Da Firenze a Genova: una settimana di magnifico delirio ovale!

Non è facile raccontare la massa di persone, momenti ed emozioni della mia settimana tra sabato 12 e sabato 19 novembre, tra il test match di Firenze e quello di Genova, ma ci provo!

FIRENZE

Una piccola reunion di Camioniste (chi sa, sa!) di rugby.it in occasione di Italia-Australia: un tot di ore di viaggio, poche ore di sonno, una quantità indefinita e indefinibile di calorie ma anche di km a piedi (si compensano!), amicizia, gioia, incontri, una leggerezza assoluta, felicità!

E abbiamo anche vinto! All’ultima meta Aussie stavamo già smadonnando per la sconfitta beffa, e invece… Boooooooom, niente bandierine alzate, un attimo di fiato sospeso sia in campo che fuori, gli Azzurri che iniziano ad esultare e il Franchi che esplode!

Appena salite in tribuna, nell’ordine: 1. Io mi metto a chiamare a gran voce “Morenoooooooo!!!” (Molla di Sky), che era in campo, per salutarlo (e ancora mi prende in giro per la mia magnifica ghirlanda tricolore: non capisco perché!). 2. Vediamo Ongaro e partiamo: “selfie con Ongaro!!!”. 3. In campo per interviste varie ci sono Zanni, Favaro e Ghiraldini e i commenti su Zanni sono irriferibili. 4. Zanni sale in tribuna e ci passa a meno di un metro: “selfie con Zanni!!!!!”. 5. Usciamo dallo stadio per andare verso il villaggio del terzo tempo e… “C’è Pierviiiiiiiii!!!”: saluti, baci, abbracci, complimenti, love, love, love!

Poi si va in centro e, in un bar rigorosamente non da turisti scelto dall’indigena Silvia… “Lara!!!” … “Lara???”… “Lara!!!”, da rugby.it e da Modena with love and surprise!

Non vedevo una partita dell’Italia da semplice spettatrice praticamente da dieci anni e non potevo sceglierne una migliore e neanche compagnia migliore!

SILURI RUGBY CLUB

Dopo Firenze inizia la tirata finale di organizzazione della partita tra Siluri e Cambridge di venerdì 18: il più è fatto, ma i messaggi nelle varie chat sono sempre un fiume in piena, ci sono le ultime cose da definire, imprevisti vari e inevitabili e bisogna pompare ancora di più con la comunicazione per far venire tanta gente. E scrivi e chiama e manda e posta.

GENOVA

Intanto si avvicina anche Italia-Sudafrica e se avessi avuto un euro per tutti quelli che mi hanno chiesto dei biglietti (che non avevo) ora sarei ricca! Nel mentre cercavo di acchiappare un invito per la serata di giovedì 17 dedicata a “Non Puoi Fidarti di Gente Così” e a molto altro: mission accomplished! E meno male, perché è stata una serata semplicemente magnifica: molta Genova, molto rugby, atmosfera perfetta, location stupenda, contenuti, musica, amici, facce note, focaccia e pesto, Calandri, Pastonesi e quel pozzo infinito di storie e storia che è Giorgio Cimbrico. What else?

VENERDÌ 18

Sono in ferie. Mentre al Carlini Bollesan qualcuno già inizia ad allestire, io vado a salutare a Marassi e a vedere Captain’s run e conferenza stampa dell’Italia e Genova apparecchia un cielo azzurro limpidissimo e una temperatura primaverile: benvenuti Azzurri!

Sono belli ‘sti ragazzi: sono giovani, sorridono, sono una squadra, hanno fiducia in se stessi, sono una gioia per gli occhi.

Alla conferenza stampa mi presento a Cristiana Mondo, una donna dal sorriso stupendo e vedova di Lele Remaggi, un giornalista innamorato del rugby, una persona splendida a cui perdono anche l’essere stato un cussino, che ci ha lasciato decisamente troppo presto e che si sarebbe goduto alla grande questo week end genovese dedicato a Marco Bollesan, insieme al quale lui ha scritto la sua autobiografia (leggetela, che ne vale la pena).

