Dica 33… La Serie A 2022/2023

Dietro a questa involontaria rima c’è la grande novità della Serie A di rugby per la nuova stagione: l’aumento del numero delle squadre a ben trentatre.

Da ventiquattro squadre la Serie A era stata portata a trenta e ora addirittura a trentatre: non solo si è aumentato nuovamente il numero dei club partecipanti ma si è arrivati persino a volere tre gironi dispari, quando di solito questa è una condizione che si cerca di evitare.

Dunque, tre gironi territoriali da undici squadre ciascuno: Nord-Ovest, Nord-Est e Centro-Sud.

In effetti si intuiva che c’era qualcosa di strano quando, a conti fatti, al termine della stagione 2021/2022, priva di retrocessioni, con la promozione del CUS Torino in Top10, il ritiro di Udine e le quattro promozioni dalla B, le squadre si erano ritrovate ad essere trentuno. Al momento di ufficializzare le iscrizioni la FIR ha comunicato il ripescaggio di altre due squadre dalla Serie B: dica trentatre.

Personalmente, oltre ad essere assolutamente contraria a questo trend, mi rendo conto che diventa anche sempre più difficile pensare ad una nuova futura riduzione delle squadre, per tornare (magari…) alle ventiquattro squadre che, suddivise in A1 e A2, davano vita al campionato cadetto più bello ed interessante: come le tagli la bellezza di nove squadre? Fai un’annata in cui le falci? Blocchi le promozioni dalla B? Le fai calare nell’arco di più stagioni (ma abbiamo tutto questo tempo?)?

E dire che sembrava già poco felice la soluzione “via di mezzo” tra territoriale (prima fase) e non territoriale (seconda fase) di qualche stagione fa, con ventiquattro squadre divise in quattro gironi geografici: a pensarci adesso, era un Eden!

A chi serve una Serie A a trentatre squadre su base territoriale? Poi hai voglia a dire che c’è troppa differenza tra la A e il Top10: c’era un gap evidente anche quando avevamo la A1 a dodici squadre e si pensava di ridurlo facendo una A a trentatre?

Qualcuno mi deve spiegare in modo convincente che progetto c’è dietro a questo andazzo, perché mi piace credere che dietro ad ogni decisione ci sia un progetto e mi interessa moltissimo capire quello che sta dietro alla progressiva e inesorabile uccisione della nostra Serie A.

(Questo articolo è pubblicato anche su NPR/Delinquenti Prestati al Mondo della Palla Ovale e sulla rivista “Ovalmente”)

Nicola Bozzo e la strada da Recco a Perpignan

Nicola Bozzo, classe 2004, secondo centro, ha mosso i suoi primi passi nella Pro Recco Rugby ed è appena approdato alla categoria “Espoirs” dello storico club francese di Perpignan: il suo è un esempio di quello che può essere il percorso di un giovanissimo ricco tanto di talento quanto di passione e voglia di impegnarsi per vivere il suo sogno ovale e per provare a trasformarlo in qualcosa di importante.

Inutile dire che me lo ricordo piccolino, quando iniziava a correre con un pallone in mano sul campo di Recco, quindi fare questa piccola intervista mi è piaciuto doppiamente.

Nico, quale è stato fino ad ora il tuo percorso nel rugby, in Italia e all’estero?

Ho iniziato a giocare a cinque anni nella Pro Recco e sono rimasto in biancoceleste fino all’U14, quando ho superato il provino per l’Academy di Verona, che era appena nata, e quindi mi sono trasferito là. Durante quell’esperienza ho partecipato ad un campus estivo dei Leicester Tigers e sono stato selezionato per fare poi una seconda settimana in Inghilterra, al termine della quale mi è stato proposto per l’anno seguente di andare a studiare e giocare lassù. Inutile dire che ho accettato subito e a settembre del 2020 sono partito per la Sedbergh School, vicino al confine con la Scozia: l’inizio è stato a singhiozzo a causa delle varie quarantene dovute al covid, quindi la mia vera stagione inglese è stata poi quella 2021/2022, nella quale ho giocato a quindici fino a dicembre e poi a sette da gennaio ad aprile e anche a dieci per completare la stagione. In Inghilterra la scuola superiore finisce un anno prima e quindi mi sono trovato a dover decidere come proseguire il mio percorso e sono felicissimo che si sia presentata l’opportunità della categoria Espoirs di un grande club come Perpignan, dove mi sono appena trasferito.

