Cruise Emirates

Ci ho pensato su un po’ a come avrei potuto trovare un riferimento ovale da mettere in questo diario di viaggio e, alla fine, l’ho trovato: a Dubai abbiamo pescato un grosso tassista sudafricano, appassionato di rugby! Detto questo, è un racconto che si inserisce nella parte “and more” del nome di questo mio piccolo blog!

Le tre viaggiatrici “invernali”, questa volta, dopo alcuni giri ai Caraibi e una sortita alle Maldive, hanno un po’ tralasciato il mare, nonostante si stia parlando di una crociera, e si sono lanciate in una settimana più di scoperta: niente isolette e spiagge, sostituite da quella che per noi era una galassia praticamente sconosciuta, ovvero la Penisola Arabica.

Mai come questa volta la nave (Costa Diadema, per la cronaca, classe 2014, made in Marghera) è stata solo un mezzo di trasporto tra un luogo e l’altro da visitare, con quattro città in una settimana, in una zona di mondo assai particolare.

DUBAI

L’Emirato più famoso merita la sua fama ed anche una visita: bastano un paio di giorni, ma va visto! Difficile descrivere l’effetto di questa “oasi” di grattacieli nel deserto, in un posto dove, fino agli anni ’90, c’era solo sabbia.

Ora c’è il grattacielo più alto al mondo, l’incredibile Burj Khalifa, con un ascensore che ti spara al 124° piano (a 550 metri di altezza) in un minuto netto e ti fa sentire veramente minuscolo ed anche incredulo, mentre guardi quel panorama che ha dell’assurdo. Per la cronaca, il grattacielo, in tutto, di metri ne misura 829,80 (antenna/guglia compresa).

Ricordo di aver visto un bellissimo documentario di NatGeo sulla costruzione del Burj Khalifa e ricordo che, attorno al cantiere, c’era sabbia. Ora, ci sono altri grattacieli e, soprattutto, il Dubai Mall, centro commerciale più grande al mondo, un laghetto artificiale ed un souk “effetto vintage” affacciato sul medesimo laghetto insieme ad un numero imprecisato di ristoranti e affini. Il Dubai Mall è qualcosa di mostruoso e, oltre ad un numero infinito di negozi di ogni marchio esistente sulla terra ed altrettanti bar e simili, contiene al suo interno una parete con cascata, una vasca enorme con pesci tropicali e persino squali ed uno stadio del ghiaccio con tanto di tribune. Il tutto, giova ricordarlo, nel deserto.

Quando cala il sole, l’area della Dubai Marina, diventa l’ombelico del mondo: dopo essere stata a Times Square, è stata la prima volta in cui ho sentito di nuovo questa sensazione, con tanta gente da tutto il mondo, le luci, la perfezione di un luogo creato e sviluppato per essere esattamente questo.

Il giorno dopo, invece, abbiamo voluto tastare una dimensione di Dubai assai diversa, con la visita guidata ad una piccola moschea. Un’associazione locale organizza da anni queste visite, per far scoprire e conoscere le basi dell’Islam e promuovere il dialogo e l’apertura: molto interessante ed eccellente iniziativa. A due passi c’è un bel supermercato, dove svuotare gli scaffali dei datteri!

Il Sovrano, negli anni ’90, ebbe l’idea di aprire le porte a zero tasse a chiunque volesse investire e costruire a Dubai e così ha preso il via la nascita di quello che l’Emirato è ora. Il petrolio qui finirà tra pochi anni e il turismo e gli investimenti di ogni genere sono il “piano B” già in preparazione da anni.

Intanto, nel 2020, Dubai ospiterà l’Expo, e non fatico ad immaginare che sarà un qualcosa di clamoroso!

La mia unica perplessità riguarda il clima: a dicembre, poco meno di 30 gradi e un’umidità sorprendente per una zona che credevo secchissima, mentre in estate, ci è stato detto, anche tra i 50 e i 60 gradi…!

MUSCAT

Affacciato anche sull’Oceano Indiano, l’Oman era per me un esotico mistero! Credo sia un paese che meriti di essere visitato e scoperto e non escludo di tornarci: da poco è diventato una meta balneare sempre più gettonata e ci sono infinite possibilità di andare a visitarne il deserto, che pare essere bellissimo.

Abbiamo fatto un’escursione alla scoperta della capitale, visitando da fuori un’importante moschea e facendo tappa al Souk e al pazzesco palazzo del Sultano. La guida era un indiano che parlava italiano e ci ha fatto notare, tra le altre cose, la pulizia assoluta della città e la perfezione di parchi e aiuole, anche qui nel deserto, praticamente senza acqua dolce disponibile naturalmente e con, in estate, più di 60 gradi.

Pare che questo Sultano, venerato come un santo e dalla vita misteriosissima, abbia praticamente costruito e modernizzato il paese nel giro degli ultimi quarant’anni, partendo da una sola strada tracciata in mezzo alla sabbia.

DOHA

Abbiamo fatto un giro per la città con uno di quei bus panoramici “hop on hop off” e Doha soprende allo stesso modo delle altre città di acciaio e vetro spuntate nel deserto: grattacieli, cantieri ovunque, lusso e strade a 6 + 6 corsie.

Il Qatar è in gran fermento perché, nel 2022, ospiterà i mondiali di calcio.

Nel frattempo, ogni anno fa furore il campionato nazionale di falconeria: il falco è, per tradizione, un animale importantissimo e quasi venerato nella Penisola Arabica, così come il cammello.

Tradizione e modernità, come nel bellissimo souk di Doha: vista grattacieli, pieno di turisti e di negozietti che si sono adeguati ma anche di abitanti del luogo e di commercianti che dei turisti se ne fregano allegramente, non parlando una parola di inglese ed accettando solo la moneta locale. Inoltre, esistono ancora parti del del souk dedicate ai cammelli e alla falconeria.

ABU DHABI

Un altro dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi è meno vistoso ma ancora più ricco di Dubai: qui di petrolio ce n’è ancora in abbondanza e governa il figlio di Zayed bin Sultan Al Nahyan, un sovrano morto nel 2004 e ancora oggi venerato come un santo, la cui faccia è ovunque, incluso in versione luminosa sulle facciate dei grattacieli.

Costui, dai primi anni ’70 fino alla sua morte, ha di fatto costruito Abu Dhabi, dopo aver chiesto ed ottenuto l’indipendenza alla regina Elisabetta. Seduto su un mare di petrolio, ha realizzato un paese stabile e ricchissimo, che può permettersi di pagare tutto per i propri cittadini.

La nostra guida alla meravigliosa escursione “by night” alla Grande Moschea (intitolata, ovviamente, al re di cui sopra, che ne aveva voluto ed iniziato la costruzione, terminata poi dal figlio dopo la sua morte) era un simpatico e molto bravo ragazzo egiziano, guida ad Abu Dhabi per sette mesi l’anno e alle Piramidi per quelli rimanenti. Perché non una guida del posto? Molto semplice: perché i cittadini, quindi gli emirantini di origine, praticamente non lavorano, se non negli affari e in cariche pubbliche, e sono ricchissimi. Si parla, per tutti e sette gli emirati, di un milione di persone, contro nove milioni di stranieri che, di fatto, costruiscono e fanno funzionare tutto con il loro lavoro.

