Sconfitti e festanti: le partite dell’Italrugby

Sconfitti e festanti: il paradosso delle partite dell’Italrugby, con il contorno che oscura del tutto l’evento. Riflessioni da inviata sul campo per i Pirati del rugby, sul cui sito www.rugby-pirates.com compare questo stesso scritto, insieme a molti altri contenuti.

Non è facilissimo spiegare cosa sia davvero una partita dell’Italrugby all’Olimpico. Non lo è perché si tratta di cercare di spiegare il motivo per cui decine di migliaia di persone decidono di andare a vedere una partita di una squadra che vince praticamente ad ogni passaggio di cometa.


Facendo però un giro attorno allo stadio già da tre ore prima dell’incontro, si inizia ad intuire qualcosa, e si formulano sia pensieri molto positivi che un po’ amari.


Una partita di rugby dell’Italia è, fondamentalmente, una festa: nessun problema di sicurezza, birra, amici, sorrisi, musica, foto e abbracci con i tifosi avversari, il clima di Roma solitamente dolce (neve del 2012 a parte!), i ritrovi con amici di ogni parte d’Italia, un divertimento sicuro anche per i bambini, e così via.


Bene, tutto bello e positivo, ma la partita dove si colloca? Ecco, qui nasce il problema. Un problema che, però al tempo stesso, è diventato una forza ed anche un salvagente. La partita è solo un accessorio, è in secondo piano rispetto alla festa.


Questo fa sì che, con buona pace dei tanti che non riescono proprio a capire come sia possibile, una Nazionale che perde un gran numero di partite e che rimedia anche figure non proprio bellissime, riesca ancora a portare allo stadio un gran numero di persone. E dire che anche lo stadio in questione non è proprio amatissimo: la visuale non è granché, è fin troppo grande e dispersivo, non è uno stadio “da rugby”.


Però è diventato, dal 2012 ad oggi, un perfetto stadio “da festa”: difficile eguagliare le statue dello Stadio dei Marmi e il Foro Italico come cornice per il Villaggio del Terzo Tempo, per il prepartita di festa dei tifosi di casa ed ospiti.


È, per molti versi, una sorta di miracolo ma, al contempo, è qualcosa di estremamente negativo sportivamente parlando, perché non si tratta di partite di beneficenza ma di incontri di un importantissimo torneo internazionale, dove i risultati contano eccome.


E il risultato, anche al termine di questa Italia-Scozia, è stato francamente deprimente, così come la partita: indubbiamente brutta la seconda e decisamente orrido il primo (0-17), ma la festa non è stata intaccata minimamente, con i concerto dei The Kolors, la birra, le risate, gli amici, la bellezza di Roma, il clima mite, etc etc.


54.349 spettatori (numero ufficiale) che, a parte qualcuno, hanno istantaneamente archiviato la brutta sconfitta come un qualcosa di abituale/inevitabile ed un dato del tutto trascurabile nella dinamica della giornata di festa. Peccato che, in teoria, l’evento del giorno fosse proprio la partita, un incontro del 6 Nazioni, un appuntamento sportivamente importantissimo.


Franco Smith, non contato tra i 54.349 ma, purtroppo per lui, comunque presente, la festa, invece, proprio non sa dove sta di casa: arriva in sala stampa scuro in volto e con la faccia di uno che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Cerca di schivare le facili bordate dei giornalisti e lo fa provando ad addolcire la pillola, difendendo a spada tratta la sua squadra nonostante una prestazione francamente inguardabile. Si può dire che siamo un po’ stufi di dichiarazioni come queste?


Anche Capitan Bigi in sala stampa aveva l’espressione di uno che avrebbe preferito essere seduto su un nido si formiche rosse piuttosto che lì dove stava. Alla domanda sul breakdown ha risposto com sincerità, ammettendo le responsabilità azzurre su una fase di gioco che è stata resa troppo redditizia per la Scozia.


Facciamo che preghiamo che il miracolo della festa che se ne frega delle partite duri ancora il più a lungo possibile.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

È finita la RWC, viva la RWC!

