2021/2022 ha emesso il suo unico verdetto di stagione: l’Itinera CUS Torino è la squadra promossa nel Peroni Top10. I piemontesi ci sono arrivati dopo una cavalcata letteralmente trionfale: imbattuti dalla prima giornata fino allo scontro finale per la promozione, con 18 vittorie su 18 partite disputate (16 nella stagione regolare e 2 nella fase finale) e le statistiche migliori di tutti e tre i gironi del campionato cadetto.

I ragazzi di coach D’Angelo si sono giocati una vera e propria finale sul campo dell’Unione Rugby Capitolina, terzo atto del particolare mini-girone che costituisce ora i play off di Serie A: vi hanno partecipato le tre squadre vincitrici del rispettivo campionato territoriale, ovvero CUS Torino (girone 1, Nord-Ovest), Valsugana (girone 2, Nord-Est) e Capitolina (girone 3, Centro-Sud). Nella prima giornata di questa particolare fase finale, il 22 maggio, Torino aveva superato in casa Valsugana con il punteggio di 32-17 (5-0), nel secondo turno, domenica 29 maggio, i padovani hanno rimediato una seconda sconfitta, questa volta sul loro campo, con un 17-20 in favore dell’URC (1-4), creando così i presupposti per un’ultima giornata equivalente ad una vera finale tra le due squadre che li hanno saputi battere.

Si è arrivati così a domenica 5 giugno, con il bell’impianto di via Flaminia gremito dai tifosi di entrambe le squadre. Il risultato finale ed un estratto del tabellino della partita che mostra la sequenza delle marcature dicono molto chiaramente che la partita avrà creato qualche problema ai deboli di cuore e che le due contendenti se la sono giocata davvero fino all’ultimo respiro:

UR Capitolina v CUS Torino 25-29
Marcatori: primo tempo: 3’ cp. Romano (3-0); 9’ cp. Romano (6-0); 17’ cp. Romano (9-0); 21’ meta di punizione Torino (9-7); 37’ m. Innocenti t. Romano (16-7); secondo tempo: 3’ cp. Reeves G. (16-10); 8’ cp. Reeves G. (16-13); 13’ cp. Reeves G. (16-16); 18’ cp Reeves G. (16-19); 20’ cp. Romano (19-19); 28’ cp. Romano (22-19); 32’ cp. Reeves G. (22-22); 34’ cp. Romano (25-22); 39’ mt. Civita t. Reeves G. (25-29).

Alla base di questa realtà c’è naturalmente il CUS della città della Mole e il Presidente Riccardo D’Elicio è un fiume in piena di entusiasmo e orgoglio: “Ho visto la partita in streaming, è stata bellissima e ha vinto la squadra che ci ha messo quel pizzico di voglia di vincere e determinazione in più. Abbiamo il rugby da settant’anni, cinquecento tesserati e siamo fierissimi di questi ragazzi ed anche delle ragazze, che sono arrivate quarte in Serie A. La nostra vittoria più grande è permettere ai ragazzi e alle ragazze che fanno sport di non dover smettere perchè vengono a Torino a studiare ma, anzi, di aiutarli a fare al meglio entrambe le cose”.

Uno degli artefici della grande stagione del CUS Torino è sicuramente l’allenatore argentino (di Rosario), Lucas D’Angelo (che ha esordito con un “Ciao Emy, scusa il ritardo ma fermarci a Roma ieri sera, come puoi immaginare, è stato “interessante”):

Lucas, subito una domanda “secca”: perchè a Roma avete vinto voi?

Credo che abbiamo vinto grazie alla mentalità che tutti i miei giocatori hanno saputo costruirsi lungo tutta la stagione e che si è vista chiaramente già nella partita contro Valsugana, quando siamo stati sia sotto nel punteggio che sotto grande pressione riuscendo poi a ricominciare a fare il nostro gioco dinamico e a tutto campo, che ci ha fruttato anche il miglior attacco di tutta la Serie A, e a ribaltare il risultato e vincere la partita.

Come hai visto la Capitolina, a cui avete fatto davvero un brutto scherzo davanti al pubblico di casa?

La Capitolina è una bellissima squadra e ho detto al loro allenatore che hanno uno stile di gioco in cui mi identifico molto, con ragazzi in grado di giocare con grande intensità fisica e concentrazione: credo sia la squadra più simile alla mia tra tutte quelle che abbiamo incontrato in questa stagione.