La moschea, quarta al mondo per dimensioni, è veramente incredibile: bianchissima (marmo di Carrara), luminosissima (lampadari Swarowski), oro, stucchi e, nella sala di preghiera, il tappeto fatto a mano più grande al mondo (60 × 70 metri, realizzato in Iran, un nodo dopo l’altro).

Prima dell’ingresso c’è una vera galleria commerciale, con bar e negozi: ormai è un’attrazione turistica visitata da tantissime persone e, quindi, perché non approfittarne? Resta però inflessibile la questione abbigliamento: se non è consono alle regole, non si entra prima di aver rimediato con abiti prestati appositamente sul posto.

Il giorno dopo siamo andate a visitare il Palazzo Reale (Qasr Al Watan), un altro tripudio di marmo bianco, oro e fasto, anche solo nella piccolissima parte del complesso ad essere aperta al pubblico.

Dubai e Abu Dhabi sono distanti solo 140 km e sono strettamente connesse nel lavorare insieme per crescere: la prima è più conosciuta, la seconda ha più spazio e più petrolio e, entrambe, corrono veloci e sono piene di cantieri e di soldi.

Devo dire che, anche se ho adorato l’energia di Dubai e la pazzesca Burj Khalifa, mi è piaciuta di più Abu Dhabi, che ha anche sicuramente più cose da vedere, tra cui una succursale del Louvre ed anche, per i fans, il parco a tema della Ferrari.

Tre donne in vacanza sole, in una zona del mondo non considerata propriamente “femminista”: come è andata? Molto bene direi, anche dal punto di vista della sicurezza che abbiamo percepito. Abbiamo deciso di girare “fai-da-te” Dubai e Abu Dhabi (escursione alla Grande Moschea a parte, ma perché ci interessava e piaceva), di fare una via di mezzo a Doha, mentre abbiamo preferito andarcene in giro solo in escursione a Muscat, che non conoscevamo quasi neanche di nome.

Abbiamo scoperto paesi in crescita e affacciati sull’Occidente ma, al contempo, sempre saldamente attaccati alle tradizioni, segnati dagli antichi meccanismi sociali e non solo della vita nel deserto e, naturalmente, indissolubilmente legati alla religione islamica.

Credo sia molto difficile per noi immaginare una vita costantemente, quotidianamente e concretamente tanto influenzata dalla sfera religiosa e la cosa che mi ha colpita di più in questo viaggio è stata senz’altro questa coesistenza di crescita, modernità, globalizzazione, contaminazione, ricchezza ed Islam.

Ovunque ho visto e percepito richiami alla conoscenza e alla promozione di un Islam moderato e aperto, fermo restando, come già detto, la per noi impensabile influenza della religione e dei suoi precetti anche nella quotidianità del XXI secolo.

Credo che la perfetta rappresentazione di questo sia stato il momento di preghiera nel Dubai Mall: sui display sparsi per tutto il centro commerciale compare un’icona che richiama una moschea e la musica in filodiffusione lascia per qualche minuto spazio alla voce del muezzin. Poi riparte la musica e tutto torna alla “normalità” (la nostra, perché la loro è quella).

La guida alla piccola moschea che abbiamo visitato a Dubai, quella dell’associazione culturale e religiosa, era una signora inglese trasferita e convertita da più di vent’anni: impeccabile accento British e tutta coperta, con lunga veste nera e l’hijab sui capelli e sul collo. Che dire? Molto bella ed interessante la spiegazione sui cinque pilastri dell’Islam e buone le risposte alle domande del gruppo, principalmente incentrate sulla questione dell’abbigliamento femminile, anche se la chiave di tutto, ovvero la volontà del tutto personale di vestirsi in un certo modo per praticare la modestia nei confronti di Allah, credo non abbia convinto fino in fondo nessuno dei presenti, così come la risposta sul burqa, spiegato come nato, così come l’abbigliamento tradizionale in genere, perché adatto a riparare da sole e sabbia del deserto. Nessun dubbio sull’origine “pratica”, ma qualcuno in più sulla volontà personale, sull'”utilità” attuale del doversi coprire in quel modo e, di riflesso, sulla concezione della donna che ci sta dietro.

Di sicuro abbiamo visto e percepito ovunque un grandissimo senso di regole e di ordine, che scaturiscono tanto dalla religione e da come viene praticata quanto da chi e come governa questi paesi.

Consiglio questa crociera a chiunque sia curioso di avere un assaggio di quella zona del mondo e mi sento di includere anche chi non ama le crociere e/o il mare, perché al centro di questo itinerario ci sono sicuramente i paesi visitati e il loro essere per noi molto diversi e con tanto da scoprire: la vita di bordo diventa molto marginale e sicuramente è un’esperienza di crociera distante anni luce da quello che può essere un giretto ai Caraibi.

Ci sono una marea di cose da vedere e scoprire nel mondo e io non sono “razzista” sulle modalità per farlo: va bene la crociera se è pratica per quel che voglio vedere e fare, o va bene il fly&drive altrove, oppure un viaggio organizzato per altre destinazioni ancora, e così via.

Next stop: chissà!

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Le ragazze dello sport: i sorrisi che salveranno il mondo

Lo sport di squadra femminile è in gran fermento, da qualche giorno a questa parte: le Azzurre non udenti del volley splendide campionesse europee e, ora, la nuova “mania” esplosa per il calcio femminile, con la Nazionale impegnata al Campionato del Mondo e fresca di primato nel proprio girone, nonché di prima e storica diretta sulla Rai. Tornando indietro di alcuni mesi, ci sono anche le Azzurre del rugby, con lo storico secondo posto al 6 Nazioni 2019 e, ancora prima, le pallavoliste, magnifiche seconde al mondiale 2018. Tralascio qui i trofei individuali nella ginnastica o in altri sport: me ne scuso e applaudo le protagoniste.

Il volley è, probabilmente da Mimì Ayuara in avanti, uno sport percepito in Italia come femminile, ad esempio ed in primis, a scuola: nelle ore di “ginnastica”, per tutta la mia carriera scolastica, noi ragazze giocavamo a pallavolo e i ragazzi a calcio. Curiosamente, però, la prima e roboante esplosione del volley italiano di cui io abbia memoria è stata tutta maschile: la generazione di fenomeni, gli anni di Velasco, la serie A1 con Mediolanum, Maxicono, Messaggero, Gabeca, etc etc. e ricordo che io, che crescevo e giocavo in un paesino dove la pallavolo maschile non esisteva, mi chiedevo da dove saltassero fuori tutti questi ragazzi pallavolisti…!

Calcio e rugby, invece, li vedo da un’ottica diversa: sono due sport tradizionalmente considerati come non femminili, non adatti alle ragazze e molto virili (“non è uno sport per signorine!”). Nel calcio questo prende un accento ancora più forte per via dell’enorme peso anche culturale dello stesso, inteso come la sua presenza fissa e pervasiva nella vita degli italiani, soprattutto maschi, fin dalla notte dei tempi. Da qui lo stupore che sta accompagnando i risultati di queste ragazze, piano piano emerse da un limbo di isolamento e derisione ancora non del tutto superato, non fosse altro che per chi ritiene di poter sparare giudizi a caso su orientamenti sessuali altrui: i maschi che si sentono sminuiti da donne sportive forti in ambiti ritenuti, in modo stereotipato, tipicamente virili, si sentono più “machi” pensando/affermando che “sono tutte lesbiche”, ed intendendo questo come un insulto.

