Questo strano 6 Nazioni che…

Domani, sabato 6 febbraio 2021, inizia il 6 Nazioni, il primo (e speriamo anche l’ultimo) segnato per intero dalla pandemia di covid-19: si gioca tutto (o almeno così ci si augura) come da normale calendario ma senza pubblico.

E il 6 Nazioni senza pubblico e senza contorno è sicuramente un torneo a metà: niente stadio, niente villaggio del terzo tempo, niente trasferte, niente tifosi stranieri che invadono e colorano Roma (e che si bevono le scorte di birra di un anno).

Avremo le nostre quindici partite, ma ci mancherà tutto il resto. Nonostante questo, per gli appassionati di rugby oggi è comunque una vigilia, anche se non la si passa a Roma con le gambe sotto ad un tavolo insieme ad amici ovali di ogni dove (sigh…): ci penso da tutta la settimana, al primo week end di 6N!

Quindi, impegni e appuntamenti sono stati rigorosamente organizzati in modo da non sovrapporsi alle partite, il divano è pronto, il frigo è ragionevolmente pieno, i miei gatti ancora non lo sanno ma passeremo il sabato pomeriggio insieme sul divano, con un più breve bis anche domenica!

Inizia un 6 Nazioni che è una festa, come sempre lo è per gli appassionati di rugby, ma senza la Festa, davanti alla tv a guardare stadi desolantemente vuoti e silenziosi, senza tifo nè colori. E allora ancora di più volano i ricordi, i momenti che ognuno di noi ha vissuto al, per e durante il 6 Nazioni, a casa, a Roma, a Parigi, Londra, Dublino, Cardiff o in ogni dove.

Oggi ho avuto uno scambio di battute su facebook con un ex arbitro ovale che da anni vive negli USA e per lui ITA-FRA sarà la colazione (ore 8.15 am) ma sarà, idealmente, sul solito enorme divano dove ci accomodiamo tutti noi appassionati quando c’è il 6N in tv.

Se ripenso al 6 Nazioni scorso, mi sembra passato un secolo e mi sembra un altro universo, benché fosse stato interrotto ma, al tempo stesso, mi sembra ieri: l’Olimpico, la giornata di sole, i tifosi, le mie amiche, la tribuna stampa, gli inni, il cielo di Roma sopra lo stadio, la vita da rugby.

Quella vita da rugby che per me è sospesa da allora, con la Serie A dei miei amati Squali mai più ripartita, ad oggi, da gennaio 2020. A Roma, quel giorno di febbraio, quando ancora si pensava che il covid fosse solo roba da cinesi e poco altro, si rideva, si tifava, ci si abbracciava. E si pensava che, finita la tradizionale pausa per il torneo, tutti i campionati sarebbero ripresi come sempre, che le nostre vite sarebbero continuate come sempre.

Invece no.

Buon 6 Nazioni a tutti, nonostante tutto: godiamoci il nostro mese e mezzo di rugby e stiamo ancora più vicini, sul nostro grande divano virtuale, mentre aspettiamo che il mondo e la vita di ognuno di noi, fuori e dentro campi e stadi, tornino a fiorire dopo un troppo lungo inverno.

NOTA: la foto è stata da me spudoratamente rubata dalla pagina facebook della cara Giulia Mastromartino!

Just another manic rugby saturday!

Il mio sabato 5 ottobre è stato quanto di più ovale si possa immaginare e fotografa benissimo quella che è la mia “vita da rugby”, che include livelli diversissimi tra loro: se mi è possibile, io guardo praticamente tutto il rugby che mi capita a tiro!

Quindi, ieri mattina mi sono guardata su Rai Sport Inghilterra-Argentina (39-10), la partita che ha tolto ai biancocelesti ogni residua speranza di passare il turno alla RWC. Argentini sempre combattivi ma, per quasi tutta la partita in 14 a causa di uno sciagurato fallo di Lavanini (vi ricorda qualcosa?), nulla hanno potuto contro gli inglesi, forse mai così sicuri di sé stessi. In un girone con Inghilterra, Argentina e Francia, parevano essere i Bleus, reduci da un quadriennio molto difficile, la squadra destinata a non proseguire il cammino ma, battendo nella prima partita proprio l’Argentina, i francesi hanno messo subito in tasca punti pesantissimi, tolti proprio agli avversari diretti.

