Sconfitti e festanti: le partite dell’Italrugby

Sconfitti e festanti: il paradosso delle partite dell’Italrugby, con il contorno che oscura del tutto l’evento. Riflessioni da inviata sul campo per i Pirati del rugby, sul cui sito www.rugby-pirates.com compare questo stesso scritto, insieme a molti altri contenuti.

Non è facilissimo spiegare cosa sia davvero una partita dell’Italrugby all’Olimpico. Non lo è perché si tratta di cercare di spiegare il motivo per cui decine di migliaia di persone decidono di andare a vedere una partita di una squadra che vince praticamente ad ogni passaggio di cometa.


Facendo però un giro attorno allo stadio già da tre ore prima dell’incontro, si inizia ad intuire qualcosa, e si formulano sia pensieri molto positivi che un po’ amari.


Una partita di rugby dell’Italia è, fondamentalmente, una festa: nessun problema di sicurezza, birra, amici, sorrisi, musica, foto e abbracci con i tifosi avversari, il clima di Roma solitamente dolce (neve del 2012 a parte!), i ritrovi con amici di ogni parte d’Italia, un divertimento sicuro anche per i bambini, e così via.


Bene, tutto bello e positivo, ma la partita dove si colloca? Ecco, qui nasce il problema. Un problema che, però al tempo stesso, è diventato una forza ed anche un salvagente. La partita è solo un accessorio, è in secondo piano rispetto alla festa.


Questo fa sì che, con buona pace dei tanti che non riescono proprio a capire come sia possibile, una Nazionale che perde un gran numero di partite e che rimedia anche figure non proprio bellissime, riesca ancora a portare allo stadio un gran numero di persone. E dire che anche lo stadio in questione non è proprio amatissimo: la visuale non è granché, è fin troppo grande e dispersivo, non è uno stadio “da rugby”.


Però è diventato, dal 2012 ad oggi, un perfetto stadio “da festa”: difficile eguagliare le statue dello Stadio dei Marmi e il Foro Italico come cornice per il Villaggio del Terzo Tempo, per il prepartita di festa dei tifosi di casa ed ospiti.


È, per molti versi, una sorta di miracolo ma, al contempo, è qualcosa di estremamente negativo sportivamente parlando, perché non si tratta di partite di beneficenza ma di incontri di un importantissimo torneo internazionale, dove i risultati contano eccome.


E il risultato, anche al termine di questa Italia-Scozia, è stato francamente deprimente, così come la partita: indubbiamente brutta la seconda e decisamente orrido il primo (0-17), ma la festa non è stata intaccata minimamente, con i concerto dei The Kolors, la birra, le risate, gli amici, la bellezza di Roma, il clima mite, etc etc.


54.349 spettatori (numero ufficiale) che, a parte qualcuno, hanno istantaneamente archiviato la brutta sconfitta come un qualcosa di abituale/inevitabile ed un dato del tutto trascurabile nella dinamica della giornata di festa. Peccato che, in teoria, l’evento del giorno fosse proprio la partita, un incontro del 6 Nazioni, un appuntamento sportivamente importantissimo.


Franco Smith, non contato tra i 54.349 ma, purtroppo per lui, comunque presente, la festa, invece, proprio non sa dove sta di casa: arriva in sala stampa scuro in volto e con la faccia di uno che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Cerca di schivare le facili bordate dei giornalisti e lo fa provando ad addolcire la pillola, difendendo a spada tratta la sua squadra nonostante una prestazione francamente inguardabile. Si può dire che siamo un po’ stufi di dichiarazioni come queste?


Anche Capitan Bigi in sala stampa aveva l’espressione di uno che avrebbe preferito essere seduto su un nido si formiche rosse piuttosto che lì dove stava. Alla domanda sul breakdown ha risposto com sincerità, ammettendo le responsabilità azzurre su una fase di gioco che è stata resa troppo redditizia per la Scozia.


Facciamo che preghiamo che il miracolo della festa che se ne frega delle partite duri ancora il più a lungo possibile.

Cruise Emirates

Ci ho pensato su un po’ a come avrei potuto trovare un riferimento ovale da mettere in questo diario di viaggio e, alla fine, l’ho trovato: a Dubai abbiamo pescato un grosso tassista sudafricano, appassionato di rugby! Detto questo, è un racconto che si inserisce nella parte “and more” del nome di questo mio piccolo blog!

Le tre viaggiatrici “invernali”, questa volta, dopo alcuni giri ai Caraibi e una sortita alle Maldive, hanno un po’ tralasciato il mare, nonostante si stia parlando di una crociera, e si sono lanciate in una settimana più di scoperta: niente isolette e spiagge, sostituite da quella che per noi era una galassia praticamente sconosciuta, ovvero la Penisola Arabica.

Mai come questa volta la nave (Costa Diadema, per la cronaca, classe 2014, made in Marghera) è stata solo un mezzo di trasporto tra un luogo e l’altro da visitare, con quattro città in una settimana, in una zona di mondo assai particolare.

DUBAI

L’Emirato più famoso merita la sua fama ed anche una visita: bastano un paio di giorni, ma va visto! Difficile descrivere l’effetto di questa “oasi” di grattacieli nel deserto, in un posto dove, fino agli anni ’90, c’era solo sabbia.

Ora c’è il grattacielo più alto al mondo, l’incredibile Burj Khalifa, con un ascensore che ti spara al 124° piano (a 550 metri di altezza) in un minuto netto e ti fa sentire veramente minuscolo ed anche incredulo, mentre guardi quel panorama che ha dell’assurdo. Per la cronaca, il grattacielo, in tutto, di metri ne misura 829,80 (antenna/guglia compresa).