Dunque, è ancora lunga la strada da fare per cambiare la testa di tanti/troppi, ma le ragazze che fanno sport ci stanno riuscendo, un passo dopo l’altro. Mi viene in mente che questo fenomeno esiste anche al contrario, e sono sempre i maschi a viverlo male: ragazzini che fanno ginnastica artistica vengono facilmente etichettati come gay, anche se dubito che qualcuno andrebbe a spiegare faccia a faccia il perchè di questo pensiero idiota al Signore degli Anelli Yuri Chechi…!

I risultati di queste ragazze, nel calcio e nel rugby, valgono quindi tantissimo ed ampiamente oltre i titoli sportivi. Per questo, la trasmissione in diretta su Rai1 della partita Italia-Brasile di ieri sera è importante anche ben al di là dell’evento stesso e il fatto che abbia ottenuto un risultato pazzesco, con 6.500.000 spettatori ed uno share del 29%, la rende epocale. Certo, si tratta di calcio e siamo in Italia, ma io azzardo che, se venisse trasmessa allo stesso modo una partita mondiale importante delle Azzurre del rugby, otterrebbe a sua volta un risultato di pubblico eccellente, seppur non così clamoroso. Perché?

Perché mi sembra che la gente, sempre di più, abbia voglia di sport “vero”, di aria nuova, di emozioni senza filtri, tutte cose che si faticano sempre di più a trovare nel calcio maschile, affogato dai suoi stessi miliardi, da logiche ormai quasi solo commerciali, che ha perso tutti i suoi riti e rituali ed anche il lume della ragione, con atleti valutati quanto interi PIL, ingaggi ad otto cifre e profili social trasudanti trash e lontani anni luce dalla vita e dalla carriera di ex campioni che erano anche incredibilmente rassicuranti, vicini, normali, pur nella fortuna di essere nati con quel talento.

Sul rugby il discorso è ovviamente diverso, perché in Italia non esiste il problema di una sovra-esposizione dell’ovale maschile e men che meno quello di una valanga di soldi sullo stesso. Però la Nazionale non vince e, così, la vetrina del 6 Nazioni non viene sfruttata, diventando anzi, con l’accumularsi delle sconfitte, uno scomodo volano negativo. Le Azzurre del rugby, invece, hanno iniziato a vincere partite con una certa continuità e la meravigliosa seconda posizione al 6 Nazioni 2019 ha fruttato loro anche l’attenzione, ad esempio, della rivista Vanity Fair.

Tutte queste ragazze sono toste, sono testarde, hanno fatto fatica per arrivare dove sono, perché magari non avranno avuto una squadra vicino a casa dove iniziare a giocare, perché saranno state prese in giro, perché anche adesso devono continuamente dimostrare “di più”. Io stessa, da semplice addetta stampa dilettante di un club di rugby e da modesta scrivente di questo blog, so di dover essere molto più attenta e preparata, muovendomi in una dimensione prevalentemente e tradizionalmente maschile. Va detto che le donne, in generale, ci sono piuttosto abituate, in un pianeta Terra che rimane sempre declinato al maschile e prigioniero di mille stereotipi, nel lavoro e nella società ancor prima che nello sport.

Quale è la cosa più bella di tutte queste ragazze vincenti? I sorrisi, senza dubbio. Che esprimono meglio di qualsiasi altra cosa la gioia, la soddisfazione, la motivazione, anche la rivincita.

Non seguo e non amo più il calcio da tanti anni ormai, ma le belle facce pulite e i sorrisi delle Azzurre mi hanno fatto venire voglia di seguirle e di tifare per loro, proprio come quelli delle ragazze del rugby. Women do it better!

Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti.
(Ginger Rogers)

(Foto dal web. Nell’immagine principale (dal sito Fantagazzetta) l’esultanza delle calciatrici dopo la partita vs Brasile, in quella di chiusura le ragazze del rugby al 6N 2019 (dal sito FIR).

rugby

Rugby and more: rugby.it… c’è!

Un milione di anni fa, cioè nel 2004, mi avvicinavo al rugby e, non sapendone praticamente niente, mi misi a cercare in rete qualche sito utile a scoprire e capire. Era l’era (che ormai sembra geologica) pre-social e informazioni, notizie e contatti si cercavano e trovavano nel grande mondo dei forum.

Inserendo “rugby” nel motore di ricerca, nel settembre del 2004, mi si spalancò il mondo di http://www.rugby.it, per tutti “rugby.it” o, da lì in poi, semplicemente “il forum” o “il sito”.

Nel grande calderone di umanità ovale c’era chi ne sapeva e chi non molto, chi giocava e chi no, chi arbitrava e chi ce l’aveva con chi lo faceva, ragazzi e ragazze, uomini e donne, anche intere famiglie, da ogni angolo d’Italia e non solo, con età, storie personali e legami con la palla ovale di ogni sorta. Insomma, un forum tematico pre-social da manuale e con un ulteriore e non trascurabile “plus”, cioè l’essere, appunto, un forum di rugby.

Come ho già avuto occasione di scrivere, l’appassionato di rugby in Italia si sente un po’ come il panda gigante: fatica ad imbattersi in suoi simili se non andandoli a cercare o in contesti prettamente ovali e il sentir parlare di rugby in modo occasionale nella vita quotodiana gli capita circa con la stessa frequenza del passaggio di una cometa. Rugby.it, dunque, era diventato una vera piazza, un luogo non fisico ma, nonostante questo, quasi tangibile, di incontro e scambio.

Se la memoria non mi inganna, la piazza era stata ideata e realizzata da Franco “Franchino” “Kino” Properzi, monumento del rugby italiano sia in senso sportivo che per quanto riguarda le, anche attuali, fattezze.

Sezioni, argomenti e discussioni: la semplice formula di ogni forum, con i moderatori e gli amministratori impegnati a contenere “l’esuberanza” degli utenti negli scambi di opinioni oppure a richiamare all’ordine chi va fuori argomento, ovvero off topic. Ed è qui che ci fu la vera svolta umana e “sociologica” di rugby.it: quando, dopo anni di rimproveri per derive di “cazzeggio”, venne inaugurata, appunto, la sezione “off topic”, che divenne immediatamente il bar della piazza, e il cui thread “Chiamate la neuro” divenne subito una lunga tavolata.

In una galassia prevalentemente maschile, le fanciulle che vi entravano non potevano certo essere una semplice decorazione: i soprammobili non avrebbero mai neanche pensato di iscriversi ad un forum di rugby! Dunque, il cuore della componente rosa del sito si trovò ben presto perfettamente a proprio agio sotto l’insegna de “Le Camioniste di rugby.it”, come sintesi di una donna che non è una “femminuccia”, una femmina di sani e robusti appetiti e che non si scompone per dei rutti, insomma.

Come ho già avuto ampiamente modo di ricordare nei miei scritti a tema in questo blog, è stato da una parte di questo storico gruppo delle Camioniste che è nata ed è stata realizzata la fantasmagorica chat di Whatsapp che mi ha permesso di stilare e descrivere le classifiche di gnoccaggine del 6N 2019 e non solo: il tavolo di amiche al bar della piazza.