Quali sono stati gli aspetti più positivi e quali le difficoltà della tua esperienza inglese?

Sicuramente un aspetto molto importante è stata la possibilità di imparare bene l’inglese ma, soprattutto, il dover imparare ad adattarmi, l’uscire dalla mia zona di comfort e dover reagire, facendomi rendere conto delle mie reali capacità e potenzialità. Dal punto di vista tecnico e tattico ho avuto la possibilità di misurarmi con altri tipi di gioco e, dal punto di vista umano, ho fatto tantissime nuove amicizie, ho conosciuto ragazzi di altri Paesi e anche questo è sempre un grande arricchimento. Le maggiori difficoltà sono sicuramente legate al periodo iniziale in Inghilterra, quando conoscevo poco la lingua e ho dovuto imparare e capire le dinamiche di una vita completamente nuova e diversa ma fortunatamente le ho superate abbastanza in fretta, anche grazie al fatto di essere l’unico italiano e dovendomi quindi per forza sforzare sempre al massimo per farmi capire ed inserirmi. Aggiungo che per me, nato e cresciuto al mare in Liguria, non è stato facilissimo neanche l’impatto con il clima e, da buon italiano, con il cibo di quella parti, ma bastano pochi mesi e ci si abitua, inserendosi bene nella nuova vita.

Rispetto alla realtà italiana, cosa trova in più un ragazzo che come te decide di andare a formarsi all’estero?

Prima di tutto, trova una maggiore competitività: in scuole come la Sendbergh ci sono ragazzi provenienti da tutto il mondo e la concorrenza per un posto in squadra è sempre tantissima, ci si gioca tutto ad ogni singolo allenamento e questo spinge a dare sempre il massimo. Inoltre si acquisisce un’esperienza che altri ragazzi non hanno e che può rendere più facile giocare anche in altre realtà con un gioco ed un’intensità simili.

Quali sono le tue prime impressioni su una realtà storica del rugby francese come Perpignan?

Sono arrivato solo da poche settimane ma ho trovato uno staff davvero di altissimo livello, con una continua e assoluta cura del dettaglio sotto ogni aspetto, sia in campo che fuori. Sono stato accolto benissimo e anche l’organizzazione degli aspetti legati all’alloggio e alle altre varie questioni del vivere qui è praticamente perfetta. Ora non mi rimane che imparare il francese, anche se lo vedo più ostico per me!

Negli Espoirs con te ci sono altri ragazzi italiani e di altri Paesi?

Sono l’unico italiano e, ovviamente, la grande maggioranza dei miei compagni è francese, ma c’è un ragazzo arrivato dalla Georgia e ce ne sono diversi dalle isole del Pacifico.

Come sarà strutturata la tua stagione?

L’11 luglio abbiamo iniziato un primo blocco di tre settimane di preparazione atletica, poi una settimana di riposo e poi sotto con altre tre settimane in cui giocheremo tre tappe del torneo “Super Seven”, a Perpignan, La Rochelle e Pau, mentre per chi non verrà inserito nella squadra Seven ci saranno tre partite a quindici. La prima settimana di settembre ci riposeremo e poi inizierà il campionato, la cui stagione regolare durerà fino a metà maggio, seguita dalle fasi finali per il titolo.

Si possono fare moltissime riflessioni leggendo queste parole che sembrano arrivare da Marte ma che invece arrivano da mondi vicinissimi. 

P.S. Ho appreso dell’esistenza del rugby a dieci, che davvero non conoscevo: chiedo scusa per l’ignoranza e sono contenta di aver imparato una cosa nuova!

(N.B. L’intervista verrà pubblicata anche nel numero di agosto della rivista “Ovalmente” della premiata ditta NPR-Delinquenti Prestati al Mondo della Palla Ovale)

E’ finita la Serie A, evviva la Serie A: il perfetto CUS Torino, un po’ di Liguria e i quattro nuovi arrivi

Il campionato di rugby di Serie A 2021/2022 ha emesso il suo unico verdetto di stagione: l’Itinera CUS Torino è la squadra promossa nel Peroni Top10. I piemontesi ci sono arrivati dopo una cavalcata letteralmente trionfale: imbattuti dalla prima giornata fino allo scontro finale per la promozione, con 18 vittorie su 18 partite disputate (16 nella stagione regolare e 2 nella fase finale) e le statistiche migliori di tutti e tre i gironi del campionato cadetto.