Quali sono stati gli aspetti e i meriti principali che vi hanno permesso di portare avanti e a compimento questa stagione letteralmente perfetta?

Senz’altro il fattore umano interno alla squadra: i nostri giocatori non sono i più forti in assoluto nel loro ruolo e credo che se si facesse un “XV” ideale del campionato ce ne sarebbero forse due o tre, ma tutti i ragazzi sono funzionali alla squadra e si completano ed integrano alla perfezione e ci hanno permesso così di costruire non solo il nostro gioco ma l’intera stagione, un allenamento dopo l’altro e una partita dopo l’altra.

Qual è il punto fondamentale di questa stagione da cui partire e su cui iniziare a costruire il vostro prossimo campionato di Top10?

Sicuramente la ricostruzione del gruppo, perchè noi cambiamo ogni anno circa il 25-30% dei giocatori, tra chi conclude il suo percorso universitario, chi lascia Torino dopo gli studi e chi entra in Prima Squadra dal settore giovanile: dovremo riamalgamare il gruppo e riuscire a portare la squadra ad un livello superiore sia sul piano fisico che tecnico, come richiesto dal nuovo torneo che ci aspetta.

Forse in pochi ricordano che Lucas D’Angelo iniziò la sua carriera italiana come giocatore prima del CUS Genova e poi della Pro Recco, per approdare poi in Piemonte e mettere radici lì, prima ad Asti e poi a Torino, dove ricopre il ruolo di Head Coach ed anche di Director of Rugby.

Nel CUS Torino c’è anche un altro pezzettino di Liguria, che è molto caro a chi scrive: il terza linea Davide Ciotoli, dalla Riviera di Levante, classe 1996 e già una lunga carriera alle spalle, iniziata a Recco quando era poco più che un bambino proseguita in giro per l’Italia tra accademie e massimo campionato, un ritorno a Recco con un paio di stagioni di vertice ed una finale di Serie A persa e poi l’università a Torino, il CUS e ora questa promozione in Top10.

“Riuscire a vincere una finale è un’emozione stupenda e me ne rendo conto doppiamente dopo aver vissuto a Recco gli anni di vertice e le finali perse, quel sogno che non si riusciva mai a raggiungere per un soffio. Appena è finita la partita a Roma, uno dei miei primi pensieri è andato proprio alla Pro Recco ed è come se portassi in Top10 anche un po’ di Pro Recco Rugby e alla famiglia recchelina dedico sicuramente una parte di questa vittoria, così come alla Liguria, la mia terra, a cui sono legatissimo. Ripenso spesso alla finale persa contro Reggio Emilia (stagione 2015/2016, ndr), so come ci si sente ed infatti capisco benissimo come stanno adesso i giocatori della Capitolina, a cui faccio tantissimi auguri per il futuro. Il mio augurio più grande però va sempre al Recco, perchè so che questo momento difficile è solo una fase di transizione e che lo straordinario modo di lavorare di un club dove nulla è regalato ma tutto è conquistato farà tornare la società nella posizione che merita. E’ pazzesco quello che sto vivendo in questo momento, devo ancora realizzarlo appieno e spero di rifarlo con la Pro Recco”.

E qui, scusate, ma a chi scrive scende una lacrima.

Salutato il CUS Torino, la Serie A 2022/2023 vedrà ai nastri di partenza quattro nuove squadre, promosse dalla Serie B: CUS Milano, Patavium (Rubano e Selvazzano, provincia di Padova), Rugby Parma e Primavera (Roma). La Capitale si troverà quindi con ben tre squadre nel campionato cadetto: la Lazio, retrocessa dal Top10, la Capitolina, che ha fallito la promozione e appunto la Primavera, ritornata in A dopo qualche stagione, mentre Milano ritroverà un derby, con il neopromosso CUS che raggiunge l’ASR.

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Foto di Nicolò Canestrelli, si ringrazia Itinera CUS Torino)

Galles-Italia: quella fuga per la vittoria

La corsa di Ange Capuozzo che lascia di sasso il Galles e lancia Padovani in meta in mezzo ai pali sul filo del fischio finale di Galles-Italia, facendo scoppiare in lacrime per la gioia la quasi totalità degli appassionati italiani di rugby mi ha riportato alla mente il finale del film Fuga per la Vittoria, l’evento inaspettato, glorioso ed emozionante.