Come in ogni forum, anche su rugby.it si interagiva con gli altri utenti utilizzando dei nickname, cioè dei soprannomi. Più o meno fantasiosi e più o meno calzanti sul “proprietario”, i “nick” identificavano ognuno di noi, al punto che, assai spesso, si ignoravano i veri nomi di ognuno, ci si chiamava con i soprannomi e nessuno ha mai mancato di girarsi quando chiamato! Io stessa ho scoperto nomi e cognomi di buona parte dei forumisti solo con l’avvento di facebook.

In questo momento sto rientrando da un week end a Civitavecchia in cui ho fatto visita ad un amico ovale che non era nel forum ma che è a sua volta amico di uno storico forumista suo concittadino: non ci vedevamo da anni ma ci siamo abbracciati con gioia e affetto e abbiamo chiacchierato come se fossimo parenti e come se non ci vedessimo che da una manciata di settimane.

Questa è una costante e, secondo me, è la cosa più bella che ci è rimasta dagli “anni ruggenti” di rugby.it, prima che facebook e affini togliessero rilevanza ai forum tematici come piazze di incontro e scambio: si rivede qualcuno, ci si abbraccia, si inizia a chiacchierare e sembra passato un giorno dall’ultima volta, anche se fosse, in realtà, quasi un decennio.

Non ci sono rose senza spine e, si sa, nei rapporti tra le persone può succedere di tutto. Negli anni, oltre allo spostamento sui social delle dinamiche di contatto e scambio di notizie ed opinioni, alcune amicizie si sono interrotte, alcuni equilibri spezzati, alcune consuetudini perse. Niente, però, può fare tabula rasa del senso di vicinanza creato dall’aver condiviso, oltre alla passione per il rugby, un’esperienza umana profonda come quella messa in piedi da quel forum.

Io dico sempre che ogni campo da rugby mi fa sentire a casa e, allo stesso modo, gli amici e le amiche con cui ho condiviso “il sito” mi fanno sempre sentire di nuovo in quella piazza, uno spazio virtuale che ha saputo diventare fisico, concreto, vicino.

Dove c’è rugby c’è casa e la “famigliona” di rugby.it, seppur cambiata, sparsa e trasferita, non smette mai di suonare al citofono.

Come scritto su un celeberrimo striscione, “rugby.it… c’è!”. Sempre e nonostante tutto.

 

(Foto principale: archivio Paola “Leprottina” Maresca. Nelle foto piccole, con Emy77, Kino, Phoebe, Homo Centumcellaenensis, Maxam, Abba e Giandolmen)

Di testardaggine, fango e Vanity Fair: Azzurre del rugby tra ieri, oggi e domani

Durante il 6 Nazioni femminile avevo scritto (qui) delle gemelle Cavina, che ricordavo piccoline al campo di Cogoleto (GE), e delle difficoltà che le bambine / ragazzine / ragazze che vogliano praticare il rugby in Italia devono affrontare. Il torneo poi è proseguito e le Azzurre, battendo anche la Francia all’ultima giornata, hanno conquistato un meraviglioso e storico secondo posto finale: immense!!!

Poche ore dopo questo trionfo, su facebook ho visto un post sulla vittoria, o meglio, un link all’articolo di una rivista. Si trattava della pagina di Vanity Fair e ho subito pensato: “ecco cosa succede quando arrivano i risultati: arriva l’attenzione di tutti!”. Il mio pensiero era stato ancora più immediato a causa dell’impietoso confronto con le vicende del rugby maschile, in ormai cronica asfissia di risultati e anche, inevitabilmente, di interesse mediatico al di fuori della stampa specializzata: uno sport “minore”, definizione triste ma veritiera, per far parlare di sé deve sfornare in primis vittorie.

Quasi in contemporanea al link di Vanity Fair, sempre su facebook ho visto il post di Davide Macor, che celebrava a sua volta la vittoria delle Azzurre e, al contempo, ricordava quando, pochi anni fa, lui e gli altri ragazzi della combriccola di “NPR” (Non Professional Rugby), essendo appunto votati al rugby non professionistico, avevano deciso di dedicarsi all’ovale femminile e di occuparsi delle riprese e delle telecronache delle partite della Nazionale. Come era venuta, ai ragazzi di NPR, l’idea di seguire un rugby femminile ancora quasi dimenticato? Era successo allo Snow Rugby di Tarvisio (dove ci si affronta con l’ovale sulla neve) quando, chiacchierando con il fotografo Sebastiano Pessina, che si stava in quel periodo occupando degli scatti degli Azzurri in vista del 6 Nazioni, Amodeo & Co. pensarono: “Ma perché per la maschile tutta questa attenzione e per le ragazze niente?”.

Era il 6 Nazioni 2014, il rugby femminile in Italia non riceveva ancora tutta l’attenzione che avrebbe meritato e appassionati di rugby e comunicazione come Macor, Valerio Amodeo, Enrico Turello, Lorenzo Bruno, Lorenzo Cirri, Lorenzo Bruno e Giancarlo Stocco si lanciarono nell’avventura di realizzare e commentare le riprese in diretta degli incontri delle Azzurre. Così capitava loro di partire con un pullmino da Udine per Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, dove si giocò un’Italia-Scozia, il 22 febbraio 2014), arrivare laggiù e trovarsi come postazione per impianti e telecronaca dei tavolini da bar con un ombrellone nel mezzo. È anche successo, a Valerio, di partire da Roma per Rovato (BS), per commentare un’Italia-Inghilterra del 14 marzo 2014, dopo che, il giorno prima, era nata sua figlia Claudia.

Questo tuffo in un passato recente che il magnifico e fresco secondo posto al 6 Nazioni sembra aver sparato lontano anni luce, con il link di Vanity Fair e il post di Davide Macor a rappresentare una specie di paradosso spazio-temporale, mi ha fatto incuriosire su quel che si trova lungo il percorso di questo rugby femminile tricolore, sul terreno dove le ragazze ovali di oggi piantano le loro radici e crescono.

Così, ben prima di arrivare agli aneddoti legati alle avventurose trasmissioni video e audio del 2014, il tuffo è in una Nazionale femminile che si pagava le trasferte di tasca propria e che, per dividere i costi tra più persone, riempiva i posti vuoti sul pullman con parenti e amici, una Nazionale femminile che non aveva i vestiti “di rappresentanza” dalla Federazione e che, per partecipare ai terzi tempi formali, vedeva le ragazze prestarsi a vicenda gli abiti eleganti. Erano rugbywomen che venivano viste quasi come dei fenomeni da baraccone, impegnate in uno sport considerato così poco femminile, che venivano prese in giro, che non avevano niente se non la loro enorme passione ed una fortissima testardaggine.

Ecco, io credo che la parola chiave del rugby femminile in Italia, ciò che ha portato quest’anno le Azzurre al secondo posto nel 6 Nazioni e al sesto posto nel ranking mondiale, sia proprio “testardaggine”: è la testardaggine, intesa come passione, mancanza di paura, insistenza nel fare quel che si ama e superamento delle difficoltà, che permette ad una ragazzina di iniziare a giocare a rugby in Italia e di continuare a farlo e sempre meglio.