I ragazzi di coach D’Angelo si sono giocati una vera e propria finale sul campo dell’Unione Rugby Capitolina, terzo atto del particolare mini-girone che costituisce ora i play off di Serie A: vi hanno partecipato le tre squadre vincitrici del rispettivo campionato territoriale, ovvero CUS Torino (girone 1, Nord-Ovest), Valsugana (girone 2, Nord-Est) e Capitolina (girone 3, Centro-Sud). Nella prima giornata di questa particolare fase finale, il 22 maggio, Torino aveva superato in casa Valsugana con il punteggio di 32-17 (5-0), nel secondo turno, domenica 29 maggio, i padovani hanno rimediato una seconda sconfitta, questa volta sul loro campo, con un 17-20 in favore dell’URC (1-4), creando così i presupposti per un’ultima giornata equivalente ad una vera finale tra le due squadre che li hanno saputi battere.

Si è arrivati così a domenica 5 giugno, con il bell’impianto di via Flaminia gremito dai tifosi di entrambe le squadre. Il risultato finale ed un estratto del tabellino della partita che mostra la sequenza delle marcature dicono molto chiaramente che la partita avrà creato qualche problema ai deboli di cuore e che le due contendenti se la sono giocata davvero fino all’ultimo respiro:

UR Capitolina v CUS Torino 25-29
Marcatori: primo tempo: 3’ cp. Romano (3-0); 9’ cp. Romano (6-0); 17’ cp. Romano (9-0); 21’ meta di punizione Torino (9-7); 37’ m. Innocenti t. Romano (16-7); secondo tempo: 3’ cp. Reeves G. (16-10); 8’ cp. Reeves G. (16-13); 13’ cp. Reeves G. (16-16); 18’ cp Reeves G. (16-19); 20’ cp. Romano (19-19); 28’ cp. Romano (22-19); 32’ cp. Reeves G. (22-22); 34’ cp. Romano (25-22); 39’ mt. Civita t. Reeves G. (25-29).

Alla base di questa realtà c’è naturalmente il CUS della città della Mole e il Presidente Riccardo D’Elicio è un fiume in piena di entusiasmo e orgoglio: “Ho visto la partita in streaming, è stata bellissima e ha vinto la squadra che ci ha messo quel pizzico di voglia di vincere e determinazione in più. Abbiamo il rugby da settant’anni, cinquecento tesserati e siamo fierissimi di questi ragazzi ed anche delle ragazze, che sono arrivate quarte in Serie A. La nostra vittoria più grande è permettere ai ragazzi e alle ragazze che fanno sport di non dover smettere perchè vengono a Torino a studiare ma, anzi, di aiutarli a fare al meglio entrambe le cose”.

Uno degli artefici della grande stagione del CUS Torino è sicuramente l’allenatore argentino (di Rosario), Lucas D’Angelo (che ha esordito con un “Ciao Emy, scusa il ritardo ma fermarci a Roma ieri sera, come puoi immaginare, è stato “interessante”):

Lucas, subito una domanda “secca”: perchè a Roma avete vinto voi?

Credo che abbiamo vinto grazie alla mentalità che tutti i miei giocatori hanno saputo costruirsi lungo tutta la stagione e che si è vista chiaramente già nella partita contro Valsugana, quando siamo stati sia sotto nel punteggio che sotto grande pressione riuscendo poi a ricominciare a fare il nostro gioco dinamico e a tutto campo, che ci ha fruttato anche il miglior attacco di tutta la Serie A, e a ribaltare il risultato e vincere la partita.

Come hai visto la Capitolina, a cui avete fatto davvero un brutto scherzo davanti al pubblico di casa?

La Capitolina è una bellissima squadra e ho detto al loro allenatore che hanno uno stile di gioco in cui mi identifico molto, con ragazzi in grado di giocare con grande intensità fisica e concentrazione: credo sia la squadra più simile alla mia tra tutte quelle che abbiamo incontrato in questa stagione.

Quali sono stati gli aspetti e i meriti principali che vi hanno permesso di portare avanti e a compimento questa stagione letteralmente perfetta?