Nel primo pomeriggio il mio sabato è proseguito a Recco, con un clima più adatto alla spiaggia che al rugby: dalla RWC ad un test precampionato di Serie A! Pro Recco Rugby-VII Torinese (16-5, per la cronaca), entrambe inserite nel girone 1 del campionato cadetto (come molti sanno, la Serie A nel rugby italiano è il secondo campionato nazionale e non il primo): partita “calda”, qualche scambio di opinioni, agonismo, alcune belle azioni, certamente indicazioni utili per i coach, che era lo scopo dell’incontro.

Io adoro guardare il rugby italiano, sia dal vivo che in tv. Non ha il livello dei campionati francesi, inglesi etc? Lo so benissimo, ed infatti non lo guardo con gli occhi foderati da questa idea: lo guardo per quello che è e mi piace farlo, perché amo guardare il rugby e, dirò di più, a volte guardo più volentieri una di queste partite piuttosto che altre ben più “nobili”.

Non c’era Top12 in streaming, anche perché non è ancora iniziato, e le partite di Coppa Italia non erano trasmesse ma, a dire il vero, questo è l’unico torneo italiano che non mi interessa mai guardare: troppo un doppione del campionato e troppo formulato male. Opinione mia, ci mancherebbe!

Quindi, dopo essere tornata da Recco, ho acceso il tablet e mi sono guardata Zebre (sconfitte 28-52, a Parma, contro i Dragons, che non vincevano fuori casa da 45 turni) e Benetton (Leoni sconfitti 41-5 sul campo del Connacht) su DAZN. A posteriori, due spettacoli che mi sarei anche potuta risparmiare ma, come già detto, mi piace guardare rugby italiano e quindi me le sono viste entrambe, nonostante i risultati ben poco positivi (eufemismo).
Such a rugby saturday!
“RISSA? I RUGBISTI NON FANNO RISSE, MA CERCANO SOLTANTO DI CONOSCERSI PIÙ DA VICINO”

TODD JULIAN BLACKADDER

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Tanti contenuti su RWC e rugby italano sul sito dei Pirati del rugby!

Giocatori che mi piacciono: Bastien “Bast” Agniel

Nell’agosto del 2011, un ragazzo francese non ancora ventitreenne arrivò, dopo un viaggio di 600 km, a Recco, in provincia di Genova, sulla riviera di Levante. Era partito, in macchina, da Grane, piccolo paesino nel dipartimento della Drôme, regione Rhône Alpes, per affrontare la sua nuova esperienza da giocatore di rugby, la prima in Italia.

“Sono salito in macchina e ho pensato ‘ma dove cazzo sto andando???'”.

Mediano di apertura, il ragazzo, fin da subito, si era messo di grande impegno per imparare il più in fretta possibile l’italiano ed integrarsi al meglio e presto: avremmo capito in breve tempo che, il francesino, aveva la testa dura e tenacia da vendere.

Ricordo ancora la sera del raduno e del primo allenamento di quell’anno: era l’inizio della seconda stagione biancoceleste nell’allora A1, dopo il 7° posto di quella precedente, in panchina era arrivato Claudio “Morsa” Ceppolino, il gruppo era acerbo ma pieno zeppo di talenti pronti ad esplodere. Quel campionato finirà con un 6° posto e il nuovo numero 10 francese fece subito vedere che sapeva giocare e calciare molto molto bene.

Dopo la breve “rincorsa”, inizieranno gli anni del “tornado” Pro Recco Rugby: la vittoria della A1, i primi play off e la prima finale della storia nel campionato 2012/2013, ancora play off in quello 2013/2014, altre due finali nel 2015 e nel 2016. Con la maglia numero 10 c’è sempre quel francesino arrivato da Grane che, ormai, lo ha capito dove stava andando.