Mi trovo nel corridoio degli spogliatoi mentre arriva il Sudafrica e 1. L’obiettiva e massiccia quantità di gnocca nello staff del Sudafrica mi ricorda che ho sbagliato a non studiare fisioterapia o medicina dello sport. 2. Su Etzebeth a un metro di distanza che dice “buongiorno!” preferisco non pronunciarmi e 3. Sono realmente ed assolutamente enormi, tranne il piccolo Faf con il suo look da porno attore tedesco anni ’80 ed il sorriso da bimbo discolo.

Nel mentre, altri messaggi e altri post, attraverso Genova per andare a casa a cambiarmi, riattraverso Genova e vado al Carlini Bollesan, dove c’è già un folto pubblico che tifa a squarciagola per i bambini che si stanno sfidando in un mini torneo tutto genovese (vinceranno gli Orsi delle Province dell’Ovest, primo club di Pierre Bruno).

Scendo sul campo e, come sempre, mi sento come un pesce nell’acqua: il rugby è casa (persino al Carlini!). Emozione, emozioni, musica, Tommy Castello con gli occhi che brillano, si gioca, gli spalti sono pieni, la gente tifa e si diverte e la partita tra Siluri e Cambridge è vera, bella, con tante mete e delle belle giocate: finisce 59-31 per i Siluri, un trionfo! Pubblico in delirio, ragazzi felicissimi e noi tutti orgogliosi, sia della bellissima figura dei ragazzi liguri scesi in campo (due mete cussine, una recchelina, una savonese e il Player of the Match made in Pro Recco) che per la riuscita dell’evento: ce l’abbiamo fatta! Ed è stata raccolta una bella cifra in favore dell’associazione Iron Giò, a cui va tutto il ricavato della serata: missione compiuta!

ITALIA-SUDAFRICA

Genova non regala il sole e il tepore dei giorni precedenti e al test match riserva un cielo grigio e, soprattutto, una tramontana che si fa sentire durante la partita. Tribuna stampa, saluti, due chiacchiere sulla partita del Carlini Bollesan del giorno prima, una grande Italia nel primo tempo, i Campioni del Mondo troppo forti nel secondo, Marassi pieno di oltre 27.000 persone festanti, tra cui praticamente l’intero rugby ligure e persino la Bionda e Heidi!

Prima della partita sono dovuta rimanere per qualche minuto fuori dal bar della tribuna d’onore e alla tv ho visto l’inquadratura di Pierre Bruno in lacrime mentre abbraccia Paolo Ricchebono, il suo primo allenatore, sul campo dello stadio della sua città: la mia immagine di Italia-Sudafrica rimarrà per sempre questa. Invece quella di Pierre rimarrà sicuramente la proposta di matrimonio alla sua fidanzata in mondovisione: auguri!

Adoro andare allo stadio a piedi, incrociare i tifosi, vedere la gente entusiasta e colorata che osserva curiosa una città che non è la sua o, nel mio caso, un quartiere che conosco pochissimo, visto che vivo in una zona piuttosto distante e che non frequento il Ferraris per il calcio. Doppiamente bello vedere i sudafricani, a “n” km da casa, alle prese con le intramontabili cartine degli uffici del turismo, che anche se tutti si usa Maps, si usano sempre anche quelle, che danno sicurezza.

DOMENICA

Dopo dieci ore abbondanti di sonno sono quasi tornata alla vita ma decido di non truccarmi, che è domenica e solo relax, quindi giustamente vicino a Principe trovo Wayne Barnes, mega arbitro mondiale che sabato ha fatto l’assistente e che stava andando a prendere un orrendo regionale per andare verso Monaco, con tanto di smoking nel porta abiti, per partecipare alla serata degli Awards che avrebbe incoronato Capuozzzzz come rivelazione dell’anno. Probabilmente nella foto, oltre a non avere trucco, ho ancora i segni del cuscino sulla faccia.