Dopo 43 giorni, si sono spente le luci sull’edizione 2019 della Rugby World Cup. Un mese e mezzo di rugby giocato, rugby guardato, rugby raccontato, rugby vissuto, rugby respirato, da qualcuno in Giappone, da tutti gli altri da casa propria.

E adesso? E adesso ci sentiamo già tutti un po’ orfani, un po’ tristi, perché è finito quello che è, insieme al 6 Nazioni, l’unico altro grande fenomeno di aggregazione ovale per noi appassionati italiani, uno dei nostri due grandi divani condivisi, dove ci ritroviamo tutti insieme, seppur da mille posti diversi, a vivere la nostra passione.

Ora la tv davanti al divano è spenta, dopo i titoli di coda del Mondiale appena finito. Ha vinto il Sudafrica ma, prima di tutto, ha vinto il rugby, vestito a festa nel suo splendore da Campionato del Mondo, e tutti noi non possiamo che ringraziare ancora una volta il nostro amato ovale, che ci ha regalato questo mese e mezzo di passione, divertimento ed emozioni.

RWC MODE: OFF

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Foto: Rugby Pirates.

Sul sito e sui social dei Pirati del rugby, tanti contenuti ovali!

Just another manic rugby saturday!

Il mio sabato 5 ottobre è stato quanto di più ovale si possa immaginare e fotografa benissimo quella che è la mia “vita da rugby”, che include livelli diversissimi tra loro: se mi è possibile, io guardo praticamente tutto il rugby che mi capita a tiro!

Quindi, ieri mattina mi sono guardata su Rai Sport Inghilterra-Argentina (39-10), la partita che ha tolto ai biancocelesti ogni residua speranza di passare il turno alla RWC. Argentini sempre combattivi ma, per quasi tutta la partita in 14 a causa di uno sciagurato fallo di Lavanini (vi ricorda qualcosa?), nulla hanno potuto contro gli inglesi, forse mai così sicuri di sé stessi. In un girone con Inghilterra, Argentina e Francia, parevano essere i Bleus, reduci da un quadriennio molto difficile, la squadra destinata a non proseguire il cammino ma, battendo nella prima partita proprio l’Argentina, i francesi hanno messo subito in tasca punti pesantissimi, tolti proprio agli avversari diretti.

Nel primo pomeriggio il mio sabato è proseguito a Recco, con un clima più adatto alla spiaggia che al rugby: dalla RWC ad un test precampionato di Serie A! Pro Recco Rugby-VII Torinese (16-5, per la cronaca), entrambe inserite nel girone 1 del campionato cadetto (come molti sanno, la Serie A nel rugby italiano è il secondo campionato nazionale e non il primo): partita “calda”, qualche scambio di opinioni, agonismo, alcune belle azioni, certamente indicazioni utili per i coach, che era lo scopo dell’incontro.

Io adoro guardare il rugby italiano, sia dal vivo che in tv. Non ha il livello dei campionati francesi, inglesi etc? Lo so benissimo, ed infatti non lo guardo con gli occhi foderati da questa idea: lo guardo per quello che è e mi piace farlo, perché amo guardare il rugby e, dirò di più, a volte guardo più volentieri una di queste partite piuttosto che altre ben più “nobili”.

Non c’era Top12 in streaming, anche perché non è ancora iniziato, e le partite di Coppa Italia non erano trasmesse ma, a dire il vero, questo è l’unico torneo italiano che non mi interessa mai guardare: troppo un doppione del campionato e troppo formulato male. Opinione mia, ci mancherebbe!