Ricordo di aver visto un bellissimo documentario di NatGeo sulla costruzione del Burj Khalifa e ricordo che, attorno al cantiere, c’era sabbia. Ora, ci sono altri grattacieli e, soprattutto, il Dubai Mall, centro commerciale più grande al mondo, un laghetto artificiale ed un souk “effetto vintage” affacciato sul medesimo laghetto insieme ad un numero imprecisato di ristoranti e affini. Il Dubai Mall è qualcosa di mostruoso e, oltre ad un numero infinito di negozi di ogni marchio esistente sulla terra ed altrettanti bar e simili, contiene al suo interno una parete con cascata, una vasca enorme con pesci tropicali e persino squali ed uno stadio del ghiaccio con tanto di tribune. Il tutto, giova ricordarlo, nel deserto.

Quando cala il sole, l’area della Dubai Marina, diventa l’ombelico del mondo: dopo essere stata a Times Square, è stata la prima volta in cui ho sentito di nuovo questa sensazione, con tanta gente da tutto il mondo, le luci, la perfezione di un luogo creato e sviluppato per essere esattamente questo.

Il giorno dopo, invece, abbiamo voluto tastare una dimensione di Dubai assai diversa, con la visita guidata ad una piccola moschea. Un’associazione locale organizza da anni queste visite, per far scoprire e conoscere le basi dell’Islam e promuovere il dialogo e l’apertura: molto interessante ed eccellente iniziativa. A due passi c’è un bel supermercato, dove svuotare gli scaffali dei datteri!

Il Sovrano, negli anni ’90, ebbe l’idea di aprire le porte a zero tasse a chiunque volesse investire e costruire a Dubai e così ha preso il via la nascita di quello che l’Emirato è ora. Il petrolio qui finirà tra pochi anni e il turismo e gli investimenti di ogni genere sono il “piano B” già in preparazione da anni.

Intanto, nel 2020, Dubai ospiterà l’Expo, e non fatico ad immaginare che sarà un qualcosa di clamoroso!

La mia unica perplessità riguarda il clima: a dicembre, poco meno di 30 gradi e un’umidità sorprendente per una zona che credevo secchissima, mentre in estate, ci è stato detto, anche tra i 50 e i 60 gradi…!

MUSCAT

Affacciato anche sull’Oceano Indiano, l’Oman era per me un esotico mistero! Credo sia un paese che meriti di essere visitato e scoperto e non escludo di tornarci: da poco è diventato una meta balneare sempre più gettonata e ci sono infinite possibilità di andare a visitarne il deserto, che pare essere bellissimo.

Abbiamo fatto un’escursione alla scoperta della capitale, visitando da fuori un’importante moschea e facendo tappa al Souk e al pazzesco palazzo del Sultano. La guida era un indiano che parlava italiano e ci ha fatto notare, tra le altre cose, la pulizia assoluta della città e la perfezione di parchi e aiuole, anche qui nel deserto, praticamente senza acqua dolce disponibile naturalmente e con, in estate, più di 60 gradi.

Pare che questo Sultano, venerato come un santo e dalla vita misteriosissima, abbia praticamente costruito e modernizzato il paese nel giro degli ultimi quarant’anni, partendo da una sola strada tracciata in mezzo alla sabbia.

DOHA

Abbiamo fatto un giro per la città con uno di quei bus panoramici “hop on hop off” e Doha soprende allo stesso modo delle altre città di acciaio e vetro spuntate nel deserto: grattacieli, cantieri ovunque, lusso e strade a 6 + 6 corsie.

Il Qatar è in gran fermento perché, nel 2022, ospiterà i mondiali di calcio.

Nel frattempo, ogni anno fa furore il campionato nazionale di falconeria: il falco è, per tradizione, un animale importantissimo e quasi venerato nella Penisola Arabica, così come il cammello.

Tradizione e modernità, come nel bellissimo souk di Doha: vista grattacieli, pieno di turisti e di negozietti che si sono adeguati ma anche di abitanti del luogo e di commercianti che dei turisti se ne fregano allegramente, non parlando una parola di inglese ed accettando solo la moneta locale. Inoltre, esistono ancora parti del del souk dedicate ai cammelli e alla falconeria.

ABU DHABI

Un altro dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi è meno vistoso ma ancora più ricco di Dubai: qui di petrolio ce n’è ancora in abbondanza e governa il figlio di Zayed bin Sultan Al Nahyan, un sovrano morto nel 2004 e ancora oggi venerato come un santo, la cui faccia è ovunque, incluso in versione luminosa sulle facciate dei grattacieli.

Costui, dai primi anni ’70 fino alla sua morte, ha di fatto costruito Abu Dhabi, dopo aver chiesto ed ottenuto l’indipendenza alla regina Elisabetta. Seduto su un mare di petrolio, ha realizzato un paese stabile e ricchissimo, che può permettersi di pagare tutto per i propri cittadini.

La nostra guida alla meravigliosa escursione “by night” alla Grande Moschea (intitolata, ovviamente, al re di cui sopra, che ne aveva voluto ed iniziato la costruzione, terminata poi dal figlio dopo la sua morte) era un simpatico e molto bravo ragazzo egiziano, guida ad Abu Dhabi per sette mesi l’anno e alle Piramidi per quelli rimanenti. Perché non una guida del posto? Molto semplice: perché i cittadini, quindi gli emirantini di origine, praticamente non lavorano, se non negli affari e in cariche pubbliche, e sono ricchissimi. Si parla, per tutti e sette gli emirati, di un milione di persone, contro nove milioni di stranieri che, di fatto, costruiscono e fanno funzionare tutto con il loro lavoro.

