Just another manic rugby saturday!

Il mio sabato 5 ottobre è stato quanto di più ovale si possa immaginare e fotografa benissimo quella che è la mia “vita da rugby”, che include livelli diversissimi tra loro: se mi è possibile, io guardo praticamente tutto il rugby che mi capita a tiro!

Quindi, ieri mattina mi sono guardata su Rai Sport Inghilterra-Argentina (39-10), la partita che ha tolto ai biancocelesti ogni residua speranza di passare il turno alla RWC. Argentini sempre combattivi ma, per quasi tutta la partita in 14 a causa di uno sciagurato fallo di Lavanini (vi ricorda qualcosa?), nulla hanno potuto contro gli inglesi, forse mai così sicuri di sé stessi. In un girone con Inghilterra, Argentina e Francia, parevano essere i Bleus, reduci da un quadriennio molto difficile, la squadra destinata a non proseguire il cammino ma, battendo nella prima partita proprio l’Argentina, i francesi hanno messo subito in tasca punti pesantissimi, tolti proprio agli avversari diretti.

Nel primo pomeriggio il mio sabato è proseguito a Recco, con un clima più adatto alla spiaggia che al rugby: dalla RWC ad un test precampionato di Serie A! Pro Recco Rugby-VII Torinese (16-5, per la cronaca), entrambe inserite nel girone 1 del campionato cadetto (come molti sanno, la Serie A nel rugby italiano è il secondo campionato nazionale e non il primo): partita “calda”, qualche scambio di opinioni, agonismo, alcune belle azioni, certamente indicazioni utili per i coach, che era lo scopo dell’incontro.

Io adoro guardare il rugby italiano, sia dal vivo che in tv. Non ha il livello dei campionati francesi, inglesi etc? Lo so benissimo, ed infatti non lo guardo con gli occhi foderati da questa idea: lo guardo per quello che è e mi piace farlo, perché amo guardare il rugby e, dirò di più, a volte guardo più volentieri una di queste partite piuttosto che altre ben più “nobili”.

Non c’era Top12 in streaming, anche perché non è ancora iniziato, e le partite di Coppa Italia non erano trasmesse ma, a dire il vero, questo è l’unico torneo italiano che non mi interessa mai guardare: troppo un doppione del campionato e troppo formulato male. Opinione mia, ci mancherebbe!

Quindi, dopo essere tornata da Recco, ho acceso il tablet e mi sono guardata Zebre (sconfitte 28-52, a Parma, contro i Dragons, che non vincevano fuori casa da 45 turni) e Benetton (Leoni sconfitti 41-5 sul campo del Connacht) su DAZN. A posteriori, due spettacoli che mi sarei anche potuta risparmiare ma, come già detto, mi piace guardare rugby italiano e quindi me le sono viste entrambe, nonostante i risultati ben poco positivi (eufemismo).
Such a rugby saturday!
“RISSA? I RUGBISTI NON FANNO RISSE, MA CERCANO SOLTANTO DI CONOSCERSI PIÙ DA VICINO”

TODD JULIAN BLACKADDER

—————

Tanti contenuti su RWC e rugby italano sul sito dei Pirati del rugby!

Giocatori che mi piacciono: Bastien “Bast” Agniel

Nell’agosto del 2011, un ragazzo francese non ancora ventitreenne arrivò, dopo un viaggio di 600 km, a Recco, in provincia di Genova, sulla riviera di Levante. Era partito, in macchina, da Grane, piccolo paesino nel dipartimento della Drôme, regione Rhône Alpes, per affrontare la sua nuova esperienza da giocatore di rugby, la prima in Italia.

“Sono salito in macchina e ho pensato ‘ma dove cazzo sto andando???'”.

Mediano di apertura, il ragazzo, fin da subito, si era messo di grande impegno per imparare il più in fretta possibile l’italiano ed integrarsi al meglio e presto: avremmo capito in breve tempo che, il francesino, aveva la testa dura e tenacia da vendere.

Ricordo ancora la sera del raduno e del primo allenamento di quell’anno: era l’inizio della seconda stagione biancoceleste nell’allora A1, dopo il 7° posto di quella precedente, in panchina era arrivato Claudio “Morsa” Ceppolino, il gruppo era acerbo ma pieno zeppo di talenti pronti ad esplodere. Quel campionato finirà con un 6° posto e il nuovo numero 10 francese fece subito vedere che sapeva giocare e calciare molto molto bene.