Quindi, dopo essere tornata da Recco, ho acceso il tablet e mi sono guardata Zebre (sconfitte 28-52, a Parma, contro i Dragons, che non vincevano fuori casa da 45 turni) e Benetton (Leoni sconfitti 41-5 sul campo del Connacht) su DAZN. A posteriori, due spettacoli che mi sarei anche potuta risparmiare ma, come già detto, mi piace guardare rugby italiano e quindi me le sono viste entrambe, nonostante i risultati ben poco positivi (eufemismo).
Such a rugby saturday!
“RISSA? I RUGBISTI NON FANNO RISSE, MA CERCANO SOLTANTO DI CONOSCERSI PIÙ DA VICINO”

TODD JULIAN BLACKADDER

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Confidence o non confidence? L’Italrugby e la vittoria

Per uno “scherzo” del calendario, dopo aver disputato le sue prime due partite al Campionato del Mondo di rugby 2019 l’Italia si ritrova in testa al suo girone, in virtù di due vittorie con il bonus contro Namibia e Canada. Le altre due squadre della poule sono Nuova Zelanda e Sudafrica che, ad oggi, 27 settembre, si sono solo scontrate tra loro e devono ancora giocare tutti gli altri incontri, ma intanto non pensiamoci…!

Come sappiamo bene, l’Italrugby ha un saldo vittorie/sconfitte assai deficitario, il periodo delle “onorevoli sconfitte” è ormai tramontato e resta in evidenza solo il risultato negativo.

Perchè questa premessa, dopo aver esordito parlando di due vittorie consecutive alla RWC? Perché, anche quando vince, l’Italia non sembra troppo convinta di saperlo e poterlo fare, quasi non ci fosse abituata e quasi non ci fossero abituati neppure i tifosi, ormai rassegnati, quando va bene, a qualche vittoria spot che lascia sempre il tempo che trova. L’esempio più lampante è la vittoria contro il Sudafrica in un test match del 2016: da lì, loro sono usciti dal loro periodo più buio e sono tornati a volare, noi siamo sempre dove eravamo, a camminare pian pianino un po’ avanti e un po’ indietro. La partita sccessiva sarebbe stata da vincere, senza se e senza ma, ed invece arrivò una sconfitta che mandò presto in soffitta l’effetto della precedente e clamorosa vittoria e troncato sul nascere ogni minimo accenno di continuità e solidità.

A Recco abbiamo da due anni un coach neozelandese che è in Italia già da una quindicina d’anni, parla italiano molto bene ma, inevitabilmente, ci sono alcune parole che tende a tradurre utilizzandole con il significato orignale che hanno in inglese e la principale di queste è “confidenza” come traduzione di “confidence”. È corretto, ma il significato della parola in lingua inglese è più ampio e più “carico” che in italiano: “confidence” è sì “confidenza” ma, soprattutto, “fiducia in sé stessi”, “sicurezza”, “affidamento” e arriva fino a “presunzione”.

Allora, riguardo alle due vittorie dell’Italia, mi sono chiesta: 《Ma questi ragazzi, abituati a perdere (suona malissimo, ma è purtroppo vero), quanta fatica fanno a vincere e a non scendere in campo già pensando, inconsciamente, che perderanno?》. Senza dimenticare che, per chi gioca nelle Zebre, questo effetto è ulteriormente amplificato: gente, mesi e mesi di sole botte e sconfitte sono un peso mica da poco.

Immagino senza difficoltà che siano seguiti da fior di mental coach per questo ma credo che neppure il più bravo del mondo valga quanto l’attitudine a vincere, quanto la “confidence” che nasce sul campo.

Durante Italia-Canada, con gli Azzurri largamente vincitori su un avversario di livello palesemente più basso e più sicuri di sé stessi ad ogni meta (a differenza della vittoria ma con una prestazione brutta e contratta contro la piccola Namibia), ho pensato: 《Ecco come si sentono gli altri (inteso, a piacere, come all Blacks, Irlanda, Inghilterra, etc) quando giocano contro di noi》. Ed anche come si sentono i loro tifosi (sigh).

“Bisogna saper perdere”, diceva la canzone, ma bisogna anche saper vincere e, per farlo, serve scendere ogni volta in campo sicuri di poterlo fare, anche quando sembra folle il solo pensiero.