La moschea, quarta al mondo per dimensioni, è veramente incredibile: bianchissima (marmo di Carrara), luminosissima (lampadari Swarowski), oro, stucchi e, nella sala di preghiera, il tappeto fatto a mano più grande al mondo (60 × 70 metri, realizzato in Iran, un nodo dopo l’altro).

Prima dell’ingresso c’è una vera galleria commerciale, con bar e negozi: ormai è un’attrazione turistica visitata da tantissime persone e, quindi, perché non approfittarne? Resta però inflessibile la questione abbigliamento: se non è consono alle regole, non si entra prima di aver rimediato con abiti prestati appositamente sul posto.

Il giorno dopo siamo andate a visitare il Palazzo Reale (Qasr Al Watan), un altro tripudio di marmo bianco, oro e fasto, anche solo nella piccolissima parte del complesso ad essere aperta al pubblico.

Dubai e Abu Dhabi sono distanti solo 140 km e sono strettamente connesse nel lavorare insieme per crescere: la prima è più conosciuta, la seconda ha più spazio e più petrolio e, entrambe, corrono veloci e sono piene di cantieri e di soldi.

Devo dire che, anche se ho adorato l’energia di Dubai e la pazzesca Burj Khalifa, mi è piaciuta di più Abu Dhabi, che ha anche sicuramente più cose da vedere, tra cui una succursale del Louvre ed anche, per i fans, il parco a tema della Ferrari.

Tre donne in vacanza sole, in una zona del mondo non considerata propriamente “femminista”: come è andata? Molto bene direi, anche dal punto di vista della sicurezza che abbiamo percepito. Abbiamo deciso di girare “fai-da-te” Dubai e Abu Dhabi (escursione alla Grande Moschea a parte, ma perché ci interessava e piaceva), di fare una via di mezzo a Doha, mentre abbiamo preferito andarcene in giro solo in escursione a Muscat, che non conoscevamo quasi neanche di nome.

Abbiamo scoperto paesi in crescita e affacciati sull’Occidente ma, al contempo, sempre saldamente attaccati alle tradizioni, segnati dagli antichi meccanismi sociali e non solo della vita nel deserto e, naturalmente, indissolubilmente legati alla religione islamica.

Credo sia molto difficile per noi immaginare una vita costantemente, quotidianamente e concretamente tanto influenzata dalla sfera religiosa e la cosa che mi ha colpita di più in questo viaggio è stata senz’altro questa coesistenza di crescita, modernità, globalizzazione, contaminazione, ricchezza ed Islam.

Ovunque ho visto e percepito richiami alla conoscenza e alla promozione di un Islam moderato e aperto, fermo restando, come già detto, la per noi impensabile influenza della religione e dei suoi precetti anche nella quotidianità del XXI secolo.

Credo che la perfetta rappresentazione di questo sia stato il momento di preghiera nel Dubai Mall: sui display sparsi per tutto il centro commerciale compare un’icona che richiama una moschea e la musica in filodiffusione lascia per qualche minuto spazio alla voce del muezzin. Poi riparte la musica e tutto torna alla “normalità” (la nostra, perché la loro è quella).

La guida alla piccola moschea che abbiamo visitato a Dubai, quella dell’associazione culturale e religiosa, era una signora inglese trasferita e convertita da più di vent’anni: impeccabile accento British e tutta coperta, con lunga veste nera e l’hijab sui capelli e sul collo. Che dire? Molto bella ed interessante la spiegazione sui cinque pilastri dell’Islam e buone le risposte alle domande del gruppo, principalmente incentrate sulla questione dell’abbigliamento femminile, anche se la chiave di tutto, ovvero la volontà del tutto personale di vestirsi in un certo modo per praticare la modestia nei confronti di Allah, credo non abbia convinto fino in fondo nessuno dei presenti, così come la risposta sul burqa, spiegato come nato, così come l’abbigliamento tradizionale in genere, perché adatto a riparare da sole e sabbia del deserto. Nessun dubbio sull’origine “pratica”, ma qualcuno in più sulla volontà personale, sull'”utilità” attuale del doversi coprire in quel modo e, di riflesso, sulla concezione della donna che ci sta dietro.

Di sicuro abbiamo visto e percepito ovunque un grandissimo senso di regole e di ordine, che scaturiscono tanto dalla religione e da come viene praticata quanto da chi e come governa questi paesi.

Consiglio questa crociera a chiunque sia curioso di avere un assaggio di quella zona del mondo e mi sento di includere anche chi non ama le crociere e/o il mare, perché al centro di questo itinerario ci sono sicuramente i paesi visitati e il loro essere per noi molto diversi e con tanto da scoprire: la vita di bordo diventa molto marginale e sicuramente è un’esperienza di crociera distante anni luce da quello che può essere un giretto ai Caraibi.

Ci sono una marea di cose da vedere e scoprire nel mondo e io non sono “razzista” sulle modalità per farlo: va bene la crociera se è pratica per quel che voglio vedere e fare, o va bene il fly&drive altrove, oppure un viaggio organizzato per altre destinazioni ancora, e così via.

Next stop: chissà!