Di sicuro questa dote non è mai mancata a Maria Cristina Tonna, oggi responsabile federale dell’attività femminile e, da sempre, donna di rugby: giocatrice, allenatrice, promotrice instancabile dell’ovale per e tra le ragazze. In Italia, il suo nome oggi è praticamente sinonimo di “rugby femminile” ma i suoi inizi e il suo percorso sono del tutto simili a quelli di tantissime ragazzine che iniziano a giocare a rugby e ce la mettono tutta per continuare a farlo: “Nel 1982, a 13 anni, vidi la mia prima partita dal vivo di rugby (di minirugby, per la precisione) e, da subito, rimasi affascinata dal senso di libertà che mi trasmetteva l’immagine di quei bambini e bambine (ben due!) che correvano felici con la palla in mano. Il giorno dopo andai al campo di Ostia con i miei due fratelli per un allenamento di prova e, 37 anni dopo quel giorno, sono ancora qui, anche se, per una ragazzina, non era proprio sempre accogliente il mondo ovale: a volte gli stessi maschietti erano diffidenti nell’avermi in squadra e devo ringraziare gli allenatori dell’epoca per avermi permesso comunque di allenarmi, giocare e di non perdere il mio entusiasmo”.

Come per tutte le bambine che iniziano a giocare a rugby, l’uscita dalle categorie del minirugby è stata un problema anche per Maria Cristina: “A 14 anni, non essendoci alcuna categoria femminile juniores, mi ritrovai a giocare con una squadra seniores, l’allora Ceccherelli Roma, divenuto poi, di lì a poco, Villa Pamphili: gli allenamenti li alternavo, a volte con le ragazze a Roma, a volte con i ragazzi a Ostia, dove vivevo. La mattina uscivo da casa per andare a scuola sulla Via Ardeatina, poi andavo ad allenarmi a Villa Pamphili, mangiando un panino sul bus. I primi tempi non potevamo fare neanche la doccia e spesso rientravo a casa mezza infangata, dopo aver preso vari autobus ed il treno per Ostia”.

Ecco, insieme a “testardaggine”, l’altra parola che associo subito alle rugbygirls è “fango”: una cosa vista come così poco femminile, sporca, brutta, ma che, sui corpi e sui volti delle ragazze ovali diventa un bellissimo segno della lotta e della passione, del voler fare qualcosa che si ama tanto nonostante le difficoltà.

Il grandissimo risultato nel 6 Nazioni appena concluso è figlio di un enorme lavoro di diffusione, crescita e formazione, di una strategia e di un progetto in continuo sviluppo ed evoluzione le cui solide radici, però, sono e devono rimanere sempre piantate in un terreno fatto di trasferte a spese proprie, telecronache pionieristiche, ore di autobus e treni macinate senza potersi fare una doccia, sfidando gli sguardi di chi non capisce una ragazza sporca di fango. Forse è questa la prossima e più grande sfida che si troverà ad affrontare l’ovale femminile azzurro, proiettato in alto ma la cui forza è rappresentata dalle sue temprate radici.

“Di questo 6 Nazioni mi rimarrà addosso l’energia positiva sprigionata da una squadra fiera di aver raggiunto un altro importante obiettivo, e i sorrisi e gli abbracci delle piccolissime ruggers che abbiamo coinvolto in tutte le città dove abbiamo giocato, perché in ogni cosa della vita è l’amore che ci metti che fa la differenza!”. (Maria Cristina Tonna)

“Radici e ali. Ma che le ali mettano radici e le radici volino”.
(Juan Ramón Jiménez)

(Per la foto ringrazio tantissimo Ettore Griffoni / LivePhotoSport)

Rugby and more: infine, lo gnocco del 6N 2019!

La pregiatissima giuria che ha già votato i più bei figlioli della prima giornata del 6 Nazioni 2019 (qui) e diramato le convocazioni nientemeno che per gli gnocchi di ogni tempo (qui) ha, infine, assolto anche al compito per cui era del tutto spontaneamente nata, sette settimane fa, la chat di whatsapp che, dopo 4.300 messaggi, ha ora decretato i giocatori più affascinanti del torneo appena concluso ed eletto il loro re.

Siccome ci teniamo sempre anche all’aspetto didattico e di diffusione del rugby, le convocazioni stavolta sono state suddivise in “avanti” e “trequarti”, di modo che, anche chi non mastica molta palla ovale, possa prendere confidenza con questa distinzione tra i primi otto uomini e gli altri sette, ricordando anche che a rugby si gioca in quindici. Nelle convocazioni “All time and all stars” avevamo esplicitato tutti i ruoli con i relativi numeri di maglia e siamo molto orgogliose delle nostre dispense anche didattiche e non solo estetiche ed ormonali!

Quindi, chi è il re?

… Rullo di tamburi…

“The Gnocco of the 6 Nations 2019” is… …

YOHANN HUGET (FRA)!!! Dunque, un “roi”: il suo fascino franco-brasiliano ha sbaragliato i pur quotatissimi e dotatissimi avversari!

 

E gli altri contendenti al titolo, quelli che hanno ricevuto più nomination durante le cinque giornate del torneo? Eccoli, con anche alcuni “extra”! Traduzione: leggete fino alla fine.

AVANTI (la mischia):

  • ALLAN “lo abbiamo puntato dalla prima partita” DELL (SCO) DELL
  • JONNY “che famigliola” GREY (SCO) Jonny Grey
  • ALUN WYN “The Captain” JONES (WAL) Alun wyn jones
  • GEORGE “l’orecchio glielo perdoniamo” KRUIS (ENG) George_Kruis_3419833b-e1461163636355
  • COURTNEY LAWS (ENG) lawes
  • STUART MCINALLY (SCO) Mcinally
  • JOSH “come stanno bene i bicipiti con le treccine” NAVIDI (WAL) NAVIDI
  • LOUIS “bello da decenni” PICAMOLES (FRA) PICAMOLES
  • SEBASTIEN VAHAAMAHINA (FRA) sebastien-vahaamahina

TREQUARTI (gli altri):

  • DAN “caramello salato” BIGGAR (WAL)BIGGAR
  • TOMMASO CASTELLO (ITA) CASTELLO
  • ELLIOT DALY (ENG) DALY
  • CHRIS “un uomo e il suo ciuffo” HARRIS (SCO) HARRIS
  • ROBBIE HENSHAW (IRE) HENSHAW
  • ROB “che dire?” KEARNEY (IRE) Kearney
  • MAXIME “da anni una certezza” MEDARD (FRA) MEDARD
  • CONOR MURRAY (IRE) MURRAY
  • HENRY SLADE (ENG) SLADE

 

Ma non abbiamo ancora finito: abbiamo anche un convocato “honoris causa”, una terna arbitrale e due commentatori tv!

Convocato “ad honorem” (era nella rosa gallese per il torneo ma non è riuscito a rientrare dal suo infortunio): LEIGHT “mezzamonetina” HALFPENNY (WAL) Halfpenny

Terna arbitrale:

  • BEN O’KEEFFE (NZL) Ben-O_Keeffe-800.jpg
  • LUKE PEARCE (WAL)                          PEARCE REF.jpg
  • NIGEL “lo amiamo tutte spudoratamente” OWENS (WAL) Nigel

TV (abbiamo pensato a tutto!):

  • DANIELE PIERVINCENZI (ITA – DMAX) PIERVI
  • SIR JONNY “riusciamo a metterlo anche qui” WILKINSON (ENG – ITV) jonny

 

Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza, come principale punto di partenza, parte del vecchio gruppo delle Camioniste di rugby.it, un’esperienza ovale, umana e sociale realmente pazzesca che, quindici anni dopo la sua nascita, fa ancora sì che si mantengano amicizie e legami, in barba a tempo, vicende e distanze. Grazie dunque alle Camioniste e alle altre amiche che hanno fatto parte della chat, diventate senza dubbio Camioniste ad honorem!