Senz’altro il fattore umano interno alla squadra: i nostri giocatori non sono i più forti in assoluto nel loro ruolo e credo che se si facesse un “XV” ideale del campionato ce ne sarebbero forse due o tre, ma tutti i ragazzi sono funzionali alla squadra e si completano ed integrano alla perfezione e ci hanno permesso così di costruire non solo il nostro gioco ma l’intera stagione, un allenamento dopo l’altro e una partita dopo l’altra.

Qual è il punto fondamentale di questa stagione da cui partire e su cui iniziare a costruire il vostro prossimo campionato di Top10?

Sicuramente la ricostruzione del gruppo, perchè noi cambiamo ogni anno circa il 25-30% dei giocatori, tra chi conclude il suo percorso universitario, chi lascia Torino dopo gli studi e chi entra in Prima Squadra dal settore giovanile: dovremo riamalgamare il gruppo e riuscire a portare la squadra ad un livello superiore sia sul piano fisico che tecnico, come richiesto dal nuovo torneo che ci aspetta.

Forse in pochi ricordano che Lucas D’Angelo iniziò la sua carriera italiana come giocatore prima del CUS Genova e poi della Pro Recco, per approdare poi in Piemonte e mettere radici lì, prima ad Asti e poi a Torino, dove ricopre il ruolo di Head Coach ed anche di Director of Rugby.

Nel CUS Torino c’è anche un altro pezzettino di Liguria, che è molto caro a chi scrive: il terza linea Davide Ciotoli, dalla Riviera di Levante, classe 1996 e già una lunga carriera alle spalle, iniziata a Recco quando era poco più che un bambino proseguita in giro per l’Italia tra accademie e massimo campionato, un ritorno a Recco con un paio di stagioni di vertice ed una finale di Serie A persa e poi l’università a Torino, il CUS e ora questa promozione in Top10.

“Riuscire a vincere una finale è un’emozione stupenda e me ne rendo conto doppiamente dopo aver vissuto a Recco gli anni di vertice e le finali perse, quel sogno che non si riusciva mai a raggiungere per un soffio. Appena è finita la partita a Roma, uno dei miei primi pensieri è andato proprio alla Pro Recco ed è come se portassi in Top10 anche un po’ di Pro Recco Rugby e alla famiglia recchelina dedico sicuramente una parte di questa vittoria, così come alla Liguria, la mia terra, a cui sono legatissimo. Ripenso spesso alla finale persa contro Reggio Emilia (stagione 2015/2016, ndr), so come ci si sente ed infatti capisco benissimo come stanno adesso i giocatori della Capitolina, a cui faccio tantissimi auguri per il futuro. Il mio augurio più grande però va sempre al Recco, perchè so che questo momento difficile è solo una fase di transizione e che lo straordinario modo di lavorare di un club dove nulla è regalato ma tutto è conquistato farà tornare la società nella posizione che merita. E’ pazzesco quello che sto vivendo in questo momento, devo ancora realizzarlo appieno e spero di rifarlo con la Pro Recco”.

E qui, scusate, ma a chi scrive scende una lacrima.

Salutato il CUS Torino, la Serie A 2022/2023 vedrà ai nastri di partenza quattro nuove squadre, promosse dalla Serie B: CUS Milano, Patavium (Rubano e Selvazzano, provincia di Padova), Rugby Parma e Primavera (Roma). La Capitale si troverà quindi con ben tre squadre nel campionato cadetto: la Lazio, retrocessa dal Top10, la Capitolina, che ha fallito la promozione e appunto la Primavera, ritornata in A dopo qualche stagione, mentre Milano ritroverà un derby, con il neopromosso CUS che raggiunge l’ASR.

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Foto di Nicolò Canestrelli, si ringrazia Itinera CUS Torino)

C’era una volta… la Serie A

Nelle ultime due settimane sono successe due cose che mi hanno riportato alla mente la vecchia Serie A e quanto ne sento la mancanza.

La prima è stata una chiacchierata via teams con Davide (Macor), nella quale abbiamo parlato di vari temi legati al rugby, tra cui, appunto, anche i campionati italiani.

La seconda è stata la triste notizia della rinuncia alla Serie A da parte della Rugby Udine Union FVG: un campionato e mezzo non disputati più l’ultimo lungo stop durante quello in corso stanno presentando il conto a tutti e, per alcuni, è salatissimo.