Grazie al rugby, grazie alle mie amate Camioniste, grazie a Silvia per la stupenda ospitalità a Firenze, grazie ai Siluri, soprattutto a Carlo, Marco e Gigio, per avermi voluta nel team e avermi regalato così un’esperienza faticosa ma bellissima (e un bel bouquet!), grazie a Gianluca Galzerano di FIR che ha organizzato la magnifica serata del giovedì, grazie ad Andrea Cimbrico, a Moreno Molla e a tutti quelli a cui ho rotto le palle per avere un invito alla suddetta serata, grazie ai giornalisti che sono venuti alla partita dei Siluri, grazie a Delinquenti/NPR per l’accredito stampa, grazie ad Alessandro Fusco per la disponibilità e la simpatia nel partecipare alle mie mini-interviste (guarisci presto!), grazie a Genova per essere stata una location semplicemente perfetta per tutto: è stata una settimana delirante ma bellissima!

Detto tutto questo, spendete 16 minuti e mezzo della vostra vita per guardare questo documentario sui giorni genovesi di Siluri e Cambridge e sulla partita, realizzato da Marcello Pastonesi (nipote) con la sua agenzia NICAMA: ne vale la pena! https://vimeo.com/772747545

P.S. Solo per miracolo non sto ancora vagando nel labirinto dei corridoi di Marassi cercando l’uscita.

P.P.S. Mi pare evidente che Zena è pronta per il 6 Nazioni: Marassi the new Flaminio!

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Nicola Bozzo e la strada da Recco a Perpignan

Nicola Bozzo, classe 2004, secondo centro, ha mosso i suoi primi passi nella Pro Recco Rugby ed è appena approdato alla categoria “Espoirs” dello storico club francese di Perpignan: il suo è un esempio di quello che può essere il percorso di un giovanissimo ricco tanto di talento quanto di passione e voglia di impegnarsi per vivere il suo sogno ovale e per provare a trasformarlo in qualcosa di importante.

Inutile dire che me lo ricordo piccolino, quando iniziava a correre con un pallone in mano sul campo di Recco, quindi fare questa piccola intervista mi è piaciuto doppiamente.

Nico, quale è stato fino ad ora il tuo percorso nel rugby, in Italia e all’estero?

Ho iniziato a giocare a cinque anni nella Pro Recco e sono rimasto in biancoceleste fino all’U14, quando ho superato il provino per l’Academy di Verona, che era appena nata, e quindi mi sono trasferito là. Durante quell’esperienza ho partecipato ad un campus estivo dei Leicester Tigers e sono stato selezionato per fare poi una seconda settimana in Inghilterra, al termine della quale mi è stato proposto per l’anno seguente di andare a studiare e giocare lassù. Inutile dire che ho accettato subito e a settembre del 2020 sono partito per la Sedbergh School, vicino al confine con la Scozia: l’inizio è stato a singhiozzo a causa delle varie quarantene dovute al covid, quindi la mia vera stagione inglese è stata poi quella 2021/2022, nella quale ho giocato a quindici fino a dicembre e poi a sette da gennaio ad aprile e anche a dieci per completare la stagione. In Inghilterra la scuola superiore finisce un anno prima e quindi mi sono trovato a dover decidere come proseguire il mio percorso e sono felicissimo che si sia presentata l’opportunità della categoria Espoirs di un grande club come Perpignan, dove mi sono appena trasferito.

Quali sono stati gli aspetti più positivi e quali le difficoltà della tua esperienza inglese?

Sicuramente un aspetto molto importante è stata la possibilità di imparare bene l’inglese ma, soprattutto, il dover imparare ad adattarmi, l’uscire dalla mia zona di comfort e dover reagire, facendomi rendere conto delle mie reali capacità e potenzialità. Dal punto di vista tecnico e tattico ho avuto la possibilità di misurarmi con altri tipi di gioco e, dal punto di vista umano, ho fatto tantissime nuove amicizie, ho conosciuto ragazzi di altri Paesi e anche questo è sempre un grande arricchimento. Le maggiori difficoltà sono sicuramente legate al periodo iniziale in Inghilterra, quando conoscevo poco la lingua e ho dovuto imparare e capire le dinamiche di una vita completamente nuova e diversa ma fortunatamente le ho superate abbastanza in fretta, anche grazie al fatto di essere l’unico italiano e dovendomi quindi per forza sforzare sempre al massimo per farmi capire ed inserirmi. Aggiungo che per me, nato e cresciuto al mare in Liguria, non è stato facilissimo neanche l’impatto con il clima e, da buon italiano, con il cibo di quella parti, ma bastano pochi mesi e ci si abitua, inserendosi bene nella nuova vita.