L’Uruguay ha dato una bella lezione su questo e, nell’intervista post-partita del Capitano, che mi ha fatto commuovere, c’era una confidence pazzesca. Un’altra squadra che ne ha da vendere è l’Argentina: ci credono sempre, credono sempre in loro stessi ed in quello che possono fare. Poi capita che si possa perdere comunque, certo, ma la confidence, alla partita successiva, sarà di nuovo lì tutta, indipendentemente da chi ci sarà di fronte. E del Giappone ne vogliamo parlare?

A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.
(Nelson Mandela)

Tralascio, tra gli esempi, le Nazionali più forti, per le quali la confidence è un grande circolo virtuoso: aumenta vincendo, non si perde perdendo, più ce n’è e più si vince, e così via. Purché, però, non sconfini nell’ultimo dei significati: la presunzione.

L’Italia è nel 6N, è sopra alle Nazionali di terza fascia, perde sempre più terreno da quelle di prima e fa ormai seconda fascia quasi a sé. Va sempre di moda il concetto che giocare contro i più forti insegna, però questo è vero se qualche volta si vince o se, almeno, il divario non è troppo ampio, ma non se si prendono sempre e solo mazzate che, alla lunga, non insegnano più niente e disintegrano la fiducia.

L’essere una delle Sei Nazioni ci sta facendo, per alcuni versi, più danni della guerra e il divario con le altre squadre, nonostante una quantità parecchio elevata di sconfitte “istruttive”, continua ad aumentare.

Più Russia e meno All Blacks, per i nostri test match? Magari più Giappone e più Scozia, ad esempio. Argentina? USA? Fiji? Francia? Qualche vittoria (si spera!), nessun bagno di sangue già scritto (si spera!), nessuna passeggiata di salute e qualche sconfitta, forse davvero istruttiva e non solo demolitiva.

Non mi pronuncio sulla possibile incidenza dell’ “effetto-Parisse”, di cui si è ampiamente dibattuto in questi giorni, sulla vittoria sul Canada e sulla confidence dell’Italia: lo spessore dell’avversario era oggettivamente modesto e Parisse rimane fuori troppo di rado per poter creare una casistica. La vivacità del dibattito, comunque, condito anche da alcuni meme non da poco, fa capire che la questione è emersa e suscita riflessioni ed interesse.

Il Mondiale, ora, prevede per l’Italia le due partite contro Sudafrica e Nuova Zelanda: travestiamoci da Uruguay, facciamo finta che Canada o loro sia uguale, giochiamo per vincere e proviamo a non perdere. Se, alla fine, potremo dire “non abbiamo vinto” invece di “abbiamo perso”, il mese in Giappone sarà stato speso bene.

Colui che vince gli altri è potente, chi vince sé stesso è forte.
(Lao Tzu)

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Spizzichi e bocconi, cometa e formaggini: il Mondiale di Rugby 2019 in Italia

La RWC 2019 è iniziata da un giorno e, per la prima volta, in Italia non è possibile vedere in tv tutta la manifestazione: la rai, che sul filo di lana ha acquisito i diritti di trasmissione per il nostro Paese, trasmetterà solo 17 partite in tutto, cioè quelle dell’Italia più pochi altri incontri della prima fase e poi la fase finale.

Il risultato è un Mondiale che in Italia si “sente” ancora meno del solito, una RWC trasmessa a spizzichi e bocconi, pochissimo pubblicizzata dalla stessa rai e non aiutata neppure, e questo non è colpa di nessuno, dal fuso orario giapponese.

Su siti, blog, forum e social, da settimane si inseguono notizie tipo il goal di testa di Zoff e “scusi, chi ha fatto palo?”: quante partite? Dove? E le altre? È infatti notizia solo di oggi, anzi, per la precisione, qualcuno vi si è imbattuto e allora poi è uscita la notizia, che le partite sono tutte visibili in streaming sul sito del torneo.

