Da che punto guardi il mondo tutto dipende

Ho vissuto la prima ondata di Covid e il relativo lockdown divisa e sospesa quasi tra due mondi: Genova, dove vivo, e la provincia di Bergamo, dove sono nata e dove ci sono la mia famiglia e tanti miei amici e persone care.

Proprio quella provincia di Bergamo che è stata a lungo la zona più infetta del mondo intero, proiettata dalla sua dimensione “piccola”, noiosa e ben poco nota ai titoli di giornali e tg italiani ed internazionali.

Trovandomi a cavallo tra due dimensioni assai diverse tra loro, riesco perfettamente a capire come chi non abbia avuto contatti diretti con Bergamo e provincia non possa assolutamente capire che cosa sia successo e, di conseguenza, tenda a sminuire l’epidemia. Ci sarebbero, certo, empatia, informazione, ragionamento e logica, in teoria. 

In teoria, appunto. 

A Genova, nella mia vita quotidiana, io non ho conosciuto e non conosco nessuno che abbia avuto il covid o che conosca qualcuno che l’abbia avuto sapendo di averlo, quindi non eventualmente asintomatico. Se allargo il campione su cui fare mente locale, trovo una sola persona, che non frequento ma che alla lontana conosco, che si è ammalata (ed è guarita).

Se, invece, il campione di riferimento diventa il mio paesello bergamasco, il punto di vista si ribalta del tutto: devo fare mente locale per ricordare chi non si è ammalato e chi non ha in famiglia nessuno che sia stato colpito (e qui la percentuale scende praticamente a poco più dello 0%).

Non solo: nel campione bergamasco incide pesantemente anche il numero di coloro che hanno dovuto seppellire qualche persona cara e io stessa ho perso mio padre, il mitico Giulio, bello, forte e in salute, al quale non ho neanche potuto dire addio.

Quando sento e leggo di gente che si lamenta per la mascherina, che si lagna per il distanziamento e lo ignora, che sproloquia di complotti e privazioni di libertà, che fa fermare treni perché, delirando di forzature e fantomatiche lobby non si vuole mettere la mascherina neanche dove è obbligatoria, beh, a me sale una rabbia gigantesca.

Non dovrebbe neanche servire che ve lo venga a dire qualcuno che, con un virus serio e ancora poco conosciuto che circola, sia saggio e giusto portare la mascherina al chiuso e dove non si sta abbastanza distanziati, che bisogna lavare e disinfettare spesso le mani e che è meglio non stare tutti appiccicati.

Ma che, “davero davero” secondo voi le limitazioni della libertà sono queste?

A Bergamo e dintorni, dove si è respirato a pieni polmoni non solo il virus ma anche il terrore, l’ansia, l’angoscia, il dolore, nessuno sano di mente si lamenta per la mascherina o fa piazzate per non usarla e si guarda con orrore ai tanti comportamenti sbagliati e stupidi che si vedono ovunque, perché nessuno vuole rischiare di rivivere marzo 2020 e, in generale, nessuno vuole più dover seppellire persone care per questo virus o essere di nuovo chiuso in casa a fare i conti, oltre che con la didattica a distanza dei figli e l’impossibilità di vivere normalmente, anche con un nuovo disastro economico.

Tanti sono morti, tanti sono guariti ma portano e porteranno per sempre le cicatrici, sia reali, sui polmoni, che metaforiche, nell’anima, di quello che hanno vissuto.

E qui non c’entra la politica, non si parla di errori e mancanze, che certo vanno chiariti e puniti, di destra o sinistra, di colori e bandiere: io sto parlando di persone comuni, di cittadini, di tutti noi, perché poteva e può succedere a chiunque e non è che ce lo dobbiamo ricordare solo se lo posta sui social il vip di turno che si scopre contagiato o al quale si ammala un parente, o il cui figlio fa il dj in Sardegna ad una festa che diventa la fiera del contagio fighetto.

Parte del mondo è ancora in lockdown e, ogni giorno, altri Paesi rischiano di tornarci e questo per il mancato rispetto di norme semplicissime. Arriverà un vaccino, arriveranno protocolli di cura efficaci, che già hanno fatto notevoli passi avanti rispetto al totale smarrimento iniziale, il covid diventerà una malattia con cui conviveremo, come facciamo con molte altre, tanti si ammaleranno, tanti guariranno, qualcuno, purtroppo, non ce la farà, come accade normalmente.