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

Confidence o non confidence? L’Italrugby e la vittoria

Per uno “scherzo” del calendario, dopo aver disputato le sue prime due partite al Campionato del Mondo di rugby 2019 l’Italia si ritrova in testa al suo girone, in virtù di due vittorie con il bonus contro Namibia e Canada. Le altre due squadre della poule sono Nuova Zelanda e Sudafrica che, ad oggi, 27 settembre, si sono solo scontrate tra loro e devono ancora giocare tutti gli altri incontri, ma intanto non pensiamoci…!

Come sappiamo bene, l’Italrugby ha un saldo vittorie/sconfitte assai deficitario, il periodo delle “onorevoli sconfitte” è ormai tramontato e resta in evidenza solo il risultato negativo.

Perchè questa premessa, dopo aver esordito parlando di due vittorie consecutive alla RWC? Perché, anche quando vince, l’Italia non sembra troppo convinta di saperlo e poterlo fare, quasi non ci fosse abituata e quasi non ci fossero abituati neppure i tifosi, ormai rassegnati, quando va bene, a qualche vittoria spot che lascia sempre il tempo che trova. L’esempio più lampante è la vittoria contro il Sudafrica in un test match del 2016: da lì, loro sono usciti dal loro periodo più buio e sono tornati a volare, noi siamo sempre dove eravamo, a camminare pian pianino un po’ avanti e un po’ indietro. La partita sccessiva sarebbe stata da vincere, senza se e senza ma, ed invece arrivò una sconfitta che mandò presto in soffitta l’effetto della precedente e clamorosa vittoria e troncato sul nascere ogni minimo accenno di continuità e solidità.

A Recco abbiamo da due anni un coach neozelandese che è in Italia già da una quindicina d’anni, parla italiano molto bene ma, inevitabilmente, ci sono alcune parole che tende a tradurre utilizzandole con il significato orignale che hanno in inglese e la principale di queste è “confidenza” come traduzione di “confidence”. È corretto, ma il significato della parola in lingua inglese è più ampio e più “carico” che in italiano: “confidence” è sì “confidenza” ma, soprattutto, “fiducia in sé stessi”, “sicurezza”, “affidamento” e arriva fino a “presunzione”.

Allora, riguardo alle due vittorie dell’Italia, mi sono chiesta: 《Ma questi ragazzi, abituati a perdere (suona malissimo, ma è purtroppo vero), quanta fatica fanno a vincere e a non scendere in campo già pensando, inconsciamente, che perderanno?》. Senza dimenticare che, per chi gioca nelle Zebre, questo effetto è ulteriormente amplificato: gente, mesi e mesi di sole botte e sconfitte sono un peso mica da poco.

Immagino senza difficoltà che siano seguiti da fior di mental coach per questo ma credo che neppure il più bravo del mondo valga quanto l’attitudine a vincere, quanto la “confidence” che nasce sul campo.

Durante Italia-Canada, con gli Azzurri largamente vincitori su un avversario di livello palesemente più basso e più sicuri di sé stessi ad ogni meta (a differenza della vittoria ma con una prestazione brutta e contratta contro la piccola Namibia), ho pensato: 《Ecco come si sentono gli altri (inteso, a piacere, come all Blacks, Irlanda, Inghilterra, etc) quando giocano contro di noi》. Ed anche come si sentono i loro tifosi (sigh).

“Bisogna saper perdere”, diceva la canzone, ma bisogna anche saper vincere e, per farlo, serve scendere ogni volta in campo sicuri di poterlo fare, anche quando sembra folle il solo pensiero.

L’Uruguay ha dato una bella lezione su questo e, nell’intervista post-partita del Capitano, che mi ha fatto commuovere, c’era una confidence pazzesca. Un’altra squadra che ne ha da vendere è l’Argentina: ci credono sempre, credono sempre in loro stessi ed in quello che possono fare. Poi capita che si possa perdere comunque, certo, ma la confidence, alla partita successiva, sarà di nuovo lì tutta, indipendentemente da chi ci sarà di fronte. E del Giappone ne vogliamo parlare?

A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.
(Nelson Mandela)

Tralascio, tra gli esempi, le Nazionali più forti, per le quali la confidence è un grande circolo virtuoso: aumenta vincendo, non si perde perdendo, più ce n’è e più si vince, e così via. Purché, però, non sconfini nell’ultimo dei significati: la presunzione.

L’Italia è nel 6N, è sopra alle Nazionali di terza fascia, perde sempre più terreno da quelle di prima e fa ormai seconda fascia quasi a sé. Va sempre di moda il concetto che giocare contro i più forti insegna, però questo è vero se qualche volta si vince o se, almeno, il divario non è troppo ampio, ma non se si prendono sempre e solo mazzate che, alla lunga, non insegnano più niente e disintegrano la fiducia.

L’essere una delle Sei Nazioni ci sta facendo, per alcuni versi, più danni della guerra e il divario con le altre squadre, nonostante una quantità parecchio elevata di sconfitte “istruttive”, continua ad aumentare.

Più Russia e meno All Blacks, per i nostri test match? Magari più Giappone e più Scozia, ad esempio. Argentina? USA? Fiji? Francia? Qualche vittoria (si spera!), nessun bagno di sangue già scritto (si spera!), nessuna passeggiata di salute e qualche sconfitta, forse davvero istruttiva e non solo demolitiva.

Non mi pronuncio sulla possibile incidenza dell’ “effetto-Parisse”, di cui si è ampiamente dibattuto in questi giorni, sulla vittoria sul Canada e sulla confidence dell’Italia: lo spessore dell’avversario era oggettivamente modesto e Parisse rimane fuori troppo di rado per poter creare una casistica. La vivacità del dibattito, comunque, condito anche da alcuni meme non da poco, fa capire che la questione è emersa e suscita riflessioni ed interesse.

