Giocatori che mi piacciono: Bastien “Bast” Agniel

Nell’agosto del 2011, un ragazzo francese non ancora ventitreenne arrivò, dopo un viaggio di 600 km, a Recco, in provincia di Genova, sulla riviera di Levante. Era partito, in macchina, da Grane, piccolo paesino nel dipartimento della Drôme, regione Rhône Alpes, per affrontare la sua nuova esperienza da giocatore di rugby, la prima in Italia.

“Sono salito in macchina e ho pensato ‘ma dove cazzo sto andando???'”.

Mediano di apertura, il ragazzo, fin da subito, si era messo di grande impegno per imparare il più in fretta possibile l’italiano ed integrarsi al meglio e presto: avremmo capito in breve tempo che, il francesino, aveva la testa dura e tenacia da vendere.

Ricordo ancora la sera del raduno e del primo allenamento di quell’anno: era l’inizio della seconda stagione biancoceleste nell’allora A1, dopo il 7° posto di quella precedente, in panchina era arrivato Claudio “Morsa” Ceppolino, il gruppo era acerbo ma pieno zeppo di talenti pronti ad esplodere. Quel campionato finirà con un 6° posto e il nuovo numero 10 francese fece subito vedere che sapeva giocare e calciare molto molto bene.

Dopo la breve “rincorsa”, inizieranno gli anni del “tornado” Pro Recco Rugby: la vittoria della A1, i primi play off e la prima finale della storia nel campionato 2012/2013, ancora play off in quello 2013/2014, altre due finali nel 2015 e nel 2016. Con la maglia numero 10 c’è sempre quel francesino arrivato da Grane che, ormai, lo ha capito dove stava andando.

Miglior giocatore della serie A1 2012/2013, un numero spaventoso di punti a stagione (sempre attorno ai 200), un piede magnifico, un giocatore generoso, competitivo (“deve avere qualcosa in palio anche quando facciamo qualche gioco stupido in club house!”, dirà l’attuale coach Cal McLean), un vero esempio e leader dentro e fuori dal campo, che diventerà capitano nel 2014 e lo resterà sempre, diventando per tutti “Le Capitaine”.

Ogni anno, la paura di vederselo portare via ma, nel campionato “di sopra”, nessuno ha mai creduto davvero in lui: ritenuto non abbastanza grosso? Chissà. Comunque, scarsa lungimiranza loro e fortuna della Pro Recco Rugby, che si è goduta il ragazzo, diventato nel frattempo un uomo ed un campione, per la bellezza di otto stagioni.

Auguro a chiunque di trovare un giocatore come Bast, lo auguro a qualunque squadra e società ed anche a qualsiasi addetto stampa: un Professionista magnifico, un rugbysta appassionato, un perfezionista che si conta i punti e sempre pronto a segnalare imprecisioni. Su dodici stagioni da “Detta” stampa del Recco, otto le ho condivise con lui e so solo io quante volte ho ricontato punti!!!

Quando ho postato l’annuncio del suo addio a Recco e all’Italia sono arrivati tantissimi commenti, anche da una marea di avversari incrociati negli anni: stupendi e sinceri attestati di stima nel riconoscere la grandezza di un atleta che ha senza dubbio arricchito la nostra Serie A con il suo talento e la sua classe e con il suo essere un Signore (come è stato scritto da un direttore di gara).

Bast mancherà alla pro Recco Rugby, mancherà alla Serie A, mancherà al rugby italiano, mancherà a me e a tutti coloro che hanno diviso con lui campi, maglia, lacrime, sorrisi e risate.

Allez Bastien, allez Bastien!

“Le rugby, c’est l’histoire d’un ballon avec des copains autour et quand il n’y a plus de ballon, il reste les copains” (Jean-Pierre Rives)

(Nella foto principale, le lacrime della finale più amara: Viadana 2015)

(Tutte le foto: archivio Pro Recco Rugby)

Italia-Francia: non vincere…

Qualche giorno fa mi chiedevo (qui) se battere la peggior Francia del millennio e conquistare all’ultima giornata del 6 Nazioni 2019 una vittoria nel torneo, dopo ventuno sconfitte di seguito, sarebbe stato un bene per l’Italrugby. Il problema mi è stato tolto dagli Azzurri stessi, capaci di perdere una partita che andava solo vinta, contro un avversario imbarazzante che ben difficilmente ci ricapiterà mai tanto disastrato, in 80 minuti inguardabili, commettendo errori imperdonabili ed anche incredibili.