Davide, peraltro, è proprio udinese, quindi, già con lui durante quella chiacchierata, avevo ricordato un episodio che riguarda una trasferta dei bianconeri a Recco e che ora racconto con ancora più piacere, augurando all’Udine di tornare il prima possibile in Serie A.

Correva l’anno… dunque… è passato un secolo… ecco, era il campionato 2009/2010 (la storia sul sito Pro Recco Rugby mi è venuta in soccorso!), la Serie A era composta da ventiquattro squadre divise in due gironi da dodici secondo un criterio casuale. Era però stato deciso che, nella stagione successiva, la formula sarebbe cambiata, con i due gironi che sarebbero diventati “A1” e “A2” e, per la suddivisione, avrebbe fatto fede il piazzamento della stagione precedente: le prime sei di ciascun girone in A1, le altre in A2.

In una delle ultime giornate toccava proprio a Udine venire a giocare a Recco una partita che valeva come uno spareggio per il sesto posto, visto che le due squadre erano fino a quel punto appaiate lì a metà classifica. Vinse Udine ma, la cosa che ricordo di più, sono i meravigliosi tifosi friulani, arrivati a Recco in massa nonostante la distanza (cinquecento e fischia km) e dotati di una sirena antiaerea a manovella, giusto per non farsi per niente sentire!

Per la cronaca, alla fine la Pro Recco, arrivata settima, fu ripescata per il ritiro di una squadra e andò comunque in A1. Grazie a questo, io ho avuto la possibilità di vivere in prima persona quella nuova formula della Serie A che, a posteriori, ritengo senza ombra di dubbio la migliore, con un campionato cadetto di ottimo livello, vero torneo di formazione per i giovani, bello da vedere per gli spettatori e da giocare per gli atleti.

Dalla A1 si retrocedeva in A2 e da lì in B. In realtà, dalla A1 si poteva anche malauguratamente retrocedere direttamente in B e dalla A2 si poteva sulla carta anche andare direttamente in Top10 (chiamiamolo così per comodità, anche se non ricordo se allora si chiamava così o “Eccellenza”) e questo faceva sì che non ci si potesse mai adagiare: chi lottava per tentare la promozione non poteva distrarsi e alla fine doveva passare, per raggiungere la finale, da una semifinale di andata e ritorno da girone dantesco e chi doveva cercare di salvarsi doveva tenere il coltello tra i denti dalla prima all’ultima giornata.

Quella formula aveva mille punti a favore e uno solo a sfavore, che è stato quello che ne ha decretato troppo frettolosamente la fine.

I gironi meritocratici implicavano che, come del resto si era sempre fatto, si andasse a giocare in tutta Italia, ed era bellissimo, nonostante alcune trasferte fossero da mettersi davvero le mani nei capelli; si andava a Benevento, che dal nord è un viaggio quasi intercontinentale, si andava in Sicilia, si andava più volte a Roma, si andava ovunque e, naturalmente, si andava “n” volte in Veneto. Trasferte lunghe, fatica, ma la bellezza di misurarsi con tante squadre diverse e con un ottimo livello generale, dovendo sempre dimostrare qualcosa e giocare per qualcosa.

Così, un bel giorno, qualcuno si accorse che la Serie A costava di trasferte ben più del Top10, solo che le squadre avevano meno entrate e non prendevano un centesimo dalla Federazione che, invece, ogni anno elargisce una discreta somma ad ognuna delle società del massimo campionato.

Come è stata risolta la questione? Non provando a dare un supporto alle squadre ma rivoluzionando la formula del campionato, trasformandola da meritocratica a territoriale e frammentando le ventiquattro squadre in quattro gironi da sei, con due fasi che facevano sì che, dopo aver incontrato le altre cinque squadre del proprio girone, si finiva poi ad incrociarsi con quelle di un altro, in poule promozione oppure retrocessione, a seconda del piazzamento nella prima fase.

Questa formula era, in pratica, una sorta di via di mezzo: la prima fase vicino casa e la seconda allargando un po’ l’orizzonte geografico. A posteriori, sappiamo che non era poi così disprezzabile, visto quello che abbiamo avuto dopo.

Con una mossa sciagurata, la Serie A è stata allargata a trenta squadre e resa totalmente territoriale, con tre gironi da dieci: nord-ovest, nord-est e centro-sud, con le squadre sarde messe ad anni alterni a nord-ovest o al centro per via dei collegamenti e l’Accademia piazzata in barba alla geografia. I gironi non si incrociano mai tra loro se non per play off e play out.