Rispetto alla realtà italiana, cosa trova in più un ragazzo che come te decide di andare a formarsi all’estero?

Prima di tutto, trova una maggiore competitività: in scuole come la Sendbergh ci sono ragazzi provenienti da tutto il mondo e la concorrenza per un posto in squadra è sempre tantissima, ci si gioca tutto ad ogni singolo allenamento e questo spinge a dare sempre il massimo. Inoltre si acquisisce un’esperienza che altri ragazzi non hanno e che può rendere più facile giocare anche in altre realtà con un gioco ed un’intensità simili.

Quali sono le tue prime impressioni su una realtà storica del rugby francese come Perpignan?

Sono arrivato solo da poche settimane ma ho trovato uno staff davvero di altissimo livello, con una continua e assoluta cura del dettaglio sotto ogni aspetto, sia in campo che fuori. Sono stato accolto benissimo e anche l’organizzazione degli aspetti legati all’alloggio e alle altre varie questioni del vivere qui è praticamente perfetta. Ora non mi rimane che imparare il francese, anche se lo vedo più ostico per me!

Negli Espoirs con te ci sono altri ragazzi italiani e di altri Paesi?

Sono l’unico italiano e, ovviamente, la grande maggioranza dei miei compagni è francese, ma c’è un ragazzo arrivato dalla Georgia e ce ne sono diversi dalle isole del Pacifico.

Come sarà strutturata la tua stagione?

L’11 luglio abbiamo iniziato un primo blocco di tre settimane di preparazione atletica, poi una settimana di riposo e poi sotto con altre tre settimane in cui giocheremo tre tappe del torneo “Super Seven”, a Perpignan, La Rochelle e Pau, mentre per chi non verrà inserito nella squadra Seven ci saranno tre partite a quindici. La prima settimana di settembre ci riposeremo e poi inizierà il campionato, la cui stagione regolare durerà fino a metà maggio, seguita dalle fasi finali per il titolo.

Si possono fare moltissime riflessioni leggendo queste parole che sembrano arrivare da Marte ma che invece arrivano da mondi vicinissimi. 

P.S. Ho appreso dell’esistenza del rugby a dieci, che davvero non conoscevo: chiedo scusa per l’ignoranza e sono contenta di aver imparato una cosa nuova!

(N.B. L’intervista verrà pubblicata anche nel numero di agosto della rivista “Ovalmente” della premiata ditta NPR-Delinquenti Prestati al Mondo della Palla Ovale)

I giovani, i campi, le scuole, Pierre Bruno: una chiacchierata con Paolo Ricchebono

Vivo nello stesso quartiere genovese di Paolo Ricchebono e non so neanche esattamente perchè io abbia aspettato così tanto a farmi quattro chiacchiere con lui. L’occasione è arrivata quando nella redazione di “Ovalmente” si è parlato di Pierre Bruno, del suo esordio in Nazionale con annessa meta, della sua provenienza e formazione. “Io abito nel quartiere del suo primo allenatore: lo sento e vediamo cosa ci racconta!”.

Dunque, eccoci qui. Paolo Ricchebono, classe 1965, genovese di ponente, diplomato al nautico e in procinto di partite per l’accademia di Livorno quando invece si è intromesso il rugby nei suoi progetti di vita: “Avevo diciotto anni, giocavo a rugby solo da un paio di stagioni ma ero stato convocato in Nazionale U19 e, grazie a Loris Salsi, genovese che giocava nell’Amatori Milano e che era anche allenatore della selezione ligure giovanile, mi venne proposto un colloquio con Marco Bollesan, allenatore dell’Amatori e così, esattamente il giorno seguente al mio esame di maturità, mi chiamò poi il Presidente della società per dirmi che mi volevano da loro. Dopo un paio di stagioni come Amatori Milano arrivò il gruppo Fininvest e diventammo così Mediolanum e poi Milan: Fabio Capello venne mandato da Silvio Berlusconi a Madrid a studiare come funzionava la polisportiva del Real, al suo ritorno nacque quella del Milan e lui ne diventò il Direttore Sportivo fino a quando non diventò allenatore del Milan calcio, in sostituzione di Arrigo Sacchi che diventò CT della Nazionale. Negli anni arrivarono risultati importanti, tra cui quattro scudetti per noi del rugby”.