Chiusa la divagazione cinematografica, rimane la cosa che mi ha colpito di più di questa vittoria: le lacrime, una volta tanto di gioia. Quelle di chi era in campo, che perdere sempre è difficile, è un macigno, crea pressione e fa piovere critiche, ma soprattutto quelle di chi era davanti alla tv: su facebook si sono immediatamente moltiplicati post e commenti di persone che sono scoppiate a piangere al fischio finale, esattamente come Garbisi e gli altri a Cardiff.

Quando nel 2016 (il tempo vola…) l’Italia vinse a Firenze contro il Sudafrica, scrissi che, al netto di qualsiasi altro discorso o polemica, i tifosi italiani quella vittoria se la meritavano tutta, e ora è la stessa cosa.

Noi appassionati di rugby in Italia dobbiamo ingoiare tante sconfitte e il fatto di sentirci sempre dire: “ah sì, il rugby… ma la Nazionale perde sempre”. Una vittoria ogni passaggio di cometa non cambia gli enormi problemi del rugby italiano ma almeno fa bene allo spirito ed è una piccola ricompensa per la passione e la pazienza, più uniche che rare, dei tifosi italici: nelle lacrime di ieri c’è tutto questo.

Ho guardato il secondo tempo della partita a Milano, in un pub, con amiche e amici “ovali” e qualche altro avventore che guardava distrattamente lo schermo. Sia noi che i telecronisti che gli altri spettatori occasionali eravamo ormai rassegnati all’ennesima sconfitta (sarebbe stata la numero trentasette di seguito al 6 Nazioni), quasi già contenti di essercela comunque giocata al Millenium.

Poi è successo che Ange Capuozzo, 177 cm per 71 (!!!) kg e una bella faccetta da scugnizzo ventiduenne, si inventi un’azione d’attacco che lascia di sasso la difesa dei Dragoni e regali a Padovani un pallone che va solo schiacciato al di là della linea: è la meta del 21-20, ancora da trasformare. Garbisi va sulla piazzola con il peso di un torneo, di una stagione, di una carriera e di un Paese sulle spalle, e non sbaglia: 21-22 e fischio finale.

La partita ha regalato anche uno dei più bei gesti sportivi che meritano di essere ricordati: il Player of the Match Josh Adams, votato, come da prassi, ad una decina di minuti dalla fine della partita e con il Galles che sembrava lanciato verso la vittoria, avvicina Capuozzo che sta festeggiando con la bandiera sulle spalle dei compagni di squadra e fa per consegnargli la medaglia appena ricevuta. Capuozzo lo guarda incredulo, gli richiude la mano, lo ringrazia e lo abbraccia. Ecco, io ho pianto parecchio anche qui.

Nato in Francia, nonni napoletani a cui deve il cognome e la maglia azzurra, Ange gioca nella seconda divisione francese, a Grenoble, la sua città e nome che rievoca nei tifosi italiani uno dei più bei ricordi della storia ovale tricolore: molti parlerebbero di un segno del destino.

Sicuramente è ancora presto, il ragazzo è giovane e ha appena iniziato la sua parabola ascendente, della quale si è subito accorto anche il club più forte e storico di Francia, lo Stade Toulousain, espressione di una delle tante città che oltralpe vivono il rugby fino alle ossa (invidia) e con una valanga di milioni di budget (invidia).

Tutto bene e tutto bello? Quasi, ma non proprio, perchè Capuozzo apre uno squarcio, che andrebbe obbligatoriamente approfondito da chi di dovere, sulle politiche di formazione, crescita e gestione dei giovani ruggers italiani da un decennio a questa parte: il suo fisico è ampiamente al di sotto dei parametri ritenuti validi per scremare i ragazzi dopo la maggiore età, non si è formato nella filiera accademica italiana e gioca all’estero (beninteso che il Pro D2 francese supera ampiamente come livello, budget, competitività e valore il Top10 italiano).