Il livello e l’interesse del campionato cadetto sono così precipitati vertiginosamente, disintegrando progressivamente un torneo prima di grande interesse e potenzialità.

Una volta portato a termine questo campionato ancora pesantemente segnato dagli effetti devastanti degli anni di covid e saggiamente impostato senza retrocessioni, sarebbe d’obbligo ripensare la formula e vedere la Serie A come un buon investimento per la crescita e la formazione di giocatori italiani.

Personalmente credo che si dovrebbe tornare ai due gironi di A1 e A2 da dodici squadre ciascuno per poi, in un futuro più lontano, valutare un unico girone da dodici, se volessimo davvero ripensare in chiave qualitativa la filiera tra campionato cadetto e massimo campionato in termini di qualità e potenzialità.

Naturalmente questo implica una totale revisione dei campionati italiani che, al netto delle chiacchiere, andrà prima o poi fatta, se non vogliamo continuare ad andare avanti a tastoni e strappi nella formazione e nella crescita di giocatori di livello e ad avere attrattiva e interesse pari a “zerovirgola”.

Nell’immediato, mi accontenterei anche di una revisione della visualizzazione della sezione campionati e classifiche del sito FIR, perchè la parte della Serie A è praticamente una caccia al tesoro!

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

Luna Rossa ma anche un po’ Ovale: una chiacchierata con Michele Cannoni

Michele Cannoni, quarantadue anni, di Recco, boat captain di Luna Rossa, appena tornato in Italia con tutta la famiglia dopo sette mesi in Nuova Zelanda. Pallanuotista in gioventù e velista da quando era un bambino, appassionato e conoscitore di rugby e padre di Leonardo, oggi quattordicenne e già “Squaletto” nelle giovanili della Pro Recco Rugby.

Uno sportivo così di rilievo e al contempo tanto vicino al mio mondo ovale “di casa” non poteva che suscitare in me attenzione e curiosità, anche grazie ai post social della moglie Patty, madre di Leonardo e quindi “mamma biancoceleste”, che ha aiutato noi tutti a seguire più da vicino e con grande emozione la straordinaria esperienza di Luna Rossa, così italiana e “nostra” anche dall’altra parte del mondo.

Premessa: io sono parecchio ignorante per quanto riguarda vele e barche ma, come tutti, tifo Luna Rossa quando c’è la Coppa America. Così, non vedevo una regata da un bel po’ di tempo quando, facendo zapping su Sky durante la Prada Cup, mi sono imbattuta nella differita di una delle gare di Luna Rossa. Bello il mare, belle le vele, guarda come viaggiano e… porca miseria… la mia tv dà i numeri o queste barche non toccano l’acqua???

Così, il super tecnico e paziente Michele mi ha spiegato in modo comprensibile come si tratti “semplicemente” di portanza, esattamente come per gli aerei: la spinta del foil che sta dentro l’acqua e dell’elevator del timone, insieme all’angolo di attacco dei flap, creano la portanza che solleva lo scafo dall’acqua, esattamente come meccanismi analoghi fanno sollevare gli aeroplani e li tengono in aria.

Insomma, le automobili ancora non volano, ma le barche sì!

Esaurito questo preambolo di ignoranza (mia) vs scienza e maestria (sue), ecco la mia chiacchierata con un super velista anche molto ovale.

Michele, come si diventa boat captain di Luna Rossa? Recco, il mare, la vela e…?

Ho iniziato ad andare in barca a vela a sei anni, sempre supportato e incoraggiato da mio padre e da mio nonno, che aveva una barca dove passavo tantissimo tempo durante l’estate. In quanto recchelino ho ovviamente giocato a pallanuoto e, mentre crescevo nelle giovanili della Pro Recco, uscivo in barca e facevo regate non appena potevo. Ho iniziato a venire chiamato per gareggiare su barche più grandi e, dal 2001, è diventato il lavoro con cui mi mantengo. La mia prima esperienza su Luna Rossa risale al 2003: sono stato prodiere alla Louis Vuitton Cup del 2007, con base a Valencia. Dal 2008 al 2018 ho gareggiato nel team di American Magic diventando boat captain e, nel 2017, Max Sirena, skipper di Luna Rossa, mi propose di entrare nel nuovo progetto per l’America’s Cup. Ho accettato e nel 2019 io e la mia famiglia ci siamo trasferiti a Cagliari, base di Luna Rossa, e poi, da settembre 2020, siamo andati tutti a Auckland.