Italia-Francia, grigia come il cielo di Roma, è finita 14-25. L’Italia, con più possesso e più occasioni, ha perso senza prendere neanche un bonus e chiudendo quindi a zero il suo 6 Nazioni: cucchiaio di legno e whitewash, un’altra volta.

Quindi, come si possono ascoltare gli ormai sempre più vuoti “stiamo crescendo”? Che uno magari per un po’ ci crede anche, porta pazienza (virtù che certo non manca, insieme ad un evidente masochismo, agli appassionati italici di palla ovale), ma poi arriva anche il momento in cui il disco va cambiato, perché ormai il commento più gentile agli “stiamo crescendo” è “e meno male…”, mentre gli altri sono irriferibili.

Si è perso dunque e, mentre a Roma si scuote la testa dicendo “non capisco come abbiamo perso”, a Parigi ci si chiede come diavolo sia stato possibile vincere non facendo quasi niente: “da che punto guardi il mondo tutto dipende” (cit.).

E ora? Il programma dice che, da metà settembre a inizio novembre, in Giappone c’è la RWC 2019, dove gli Azzurri, mai andati oltre il primo turno, sono attesi da un girone dantesco più che eliminatorio: Italia, Canada e Namibia con… Nuova Zelanda e Sudafrica. Quante ne passano? Ovviamente, due. Iniziare ad augurare fin da ora cospicui malesseri “influenzali” agli Springboks forse dovrebbe essere parte integrante della preparazione azzurra all’impegno, giusto per poterci almeno provare.

Dopo lo scempio di Italia-Francia, l’ultima giornata del 6 Nazioni ha rifatto gli occhi e il cuore a tutti con Galles-Irlanda e Inghilterra-Scozia: i Dragoni, guidati dal sempre più immenso Capitano Alun Wyn Jones, che ha iniziato la partita mettendo la sua felpa ad un intirizzito bambino durante gli inni nazionali, hanno triturato l’Irlanda (25-7) e portato a casa trofeo e grande slam (5 vittorie su 5), gli scozzesi (quelli del mai abbastanza ricordato e citato “sì ma la Scozia cosa porta?”), fino a pochi anni fa “la Scozia la battiamo”, sono usciti da Twickenham con un mostruoso 38-38 (da 31-0 per gli inglesi) e la Calcutta Cup sottobraccio.

Noi dove siamo stati, mentre la Scozia che battevamo è diventata quel che è ora? E dove siamo ora? In un posto che non è Glasgow, diciamo (altra cit.)!

Purtroppo, si è confermata in pieno la sensazione che già aleggiava quando il torneo stava per iniziare (qui): un 5+1 Nazioni, con un’Italia che, come se non bastasse già tutto il resto, sembra diventata incapace di vincere anche quando potrebbe farlo.

Facciamo che magari sia ora di iniziare a cambiare sul serio qualcosa, dalla base fino alla punta?

Chiudo con una mia opinione, che so mi attirerà gli strali di chi “il Capitano non si tocca”: se fossi in Parisse, il titolo di Man of the Match di ieri mi avrebbe offeso. Per i giusti riconoscimenti alla carriera ci sarà tempo, ma un MoM al termine di una delle sue non certo migliori partite e con la sua squadra sconfitta non lo trovo per niente “un bel regalo”.

Un pensiero allo sfortunatissimo Leo Ghiraldini, la cui ultima partita in carriera al 6N è finita troppo presto e troppo male e, quasi sicuramente, gli toglie anche l’ultimo Mondiale.

Ed un pensiero, naturalmente, ad un altro degli uomini in campo ieri e che a Roma ha anche lui salutato il 6 Nazioni: il mio adorato Nigel Owens, la cui classe 1971, purtroppo, è implacabile anche per il più bravo, carismatico e amato arbitro di rugby del millennio. Non consiglierò mai abbastanza a chiunque di leggere “Half Time”, la sua straordinaria autobiografia!