Il Mondiale, ora, prevede per l’Italia le due partite contro Sudafrica e Nuova Zelanda: travestiamoci da Uruguay, facciamo finta che Canada o loro sia uguale, giochiamo per vincere e proviamo a non perdere. Se, alla fine, potremo dire “non abbiamo vinto” invece di “abbiamo perso”, il mese in Giappone sarà stato speso bene.

Colui che vince gli altri è potente, chi vince sé stesso è forte.
(Lao Tzu)

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Tanti contenuti sulla RWC 2019 e non solo, sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Di temporali, Settebello e Championship: un sabato mattina di fine luglio

Mattinata di sabato genovese con tuoni, pioggia a tratti ed un caldo umido da Vietnam monsonico. Accendo la tv mentre faccio colazione e sta per iniziare NZL-RSA, inni inclusi (vittoria senza storia per gli Springboks, ovviamente, che hanno uno degli inni più sensazionali e significativi al mondo!): finirà 16-16, con pareggio degli ospiti sul filo del fischio finale e stadio Nero ammutolito.

Sia All Blacks che Sudafrica saranno nel girone dell’Italia al mondiale, ma facciamo finta di non pensarci! Quello a cui di certo stanno pensando i neozelandesi è l’infortunio alla spalla di Brodie Retallick, miglior seconda linea al mondo ed uno dei giocatori più forti in assoluto tra coloro che calcano i campi del globo.

Intermezzo iridato con uno strepitoso Settebello che, stracciando la Spagna, si laurea campione del mondo di pallanuoto. Faccio finta di non aver espresso mentalmente nessuna considerazione “squisitamente tecnica” sulle inquadrature di esultanza della panchina ad ogni segnatura…! Belli, bravi e Campioni!

Altro intermezzo con spazzolatura dei gatti, trasformati in soffici piumini. Peccato fosse diventata un soffice piumino anche la casa e quindi, mentre il Settebello strapazzava la Spagna, io ero strapazzata dal pelo che cercavo di levare dal pavimento…!

Australia-Argentina, che il fuso orario ha fatto iniziare alle nostre 11.45, parte già bene perché il telecronista è il bravissimo Moreno Molla. Molto bene anche che l’arbitro sia il Kiwi O’Keefe, titolatissimo nella classifica “tecnica” del 6N di qualche mese fa! Sono le due squadre sconfitte nel primo turno di questo Championship ristretto pre-RWC e vincere è importantissimo per entrambe.

L’Australia è in un periodo complicatissimo della sua storia ovale, mentre l’Argentina, storicamente, geograficamente, culturalmente e caratterialmente quanto di più lontano dalle altre tre squadre del Championship, sta seguendo il suo massivo e coraggioso programma di crescita e sviluppo che ancora, per i Pumas, nonostante gli evidenti progressi in campo e il consueto cuore infinito, sta faticando a tradursi in modo sistematico in efficacia, killer instinct e vittorie.

Infatti, oggi hanno vinto i Canguri, con un 16-10 certo non travolgente e convincente ma che basta per mettere in saccoccia ai Pumas la settima sconfitta consecutiva ed una classifica del torneo di soli due punti in due giornate, dopo che una settimana fa avevano perso di misura contro degli All Blacks tutt’altro che in palla.

Due squadre che arriveranno alla Coppa del Mondo con non pochi pensieri e questioni e per le quali l’asticella delle attese punta storicamente verso l’alto, esattamente come la pressione con cui dovranno fare i conti in Giappone.

L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte. (Simón Bolívar)

P.s. Per altri contenuti sulla giornata di Championship, tra cui alcuni provenienti direttamente da Downunder, vi rimando al sito dei Pirati del Rugby!

ARG-NZL, o l’arte di vincere anche quando sembra che perderai.

Nell’anno della RWC e a meno di due mesi dal fischio d’inizio della rassegna iridata in Giappone, il Rugby Championship (fu Tri Nations) mette in scena i migliori tra i test match pre-mondiale.

Ieri sera mi sono guardata, dopo una giornata al mare, Argentina-Nuova Zelanda, da Buenos Aires e in diretta alle nostre 20.05: niente mattino presto nè altri orari poco agevoli! È finita 20-16 per i Tuttineri: “tanto per cambiare!” si potrebbe dire, visto che si è trattata della vittoria numero 28 dei Kiwi su 29 incontri tra le due squadre (e l’altro è un datato pareggio). In realtà, non è stato proprio così palese, questa volta, il risultato.

All Blacks in piena sperimentazione pre-RWC ma con comunque in campo alcuni giocatori di massimo calibro e gli altri con il coltello tra i denti per conquistarsi la maglia nera iridata. Argentina di grande sostanza, cuore infinito, budella da vendere e qualità in continua crescita, a testimoniare un progetto di ampio respiro ed enorme peso che sta dando i suoi frutti (citofonare Jaguares per ulteriori informazioni).

La partita degli inni l’hanno stravinta i biancocelesti: “God Defend New Zealand” non è male ma è un tipico inno di impronta anglosassone, con Dio che deve difendere il paese dopo aver salvato la regina, mentre l’inno argentino, solenne, ritmato e cantato sempre con le lacrime appese dai giocatori inquadrati, fa salire l’emozione a chiunque.

Bella la “Ka Mate” degli All Blacks, esplosione, come sempre, di orgoglio, appartenenza, grinta ed anche quadricipiti.

La Nuova Zelanda non ha giocato bene e ha sbagliato molto più del solito, l’Argentina ha sbagliato meno e giocato meglio, ma ha vinto la prima. Perché?