Dopo la breve “rincorsa”, inizieranno gli anni del “tornado” Pro Recco Rugby: la vittoria della A1, i primi play off e la prima finale della storia nel campionato 2012/2013, ancora play off in quello 2013/2014, altre due finali nel 2015 e nel 2016. Con la maglia numero 10 c’è sempre quel francesino arrivato da Grane che, ormai, lo ha capito dove stava andando.

Miglior giocatore della serie A1 2012/2013, un numero spaventoso di punti a stagione (sempre attorno ai 200), un piede magnifico, un giocatore generoso, competitivo (“deve avere qualcosa in palio anche quando facciamo qualche gioco stupido in club house!”, dirà l’attuale coach Cal McLean), un vero esempio e leader dentro e fuori dal campo, che diventerà capitano nel 2014 e lo resterà sempre, diventando per tutti “Le Capitaine”.

Ogni anno, la paura di vederselo portare via ma, nel campionato “di sopra”, nessuno ha mai creduto davvero in lui: ritenuto non abbastanza grosso? Chissà. Comunque, scarsa lungimiranza loro e fortuna della Pro Recco Rugby, che si è goduta il ragazzo, diventato nel frattempo un uomo ed un campione, per la bellezza di otto stagioni.

Auguro a chiunque di trovare un giocatore come Bast, lo auguro a qualunque squadra e società ed anche a qualsiasi addetto stampa: un Professionista magnifico, un rugbysta appassionato, un perfezionista che si conta i punti e sempre pronto a segnalare imprecisioni. Su dodici stagioni da “Detta” stampa del Recco, otto le ho condivise con lui e so solo io quante volte ho ricontato punti!!!

Quando ho postato l’annuncio del suo addio a Recco e all’Italia sono arrivati tantissimi commenti, anche da una marea di avversari incrociati negli anni: stupendi e sinceri attestati di stima nel riconoscere la grandezza di un atleta che ha senza dubbio arricchito la nostra Serie A con il suo talento e la sua classe e con il suo essere un Signore (come è stato scritto da un direttore di gara).

Bast mancherà alla pro Recco Rugby, mancherà alla Serie A, mancherà al rugby italiano, mancherà a me e a tutti coloro che hanno diviso con lui campi, maglia, lacrime, sorrisi e risate.

Allez Bastien, allez Bastien!

“Le rugby, c’est l’histoire d’un ballon avec des copains autour et quand il n’y a plus de ballon, il reste les copains” (Jean-Pierre Rives)

(Nella foto principale, le lacrime della finale più amara: Viadana 2015)

(Tutte le foto: archivio Pro Recco Rugby)

Di rugby italiano, Victoria’s Secret e nostalgia: week end di play off in vista

Siamo alla vigilia del primo di alcuni week end ad altissimo tasso di rugby italiano, da seguire sui campi oppure anche da casa, grazie allo streaming. Io già pregusto Munster-Benetton (play off Pro14) domani e Petrarca-Rovigo (semifinale d’andata Top12) domenica. Mi dispiace per Reggio-Calvisano ma la storica prima partita di play off di Treviso, per quanto si presenti decisamente ardua, attira di più la mia attenzione.

Attira la mia attenzione anche questa concomitanza quasi perfetta di orari (alle 16.00 Treviso su DAZN e alle 16.30 il Top12 in streaming Raisport), mossa decisamente non azzeccata e doppiamente per uno sport deficitario per quanto riguarda l’audience: sono due partite, non venti, e si è riusciti a metterle in contemporanea??? Mon Dieu.

Il palinsesto del week end offre anche il Super Rugby degli antipodi ma, personalmente, non ne sono appassionata e, per questo, mi piacerebbe molto che Sky, che lo trasmette, lo barattasse con la Premiership inglese, ad esempio! Naturalmente, è solo un opinione personale e so che il rugby dei marziani ha i suoi appassionati, fortunati a poterselo vedere in tv, dove ormai di rugby, in Italia, se ne vede proprio poco.

A proposito di tv… Grandi annunci per il riavvicinamento tra Rai e ovale italico, per poi scoprire che, in tv, le semifinali di Top12 saranno trasmesse in differita durante la notte… Ad ogni modo, tanta grazia e mille grazie che la Rai farà le riprese e avremo comunque la diretta in streaming sul sito di Raisport.

Non sono un’amante dello streaming, probabilmente perchè ormai sono vintage ma, in quanto amante del rugby, ho dovuto trovare con le trasmissioni in rete un amichevole accordo, altrimenti non vedrei mai niente. Così, sono diventate parte dei miei sabati pomeriggio le partite di Top12, così come quelle di Treviso in Pro14 e, parecchio meno, lo ammetto, quelle delle Zebre.