Miglior giocatore della serie A1 2012/2013, un numero spaventoso di punti a stagione (sempre attorno ai 200), un piede magnifico, un giocatore generoso, competitivo (“deve avere qualcosa in palio anche quando facciamo qualche gioco stupido in club house!”, dirà l’attuale coach Cal McLean), un vero esempio e leader dentro e fuori dal campo, che diventerà capitano nel 2014 e lo resterà sempre, diventando per tutti “Le Capitaine”.

Ogni anno, la paura di vederselo portare via ma, nel campionato “di sopra”, nessuno ha mai creduto davvero in lui: ritenuto non abbastanza grosso? Chissà. Comunque, scarsa lungimiranza loro e fortuna della Pro Recco Rugby, che si è goduta il ragazzo, diventato nel frattempo un uomo ed un campione, per la bellezza di otto stagioni.

Auguro a chiunque di trovare un giocatore come Bast, lo auguro a qualunque squadra e società ed anche a qualsiasi addetto stampa: un Professionista magnifico, un rugbysta appassionato, un perfezionista che si conta i punti e sempre pronto a segnalare imprecisioni. Su dodici stagioni da “Detta” stampa del Recco, otto le ho condivise con lui e so solo io quante volte ho ricontato punti!!!

Quando ho postato l’annuncio del suo addio a Recco e all’Italia sono arrivati tantissimi commenti, anche da una marea di avversari incrociati negli anni: stupendi e sinceri attestati di stima nel riconoscere la grandezza di un atleta che ha senza dubbio arricchito la nostra Serie A con il suo talento e la sua classe e con il suo essere un Signore (come è stato scritto da un direttore di gara).

Bast mancherà alla pro Recco Rugby, mancherà alla Serie A, mancherà al rugby italiano, mancherà a me e a tutti coloro che hanno diviso con lui campi, maglia, lacrime, sorrisi e risate.

Allez Bastien, allez Bastien!

“Le rugby, c’est l’histoire d’un ballon avec des copains autour et quand il n’y a plus de ballon, il reste les copains” (Jean-Pierre Rives)

(Nella foto principale, le lacrime della finale più amara: Viadana 2015)

(Tutte le foto: archivio Pro Recco Rugby)

Io e la Pro Recco Rugby…

Per tratteggiare, iniziando a tenere questo blog, chi sono ed anche come scrivo, dopo il 6 Nazioni (Partiamo dal 6 Nazioni…) sono andata a ripescare dal passato (lo scritto è datato fine aprile 2017) un mio pezzo sulla Pro Recco Rugby. Non il report di una partita, non un comunicato ufficiale, ma delle righe tutte “di pancia” e da tifosa, quindi ben oltre l’ (ad)Detta stampa.

Perchè scrivo sempre (ad)Detta stampa? Perchè, grazie al giochino di parole coniato dal nostro fotografo, il buon Luigi, io sono diventa “la detta stampa”, invece che “l’addetta” e, da lì, sono diventata, semplicemente ed anche al di fuori dei confini recchelini, “la Detta”!

Non potrò mai scordare quando l’amico “Mucca” mi scrisse, leggendolo: “cazzo Emy, sto piangendo!!!”. Ecco qui, con un tuffo nel passato sempre un po’ doloroso ma soprattutto sempre pieno di emozioni che nessuno potrà mai scordare, “Tanto, cosa ci andava a fare il Recco in Eccellenza?”.

“Questa è una frase piuttosto ricorrente negli ultimi anni, anni in cui una minuscola società di provincia, che molti neppure sanno dove si trovi esattamente, ha messo in fila 4 semifinali di serie A di seguito condite da 3 finali, queste ultime tutte perse. Per le lacrime di molti (me compresa, ovviamente) e i sorrisetti di molti altri, altri che, però, forse tendono a dimenticare che, per perderle, le finali bisogna prima raggiungerle e giocarle.