L’accordo con la rai è stato ufficializzato a pochissimo dall’inizio della manifestazione, si è scoperto che non sarebbero state trasmesse tutte le partite, la promozione dell’evento è ridotta ai minimi termini. Il tutto sommato a voci contrastanti sulla trasmissione in streaming della diretta delle partite sul sito della Rugby World Cup che, forse, avrebbe potuto essere oggetto di una qualche comunicazione ufficiale che avrebbbe dimostrato attenzione verso gli appassionati, e sull’eventuale disponibilità di differite sul sito rai play, cosa non di poco conto visto il fuso orario.

“Piuttosto che niente, meglio piuttosto” si suol dire e, certamente, non vedere niente e rimanere uno dei pochissimi paesi che non hanno acquistato i diritti tv della RWC starebbe stato assai peggio. Però, anche il “piuttosto” forse poteva essere pensato un pochino meglio. Certo, il tempo non è stato molto, visto che i diritti sono stati presi molto tardi.

Il motivo non è difficile da intuire: il rugby in Italia non vende e non si vende. Non fa audience, quindi non porta introiti di pubblicità, quindi nessuno fa la fila per trasmetterlo: viviamo in un’altra galassia rispetto alle altre Union del 6 Nazioni e ci viene ricordato di continuo e in ogni modo.

Il rugby tornato in chiaro sulla rai, però, è stato salutato con favore come possibilità epocale di visibilità per la palla ovale in Italia. Giustissimo, ma con un Mondiale “monco” e zero promozione?

Teniamo pure buono il “piuttosto”, anche se una RWC “monca” fa venire i bruciori di stomaco, ma perché non cercare di ricavarne il massimo?

Certo, si torna a “il rugby in Italia non vende e non rende”, però, visto che qualcosa viene trasmesso, non sarebbe stato un bene per tutti, rai inclusa, investirci qualche soldo per cercare appunto di farselo un minimo rendere? Dopotutto è un Campionato del Mondo e non un torneo delle parrocchie, è un evento sportivo che sarà seguito nel mondo da un numero enorme di persone e che muove milioni e l’Italia partecipa, ma lo fa in un vuoto cosmico di attenzione ed investimenti.

Forse, se l’accordo con la rai fosse stato chiuso con adeguato anticipo e non all’ultimo, le cose avrebbero potuto essere un po’ diverse? Ad esempio, e non so perchè tra tutti i prodotti mi venga in mente proprio questo, avendo saputo con congruo anticipo della visibilità sulla rai, la Galbani avrebbe bussato alla porta della FIR proponendo magari una campagna pubblicitaria con i magneti con le faccine degli Azzurri nelle confezioni dei formaggini Belpaese?

Il cane che si morde la coda ormai sembra essersela mangiata quasi tutta: una Nazionale che perde sempre non ha appeal, non avendo appeal non ha sponsor e visibilità, non vincendo e non avendo visibilità e sponsor non fa da traino per una crescita del movimento, senza crescita del movimento la qualità e il numero dei giocatori formati sono troppo bassi, con numeri e qualità troppo bassi la Nazionale continua a perdere, continuando a perdere non ha appeal, etc etc etc. Insomma, la Fiera dell’Est.

Una RWC 2019 trattata un po’ meglio non avrebbe certamente fatto miracoli ma sarebbe comunque stata probabilmente un’occasione da sfruttare un po’ meglio da parte di tutti.

A noi appassionati rimangono i bruciori di stomaco per tutto quanto elencato ed un velo di tristezza per non riuscire a sentire e a vedere trattato come merita un evento che aspettiamo ogni quattro anni come il passaggio di una cometa.

“L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote”. (Michelangelo)

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Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Road to RWC: di una strana Italia e della telecronaca su Raidue in un pigro sabato d’agosto

Il primo test match dell’Italrugby in vista del Mondiale, giocato sabato a Dublino contro l’Irlanda, ha sollevato diversi spunti di discussione, non solo relativi alla poco entusiasmante prestazione di una Nazionale inedita.