Perché sono i più forti: anche in formazione in parte sperimentale e sul campo di una squadra ottima, motivata e in palla, le impressionanti individualità e la capacità di approfittare di ogni incertezza avversaria, insieme ad una difesa mostruosa anche nei momenti più difficili, hanno colorato la vittoria di nero.

Un po’ di partite di rugby le ho viste in vita mia, dalla C2 alla Coppa del Mondo, ma una meta su intercetto a centrocampo di un cammellone di seconda linea ancora non l’avevo vista o, perlomeno, non ne ho memoria: ora questa mia lacuna è stata colmata da quella sorta di alieno vestito di nero che è Brodie Retallick.

Il finale dell’incontro è stato da infarto, con l’Argentina ad insistere poco fuori dai 22 avversari, beneficiaria anche di un paio di falli a favore ma, sotto di quattro punti, obbligata a provare ad andare in meta. Touche, rolling maul, fallo nero.Di nuovo touche, scocca l’80’, un’altra rolling maul, padroni di casa a pochissimo dal bersaglio, ma difesa sontuosa della Nuova Zelanda, tournover, fischio finale, 16-20.

Nota a margine: tra il pubblico, t-shirt e piumini, quindi, che temperatura c’è a Buenos Aires in pieno inverno?!

Altra nota a margine: auguro una brillante carriera e tante inquadrature al numero 23 ed esordiente All Black Braydon Ennor, che darà grandi soddisfazioni agli occhi di tutte le signore!

Devi sapere che puoi vincere. Devi pensare che puoi vincere. Devi sentire che puoi vincere.
(Sugar Ray Leonard)

P.S. Queste mie righe sono pubblicate anche sul sito dei Pirati del rugby. È proprio dei Pirati la bella immagine principale.

Ore 9.37

Oggi, 28 giugno 2019, alle ore 9.37 (mi torna in mente il telefilm “ER”: “ora del decesso: 9.37”, avrebbero detto Il Dott. Carter, o il Dott. Ross o il Dott. “Ciccio”), un’implosione da manuale ha tirato giù le pile 10 e 11 del ponte Morandi, a Genova. Ora del viadotto resta in piedi molto poco, dopo il crollo del 14 agosto 2018 e la demolizione di oggi.

Vivo a Genova ormai da tredici anni e mezzo, abito nel ponente della città e, quindi, sul viadotto ci sono passata centinaia e centinaia di volte, anche perché era anche la mia via per andare e tornare da Recco e dunque dal campo della “mia” Pro Recco Rugby. Non sono quindi genovese di nascita e non ho ricordi d’infanzia che mi leghino al Morandi, però ricordo perfettamente quanto quel ponte mi avesse colpita da subito, quando mi sono trasferita.

A dire il vero, due cose mi colpirono subito tantissimo della “viabilità” genovese: il viadotto, con quelle imponenti “A” ed il mare sullo sfondo, ed il fatto che la ferrovia che prendevo ogni giorno per andare al lavoro in centro passasse letteralmente dentro all’ILVA, che allora aveva ancora in piedi tutti i vecchi edifici e questi circondavano letteralmente i binari. Nata e cresciuta in Pianura Padana, nella campagna bergamasca, abituata ad ampi spazi a perdita d’occhio, quel ponte con i monti dietro, le case sotto e attorno ed il mare sullo sfondo, e quella ferrovia letteralmente dentro ad un’acciaieria, mi facevano sentire quasi su un altro pianeta!

Non si può immaginare che un viadotto autostradale cada, senza che ci sia un terremoto, in una mattinata di metà agosto. Ero in ufficio, nel pomeriggio sarei partita per una breve vacanza con una mia amica e collega che era in ferie, nel tragitto fino all’ufficio avevo imprecato per il diluvio che, temperatura a parte, rendeva la città quasi novembrina, con acqua a secchiate e cielo grigio scuro. La mia collega chiama: “Emy ciao, sono all’IKEA con mia mamma e qui dicono che è crollato il ponte…!!!”. Non si può immaginare che cada un viadotto autostradale, quindi io: “ma che ponte???”, pensando ad un qualche ponticello pedonale lì sul Polcevera (ho poi scoperto, guardando un documentario sul crollo, che un poliziotto, ed immagino non solo lui, aveva avuto il mio identico pensiero).

Non si poteva immaginare, ma successe: un viadotto autostradale era venuto giù, senza terremoti, nella mattinata del 14 agosto 2018. Il mondo e il tempo, per ogni genovese di nascita, d’adozione o anche solo di domicilio, si fermarono per un attimo, per ripartire, nel giro di pochi secondi, con gli squilli dei cellulari: grazie a smartphone e social, nel giro di una manciata di minuti era già apparsa sui media “quella” foto, il Morandi con il buco nel mezzo, stagliato su quel cielo grigio che aggiungeva un ulteriore tocco da film ad un’immagine già di per sé incredibile ed allucinante.

Quelle pile rimaste in piedi, ed i pezzi di impalcato a loro attaccati, sono rimaste lì fino a stamattina alle 9.37, testimonianze di una tragedia ma, seppur monche, sempre svettanti con la loro forma di “A” e con gli stralli al posto giusto, nuova versione della presenza del viadotto nel paesaggio, negli occhi e nella mente di chiunque le vedesse. In fondo, seppur crollato in parte e nonostante l’immenso dramma del 14 agosto, il ponte era ancora lì.