Tuo figlio Leonardo in Italia giocava a rugby, tu sei un appassionato della palla ovale e avete vissuto per mesi nella culla degli All Blacks: ricordo di aver visto sui tuoi social delle foto allo stadio, a vedere i Tuttineri!

Purtroppo Leo non è riuscito a giocare a rugby laggiù, perchè quando siamo arrivati era estate e le scuole erano in vacanza: la pratica del rugby a livello giovanile là è strettamente collegata alla scuola e durante le vacanze è riuscito a giocare solo un po’ a touch rugby in qualcuno dei bellissimi parchi di Auckland. Però ci siamo potuti godere la fantastica NZL-AUS dell’Eden Park a ottobre, con lo stadio gremito ma in assoluto silenzio durante la Haka: grande emozione!

Durante le regate Luna Rossa ha ricevuto visite ovali di un certo livello: Richie McCaw e John Kirwan, kiwi molto legato all’Italia e non solo per essere stato Commissario Tecnico della Nazionale.

Richie McCaw è un pilota di alianti ed elicotteri ed è preparatissimo sulla fisica delle ali: gli ho mostrato i sistemi della barca e ho subito capito che conosceva bene i meccanismi di portanza e aerodinamica. Con mio figlio poi abbiamo guardato il docu-film su di lui, che è davvero bello. L’incontro con Kirwan è stato molto divertente: in un quartiere di Auckland c’era stata una sorta di fiera dell’italianità, con stand di prodotti italiani, mi avvicino ad uno che proponeva grappe, quasi un miraggio downunder, dove una ragazza molto alta mi ha subito risposto in italiano, spiegandomi di essere la figlia dell’ex All Black John Kirwan, lì presente, che produce vino e distillati con l’etichetta “JK”. Quando poi è venuto a vedere la barca, ci ha portato il vino!

(Nota: gli anni in Italia e in Veneto hanno lasciato dunque il segno non solo in ambito sportivo nella famiglia Kirwan: papà giocatore, allenatore e CT di rugby, la figlia Francesca pallavolista fino alla A1 con la maglia di Conegliano e, imparata l’arte, un’attività di produzione di vini e grappe! Prosit!)

Da sportivo e da papà, quali sono le cose principali che vorresti che tuo figlio imparasse dallo sport, che sia vela, rugby o qualsiasi altra disciplina?

(Nota: qui ci vuole l’espressione letterale usata da Michele)

Una cosa soltanto: che i risultati non vengono per culo. Ti devi impegnare, devi buttarti, non devi preoccuparti del giudizio degli altri, devi dare sempre il massimo perchè, come in ogni ambito della vita, altrimenti non puoi ottenere quello che vuoi.

Arriva ora la più classica delle domande: cosa ti è mancato di più della Liguria e dell’Italia, durante i lunghi mesi dall’altra parte del mondo.

(Nota: alla più classica delle domande, arriva la più classica delle risposte)

La focaccia di Tossini, con le cipolle e al formaggio, il pesto di mia mamma e le acciughe, che là non esistono, ci sono delle grosse sardine oceaniche, ma niente acciughe.

Quali sono ora i programmi della famiglia Cannoni? La Pro Recco Rugby spera di rivedere presto Leo al campo!

Anch’io spero possa tornarci molto presto, anche perchè ha bisogno di riambientarsi in Liguria, dopo un anno in Sardegna, dove ha giocato con la maglia del Capoterra, e i sette mesi di esperienza straordinaria, ma anche non sempre facile per un adolescente, in Nuova Zelanda. Ora lui intanto finirà la scuola per dare l’esame di terza media, mia moglie Patty tornerà a lavorare nel suo ufficio e io in estate sarò impegnato con delle regate in Europa con un team straniero, poi deciderò cosa fare più in là.

Grazie Michele per la grande disponibilità, grazie Patty per averci fatto vivere da vicino le grandi emozioni di Luna Rossa e un abbraccio a Leonardo che, tra qualche anno, metterà sicuramente bene a fuoco le esperienze che ha vissuto e la loro grande ricchezza!