Ma questo momento non è ancora arrivato: siamo in una fase delicata ed importante e le uniche cose che ci vengono chieste sono buonsenso, mascherina, mani pulite e sano distanziamento. Troppo difficile?

Miocuggino parla di prossimi lockdown già programmati a tavolino, di numeri inventati, di un complotto politico. Quindi tutti i Paesi del mondo, visto che la questione non riguarda solo l’Italia, si starebbero prendendo a martellate nelle palle da soli, economicamente e socialmente.

Dunque, coviddì non ce n’è, perché è tutto un complotto planetario a tavolino e quindi la mascherina lede la mia libertà di fare aperitivo ammucchiato agli altri, di fare il dj alle feste e di alitare serenamente addosso al prossimo.

Coviddì ce n’è. Cervello e responsabilità, purtroppo, non sempre e mai abbastanza.

Il mio ritorno in palestra: atlete per caso e calzini dimenticati

3 settembre 2019: primo giorno di… scuola? No! Di lavoro? No! Primo giorno della ripresa della palestra!

Ho un rapporto tutto mio con la palestra e il fitness. Ho giocato per tanti anni a pallavolo e ho sempre identificato il fare sport con discipline agonistiche, l’allenamento come preparazione ad una partita, una gara. Quindi, non ho mai considerato “andare in palestra” come “fare sport”.

Questo finché non mi sono imbattuta nelle mie due guru del fitness, Roberta e Antonella. Due Donne con tanti muscoli ma ancora più cuore e cervello che sono state in grado di farmi continuare ad andare in palestra dopo che non ci volevo più mettere piede quando sono rimasta per giorni praticamente invalida dopo aver provato la mia prima lezione di pump con la Anto, nella prima sera in palestra della mia vita: “questa è matta: io qui non ci vengo mai più!!!”. Ma avevo già pagato e, soprattutto, nonostante mi avesse resa inabile anche ad usare coltello e forchetta, oltre che a camminare, scendere dal letto e sedermi sul water, quella pazza mi era piaciuta tanto, così come “l’altra”, di cui avrei provato i corsi non appena di nuovo in grado di muovermi.

Da quella tragica sera sono passati ormai un po’ di anni e tante cose sono cambiate: Roby e Anto hanno aperto la loro palestra, identica a loro, cioè un po’ folle e piena di cuore e cervello, con una filosofia di allenamento (ora lo penso!) e benessere che hanno avuto la forza ed il coraggio di portare avanti anche se è molto meno commerciale di altre.

I loro corsi, oltre ad aiutarmi ad avere una forma fisica decente e a combattere una lotta costante vs forza di gravità, anni che passano e passione per la buona tavola e per le patatine, negli anni mi hanno permesso di incontrare e conoscere Donne pazzesche, di fare gruppo con altre “atlete per caso” come me, che si fanno il mazzo, si impegnano a fare le cose bene per tenersi in forma, ma nello spogliatoio parlano di ricette, aperitivi e cene da fare (beh, non solo di questo, a dire il vero, ma anche di questo…!).

Alcune sono diventate mie amiche speciali, una anche una compagna di bellissimi viaggi, la maestra sono riuscita a portarla nell’universo Pro Recco Rugby, altre sono Donne simpatiche e toste che, se frequentano quella palestra, è perché ci somigliano, a quel posto che è per molti ma non per tutti (cit.).

Detto tutto questo, stamattina mi sono ricordata la borsa, preparata dopo un mese di pausa, tipo la cartella di scuola dopo l’estate, ma non di metterci anche i calzini: chi ben comincia…!

Buon anno di allenamenti a tutte le atletone DOP, quelle che vanno in palestra motivate dal provare a restare decentemente in forma senza dover rinunciare a mangiare e bere!

“Sono entrato in palestra. Mi hanno dato da compilare un modulo per l’iscrizione. Mi è venuto il fiatone”. (Daniele Luttazzi)

Ore 9.37

Oggi, 28 giugno 2019, alle ore 9.37 (mi torna in mente il telefilm “ER”: “ora del decesso: 9.37”, avrebbero detto Il Dott. Carter, o il Dott. Ross o il Dott. “Ciccio”), un’implosione da manuale ha tirato giù le pile 10 e 11 del ponte Morandi, a Genova. Ora del viadotto resta in piedi molto poco, dopo il crollo del 14 agosto 2018 e la demolizione di oggi.