A me guardare rugby piace, da matti. Amo guardarlo dal vivo, certo, che è tutta un’altra cosa, ma mi piace tanto anche guardarlo “in video” e, nonostante quanto se ne parli male, io adoro guardare il rugby italiano. Sarà forse per questo che invece non mi piace il Super Rugby? Uhm… Battute a parte, mi sono fatta l’idea che la poca inclinazione degli appassionati italiani a guardare il rugby tricolore, sia sui campi che sul divano di casa, sia dovuta ad una considerazione un po’ distorta del tutto. Ora vengo e mi spiego (cit. Commissario Montalbano).

Il livello del Top12 è il più alto del rugby nazionale e parliamo, infatti, del massimo campionato tricolore. Succede che, per i notissimi e variegati motivi, questo livello non sia altissimo, intendendo, diciamo, un paragone con Premiership e Top14, ad esempio. Benissimo, e quindi? Questo abbiamo, queste sono le nostre squadre, questi sono i nostri giocatori, queste sono le nostre partite e non fanno tutte schifo, non sono tutti scarsi e non sono tutte brutte da vedere. Certo che, se quando mi specchio in bikini, il mio unico riferimento è un Angelo di Victoria’s Secret, mi sparo ma se, invece, mi guardo senza avere in mente le Barbie, vado in spiaggia comunque felice e contenta.

Questo discorso vale anche per la Serie A, a me tanto cara: si dicono peste e corna di un campionato cadetto che, invece, è molto meno disprezzabile di quanto si pensi. E’ un campionato di giovani, di crescita, di cuore, dove la qualità non è affatto zero ma, anche qui, se lo si guarda con l’ottica di un termine di paragone fuori scala, ad esempio il Pro D2 francese, in teoria il suo omologo, è chiaro che lo si ritiene inguardabile. Cosa che, invece, non è affatto.

L’Italia non è un paese ovale, come sappiamo benissimo: il rugby è poco conosciuto, poco diffuso, pochissimo visto, è sport minore e sport di nicchia e, per questo, io penso che, se anche avessimo un Top12 della stessa qualità del Top14, i dati legati al pubblico non sarebbero enormemente diversi. Basti pensare, per una forma in scala di questo ragionamento, a Treviso: nonostante i notevoli risultati, se provate a chiedere al di fuori del mondo ovale e al di fuori dal Veneto se qualcuno sa qualcosa dei biancoverdi, riceverete i soliti sguardi interrogativi. E’ vero che, per ora, i progressi di Treviso sono ancora tutti da confermare e consolidare ma è un dato di fatto che non sia un club e che non sarebbe neppure un intero campionato a poter creare una svolta nel seguito del rugby italiano.

Allora, chi lo potrebbe fare? “Facile”: una Nazionale vincente. L’unica entità ovale italica di cui hanno sentito parlare persino i miei colleghi di lavoro, solo che l’unica cosa che sanno è che perde sempre (sigh). Una Nazionale più competitiva e vincente nel 6 Nazioni non porterebbe 20.000 persone a vedere Calvisano-Petrarca (non siamo il Galles) ma, di sicuro, creerebbe più interesse verso l’ovale, più spazio sui media, più bambini che vogliono iniziare a giocare, più spazio nelle scuole, più stimolo per il pubblico a scoprire cosa c’è dietro a quella Nazionale.

Non ho dati di pubblico su quando nel fu Super10 giocava chi veniva convocato in Nazionale, ma ricordo un rugby italiano più seguito e, ancora più importante, più organico, nel senso che la Nazionale era figlia del movimento di cui era la naturale espressione: club, campionati, filiera, percorso di crescita dei giocatori che poteva arrivare fino in vetta per chi ne aveva le qualità, massimo campionato nazionale come scalino da cui poter puntare all’Azzurro. Abbiamo perso tutto questo.

Per vedere partite di S10 ci si spostava, anche chi non viveva dove avevano sede le squadre andava a vedersi le partite, si organizzava, partiva con gli amici per andare a Calvisano, a Parma, si trovava una trattoria per un bel pranzetto e poi si andava al campo, per veder giocare “quelli della Nazionale”, quelli di cui si era fan, i big stranieri che venivano a giocare da noi, oppure l’ex compagno di squadra che aveva fatto carriera, perchè giocare in S10 allora era aver fatto carriera, e da lì si poteva sognare e raggiungere la maglia Azzurra. Andare alle partite del campionato italiano era una festa, un evento, che poi si riviveva al 6 Nazioni. Che nostalgia.