“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede”. (Lao Tse)

Italia-Francia: vincere… o non vincere…?

Domanda retorica, certo, quella del titolo: la risposta, naturalmente, è “vincere!”. Anche perché una Francia tanto malmessa, e con il plus di affrontarla a Roma, non ricapiterà probabilmente a breve. Si potrà gioire di una vittoria, la prima dopo ventuno sconfitte di seguito nel 6 Nazioni, contro dei “cugini” mai così smarriti e in difficoltà di gioco e risultati? Eccome! Perché chi scende in campo e ci mette sempre la faccia e prende botte la meriterebbe, così come i tifosi, sminuzzati e umiliati da sconfitte, fegato gonfio ed infelici commenti del resto del mondo e di chi li circonda (“ah… ma tanto l’Italia del rugby perde sempre!”).

Idealmente, una vittoria segna un gradino, un passo, un avanzamento lungo un cammino, che sia in salita o in piano. Quello dell’Italrugby e di chi la segue e la sorregge, cioè i tifosi ma anche tutta la famosa “base”, è una salita tipo una discesa libera fatta al contrario, come al rovescio sembra essere pensato questo cammino, con il continuo tentativo di costruire una piramide partendo dalla punta. Sta su e cresce? Ovviamente, no.

E così, da “n” anni a questa parte, assistiamo di tanto in tanto a qualche vittoria Azzurra, con gioia sacrosanta, come scritto qualche riga fa, per chi va in campo e per chi si fa il sangue amaro da tifoso, ma mai con la percezione del gradino, del passo, del cammino di cui sopra.

Questo, oltre a rendere la vittoria una sorta di inutile “casualità”, riesce a diventare persino un danno, ed è una sensazione tristissima: passata la gioia da giro di campo, si dissolve come una nuvola di fumo. Ancora peggio, la vittoria “una tantum” diventa un paravento, che nasconda tutte le sconfitte passate ed anche alcune future (dopotutto, fa ripartire da zero il conteggio).

Qui esce fuori il Grinch che è in me: il rugby italiano non sta bene e, quando capita una vittoria “spot” che diventa “visto? Va tutto bene!”, finisco quasi per maledire la vittoria, e non va bene, perché una vittoria deve essere sempre e solo una cosa bella.

Cosa è rimasto della vittoria (novembre 2016) contro il peggior Sudafrica del decennio e oltre, seguita nel giro di una settimana da una sconfitta nell’unica partita del trittico che “avrebbe dovuto” essere una vittoria e che avrebbe sì dato l’idea di un passo in avanti? Cosa è rimasto dell’ultima vittoria dell’Italia al 6 Nazioni (in Scozia, 28 febbraio 2015), seguita, ad oggi, da ventuno sconfitte di seguito nel torneo?

Dati dal web: ad una giornata dalla fine del torneo 2019, siamo a 99 partite, con 86 sconfitte, 12 vittorie e un pareggio. La percentuale di vittorie è 12,01%. I numeri hanno il crudele dono di essere spietati e diventano dei veri coltelli affilati se si pensa che quasi un quarto di queste sconfitte sono la striscia negativa attuale, cioè quando sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso: fa male tantissimo.

Festeggiamo una vittoria, se arriverà, prendiamo anche un po’ in giro i francesi, che se lo chiamano con la calamita, godiamoci il giro di campo e la festa, perché ce lo meritiamo, fosse anche solo per i litri di bile che accumuliamo nel nostro rugby di ogni giorno sui campi più o meno di provincia e che, sommata a quella per la Nazionale, riempie ormai delle cisterne intere ma, per favore, niente gatti venduti per leoni: un bel gatto che cresce e con il quale cresciamo tutti insieme lo capiamo e lo aspettiamo e per la bile ci compriamo anche dei serbatoi, ma un finto leone con la criniera posticcia ormai lo sappiamo riconoscere e tentare di vendercelo per vero ci fa anche incazzare parecchio!

Chi vincerà, tra Azzurro incerto e Bleu sbiadito? A Pantone e campo l’ardua sentenza.