Visto che la mancanza anche solo strettamente numerica di giocatori di alto livello è il problema più grave del rugby italiano, quello da cui scaturiscono le troppe sconfitte e le poche soddisfazioni sia a livello di nazionale che di club, si impone una troppe volte rimandata profonda riflessione su tutto il sistema, perchè non può bastare una vittoria al 6 Nazioni ogni sette anni.

Sette anni sono una vita e nello sport professionistico rappresentano praticamente un’era: non si chiede all’Italia di vincere il 6 Nazioni, ma di vincere partite con una certa continuità sì e dopo vent’anni e fischia di partecipazione non deve essere un’utopia. Non si chiede all’Italia di vincere un mondiale, ma di passare il primo turno sì, perchè qui gli anni sono ancora di più ed è ampiamente ora. Non si chiede all’Italia di arrivare alla vetta del ranking IRB ma di fare passi avanti sì, perchè è ormai stata superata da squadre che onestamente dovrebbe riuscire a tenere dietro.

A proposito di mondiali, la Francia, che procede come un TGV verso la RWC casalinga dell’anno prossimo, ha vinto il 6 Nazioni con annesso grande slam, cioè vincendo tutte le partite: i Galletti fanno paura, sono giovani, fortissimi e si godono, tra i tanti ottimi giocatori, le nidiate che hanno vinto due mondiali U20 di seguito.

Anche la nostra U20 non va male e vince ben più della nazionale maggiore, ma poi non funziona come in Francia e qui si apre un altro squarcio: con quale livello e quali competenze tecniche si trovano ad entrare nel rugby “dei grandi” i giovani transalpini e con quali i nostri? E che livello trovano ad accoglierli da professionisti? E’ chiaro che rugbysticamente tra i due paesi c’è un abisso, ma nel 6 Nazioni ci siamo noi tanto quanto loro e quindi è inevitabile fare accostamenti, con loro e con le altre quattro squadre: onori (e milioni) e oneri di essere nel tier1 e nel torneo ovale più antico del mondo.

Chiudo con una facile riflessione sulle basi della comunicazione, di cui avevo già chiacchierato anche con Davide (Macor) via teams: vincere porta attenzione. L’attenzione porta spazi. Gli spazi significano che parlano di te anche dove di solito non vieni mai calcolato, quindi al di fuori dei canali specializzati. Comparire con una vittoria anche al di fuori dei canali specializzati significa arrivare ad un mucchio di gente in più. Arrivare ad un mucchio di gente in più significa che domani qualche bambino vorrà iscriversi a rugby perchè ha visto Capuozzo festeggiare al tg e che i suoi genitori saranno in brodo di giuggiole per uno sport che gli ha fatto vedere il gesto di Adams. Tanti bambini che si iscrivono a rugby vuol dire che aumenteranno, se poi li si saprà motivare e far crescere, i possibili Azzurri di domani.

Insomma, ho aperto con Fuga per la Vittoria e chiudo con La Fiera dell’Est…!

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Nota: foto dal web)

Storie dal paesello: la musica, il talento, la passione, la vita di un musicista d’orchestra!

Io so molto poco di musica e non ho nessuna dimestichezza con gli strumenti musicali: la tragica esperienza del flauto alle medie mi è bastata per capire che non era cosa per me!

Per questo, incontrare qualcuno che, invece, della musica ha fatto la sua vita e nella sua versione più “alta”, ovvero in un’orchestra, non poteva che colpirmi e incuriosirmi. Anche perchè un’orchestra e i suoi musicisti sono una cosa fighissima, così eleganti, quasi solenni, capaci di suscitare emozioni fortissime con la loro musica, di trasportare in altri mondi, di rendere davvero l’idea di quella che si chiama “eccellenza”.

Così ho organizzato una chiacchierata con Davide, classe 1990, fratello della mia amica e storica compagna di pallavolo Laura, di undici anni più grande di lui e a sua volta insegnante di musica e direttrice della banda musicale del paese.

Quando Davide era piccolo, Laura già suonava e frequentava il conservatorio a Milano e ricordo che mi diceva “in casa il più dotato per la musica è Davide, ha un orecchio quasi assoluto e gli viene così facile suonare!”.

Evidentemente aveva ragione, visto che il fratellino oggi, ancora giovanissimo, ha già alle spalle una bella carriera e suona in un’orchestra stabile, la Filarmonica Toscanini di Parma.