Detto tutto questo e auspicando che, prima o poi (sarebbe meglio prima), un filo rosso ricominci a percorrere e legare tutto il rugby italico, in bocca al lupo a tutte le squadre e ai giocatori in campo nei vari play off, barrage e spareggi in programma: may the force be with you! (Semicit.)

Agli appassionati invece ribadisco il suggerimento di guardarsi e godersi le partite, le emozioni, il gioco e il rugby di casa nostra: non sono gnocche solo gli Angeli!

Rugby, gioco da psiche cubista, deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile. (Alessandro Baricco)

 

(Nella foto, Behati Prinsloo, signora Levine, Angelo di Victoria’s Secret)

Scusi, chi ha fatto… calcio???

Domenica 13 gennaio sarei dovuta arrivare al campo da rugby di Recco giusto in tempo per svolgere le mie funzioni di addetta stampa alla partita di serie A tra Pro Recco Rugby e Parabiago ma, a causa di un volo in ritardo, non ce l’ho fatta. Grazie ad un efficientissimo e preciso dirigente, però, ho ricevuto via whatsapp (sia lodata la tecnologia!) gli aggiornamenti necessari per scrivere anche il tabellino dell’incontro.

Dopo pochi minuti di gioco segna Parabiago e chiedo, sempre via Whatsapp, il numero di maglia del piazzatore (avevo già ricevuto le distinte di gara, dunque mi bastavano i numeri di maglia per risalire ai nomi degli avversari). Ricevo “4” e penso che il mio “inviato” abbia sbagliato a digitare, quindi insisto “scusa, non ho capito chi calcia” e ancora ricevo “4” e io “il 4?” con faccina emoticon perplessa, e ricevo “già!”. Per completezza di informazione, il seconda linea “kicker” in questione è Dario Maggioni, appunto del Parabiago (tra le foto in fondo al testo).

Questo piccolo siparietto in chat, unito alla particolarità di trovare un uomo di mischia che piazza, mi ha dato lo spunto per queste righe. Ringrazio moltissimo gli utenti del gruppo Facebook “Piloni e altre creature leggendarie”, ai quali mi sono rivolta per avere un po’ di materiale su cui scrivere!

Il più citato, tra i mischiaioli noti per avere anche il piedino buono, è sicuramente John Eales, soprannominato Mr Nobody, cioè Sig. Nessuno, perchè Nessuno è perfetto. Seconda linea di Brisbane, classe 1970, dalle sconfinate qualità tecniche e caratteriali, considerato il miglior australiano della storia nel suo ruolo e due volte campione del mondo (1991 e 1999). Qui il video di un suo piazzato decisivo per la Bledisloe Cup del 2000.

L’altro nome che viene subito alla mente è quello di Zinzan Brooke, All Black classe 1965, campione del mondo nel 1987, numero 8 tra i più conosciuti della storia ovale e ritenuto il migliore ad aver vestito la maglia dei Neri. Dotato di velocità e piede quasi da trequarti, in carriera ha messo a segno tre drop, di cui uno durante la Coppa del Mondo del 1995 (qui il video), e ha trasformato una meta. Ancora oggi, quando un uomo di mischia, soprattutto un terza linea, tenta un drop e magari lo segna pure, Zinzan Brooke è l’immediato riferimento (come successo anche in occasione di un drop messo dentro da Parisse con la maglia dello Stade Français anni fa, con i telecronisti subito a citare il campione neozelandese. Qui il video).

Grazie al contributo degli utenti del gruppo ho scoperto che anche il riccioluto pilone gallese Adam Jones non ha mai disdegnato di usare i piedi! Qui qualche clip. Restando in Galles, anche Allan Martin, classe 1948, è noto per essere un avanti assai prolifico dalla piazzola, anche per la sua Nazionale.

In Italia, il nome che è stato citato è quello ormai storico, e quasi leggendario, di Mario “Maci” Battaglini, IL simbolo del rugby rodigino. Il suo ruolo principale era il flanker ma ha giocato anche seconda linea e, addirittura, mediano di apertura. Tra i primi italiani ad andare a giocare all’estero, in Francia venne soprannominato “Il re dei marcatori”, proprio in virtù della sua precisione nei calci piazzati, anche da lunghissima distanza. Nato nel 1919, durante la Seconda Guerra Mondiale partecipò alla Campagna di Russia e, al ritorno dal fronte, riprese subito a giocare a rugby. Morì nel 1971, a soli 51 anni, in seguito alle ferite riportate dopo essere stato investito mentre andava in bicicletta, ed è diventato leggenda.