La partita è stata trasmessa da Raidue, quindi il XV Azzurro è tornato sulla tv di stato. Ottima cosa, da sempre invocata per aiutarne la diffusione, però l’incontro non ha, purtroppo, avuto una grande promozione da parte della rete. Complice anche il fatto che si sia giocato il sabato prima di Ferragosto in pieno pomeriggio, la questione non era agevole e, alla fine, l’audience è stata di 317.000 spettatori (3,10% di share). Tanti? Pochi? “Giusti”?

Spettatori, peraltro, indispettiti, visto che il collegamento è iniziato in ritardo, si sono persi l’Inno di Mameli e parte di “Ireland’s Call” e, non bastasse questo, dopo pochi secondi di gioco è anche partito un mini-spot di Cattolica Assicurazioni, che è il main sponsor e va bene ma, a chi stava guardando la partita e già era contrariato per il collegamento tardivo, questo ha fatto, diciamo, peggiorare ulteriormente l’umore.

Un’altra questione di cui si è parecchio discusso sui social è stata la telecronaca. Raidue l’ha affidata all’aquilano Andrea Fusco insieme al trevigiano Andrea Gritti come commento tecnico. Quest’ultimo, nome e voce piuttosto abituale per chi guarda il rugby in tv anche al di fuori della Nazionale, ne è uscito molto bene, è bravo e competente, preciso ma mai pesante, mentre Fusco, che pure è uno che il mestiere lo conosce ed anche il rugby, è stato piuttosto criticato per il ritmo troppo lento e il tono troppo piatto, che ha contribuito a rendere ancora più noiosa una partita già ben poco entusiasmante.

Insomma, una partita francamente brutta e lenta non ha aiutato il commento che, a sua volta, non ha fatto molto per cercare di renderla un po’ più attraente e meno da sonno, che già il caldo agostano e l’orario da pennichella non aiutavano.

A me, devo dire, non è pesata questa telecronaca: mi sono guardata la partita, ho apprezzato la puntualità e il valore degli interventi di Gritti e ho “usato” Fusco esattamente per quel che lui e il collega stavano facendo, cioè il racconto abbastanza preciso di quel che avveniva in campo.

Qualcuno più esperto, nel dibattito sui social ha fatto notare che Fusco non è certo un novellino delle telecronache ovali, ma qualcun altro del mestiere ha evidenziato di averlo trovato un po’ “arrugginito”. La Rai ora ha da trasmettere gli altri due test pre RWC dell’Italia e poi diverse partite della Coppa del Mondo: vedremo se il ritmo verrà un po’ alzato.

Sui social la questione è venuta fuori partendo prevalentemente da un confronto, ovvero quello tra questa telecronaca e quelli che ormai vengono ampiamente identificati come i narratori della Nazionale di rugby e, per estensione per chi non lo segue e/o non lo guarda molto al di fuori degli Azzurri, del rugby italiano, cioè Antonio Raimondi e Vittorio Munari.

Premessa: io li adoro, li trovo immensamente competenti e simpatici e sicuramente il loro modo di raccontare le partite aiuta a renderle più fruibili anche per chi il rugby lo conosce meno e che quindi, grazie al loro colorito modo di narrare quel che avviene in campo, riesce a seguire quel che accade senza stare troppo a preoccuparsi degli aspetti tecnici e di gioco. Però, lo ammetto, li preferivo a Sky o all’inizio dell’era DMax, quando il loro modo esplosivo di raccontare le partite era in perfetto equilibrio con le spiegazioni tecniche e tattiche, che entrambi sanno dare benissimo e con assoluta competenza.

Detto questo, ieri, davanti a tutto il discutere sulla telecronaca, mi sono chiesta se il modo che piace di più e considerato il migliore per raccontare il rugby al pubblico italico sia uno stile che fa un po’ “sparire” il rugby a favore del colore del racconto e mi sono chiesta inoltre se in questo non ci sia anche un’importante componente di abitudine e, come già detto, di identificazione.