Digressione: si è parlato inevitabilmente anche del volley ed è stato bellissimo per me ripercorrere quegli anni in cui, ragazzina, giocavo a pallavolo in provincia di Bergamo, avevo la maglia numero 10 perchè amavo Jeff Stork e andavo al Forum di Assago e al Palalido a vedere le partite della Mediolanum di Zorzi, Lucchetta, Stork, Galli. Lo sport è una cosa bella.

Torniamo a Paolo: “Dopo quattordici anni a Milano, il mio percorso da giocatore si concluse con una brevissima parentesi nel CUS Genova, dove stava allenando Marco Bollesan, per me quasi un secondo padre. Dopo mi sono dedicato per sei anni allo sci a livello master agonistico, che mi è servito per sentire meno la mancanza del rugby e delle mille emozioni della competizione e dello sport. Nel frattempo stavo frequentando l’ISEF e così sono entrato in una scuola elementare di Sestri [Ponente, il quartiere genovese dove viviamo sia Paolo che io (ndr)] per tenere dei corsi di educazione motoria e di avviamento allo sport e mi venne in mente di proporre anche il rugby, iniziando con un gruppo di bambini nati nel 1997, e così nacquero gli “Orsi” delle Province dell’Ovest. Un paio d’anni dopo cominciai a lavorare anche con alcuni ragazzi del ’96 e, tra loro, c’era anche Pierre Bruno”.

“Ero in una seconda media e chiesi ai ragazzi se qualcuno volesse partecipare ad un allenamento degli Orsi, Pierre alzò la mano, venne a provare e, da allora, non ha più smesso. Con lui c’era un altro bel gruppo di giocatori con i quali abbiamo fatto tante esperienze, perchè allora potevo dedicarmi solo a loro, che erano la mia unica categoria: li portavo anche a Padova ad allenarsi con il Petrarca, li ho portati ad un evento giovanile a Lione dove i giocatori della Prima Squadra erano sugli spalti e dovevano appuntarsi i prospetti più interessanti e segnalarono anche sei dei nostri, tra cui Pierre. Madre natura con lui è stata particolarmente generosa: gli ha dato talento, velocità, coraggio e grinta”.

Gli anni nel Milan si sono riaffacciati poche settimane fa quando, a Parma, è stato ricordato ad un anno dalla scomparsa Massimo “Mouse” Cuttitta: “Lo abbiamo ricordato con un torneo U13 al quale abbiamo partecipato anche noi dalla Liguria con una squadra composta da giocatori delle Province dell’Ovest, di Cogoleto e di Recco. Ai tempi di Milano io mi contendevo la maglia numero 11 con suo fratello Marcello ma, con lui come concorrente, mi accontentavo volentieri anche della 14”.

In Liguria e a Genova, paradigma di ogni luogo con difficoltà di spazio, mezzi e logistica, è particolarmente pesante il problema degli impianti dove poter giocare: “Le Province dell’Ovest esistono da quindici anni e ancora non abbiamo un nostro campo: ci alleniamo al Campo Sportivo Branega [nel territorio del quartiere ponentino di Genova Prà (ndr)], che gestiamo insieme alla GSD Olympic 1971, su un terreno di gioco non idoneo per gli incontri ufficiali, poichè è da calcio a nove e dunque è piccolo, e per disputare le partite siamo costretti ogni anno a elemosinare campi dove poter giocare, chiedendo la disponibilità ad altre società di rugby o di calcio e pagando quanto ci viene chiesto, finendo anche per dover chiamare “casa” campi lontani parecchi kilometri, per due anni persino Rocca Grimalda, in provincia di Alessandria, a 60 km da Genova, quindi eravamo più vicini quando giocavamo in trasferta. Dobbiamo ringraziare le famiglie dei ragazzi per la disponibilità e la dedizione, senza le quali sarebbe impossibile riuscire a schierare le nostre squadre. Il rapporto con le società di calcio è molto difficile, perchè se hanno il sintetico non vogliono sentir parlare di doppia tracciatura e dunque non vogliono condividere il campo con noi: condividiamo il campo con l’Olympic per allenarci grazie alla collaborazione e al buonsenso di entrambe le dirigenze”.