Quest’anno, per la prima volta dal 2013, le mie “ferie” da Detta stampa stanno per iniziare presto, con la fine della stagione regolare, perché, come molti sanno, quest’anno il Recco i play off non li ha raggiunti.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se chiudo gli occhi oggi, con il magone per come è andata questa stagione, rivedo come dei flash tanti momenti delle stagioni passate, tifo, fatica, lacrime, sorrisi, emozioni, cioè tutto quello che ora invidio a morte a chi sta per iniziare i play off, giocatori, staff e tifosi.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se tengo gli occhi chiusi ancora un po’, rivedo quasi come un film le scene sparse in quattro stagioni in cui una minuscola realtà biancoceleste ha fatto cose che a ripensarci sembrano impossibili: rivedo mete, esultanze, avversari, ancora lacrime, facce, campi, fischi finali.

Rivedo me stessa, nel 2013, con le mani così tremanti da non riuscire a scrivere su facebook che Recco aveva vinto il campionato di A1, all’ultima giornata, aspettando il risultato della partita del Verona, che non finiva mai perché era stata sospesa per la pioggia. Rivedo l’Androne strapieno per la partita contro l’Accademia che ci ha mandato per la prima volta in semifinale. Rivedo migliaia di tifosi biancocelesti a Calvisano alla prima finale, nel 2013, la prima volta in cui i nostri ragazzi in campo hanno cantato l’inno, come fa la nazionale: gli altri anni ero andata a vedere le finali degli altri, e lì invece c’era la mia squadra in campo, la squadra che per anni ha avuto il “titolo” di squadra col peggior campo della serie A, la squadra che non sapeva giocare a rugby ma solo in mischia (che poi per me son sinonimi, ma sono punti di vista).

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Rivedo le vittorie in semifinale, con le gare di ritorno sempre in casa, perché i campionati di serie A o la nostra poule promozione, negli ultimi 4 anni, li abbiamo vinti tutti (e questa cosa mi è venuta in mente solo adesso): Valpolicella, Lyons (che poi in finale ci sono andati loro per differenza punti, ma all’Androne abbiam vinto noi), Verona, il capolavoro contro il gigante Colorno.

Rivedo il campionato 2015/2016, una squadra piena di ragazzini alle prime armi che sono stati il segno della ricostruzione dopo che la finale persa nel 2015 aveva chiuso, di fatto, il ciclo che era iniziato con la prima finale: mezza mischia andata in Eccellenza, qualche scarpino di peso appeso al chiodo, tanta preoccupazione ma poi, un vero miracolo di lavoro e crescita, la poule vinta, Colorno battuto, la finale contro Reggio che proprio non poteva finire diversamente.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

E, certo, rivedo tutte e tre le finali perse: rivedo andare in Eccellenza la Capitolina, i Lyons e Reggio. Rivedo l’amarezza e le lacrime, ogni volta, per quel cazzo di trofeo del secondo classificato. Ma rivedo anche me stessa alla finale 2012, Fiamme-San Donà, vista da spettatrice neutrale a Prato mai pensando che, di lì a 12 mesi, ne avrebbe giocata una la mia squadra. Che cosa strana i ricordi.

Rivedo giocatori, che sono rimasti, che se ne sono andati, che hanno smesso di giocare, rivedo allenatori, rivedo fortune e anche tante sfighe. Rivedo facce e momenti di 4 anni probabilmente irripetibili, 4 anni che hanno cambiato la Pro Recco Rugby profondamente, anche se è sempre mancato l’ultimo gradino per arrivare in cima.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Vedo una società come tante, piena di problemi e passione e affatto piena di soldi, ma incastrata nel cuore di chi la ama e la vive proprio come il campo è incastrato tra la rampa dell’autostrada e i palazzi. Una società come tante che, però, per me è unica.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza, che non ha neanche il campo per giocarci e non ha i soldi per fare una bella squadra e cercare di restare su? “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso” (Albert Einstein).”