In mezzo ai vari nomi di avanti italiani di ogni categoria che non disdegnano l’uso del piede (e ringrazio tutti per averli suggeriti!) spiccano, nel massimo campionato nazionale ed anche oltre, il versatile Gianmarco “Mammuth” Duca (Fiamme Oro e ora Lazio), suo fratello Davide (ai tempi del San Gregorio nella fu Eccellenza), Matteo Cornelli, giovane sempre Fiamme Oro, e la Zebra Oliviero Fabiani.

Per quanto riguarda il mondo ovale femminile, dalla mia amica Cinzia ho ricevuto la segnalazione del nome di Stefania Scaldaferro, pilone del Vicenza e della Nazionale di qualche anno fa. Quasi un cecchino, ma le serviva la musica per concentrarsi e, siccome sui campi ancora non si usava metterla, le compagne, quando lei andava sulla piazzola, dovevano tenerle il pallone e cantare una determinata canzone dei Simply Red! E funzionava bene, visto che un suo calcio ha anche dato alla sua squadra una storica vittoria contro Treviso!

Tra le ragazze cito volentieri anche Barbara Casasola, pilone del Frascati che trasforma con grande classe, che ha segnalato se stessa in un commento al mio post di ricerca nel gruppo “Piloni e altre creature leggendarie” (foto qui sotto)!

Chiudo con le parole di Diego, prima linea della provincia romana, tra i fondatori del rugby ad Aprilia, che ha commentato il post ma non fa parte degli avanti che calciano: “io, pilone, sono cresciuto sportivamente con l’idea e l’imposizione del mio coach di non avere i piedi…”!

 

Campionati… extra

Io uso l’app della FIR, per il 99% delle volte in cui la apro, per cose inerenti ai campionati nazionali, in particolare Serie A e Top12: risultati e classifiche della prima, le stesse cose più i live e, quando posso, le partite in streaming per il secondo.

Da qualche tempo l’app è stata rinnovata e devo dire che è assai migliorata graficamente rispetto a prima: ha un bell’impatto visivo ed è stata anche strutturata meglio. Però…

… Però, la prima volta che l’ho aperta dopo il restyling, mi sarebbe servito il GPS per trovare la sezione dei campionati. Dopo aver provato varie opzioni, mi è caduto l’occhio, in basso a destra, sui tre puntini con scritto “extra”, ho premuto, ed ecco sbucare “campionati”, con calendari e classifiche. I campionati nazionali sono “extra”?

Credo che l’app FIR sia scaricata e fruita, per quasi il 100%, da chi, in qualsiasi veste, segue il rugby italiano: uno spettatore occasionale della Nazionale difficilmente ce l’ha nel cellulare e, casomai la scaricasse, ad esempio, per un 6 Nazioni, molto probabilmente la cancellerebbe a torneo finito, se non poco dopo la magari unica partita che è andato a vedere all’Olimpico. Chi la tiene sempre e la apre con regolarità per consultarla è chi va a vedersi risultati e classifiche di Top12, A, B e C.

Il piano terra esiste anche senza l’attico, ma l’attico senza il piano terra no.

Io e la Pro Recco Rugby…

Per tratteggiare, iniziando a tenere questo blog, chi sono ed anche come scrivo, dopo il 6 Nazioni (Partiamo dal 6 Nazioni…) sono andata a ripescare dal passato (lo scritto è datato fine aprile 2017) un mio pezzo sulla Pro Recco Rugby. Non il report di una partita, non un comunicato ufficiale, ma delle righe tutte “di pancia” e da tifosa, quindi ben oltre l’ (ad)Detta stampa.

Perchè scrivo sempre (ad)Detta stampa? Perchè, grazie al giochino di parole coniato dal nostro fotografo, il buon Luigi, io sono diventa “la detta stampa”, invece che “l’addetta” e, da lì, sono diventata, semplicemente ed anche al di fuori dei confini recchelini, “la Detta”!

Non potrò mai scordare quando l’amico “Mucca” mi scrisse, leggendolo: “cazzo Emy, sto piangendo!!!”. Ecco qui, con un tuffo nel passato sempre un po’ doloroso ma soprattutto sempre pieno di emozioni che nessuno potrà mai scordare, “Tanto, cosa ci andava a fare il Recco in Eccellenza?”.