La chiacchierata ha preso forma il 1 maggio 2021 davanti a prosecco e “Rodeo” e credo di aver imparato più cose di musica in meno di un’ora che in più di quarant’anni di vita, pur non avendole capite tutte: ecco perchè mi piace tanto parlare con le persone che mi suscitano interesse e curiosità!

Davide suona il corno, uno strumento che ho capito essere piuttosto complesso, anche se aveva iniziato, oltre che con il famoso flauto delle medie (che lui sicuramente suonava meglio di me!), con il pianoforte e, appena arrivato nella banda del paesello, con la tromba. Ma le trombe erano già troppe e mancava un corno e quindi, corno fu!

Spinto dall’insegnante di musica Prof. Magli, a quattordici anni Davide superò l’esame di ammissione al conservatorio di Bergamo, accompagnato da Laura con una 600 Sporting dove il musicista ancora in erba si sdraiò stremato sul suo vestito da sposa, appena ritirato per il matrimonio imminente.

Sette anni di conservatorio con Massimo Capelli, le prime esibizioni e poi, ad un corso estivo, l’incontro con Luca Benucci, primo corno del Maggio Fiorentino, che lo nota e lo invita all’esame di ammissione al conservatorio di Cesena, per due anni di “specializzazione” dedicati, oltre alla continua crescita tecnica, anche a capire e scoprire il mondo e il metodo di audizioni, concorsi e orchestre.

Durante questo biennio arrivano così audizioni (per singole esibizioni, opere o concerti o contratti di breve durata) e concorsi (per posti più stabili): qualche ruolo minore alla Scala di Milano, tanti teatri in giro per l’Italia e poi, a ventitre anni, l’ingresso nell’Orchestra Giovanile Cherubini del Maestro Muti, riservata a grandi talenti Under 30.

“Sono stati tre anni di lavoro intenso e di esibizioni importanti in tutto il mondo: davanti ai reali di Spagna, a principi degli Emirati Arabi, nel Nord Europa, insomma, ovunque e davanti a platee di migliaia di persone. Una grandissima esperienza per un giovane musicista ma, dopo tre anni, ho deciso che era ora di ricominciare cn le audizioni e i concorsi, perchè non volevo adagiarmi in una situazione che, in ogni caso, sarebbe stata solo temporanea”. Capito il ragazzo?

Riprendono le esibizioni in tutta Italia: Bari, Firenze, Bolzano, il Teatro San Carlo di Napoli. Nel mezzo, anche un’audizione nientemeno che all’accademia dei Berliner Philarmhoniker, alla quale si accede solo se invitati e che non può essere ripetuta se va male: “mi hanno detto che avevo suonato bene ma avevo commesso qualche errore, quindi niente da fare, ma non dimenticherò mai l’esperienza di quella sala da concerto e l’emozione di suonare davanti a membri di quell’orchestra!”.

Nel 2017 va in pensione il secondo corno (e ho scoperto che c’è tutta una scienza anche dietro al primo, secondo e così via di ogni strumento, con differenze sostanziali anche nel modo di suonare di uno piuttosto che dell’altro) dell’Orchestra Filarmonica Toscanini di Parma e viene dunque indetto il concorso per sostituirlo. E’ cosa diffusa, a queste prove per i concorsi, che i candidati suonino nascosti da una tenda, di modo che la commissione possa concentrarsi di più e solo sui suoni che sente. Solo nelle prove finali, quando i candidati ormai sono pochissimi, suonano “alla luce del sole”.

“Ho vinto il concorso e la mia vita è diventata pienamente quella di un musicista d’orchestra professionista: facciamo prove al mattino e al pomeriggio, abbiamo il lunedì libero, suoniamo (in condizioni normali, senza Covid) ogni fine settimana, il giorno del concerto o dell’opera facciamo due ore ulteriori di rifinitura, che si chiama “assestamento”, con alcune differenze a seconda del tipo di esibizione e di quello che dobbiamo suonare. La nostra orchestra è composta da 52 elementi ma, se le partiture lo richiedono, possiamo aumentare fino a 70 e più musicisti”.