Sarei molto curiosa, infatti, di vedere quali sarebbero le reazioni del pubblico davanti ad incontri degli Azzurri commentati da altri telecronisti ovali che si cimentano ai livelli più alti, ad esempio da uno secondo me bravissimo e preparato come Moreno Molla (Sky), uno lontano anni luce dallo stile di Munari e Raimondi ma non piatto, concentrato sulla partita e con tante nozioni da aggiungere al racconto ma non pedante. Forse per qualcuno sarebbe noioso e piatto? Chissà…!

E per qualcuno saranno noiosi e piatti tutti i telecronisti di Pro14, Top12, Coppe e Championship, alcuni peraltro indubbiamente bravi e piacevoli da sentire, che non direbbero mai “vai vai vai vai velenoooooo!!!”?

Se il buon Fusco sabato prossimo alzerà un po’ il ritmo della sua telecronaca e la Rai ci farà la grazia di non iniziare il collegamento in ritardo, può essere che al duo Antonio & Vittorio fischieranno un po’ meno le orecchie? Lo scopriremo presto!

“Nel Torino entra Baggio, che ovviamente non è il Baggio della Juventus”. (Bruno Pizzul)

P.s. Di questo e di molto altro si parla anche sul sito dei Pirati del rugby!

Di temporali, Settebello e Championship: un sabato mattina di fine luglio

Mattinata di sabato genovese con tuoni, pioggia a tratti ed un caldo umido da Vietnam monsonico. Accendo la tv mentre faccio colazione e sta per iniziare NZL-RSA, inni inclusi (vittoria senza storia per gli Springboks, ovviamente, che hanno uno degli inni più sensazionali e significativi al mondo!): finirà 16-16, con pareggio degli ospiti sul filo del fischio finale e stadio Nero ammutolito.

Sia All Blacks che Sudafrica saranno nel girone dell’Italia al mondiale, ma facciamo finta di non pensarci! Quello a cui di certo stanno pensando i neozelandesi è l’infortunio alla spalla di Brodie Retallick, miglior seconda linea al mondo ed uno dei giocatori più forti in assoluto tra coloro che calcano i campi del globo.

Intermezzo iridato con uno strepitoso Settebello che, stracciando la Spagna, si laurea campione del mondo di pallanuoto. Faccio finta di non aver espresso mentalmente nessuna considerazione “squisitamente tecnica” sulle inquadrature di esultanza della panchina ad ogni segnatura…! Belli, bravi e Campioni!

Altro intermezzo con spazzolatura dei gatti, trasformati in soffici piumini. Peccato fosse diventata un soffice piumino anche la casa e quindi, mentre il Settebello strapazzava la Spagna, io ero strapazzata dal pelo che cercavo di levare dal pavimento…!

Australia-Argentina, che il fuso orario ha fatto iniziare alle nostre 11.45, parte già bene perché il telecronista è il bravissimo Moreno Molla. Molto bene anche che l’arbitro sia il Kiwi O’Keefe, titolatissimo nella classifica “tecnica” del 6N di qualche mese fa! Sono le due squadre sconfitte nel primo turno di questo Championship ristretto pre-RWC e vincere è importantissimo per entrambe.

L’Australia è in un periodo complicatissimo della sua storia ovale, mentre l’Argentina, storicamente, geograficamente, culturalmente e caratterialmente quanto di più lontano dalle altre tre squadre del Championship, sta seguendo il suo massivo e coraggioso programma di crescita e sviluppo che ancora, per i Pumas, nonostante gli evidenti progressi in campo e il consueto cuore infinito, sta faticando a tradursi in modo sistematico in efficacia, killer instinct e vittorie.

Infatti, oggi hanno vinto i Canguri, con un 16-10 certo non travolgente e convincente ma che basta per mettere in saccoccia ai Pumas la settima sconfitta consecutiva ed una classifica del torneo di soli due punti in due giornate, dopo che una settimana fa avevano perso di misura contro degli All Blacks tutt’altro che in palla.

Due squadre che arriveranno alla Coppa del Mondo con non pochi pensieri e questioni e per le quali l’asticella delle attese punta storicamente verso l’alto, esattamente come la pressione con cui dovranno fare i conti in Giappone.