“Questa è una frase piuttosto ricorrente negli ultimi anni, anni in cui una minuscola società di provincia, che molti neppure sanno dove si trovi esattamente, ha messo in fila 4 semifinali di serie A di seguito condite da 3 finali, queste ultime tutte perse. Per le lacrime di molti (me compresa, ovviamente) e i sorrisetti di molti altri, altri che, però, forse tendono a dimenticare che, per perderle, le finali bisogna prima raggiungerle e giocarle.

Quest’anno, per la prima volta dal 2013, le mie “ferie” da Detta stampa stanno per iniziare presto, con la fine della stagione regolare, perché, come molti sanno, quest’anno il Recco i play off non li ha raggiunti.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se chiudo gli occhi oggi, con il magone per come è andata questa stagione, rivedo come dei flash tanti momenti delle stagioni passate, tifo, fatica, lacrime, sorrisi, emozioni, cioè tutto quello che ora invidio a morte a chi sta per iniziare i play off, giocatori, staff e tifosi.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se tengo gli occhi chiusi ancora un po’, rivedo quasi come un film le scene sparse in quattro stagioni in cui una minuscola realtà biancoceleste ha fatto cose che a ripensarci sembrano impossibili: rivedo mete, esultanze, avversari, ancora lacrime, facce, campi, fischi finali.

Rivedo me stessa, nel 2013, con le mani così tremanti da non riuscire a scrivere su facebook che Recco aveva vinto il campionato di A1, all’ultima giornata, aspettando il risultato della partita del Verona, che non finiva mai perché era stata sospesa per la pioggia. Rivedo l’Androne strapieno per la partita contro l’Accademia che ci ha mandato per la prima volta in semifinale. Rivedo migliaia di tifosi biancocelesti a Calvisano alla prima finale, nel 2013, la prima volta in cui i nostri ragazzi in campo hanno cantato l’inno, come fa la nazionale: gli altri anni ero andata a vedere le finali degli altri, e lì invece c’era la mia squadra in campo, la squadra che per anni ha avuto il “titolo” di squadra col peggior campo della serie A, la squadra che non sapeva giocare a rugby ma solo in mischia (che poi per me son sinonimi, ma sono punti di vista).

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Rivedo le vittorie in semifinale, con le gare di ritorno sempre in casa, perché i campionati di serie A o la nostra poule promozione, negli ultimi 4 anni, li abbiamo vinti tutti (e questa cosa mi è venuta in mente solo adesso): Valpolicella, Lyons (che poi in finale ci sono andati loro per differenza punti, ma all’Androne abbiam vinto noi), Verona, il capolavoro contro il gigante Colorno.

Rivedo il campionato 2015/2016, una squadra piena di ragazzini alle prime armi che sono stati il segno della ricostruzione dopo che la finale persa nel 2015 aveva chiuso, di fatto, il ciclo che era iniziato con la prima finale: mezza mischia andata in Eccellenza, qualche scarpino di peso appeso al chiodo, tanta preoccupazione ma poi, un vero miracolo di lavoro e crescita, la poule vinta, Colorno battuto, la finale contro Reggio che proprio non poteva finire diversamente.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

E, certo, rivedo tutte e tre le finali perse: rivedo andare in Eccellenza la Capitolina, i Lyons e Reggio. Rivedo l’amarezza e le lacrime, ogni volta, per quel cazzo di trofeo del secondo classificato. Ma rivedo anche me stessa alla finale 2012, Fiamme-San Donà, vista da spettatrice neutrale a Prato mai pensando che, di lì a 12 mesi, ne avrebbe giocata una la mia squadra. Che cosa strana i ricordi.

Rivedo giocatori, che sono rimasti, che se ne sono andati, che hanno smesso di giocare, rivedo allenatori, rivedo fortune e anche tante sfighe. Rivedo facce e momenti di 4 anni probabilmente irripetibili, 4 anni che hanno cambiato la Pro Recco Rugby profondamente, anche se è sempre mancato l’ultimo gradino per arrivare in cima.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Vedo una società come tante, piena di problemi e passione e affatto piena di soldi, ma incastrata nel cuore di chi la ama e la vive proprio come il campo è incastrato tra la rampa dell’autostrada e i palazzi. Una società come tante che, però, per me è unica.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza, che non ha neanche il campo per giocarci e non ha i soldi per fare una bella squadra e cercare di restare su? “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso” (Albert Einstein).”