La giuria: Emy (ovvero io), Paola x 2 (nel senso che sono due Paole), Franca, Roberta, Cinzia, Chiara x 2 (come sopra), Ony, Giorgia ed Elena, con la partecipazione della piccola Matilde.

“Il rugby è un gioco primario: portare una palla nel cuore del territorio nemico. Ma è fondato su un principio assurdo, e meravigliosamente perverso: la palla la puoi passare solo all’indietro. Ne viene fuori un movimento paradossale, un continuo fare e disfare, con quella palla che vola continuamente all’indietro ma come una mosca chiusa in un treno in corsa: a furia di volare all’indietro arriva comunque alla stazione finale: un assurdo spettacolare.” (Alessandro Baricco)

Rugby and more: giovedì gnocchi… of all time!

La stessa prestigiosa, competente ed appassionata giuria che aveva nominato gli “Gnocchi of the Match” della prima giornata di 6 Nazioni (qui) ha, fin da subito, messo in evidenza una conoscenza della materia assai estesa sia nello spazio che nel tempo e, così, sono usciti fuori nomi ampiamente sufficienti per mettere insieme una Selezione “All Time & All Stars” con i fiocchi.

Le convocazioni includono, per la maggior parte, giocatori non più in attività che hanno lasciato segni e sogni indelebili nei nostri ricordi, nei nostri cuori e nei nostri ormoni. Vestono però la nostra immaginaria maglia (immaginaria nel senso che non esiste: giocano senza!) anche alcuni rugbymen attualmente ancora in campo, seguendo però un unico criterio: non devono essere impegnati nel 6 Nazioni in corso, per il quale, a fine torneo, verranno diramate apposite convocazioni dello “Gnocco Team” dedicato.

Naturalmente, siccome ci teniamo moltissimo alla diffusione del rugby, ci auguriamo che il nostro documentato elenco possa avere anche una valenza didattica come, ad esempio, far conoscere a chi li ignora i ruoli del rugby e i relativi numeri: non siamo bravissime???

Inoltre, visto che siamo proprio “precisine”, non ci siamo dimenticate neanche arbitro e “waterboy”.

Ecco dunque il frutto di tanto lavoro e di cotanta concentrazione, pur ben consapevoli che, sicuramente, mancherà qualcuno, di cui magari ci ricordiamo le doti ma non il nome!

 

15. Estremo:

Juan Martin “il Mago” Hernandez (ARG, 1982)

Clément “Monsieur Dieux du Stade” Poitrenaud (FRA, 1982)

Luke McAlister (NZL, 1983)

Ben Foden (ENG, 1985)

 

14 e 11. Ali:

Sean “the Piffero” Lamont (SCO/AUS, 1981)

Ben Cohen (ENG, 1978)

Jan Serfontain (RSA, 1993)

Giovanbattista Venditti (ITA, 1990)

 

13 e 12. Centri:

Felipe Contepomi (ARG, 1977)

Jamie “the Doctor” Roberts (WAL, 1986)

JJ Engelbrecht (RSA, 1989)

Sonny Bill “figuriamoci se potevamo non metterlo” Williams (NZL, 1985)

 

10. Mediano d’apertura:

Sir Jonny “simply the King” Wilkinson (ENG, 1979)

Percy “è lui Azzurro di Shrek” Montgomery (RSA, 1974)

Ronan “il Roscio” O’Gara (IRE, 1977)

Gavin “quanti schiaffi” Henson (WAL, 1982)

 

9. Mediano di mischia:

Byron Kelleher (NZL, 1976)

Joost Van der Westhuizen (RSA, 1971-2017)

 

8. Terza centro (o, semplicemente, Numero 8):

Sébastien “Orco” Chabal (FRA, 1977)

Sir Lawrence “poteva giocare per l’Italia” Dallaglio (ENG, 1972)

 

7 e 6. Flanker (o terza linea ala):

Richie “mai in fuorigioco” McCaw (NZL, 1980)

David “Mr bicipite” Pocock (AUS, 1988)

Todd “California style” Clever (USA, 1983)

 

5 e 4. Seconda linea (quelli che mettono la faccia dove altri non vorrebbero mai!):

Ali Williams (NZL, 1981)

Victor “non guardarmi così” Matfield (RSA, 1977)

Eben “esplodi t-shirt” Etzebeth (RSA, 1991)

Jérome Thion (FRA, 1977)

 

3 e 1. Pilone:

Franco “Kino” “meglio del vino” Properzi (ITA, 1965)

Sylvain Marconnet (FRA, 1976)

Carl “non bello ma acchiappa” Hayman (NZL, 1979)

 

2. Tallonatore:

Dimitri “quella faccia non è da tallonatore” Szarzewski (FRA, 1983)

Bismarck “tantissima roba” du Plessis (RSA, 1984)

 

Extra:

Waterboy (H2O):

Dan Carter (NZL, 1982)

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Arbitro:

Steve “è davvero così bello” Walsh (NZL/AUS, 1972)

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Mi auguro che chi abbia avuto la bontà di leggere e scorrere fino in fondo queste variegate “convocazioni” si sia divertito quanto me mentre scrivevo, sceglievo ed assemblavo le poche righe e le molte foto e quanto tutta la stimata e qualificata giuria tecnica mentre ricordava e commentava, in modo più o meno censurabile, i vari prescelti.

Per delucidazioni sul tema didattico dei ruoli del rugby, rimango a disposizione!

6 Nazioni, giornata 3: mix-and-match

6 Nazioni 2019, giornata 3, Italia-Irlanda all’Olimpico di Roma (16-26).

Mix-and-match dal desk dell’area media e dalla tribuna stampa dello stadio:

  1. Sono sbarcati i giapponesi!!!! Si palesa al desk un ragazzo (italiano) visibilmente poco esperto del luogo e delle modalità stampa della giornata: ci chiede informazioni sui tempi e gli orari e gli interessa la mixed zone, dove si fanno le interviste al volo ai giocatori quando escono dagli spogliatoi dopo essersi cambiati a fine partita. Gli diamo tutte le info, lui si gira e inizia, in un giapponese che ci ha lasciate tutte di stucco per musicalità, a tradurre le informazioni per un ragazzino che sembrava uscito da un cartone animato giappo e ad un uomo, sempre giapponese, brizzolato ma con i capelli tinti di viola, che somigliava pari pari ad un personaggio dei film di Miyazaki: ascoltavo incantata l’interprete e non riuscivo a smettere di guardare questo strepitoso tizio! Erano di una tv nipponica, ovviamente: RWC 2019 is in the air!
  2. Poco dopo il fischio finale vado al bagno delle signore (cit.) dell’area media e lo trovo letteralmente invaso di signore e signorine Irish che si tirano a lucido, contendendosi gli specchi ed evitando di calpestare le trousse di variegate attrezzature da trucco e parrucco, raggiungendo il livello di stucco e cazzuola! Cena di gala was in the air (and so much lacca was in the air too!)!
  3. Dopo essere andata in un altro bagno delle signore, ho ritrovato al desk il giapponesino che, forse non convinto delle spiegazioni precedenti, era tornato a chiedere conferma, coraggiosamente in inglese e senza l’interprete, dove fosse la mixed zone e a che ora aprisse: l’ho accompagnato, gli ho fatto vedere la porta e spiegato quando avrebbe aperto. Mi ha detto di aver capito e ringraziato per un minuto di seguito: chissà se poi ‘ste interviste flash per i tifosi del sol levante sono davvero riusciti a farle!
  4. Mi sono trovata davanti l’arbitro Tomò diventato biondo, e gli dona anche!
  5. Alla faccia delle Irish che hanno invaso il bagno per il restauro pesante, la mia collega volontaria Viola registra dei tutorial di trucco rapido e senza specchio: la classe delle donne intraprendenti!
  6. Quando, mentre stavo dando informazioni in inglese ad un giornalista, ho visto avvicinarsi il mitico Ian, Aussie da decenni in Italia che, tra le altre cose, insegna inglese, mi sono istantaneamente sentita come se fossi tornata a scuola: “Ian, meno male che non mi hai sentito parlare inglese, se no mi davi subito della capra!” – “Ah, parlavi inglese? Non mi sembrava!” (simpatico!!!) – “Comunque, in inglese non si usa goat, ma donkey!”. Grazie Ian!
  7. I giornalisti hanno applaudito O’Shea e Ghiraldini quando sono entrati in sala stampa per la conferenza di rito del dopo partita. Bello, spontaneo e sanguigno, ma anche amaramente sintomatico di quanto agli appassionati e ai tifosi italici manchino ormai non solo le vittorie ma anche delle belle quasi-vittorie. Un punto di ripartenza? Difficile, viste le partite mancanti e il palese divario complessivo rispetto alle altre cinque squadre ma, dopo troppe sconfitte assai fosche, ad oggi qualche altra “sconfitta onorevole”, che nessuno pensava mai di poter rimpiangere, farebbe già un gran bene.
  8. Lo stadio vuoto al mattino mi mette sempre i brividi, così come Ireland’s Call.
  9. Giustamente, si è parlato tanto della semplicemente strepitosa Nazionale femminile, vittoriosa di misura sulle Irish e in piena corsa per poter vincere il 6 Nazioni: women do it better! Hashtag donneintraprendenti e donnevincenti.

It’s a (rugby) girl!

Un milione di anni fa, cioè attorno al 2004, iniziavo a frequentare il campo di Cogoleto (GE) e lì vedevo sempre due bellissime gemelline piene di riccioli, Micol e Giulia, in tribuna con papà. Questa cosa mi è tornata in mente perchè, nel frattempo, le due piccoline sono cresciute, sul campo ci sono scese e, una delle due, ha già raccolto dei caps in Nazionale ed è nel “gruppone” per il 6 Nazioni 2019.

Micol Cavina, classe 1999, è una di quelle due gemelline e, nel corso degli anni, per poter continuare a giocare a rugby a 15, si è dovuta trasferire in Veneto, mentre sua sorella Giulia ora è a Milano. Le “Cavina ovali” non sono finite, in realtà: una sorella maggiore, Valentina, gioca a Genova, mentre Gaia, più piccola, gioca ancora a Cogoleto, in U16.

Molta gente non sa neppure che il rugby esista anche in versione femminile, invece si gioca eccome, ma è una salita continua per una bambina/ragazzina/ragazza riuscire a praticarlo in Italia, ed è probabilmente questo che rende le nostre rugby girls tanto agguerrite e la nostra Nazionale tanto forte (7° posto nel ranking mondiale).

Mi sono fatta raccontare da Micol Cavina la sua storia sportiva, che è esemplare per quanto riguarda il rugby femminile italiano lontano dal Veneto e da grandi e tradizionali piazze.

Dopo neanche un anno di ginnastica artistica, le due gemelline si erano accorte che non faceva per loro e che volevano starsene sul campo da rugby con papà, che allenava i piccoli U7 del Cogoleto, e così le due bambine piene di riccioli si sono messe a giocare a minirugby insieme ai maschi. Fino all’U12 maschietti e femminucce possono giocare insieme e questa è la fase in cui, facendo promozione nelle scuole e con il passaparola, un po’ di bambine possono iniziare e riuscire a giocare a rugby. Poi, purtroppo, iniziano i problemi: dall’U14 ci si divide in maschile e femminile e se, come quasi sempre capita, i numeri delle bambine sono troppo bassi, tantissime sono costrette a smettere, oppure a cercare, trovare e riuscire a frequentare società più lontane. A Cogoleto, nel momento in cui le due testarde Cavina hanno concluso il minirugby, con grandi sforzi si era riusciti a mettere su un’U14, unica della Liguria.

Come? Così: «Oltre a giocare a rugby, io e mia sorella facevamo propaganda per convincere le ragazze a venire a provare… anche proponendo scambi, tipo “dai, se vieni a provare il rugby io vengo a provare basket – oppure – se sei mia amica vieni, o non lo sei davvero!”». Noi donne, anche da piccole, ne sappiamo sempre una più del diavolo!

Grazie ad un grande lavoro nelle scuole e i campionati studenteschi, le ragazze aumentano di numero e le gemelle e le loro compagne riescono a portare avanti tre anni di U16 a sette, vincendo addirittura il campionato italiano di categoria. Da lì, qualcuno si accorge di Micol e di Giulia, che vengono chiamate prima nella Selezione U18 di 7s, dove Micol è anche nominata capitano, e poi in Nazionale, con la quale volano a Hong Kong.

Nel frattempo, la passione delle ragazze e il grande lavoro loro e della società fa sì che, nella piccola Cogoleto (circa 9.100 abitanti, molti di più in estate, un bel lungomare e un gelido campo da rugby incastrato tra un monte e i piloni dell’autostrada, perfetto esempio delle differenze climatiche liguri tra costa ed immediato entroterra), si riesca a creare una squadra femminile di rugby a 15, per fare la serie A. Io i risultati di quella squadra li ricordo: giocavano contro delle corazzate come Mira, Monza, Frascati, prendevano vagonate di punti, ma resistevano ed esistevano.

Come nella sua squadra, Micol fa il salto nel 15 anche in Nazionale, per un test match contro la Francia, nell’anno della maturità: «Penso sia stata una delle mie soddisfazioni più grandi essere lì in campo con le ragazze più forti d’Italia a rappresentare il mio Paese! E’ stato un pianto di gioia continuo, dalla convocazione, al primo allenamento, ai discorsi della capitana Sara Barattin, all’inno e al mio ingresso in campo». Poi sono arrivati altri due caps e la chiamata nel gruppo per il 6 Nazioni in corso.

Ora la sua preoccupazione è per la sorella più piccola, “la più forte di noi quattro”, e le sue compagne di U16, che non hanno una prima squadra in cui passare.

La Nazionale femminile è allenata, dal 2009, da Andrea Di Giandomenico, aquilano classe 1975, che io ricordo, tra il 2005 e il 2006, a Reggio Emilia da giocatore, in serie B: veniva da tante stagioni di alto livello a L’Aquila, aveva un po’ di pancetta, si muoveva poco, ma con il suo piede faceva vedere i sorci verdi a tutti!