Quale è stato il percorso di Pierre Bruno? Sentiamo un po’: “L’ultima volta che ho rivisto Pierre è stato poche settimane fa a Parma, per l’evento U13 in memoria di “Mouse”: siamo sempre in contatto, io seguo da vicino la sua carriera e lui è molto legato e riconoscente alla sua prima società. Pensa che in Accademia non lo volevano, perchè era troppo basso per quelli che erano considerati i parametri accettabili, abbiamo fatto di tutto per convincere chi di dovere a dargli una possibilità e, alla fine, ce l’abbiamo fatta. Diciamo che lui è stato un successo anche per questo, per l’aver messo in discussione questi parametri e diciamo anche che a dare il colpo di grazia, speriamo, poi è arrivato anche Capuozzo. Ho discusso molte volte del famigerato “progetto altezza” anche con Diego Dominguez, mio ex compagno di squadra e noto gigante”.

Ricchebono come educatore ed allenatore di rugby nasce sotto l’ala e l’influenza di George Coste, che lo manda da Pierre Villepreux in Francia, dove va ormai ogni estate da quindici anni per i suoi stage: da qui nasce una filosofia dell’allenare per insegnare ma, al contempo, dell’allenare per continuare ad imparare.

Una volta aperta la porta, impossibile non proseguire sull’argomento della formazione dei giovani ruggers italiani: “Sicuramente si dovrebbe dare più spazio ai ragazzi in formazione, che non sono solo quelli che lottano per entrare nel sistema delle accademie: un ragazzo non può mollare a sedici anni perchè è già rimasto escluso, ma è proprio il momento in cui deve crescere e continuare ad impegnarsi. Per far questo, è assolutamente indispensabile investire sulla formazione dei tecnici nei club e questo dovrebbe essere un grande obiettivo da porsi, in modo che cresca il livello della formazione all’interno dei club ed allargando dunque esponenzialmente il numero dei ragazzi che possono avere accesso ad un percorso di crescita di livello. Qui si pone certamente un grosso problema di risorse economiche, perchè il discorso si basa su dei tecnici che abbiano tante ore da dedicare al lavoro in campo e dunque che ne facciano la loro professione principale: per questo credo che il nuovo corso federale che ha stabilito che ci saranno dieci club sparsi sul territorio nazionale che faranno da centri di formazione sia potenzialmente buona, se verrà avviata e costruita nel modo giusto. Accanto a questo, servirebbe in tutte le regioni un’attività continua di raduni per le diverse annate, a cui far partecipare tutti i ragazzi che ne abbiano voglia, in modo che loro abbiano continui stimoli ad impegnarsi e i tecnici possano sempre vederli e valutarli: in Liguria lo stiamo facendo e ne vado molto fiero. Torno però al punto dolente del grosso investimento economico che andrebbe fatto sui tecnici: se li tratti e consideri come dei dilettanti, avrai risultati da dilettanti, nonostante tutte le capacità e l’impegno che uno ci può mettere nel tempo limitato che può dedicare a quella che per lui non è un’attività svolta come professione Le risorse economiche danno la possibilità ad un tecnico di formarsi per poi formare”.

Tutto sbagliato e tutto da rifare? Non proprio, ma…: “I cambiamenti aiutano sempre: sfrutti le cose buone che hai ereditato e cerchi di modificare quello che ritieni non vada bene, non tutto è da buttare ma tante cose sono da cambiare e ora c’è la possibilità di poter fare un gran lavoro”.