L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte. (Simón Bolívar)

P.s. Per altri contenuti sulla giornata di Championship, tra cui alcuni provenienti direttamente da Downunder, vi rimando al sito dei Pirati del Rugby!

ARG-NZL, o l’arte di vincere anche quando sembra che perderai.

Nell’anno della RWC e a meno di due mesi dal fischio d’inizio della rassegna iridata in Giappone, il Rugby Championship (fu Tri Nations) mette in scena i migliori tra i test match pre-mondiale.

Ieri sera mi sono guardata, dopo una giornata al mare, Argentina-Nuova Zelanda, da Buenos Aires e in diretta alle nostre 20.05: niente mattino presto nè altri orari poco agevoli! È finita 20-16 per i Tuttineri: “tanto per cambiare!” si potrebbe dire, visto che si è trattata della vittoria numero 28 dei Kiwi su 29 incontri tra le due squadre (e l’altro è un datato pareggio). In realtà, non è stato proprio così palese, questa volta, il risultato.

All Blacks in piena sperimentazione pre-RWC ma con comunque in campo alcuni giocatori di massimo calibro e gli altri con il coltello tra i denti per conquistarsi la maglia nera iridata. Argentina di grande sostanza, cuore infinito, budella da vendere e qualità in continua crescita, a testimoniare un progetto di ampio respiro ed enorme peso che sta dando i suoi frutti (citofonare Jaguares per ulteriori informazioni).

La partita degli inni l’hanno stravinta i biancocelesti: “God Defend New Zealand” non è male ma è un tipico inno di impronta anglosassone, con Dio che deve difendere il paese dopo aver salvato la regina, mentre l’inno argentino, solenne, ritmato e cantato sempre con le lacrime appese dai giocatori inquadrati, fa salire l’emozione a chiunque.

Bella la “Ka Mate” degli All Blacks, esplosione, come sempre, di orgoglio, appartenenza, grinta ed anche quadricipiti.

La Nuova Zelanda non ha giocato bene e ha sbagliato molto più del solito, l’Argentina ha sbagliato meno e giocato meglio, ma ha vinto la prima. Perché?

Perché sono i più forti: anche in formazione in parte sperimentale e sul campo di una squadra ottima, motivata e in palla, le impressionanti individualità e la capacità di approfittare di ogni incertezza avversaria, insieme ad una difesa mostruosa anche nei momenti più difficili, hanno colorato la vittoria di nero.

Un po’ di partite di rugby le ho viste in vita mia, dalla C2 alla Coppa del Mondo, ma una meta su intercetto a centrocampo di un cammellone di seconda linea ancora non l’avevo vista o, perlomeno, non ne ho memoria: ora questa mia lacuna è stata colmata da quella sorta di alieno vestito di nero che è Brodie Retallick.

Il finale dell’incontro è stato da infarto, con l’Argentina ad insistere poco fuori dai 22 avversari, beneficiaria anche di un paio di falli a favore ma, sotto di quattro punti, obbligata a provare ad andare in meta. Touche, rolling maul, fallo nero.Di nuovo touche, scocca l’80’, un’altra rolling maul, padroni di casa a pochissimo dal bersaglio, ma difesa sontuosa della Nuova Zelanda, tournover, fischio finale, 16-20.

Nota a margine: tra il pubblico, t-shirt e piumini, quindi, che temperatura c’è a Buenos Aires in pieno inverno?!

Altra nota a margine: auguro una brillante carriera e tante inquadrature al numero 23 ed esordiente All Black Braydon Ennor, che darà grandi soddisfazioni agli occhi di tutte le signore!

Devi sapere che puoi vincere. Devi pensare che puoi vincere. Devi sentire che puoi vincere.
(Sugar Ray Leonard)

P.S. Queste mie righe sono pubblicate anche sul sito dei Pirati del rugby. È proprio dei Pirati la bella immagine principale.