Durante la chiacchierata ho scoperto mille aneddoti, tantissime nozioni tecniche di cui non avevo idea e moltissime curiosità che fanno parte di una professione ed una vita sicuramente particolari ma che, parlando con Davide che le vive da anni, sembrano al contempo normalissime. Ho sentito parlare di musica citando Mozart e Beethoven non solo a memoria, ma anche con riferimenti che per i comuni mortali sono praticamente arabo, ho scoperto che un corno valido costa circa 7-8.000 Euro, che un buon violino da concerto è sui 20.000 Euro ma ci sono primi violini che suonano strumenti che ne valgono 200.000 e archetti da 20.000. Ho anche scoperto che però, alla fine sono buoni investimenti, perchè non si deprezzano mai. Insomma, se avete 200.000 Euro che non sapete come investire, lasciate perdere case e dipinti: un bel violino e via!

Davide non era convinto della mia idea di scrivere su di lui, perchè “ma mica sono un Berliner!”, ma non serve parlare per forza con un “Berliner” per trovare eccellenza, passione e modestia. Bravissimo Davide!!!

P.S. durante la chiacchierata/aperitivo la ragazza di Davide, Pamela, anche lei del paesello bergamasco e anche lei insegnante di musica, ha cercato di chiamarlo al cellulare più volte: prima sul suo, che era in tasca chissà dove e poi ha messo la modalità volo, poi su quello di Laura e poi anche su quello di Valerio, marito di quest’ultima. Il commento di Valerio a queste telefonate, che hanno creato una situazione piuttosto divertente, è stato un laconico “è un artista”!

Luna Rossa ma anche un po’ Ovale: una chiacchierata con Michele Cannoni

Michele Cannoni, quarantadue anni, di Recco, boat captain di Luna Rossa, appena tornato in Italia con tutta la famiglia dopo sette mesi in Nuova Zelanda. Pallanuotista in gioventù e velista da quando era un bambino, appassionato e conoscitore di rugby e padre di Leonardo, oggi quattordicenne e già “Squaletto” nelle giovanili della Pro Recco Rugby.

Uno sportivo così di rilievo e al contempo tanto vicino al mio mondo ovale “di casa” non poteva che suscitare in me attenzione e curiosità, anche grazie ai post social della moglie Patty, madre di Leonardo e quindi “mamma biancoceleste”, che ha aiutato noi tutti a seguire più da vicino e con grande emozione la straordinaria esperienza di Luna Rossa, così italiana e “nostra” anche dall’altra parte del mondo.

Premessa: io sono parecchio ignorante per quanto riguarda vele e barche ma, come tutti, tifo Luna Rossa quando c’è la Coppa America. Così, non vedevo una regata da un bel po’ di tempo quando, facendo zapping su Sky durante la Prada Cup, mi sono imbattuta nella differita di una delle gare di Luna Rossa. Bello il mare, belle le vele, guarda come viaggiano e… porca miseria… la mia tv dà i numeri o queste barche non toccano l’acqua???

Così, il super tecnico e paziente Michele mi ha spiegato in modo comprensibile come si tratti “semplicemente” di portanza, esattamente come per gli aerei: la spinta del foil che sta dentro l’acqua e dell’elevator del timone, insieme all’angolo di attacco dei flap, creano la portanza che solleva lo scafo dall’acqua, esattamente come meccanismi analoghi fanno sollevare gli aeroplani e li tengono in aria.

Insomma, le automobili ancora non volano, ma le barche sì!

Esaurito questo preambolo di ignoranza (mia) vs scienza e maestria (sue), ecco la mia chiacchierata con un super velista anche molto ovale.

Michele, come si diventa boat captain di Luna Rossa? Recco, il mare, la vela e…?

Ho iniziato ad andare in barca a vela a sei anni, sempre supportato e incoraggiato da mio padre e da mio nonno, che aveva una barca dove passavo tantissimo tempo durante l’estate. In quanto recchelino ho ovviamente giocato a pallanuoto e, mentre crescevo nelle giovanili della Pro Recco, uscivo in barca e facevo regate non appena potevo. Ho iniziato a venire chiamato per gareggiare su barche più grandi e, dal 2001, è diventato il lavoro con cui mi mantengo. La mia prima esperienza su Luna Rossa risale al 2003: sono stato prodiere alla Louis Vuitton Cup del 2007, con base a Valencia. Dal 2008 al 2018 ho gareggiato nel team di American Magic diventando boat captain e, nel 2017, Max Sirena, skipper di Luna Rossa, mi propose di entrare nel nuovo progetto per l’America’s Cup. Ho accettato e nel 2019 io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a Cagliari, base di Luna Rossa, e poi, da settembre 2020, siamo andati tutti a Auckland.