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Foto di Paolo Ricchebono: Pierre Bruno all’ingresso in Accademia)

Just another manic rugby saturday!

Il mio sabato 5 ottobre è stato quanto di più ovale si possa immaginare e fotografa benissimo quella che è la mia “vita da rugby”, che include livelli diversissimi tra loro: se mi è possibile, io guardo praticamente tutto il rugby che mi capita a tiro!

Quindi, ieri mattina mi sono guardata su Rai Sport Inghilterra-Argentina (39-10), la partita che ha tolto ai biancocelesti ogni residua speranza di passare il turno alla RWC. Argentini sempre combattivi ma, per quasi tutta la partita in 14 a causa di uno sciagurato fallo di Lavanini (vi ricorda qualcosa?), nulla hanno potuto contro gli inglesi, forse mai così sicuri di sé stessi. In un girone con Inghilterra, Argentina e Francia, parevano essere i Bleus, reduci da un quadriennio molto difficile, la squadra destinata a non proseguire il cammino ma, battendo nella prima partita proprio l’Argentina, i francesi hanno messo subito in tasca punti pesantissimi, tolti proprio agli avversari diretti.

Nel primo pomeriggio il mio sabato è proseguito a Recco, con un clima più adatto alla spiaggia che al rugby: dalla RWC ad un test precampionato di Serie A! Pro Recco Rugby-VII Torinese (16-5, per la cronaca), entrambe inserite nel girone 1 del campionato cadetto (come molti sanno, la Serie A nel rugby italiano è il secondo campionato nazionale e non il primo): partita “calda”, qualche scambio di opinioni, agonismo, alcune belle azioni, certamente indicazioni utili per i coach, che era lo scopo dell’incontro.

Io adoro guardare il rugby italiano, sia dal vivo che in tv. Non ha il livello dei campionati francesi, inglesi etc? Lo so benissimo, ed infatti non lo guardo con gli occhi foderati da questa idea: lo guardo per quello che è e mi piace farlo, perché amo guardare il rugby e, dirò di più, a volte guardo più volentieri una di queste partite piuttosto che altre ben più “nobili”.

Non c’era Top12 in streaming, anche perché non è ancora iniziato, e le partite di Coppa Italia non erano trasmesse ma, a dire il vero, questo è l’unico torneo italiano che non mi interessa mai guardare: troppo un doppione del campionato e troppo formulato male. Opinione mia, ci mancherebbe!

Quindi, dopo essere tornata da Recco, ho acceso il tablet e mi sono guardata Zebre (sconfitte 28-52, a Parma, contro i Dragons, che non vincevano fuori casa da 45 turni) e Benetton (Leoni sconfitti 41-5 sul campo del Connacht) su DAZN. A posteriori, due spettacoli che mi sarei anche potuta risparmiare ma, come già detto, mi piace guardare rugby italiano e quindi me le sono viste entrambe, nonostante i risultati ben poco positivi (eufemismo).
Such a rugby saturday!
“RISSA? I RUGBISTI NON FANNO RISSE, MA CERCANO SOLTANTO DI CONOSCERSI PIÙ DA VICINO”

TODD JULIAN BLACKADDER

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Tanti contenuti su RWC e rugby italano sul sito dei Pirati del rugby!

Ore 9.37

Oggi, 28 giugno 2019, alle ore 9.37 (mi torna in mente il telefilm “ER”: “ora del decesso: 9.37”, avrebbero detto Il Dott. Carter, o il Dott. Ross o il Dott. “Ciccio”), un’implosione da manuale ha tirato giù le pile 10 e 11 del ponte Morandi, a Genova. Ora del viadotto resta in piedi molto poco, dopo il crollo del 14 agosto 2018 e la demolizione di oggi.

Vivo a Genova ormai da tredici anni e mezzo, abito nel ponente della città e, quindi, sul viadotto ci sono passata centinaia e centinaia di volte, anche perché era anche la mia via per andare e tornare da Recco e dunque dal campo della “mia” Pro Recco Rugby. Non sono quindi genovese di nascita e non ho ricordi d’infanzia che mi leghino al Morandi, però ricordo perfettamente quanto quel ponte mi avesse colpita da subito, quando mi sono trasferita.