Per questo l’implosione di stamattina è stata tanto potente e toccante per ogni abitante di Genova e non solo: adesso, e solo adesso, la sagoma inconfondibile del Morandi, del “ponte di Brooklyn”, non c’è più. Non lo vedrà più chi lo aveva visto costruire, chi lo vedeva dalle finestre di casa, chi lo guardava distrattamente dal treno o dal ponte di Cornigliano, chi lo guardava dall’aereo prima di atterrare a Genova, chi lo percorreva ogni giorno e da lì sopra guardava verso il mare, chi ci passava ogni tanto per andare in vacanza e magari si chiedeva cosa diamine ci facesse una struttura del genere messa proprio lì, in mezzo ad una città.

È praticamente impossibile spiegare Genova a chi non ci vive o non ci ha mai vissuto, la sua conformazione assurda, il mare e i monti, la mancanza di spazio, una ferrovia dentro ad un’acciaieria ed un ponte sopra alle case, ma vista mare. Il “viadotto sul Polcevera” era un po’ il perfetto riassunto di tutto questo, era una vera e propria sintesi della città che lo ha ospitato per poco più di cinquant’anni.

Ci si può affezionare ad un mostro di calcestruzzo e ferro? Evidentemente sì.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”.
(Francesco Guccini)

RWC 2019: di gadget introvabili, corteggiamento ed innamoramento

In questi giorni è successa una cosa che mi ha stupita molto. Una mia amica è appena stata in Giappone per lavoro, ha toccato tre città diverse e, seppur non a spasso da turista, non si è fatta mancare qualche passeggiata in vie di negozi ed alcune attrazioni turistiche, oltre che l’obbligato passaggio a/r in aeroporto ed anche due stazioni del super-treno, ma non è riuscita a trovarmi neppure un gadget della RWC, che le avevo chiesto come regalino: “guarda, mi dispiace, ma dei mondiali di rugby proprio non ho visto traccia!”.

Ma come? A due mesi e 24 giorni (come ricordato dal bel sito internet della manifestazione) dal calcio d’inizio della RWC 2019, nel Paese che la ospita si fatica a trovare gadget e souvenir a tema? Verissimo che il Giappone non è il Regno Unito, dove si trovava il merchandising di England 2015 in ogni dove, ma si tratta comunque di un paese che sta investendo moltissimo sul rugby, ha messo su un massimo campionato con grandi sponsor, ha una franchigia da qualche anno in Super Rugby (i Sunwolves), ha stadi di primissimo ordine e poi, insomma, sono giapponesi…! Quindi sanno fare le cose per bene e hanno mezzi per farle, ma ‘sto merchandising, dove sta???

L’Impero del Sol Levante si è affacciato sull’ovale mondiale di alto livello da relativamente poco ed è facile immaginare come ancora il rugby non sia parte delle grandi passioni sportive locali (ma questo nemmeno in Italia e dopo molti più anni, a dire il vero) ma è evidente che hanno deciso di farlo in grande stile: una nazionale all’11° posto nel ranking (l’Italia è al 14°…), i Sunwolves, come detto, in Super Rugby (anche se pare ne usciranno nel giro di un paio d’anni), squadre del massimo campionato con sponsor del calibro di Toyota e affini e impreziosite da giocatori di caratura mondiale che monetizzano cospicuamente il loro viale del tramonto (un esempio su tutti, Dan carter) e, a completamento di questa “manovra d’ingresso”, l’organizzazione del Mondiale di quest’anno. Ma i gadget???

L’affluenza straniera alla RWC non mancherà: molti tifosi coglieranno l’occasione per visitare il Paese (e chi si occupa di turismo lo sa benissimo, avendo creato un sito ad hoc fatto benissimo) ed andarsi a vedere qualche partita, unendo la passione ovale ad un viaggio che spesso si fa una sola volta nella vita. Ma poi, in Giappone, cosa resterà, di questa RWC 2019? (Semi-cit.)

Il papà di un ragazzo delle giovanili Pro Recco Rugby ha commentato su facebook un post sul mio stupore per la mancanza dei gadget dicendo che lui aveva chiesto, allo stesso modo, ad un amico spesso in Giappone per lavoro, una maglia della nazionale nipponica per il figlio, ma che anche la sua richiesta è rimasta insoddisfatta, poiché si è sentito dire che in nessun negozio di articoli sportivi l’amico aveva trovato alcunché di inerente al rugby.

L’innamoramento tra Giappone e rugby è finito prima della prima vacanza insieme? O non è mai scattato, nonostante un corteggiamento di gran lusso?

P.S. Non ho avuto gadget della RWC ma, dal Giappone, ho ricevuto un magnifico magnete con gattino portafortuna, una maschera di bellezza alle alghe, delle caramelle al tè verde ed una spugna per scrub a forma di gatto: tutto assolutamente nipponico!

“Alcune volte vinci. Tutte le altre impari”. (Proverbio giapponese)

Le ragazze dello sport: i sorrisi che salveranno il mondo

Lo sport di squadra femminile è in gran fermento, da qualche giorno a questa parte: le Azzurre non udenti del volley splendide campionesse europee e, ora, la nuova “mania” esplosa per il calcio femminile, con la Nazionale impegnata al Campionato del Mondo e fresca di primato nel proprio girone, nonché di prima e storica diretta sulla Rai. Tornando indietro di alcuni mesi, ci sono anche le Azzurre del rugby, con lo storico secondo posto al 6 Nazioni 2019 e, ancora prima, le pallavoliste, magnifiche seconde al mondiale 2018. Tralascio qui i trofei individuali nella ginnastica o in altri sport: me ne scuso e applaudo le protagoniste.