Tuo figlio Leonardo in Italia giocava a rugby, tu sei un appassionato della palla ovale e avete vissuto per mesi nella culla degli All Blacks: ricordo di aver visto sui tuoi social delle foto allo stadio, a vedere i Tuttineri!

Purtroppo Leo non è riuscito a giocare a rugby laggiù, perchè quando siamo arrivati era estate e le scuole erano in vacanza: la pratica del rugby a livello giovanile là è strettamente collegata alla scuola e durante le vacanze è riuscito a giocare solo un po’ a touch rugby in qualcuno dei bellissimi parchi di Auckland. Però ci siamo potuti godere la fantastica NZL-AUS dell’Eden Park a ottobre, con lo stadio gremito ma in assoluto silenzio durante la Haka: grande emozione!

Durante le regate Luna Rossa ha ricevuto visite ovali di un certo livello: Richie McCaw e John Kirwan, kiwi molto legato all’Italia e non solo per essere stato Commissario Tecnico della Nazionale.

Richie McCaw è un pilota di alianti ed elicotteri ed è preparatissimo sulla fisica delle ali: gli ho mostrato i sistemi della barca e ho subito capito che conosceva bene i meccanismi di portanza e aerodinamica. Con mio figlio poi abbiamo guardato il docu-film su di lui, che è davvero bello. L’incontro con Kirwan è stato molto divertente: in un quartiere di Auckland c’era stata una sorta di fiera dell’italianità, con stand di prodotti italiani, mi avvicino ad uno che proponeva grappe, quasi un miraggio downunder, dove una ragazza molto alta mi ha subito risposto in italiano, spiegandomi di essere la figlia dell’ex All Black John Kirwan, lì presente, che produce vino e distillati con l’etichetta “JK”. Quando poi è venuto a vedere la barca, ci ha portato il vino!

(Nota: gli anni in Italia e in Veneto hanno lasciato dunque il segno non solo in ambito sportivo nella famiglia Kirwan: papà giocatore, allenatore e CT di rugby, la figlia Francesca pallavolista fino alla A1 con la maglia di Conegliano e, imparata l’arte, un’attività di produzione di vini e grappe! Prosit!)

Da sportivo e da papà, quali sono le cose principali che vorresti che tuo figlio imparasse dallo sport, che sia vela, rugby o qualsiasi altra disciplina?

(Nota: qui ci vuole l’espressione letterale usata da Michele)

Una cosa soltanto: che i risultati non vengono per culo. Ti devi impegnare, devi buttarti, non devi preoccuparti del giudizio degli altri, devi dare sempre il massimo perchè, come in ogni ambito della vita, altrimenti non puoi ottenere quello che vuoi.

Arriva ora la più classica delle domande: cosa ti è mancato di più della Liguria e dell’Italia, durante i lunghi mesi dall’altra parte del mondo.

(Nota: alla più classica delle domande, arriva la più classica delle risposte)

La focaccia di Tossini, con le cipolle e al formaggio, il pesto di mia mamma e le acciughe, che là non esistono, ci sono delle grosse sardine oceaniche, ma niente acciughe.

Quali sono ora i programmi della famiglia Cannoni? La Pro Recco Rugby spera di rivedere presto Leo al campo!

Anch’io spero possa tornarci molto presto, anche perchè ha bisogno di riambientarsi in Liguria, dopo un anno in Sardegna, dove ha giocato con la maglia del Capoterra, e i sette mesi di esperienza straordinaria, ma anche non sempre facile per un adolescente, in Nuova Zelanda. Ora lui intanto finirà la scuola per dare l’esame di terza media, mia moglie Patty tornerà a lavorare nel suo ufficio e io in estate sarò impegnato con delle regate in Europa con un team straniero, poi deciderò cosa fare più in là.

Grazie Michele per la grande disponibilità, grazie Patty per averci fatto vivere da vicino le grandi emozioni di Luna Rossa e un abbraccio a Leonardo che, tra qualche anno, metterà sicuramente bene a fuoco le esperienze che ha vissuto e la loro grande ricchezza!