A dire il vero, due cose mi colpirono subito tantissimo della “viabilità” genovese: il viadotto, con quelle imponenti “A” ed il mare sullo sfondo, ed il fatto che la ferrovia che prendevo ogni giorno per andare al lavoro in centro passasse letteralmente dentro all’ILVA, che allora aveva ancora in piedi tutti i vecchi edifici e questi circondavano letteralmente i binari. Nata e cresciuta in Pianura Padana, nella campagna bergamasca, abituata ad ampi spazi a perdita d’occhio, quel ponte con i monti dietro, le case sotto e attorno ed il mare sullo sfondo, e quella ferrovia letteralmente dentro ad un’acciaieria, mi facevano sentire quasi su un altro pianeta!

Non si può immaginare che un viadotto autostradale cada, senza che ci sia un terremoto, in una mattinata di metà agosto. Ero in ufficio, nel pomeriggio sarei partita per una breve vacanza con una mia amica e collega che era in ferie, nel tragitto fino all’ufficio avevo imprecato per il diluvio che, temperatura a parte, rendeva la città quasi novembrina, con acqua a secchiate e cielo grigio scuro. La mia collega chiama: “Emy ciao, sono all’IKEA con mia mamma e qui dicono che è crollato il ponte…!!!”. Non si può immaginare che cada un viadotto autostradale, quindi io: “ma che ponte???”, pensando ad un qualche ponticello pedonale lì sul Polcevera (ho poi scoperto, guardando un documentario sul crollo, che un poliziotto, ed immagino non solo lui, aveva avuto il mio identico pensiero).

Non si poteva immaginare, ma successe: un viadotto autostradale era venuto giù, senza terremoti, nella mattinata del 14 agosto 2018. Il mondo e il tempo, per ogni genovese di nascita, d’adozione o anche solo di domicilio, si fermarono per un attimo, per ripartire, nel giro di pochi secondi, con gli squilli dei cellulari: grazie a smartphone e social, nel giro di una manciata di minuti era già apparsa sui media “quella” foto, il Morandi con il buco nel mezzo, stagliato su quel cielo grigio che aggiungeva un ulteriore tocco da film ad un’immagine già di per sé incredibile ed allucinante.

Quelle pile rimaste in piedi, ed i pezzi di impalcato a loro attaccati, sono rimaste lì fino a stamattina alle 9.37, testimonianze di una tragedia ma, seppur monche, sempre svettanti con la loro forma di “A” e con gli stralli al posto giusto, nuova versione della presenza del viadotto nel paesaggio, negli occhi e nella mente di chiunque le vedesse. In fondo, seppur crollato in parte e nonostante l’immenso dramma del 14 agosto, il ponte era ancora lì.

Per questo l’implosione di stamattina è stata tanto potente e toccante per ogni abitante di Genova e non solo: adesso, e solo adesso, la sagoma inconfondibile del Morandi, del “ponte di Brooklyn”, non c’è più. Non lo vedrà più chi lo aveva visto costruire, chi lo vedeva dalle finestre di casa, chi lo guardava distrattamente dal treno o dal ponte di Cornigliano, chi lo guardava dall’aereo prima di atterrare a Genova, chi lo percorreva ogni giorno e da lì sopra guardava verso il mare, chi ci passava ogni tanto per andare in vacanza e magari si chiedeva cosa diamine ci facesse una struttura del genere messa proprio lì, in mezzo ad una città.

È praticamente impossibile spiegare Genova a chi non ci vive o non ci ha mai vissuto, la sua conformazione assurda, il mare e i monti, la mancanza di spazio, una ferrovia dentro ad un’acciaieria ed un ponte sopra alle case, ma vista mare. Il “viadotto sul Polcevera” era un po’ il perfetto riassunto di tutto questo, era una vera e propria sintesi della città che lo ha ospitato per poco più di cinquant’anni.

Ci si può affezionare ad un mostro di calcestruzzo e ferro? Evidentemente sì.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”.
(Francesco Guccini)