È fondamentale ricordare che il rugby femminile italiano non è rappresentato a livello mondiale solo dalle giocatrici, ma anche dagli arbitri: le nostre direttrici di gara internazionali sono Clara Munarini (classe 1989), Maria Beatrice Benvenuti (1993) e Maria Giovanna Pacifico (1990). Tutte e tre arbitrano anche nei campionati maschili a livello nazionale.

In questo periodo dell’anno è possibile seguire tutte le nostre rugby girls, giocatrici e arbitri, nel 6 nazioni femminile: dopo aver vinto in Scozia (28-7) e pareggiato con il Galles (3-3 a Lecce), le Azzurre affronteranno Irlanda (il 23/2 a Parma), Inghilterra (il 9/3 a Exeter) e Francia (il 17/3 a Padova). Il calendario del torno femminile, così come anche quello dell’U20, segue quello del 6 Nations maschile.

«Appena la femminile prende un po’ più di spazio, inizia subito ad infastidire i ragazzi, che hanno tutto ma sono degli eterni gelosoni – conclude Micol – Una volta, tra U14 e U16, con mio padre, orgogliosissimo della squadra che aveva tirato su, abbiamo sfidato a beach rugby i maschi: “Chi perde, paga la pizza!”. Abbiamo vinto noi e in pizzeria si sono presentati solo due degli sconfitti!».

 

Elegia di una volontaria: di neve, stadi che respirano e Nigel Owens

Si avvicina l’esordio casalingo dell’Italia nel 6 Nazioni 2019 e, per la prima volta dal 2012, ossia da quando mi sono iscritta al progetto volontari della FIR, salterò una partita, che mi guarderò in tv.

Rifletto così sul fatto che, per la prima volta in sette anni, riuscirò anche a vedere l’altra partita del sabato e persino quella della domenica! Di solito, durante la prima ero ancora allo stadio e, mentre si giocava quella domenicale, in treno tornando da Roma.

Una partita da volontari è una specie di mondo e tempo parallelo rispetto a quello degli spettatori: inizia prima, finisce dopo e ha dinamiche tutte sue. Permette di entrare in contatto con il gigantesco e sommerso mondo del “dietro le quinte” di un grande evento sportivo e anche di vivere zone dello stadio che sono precluse al pubblico.

Personalmente, la cosa che preferisco in assoluto, tra quelle che ho la possibilità di sperimentare grazie al mio pass da volontaria, è lo stadio vuoto. Quando al kick off mancano ancora un po’ di ore, i cancelli sono chiusi e dentro l’Olimpico c’è solo chi sta già lavorando, in un silenzio irreale per una struttura che si identifica come caotica, rumorosa e piena di gente, sembra quasi che lo stadio tiri il fiato prima di entrare in apnea quando verrà riempito da persone, suoni, rumori, musica. Allora, al mattino, mi ritaglio sempre qualche minuto per andarmi ad affacciare sul campo per guardare “il gigante” che ancora sonnecchia: un grande stadio vuoto e silenzioso fa impressione, ma dà anche un senso di pace, proprio da quiete prima della tempesta.

La vita quotidiana, in Italia, è assai avara di rugby: è ben difficile trovare con chi parlarne al lavoro o sul treno o in tutte le altre situazioni in cui chiunque è quotidianamente circondato da chiacchiere sul calcio. Per questo, come chiunque lo frequenti sa, il mondo del rugby lo consideriamo un po’ tutti come una sorta di microcosmo: ci siamo dentro e cerchiamo occasioni per poter incontrare altri come noi, quasi fossimo una specie a parte! Lo facciamo via social, lo facciamo frequentando i campi e i club e lo facciamo anche facendo i volontari, tuffandoci direttamente dentro ad una situazione straordinariamente piena di rugby.

Immagino senza fatica che questo sia un sentire comune e condiviso tra gli appassionati, praticanti oppure no, di tutti gli sport cosiddetti “minori” (dicitura odiosa ma, purtroppo, calzante).

In molti non farebbero mai il volontario (“ma chi te lo fa fare?”, mi sono sentita chiedere): si spendono soldi che nessuno rimborsa, si sta allo stadio da mattina a sera, non si fa in tempo a godersi il villaggio del terzo tempo e, nonostante le ripetute promesse, non si riesce mai a salutare gli amici che sono lì da spettatori. Inoltre, l’ovale italiano non è granché in salute e la Nazionale neppure e i volontari non sono né ciechi né sordi: sono appassionati ed innamorati, prima di tutto del rugby, come chi allo stadio ci va in tribuna o chi, nonostante gli improperi e la sofferenza, si guarda le partite in tv e come chi continua ad impegnarsi nel suo club, nonostante le mille difficoltà.

Tra un giubbotto e un pass e l’altro, nascono e si cementano amicizie, si creano piccoli rituali e abitudini, si rivedono persone, ci si ritrova a lamentarsi per le levatacce, soprattutto quando (molto spesso, anzi, quasi sempre) seguono una serata di incontri, saluti, mangiate e bevute tra “amici di rugby”.

Ti senti nel posto giusto. Come capita anche quando, almeno così è per me, mi trovo su un campo da rugby, ovunque esso sia.

In sette 6 Nazioni, un mondialino U20 e un po’ di test match, tutti nel settore media, gli incontri con “big” ovali non sono mancati e i più emozionanti, per me, sono stati quelli con il mio idolo Nigel Owens, con il mito vivente Lawrence Dallaglio, con il monumentale Paul O’Connell e con Tana Umaga.

La partita che ricordo di più è la prima, sia per questo motivo che perché non è stata una giornata qualsiasi: 6 Nazioni 2012, ITA-ENG, prima partita in assoluto all’Olimpico e… tanta neve! Il delirio assoluto, dentro e fuori lo stadio, partita in forse fino all’ultimo, qualcosa come quattordici ore là dentro, a cercare di dare una mano a sbrogliare situazioni di ogni genere ed emergenze assortite, alcune anche piuttosto curiose: far asciugare un po’ il fradicio e congelato giornalista di Sky (se legge si riconosce!), prestare ombrellini (nostri) a chiunque, inclusi inviati della BBC (la sicurezza non li aveva fatti entrare con i loro ombrelli appuntiti), sfamare dei giornalisti inglesi, che ci avevano messo ore ad arrivare allo stadio, con i fantasmagorici panini dei sacchetti del volontario.

Un altro ricordo molto divertente è quello della JWC 2015, con le ragazzine di Calvisano e dintorni che si appostavano e seguivano gli aitanti e più o meno esotici U20 delle varie squadre, con una predilezione per qualche giovanotto australiano con il fascino da surfista. Io sono cresciuta in un paesino molto simile e, in effetti, se provo ad immaginare me stessa e le mie amiche che, a quindici-sedici anni, nel pigro scorrere della vita del piccolo centro di provincia, ci fossimo ritrovate lì tanto clamoroso ben-di-Dio da tutto il mondo, avremmo fatto esattamente come loro!

Lo sport dei volontari, è uno sport bello, di cuore e passione. E non è per tutti, proprio come il rugby.

“Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l’aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa”. (Henri Garcia)