Vivo a Genova ormai da tredici anni e mezzo, abito nel ponente della città e, quindi, sul viadotto ci sono passata centinaia e centinaia di volte, anche perché era anche la mia via per andare e tornare da Recco e dunque dal campo della “mia” Pro Recco Rugby. Non sono quindi genovese di nascita e non ho ricordi d’infanzia che mi leghino al Morandi, però ricordo perfettamente quanto quel ponte mi avesse colpita da subito, quando mi sono trasferita.

A dire il vero, due cose mi colpirono subito tantissimo della “viabilità” genovese: il viadotto, con quelle imponenti “A” ed il mare sullo sfondo, ed il fatto che la ferrovia che prendevo ogni giorno per andare al lavoro in centro passasse letteralmente dentro all’ILVA, che allora aveva ancora in piedi tutti i vecchi edifici e questi circondavano letteralmente i binari. Nata e cresciuta in Pianura Padana, nella campagna bergamasca, abituata ad ampi spazi a perdita d’occhio, quel ponte con i monti dietro, le case sotto e attorno ed il mare sullo sfondo, e quella ferrovia letteralmente dentro ad un’acciaieria, mi facevano sentire quasi su un altro pianeta!

Non si può immaginare che un viadotto autostradale cada, senza che ci sia un terremoto, in una mattinata di metà agosto. Ero in ufficio, nel pomeriggio sarei partita per una breve vacanza con una mia amica e collega che era in ferie, nel tragitto fino all’ufficio avevo imprecato per il diluvio che, temperatura a parte, rendeva la città quasi novembrina, con acqua a secchiate e cielo grigio scuro. La mia collega chiama: “Emy ciao, sono all’IKEA con mia mamma e qui dicono che è crollato il ponte…!!!”. Non si può immaginare che cada un viadotto autostradale, quindi io: “ma che ponte???”, pensando ad un qualche ponticello pedonale lì sul Polcevera (ho poi scoperto, guardando un documentario sul crollo, che un poliziotto, ed immagino non solo lui, aveva avuto il mio identico pensiero).

Non si poteva immaginare, ma successe: un viadotto autostradale era venuto giù, senza terremoti, nella mattinata del 14 agosto 2018. Il mondo e il tempo, per ogni genovese di nascita, d’adozione o anche solo di domicilio, si fermarono per un attimo, per ripartire, nel giro di pochi secondi, con gli squilli dei cellulari: grazie a smartphone e social, nel giro di una manciata di minuti era già apparsa sui media “quella” foto, il Morandi con il buco nel mezzo, stagliato su quel cielo grigio che aggiungeva un ulteriore tocco da film ad un’immagine già di per sé incredibile ed allucinante.

Quelle pile rimaste in piedi, ed i pezzi di impalcato a loro attaccati, sono rimaste lì fino a stamattina alle 9.37, testimonianze di una tragedia ma, seppur monche, sempre svettanti con la loro forma di “A” e con gli stralli al posto giusto, nuova versione della presenza del viadotto nel paesaggio, negli occhi e nella mente di chiunque le vedesse. In fondo, seppur crollato in parte e nonostante l’immenso dramma del 14 agosto, il ponte era ancora lì.

Per questo l’implosione di stamattina è stata tanto potente e toccante per ogni abitante di Genova e non solo: adesso, e solo adesso, la sagoma inconfondibile del Morandi, del “ponte di Brooklyn”, non c’è più. Non lo vedrà più chi lo aveva visto costruire, chi lo vedeva dalle finestre di casa, chi lo guardava distrattamente dal treno o dal ponte di Cornigliano, chi lo guardava dall’aereo prima di atterrare a Genova, chi lo percorreva ogni giorno e da lì sopra guardava verso il mare, chi ci passava ogni tanto per andare in vacanza e magari si chiedeva cosa diamine ci facesse una struttura del genere messa proprio lì, in mezzo ad una città.

È praticamente impossibile spiegare Genova a chi non ci vive o non ci ha mai vissuto, la sua conformazione assurda, il mare e i monti, la mancanza di spazio, una ferrovia dentro ad un’acciaieria ed un ponte sopra alle case, ma vista mare. Il “viadotto sul Polcevera” era un po’ il perfetto riassunto di tutto questo, era una vera e propria sintesi della città che lo ha ospitato per poco più di cinquant’anni.

Ci si può affezionare ad un mostro di calcestruzzo e ferro? Evidentemente sì.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”.
(Francesco Guccini)