Il volley è, probabilmente da Mimì Ayuara in avanti, uno sport percepito in Italia come femminile, ad esempio ed in primis, a scuola: nelle ore di “ginnastica”, per tutta la mia carriera scolastica, noi ragazze giocavamo a pallavolo e i ragazzi a calcio. Curiosamente, però, la prima e roboante esplosione del volley italiano di cui io abbia memoria è stata tutta maschile: la generazione di fenomeni, gli anni di Velasco, la serie A1 con Mediolanum, Maxicono, Messaggero, Gabeca, etc etc. e ricordo che io, che crescevo e giocavo in un paesino dove la pallavolo maschile non esisteva, mi chiedevo da dove saltassero fuori tutti questi ragazzi pallavolisti…!

Calcio e rugby, invece, li vedo da un’ottica diversa: sono due sport tradizionalmente considerati come non femminili, non adatti alle ragazze e molto virili (“non è uno sport per signorine!”). Nel calcio questo prende un accento ancora più forte per via dell’enorme peso anche culturale dello stesso, inteso come la sua presenza fissa e pervasiva nella vita degli italiani, soprattutto maschi, fin dalla notte dei tempi. Da qui lo stupore che sta accompagnando i risultati di queste ragazze, piano piano emerse da un limbo di isolamento e derisione ancora non del tutto superato, non fosse altro che per chi ritiene di poter sparare giudizi a caso su orientamenti sessuali altrui: i maschi che si sentono sminuiti da donne sportive forti in ambiti ritenuti, in modo stereotipato, tipicamente virili, si sentono più “machi” pensando/affermando che “sono tutte lesbiche”, ed intendendo questo come un insulto.

Dunque, è ancora lunga la strada da fare per cambiare la testa di tanti/troppi, ma le ragazze che fanno sport ci stanno riuscendo, un passo dopo l’altro. Mi viene in mente che questo fenomeno esiste anche al contrario, e sono sempre i maschi a viverlo male: ragazzini che fanno ginnastica artistica vengono facilmente etichettati come gay, anche se dubito che qualcuno andrebbe a spiegare faccia a faccia il perchè di questo pensiero idiota al Signore degli Anelli Yuri Chechi…!

I risultati di queste ragazze, nel calcio e nel rugby, valgono quindi tantissimo ed ampiamente oltre i titoli sportivi. Per questo, la trasmissione in diretta su Rai1 della partita Italia-Brasile di ieri sera è importante anche ben al di là dell’evento stesso e il fatto che abbia ottenuto un risultato pazzesco, con 6.500.000 spettatori ed uno share del 29%, la rende epocale. Certo, si tratta di calcio e siamo in Italia, ma io azzardo che, se venisse trasmessa allo stesso modo una partita mondiale importante delle Azzurre del rugby, otterrebbe a sua volta un risultato di pubblico eccellente, seppur non così clamoroso. Perché?

Perché mi sembra che la gente, sempre di più, abbia voglia di sport “vero”, di aria nuova, di emozioni senza filtri, tutte cose che si faticano sempre di più a trovare nel calcio maschile, affogato dai suoi stessi miliardi, da logiche ormai quasi solo commerciali, che ha perso tutti i suoi riti e rituali ed anche il lume della ragione, con atleti valutati quanto interi PIL, ingaggi ad otto cifre e profili social trasudanti trash e lontani anni luce dalla vita e dalla carriera di ex campioni che erano anche incredibilmente rassicuranti, vicini, normali, pur nella fortuna di essere nati con quel talento.

Sul rugby il discorso è ovviamente diverso, perché in Italia non esiste il problema di una sovra-esposizione dell’ovale maschile e men che meno quello di una valanga di soldi sullo stesso. Però la Nazionale non vince e, così, la vetrina del 6 Nazioni non viene sfruttata, diventando anzi, con l’accumularsi delle sconfitte, uno scomodo volano negativo. Le Azzurre del rugby, invece, hanno iniziato a vincere partite con una certa continuità e la meravigliosa seconda posizione al 6 Nazioni 2019 ha fruttato loro anche l’attenzione, ad esempio, della rivista Vanity Fair.

Tutte queste ragazze sono toste, sono testarde, hanno fatto fatica per arrivare dove sono, perché magari non avranno avuto una squadra vicino a casa dove iniziare a giocare, perché saranno state prese in giro, perché anche adesso devono continuamente dimostrare “di più”. Io stessa, da semplice addetta stampa dilettante di un club di rugby e da modesta scrivente di questo blog, so di dover essere molto più attenta e preparata, muovendomi in una dimensione prevalentemente e tradizionalmente maschile. Va detto che le donne, in generale, ci sono piuttosto abituate, in un pianeta Terra che rimane sempre declinato al maschile e prigioniero di mille stereotipi, nel lavoro e nella società ancor prima che nello sport.

Quale è la cosa più bella di tutte queste ragazze vincenti? I sorrisi, senza dubbio. Che esprimono meglio di qualsiasi altra cosa la gioia, la soddisfazione, la motivazione, anche la rivincita.

Non seguo e non amo più il calcio da tanti anni ormai, ma le belle facce pulite e i sorrisi delle Azzurre mi hanno fatto venire voglia di seguirle e di tifare per loro, proprio come quelli delle ragazze del rugby. Women do it better!

Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti.
(Ginger Rogers)

(Foto dal web. Nell’immagine principale (dal sito Fantagazzetta) l’esultanza delle calciatrici dopo la partita vs Brasile, in quella di chiusura le ragazze del rugby al 6N 2019 (dal sito FIR).

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