Just another manic rugby saturday!

Il mio sabato 5 ottobre è stato quanto di più ovale si possa immaginare e fotografa benissimo quella che è la mia “vita da rugby”, che include livelli diversissimi tra loro: se mi è possibile, io guardo praticamente tutto il rugby che mi capita a tiro!

Quindi, ieri mattina mi sono guardata su Rai Sport Inghilterra-Argentina (39-10), la partita che ha tolto ai biancocelesti ogni residua speranza di passare il turno alla RWC. Argentini sempre combattivi ma, per quasi tutta la partita in 14 a causa di uno sciagurato fallo di Lavanini (vi ricorda qualcosa?), nulla hanno potuto contro gli inglesi, forse mai così sicuri di sé stessi. In un girone con Inghilterra, Argentina e Francia, parevano essere i Bleus, reduci da un quadriennio molto difficile, la squadra destinata a non proseguire il cammino ma, battendo nella prima partita proprio l’Argentina, i francesi hanno messo subito in tasca punti pesantissimi, tolti proprio agli avversari diretti.

Nel primo pomeriggio il mio sabato è proseguito a Recco, con un clima più adatto alla spiaggia che al rugby: dalla RWC ad un test precampionato di Serie A! Pro Recco Rugby-VII Torinese (16-5, per la cronaca), entrambe inserite nel girone 1 del campionato cadetto (come molti sanno, la Serie A nel rugby italiano è il secondo campionato nazionale e non il primo): partita “calda”, qualche scambio di opinioni, agonismo, alcune belle azioni, certamente indicazioni utili per i coach, che era lo scopo dell’incontro.

Io adoro guardare il rugby italiano, sia dal vivo che in tv. Non ha il livello dei campionati francesi, inglesi etc? Lo so benissimo, ed infatti non lo guardo con gli occhi foderati da questa idea: lo guardo per quello che è e mi piace farlo, perché amo guardare il rugby e, dirò di più, a volte guardo più volentieri una di queste partite piuttosto che altre ben più “nobili”.

Non c’era Top12 in streaming, anche perché non è ancora iniziato, e le partite di Coppa Italia non erano trasmesse ma, a dire il vero, questo è l’unico torneo italiano che non mi interessa mai guardare: troppo un doppione del campionato e troppo formulato male. Opinione mia, ci mancherebbe!

Quindi, dopo essere tornata da Recco, ho acceso il tablet e mi sono guardata Zebre (sconfitte 28-52, a Parma, contro i Dragons, che non vincevano fuori casa da 45 turni) e Benetton (Leoni sconfitti 41-5 sul campo del Connacht) su DAZN. A posteriori, due spettacoli che mi sarei anche potuta risparmiare ma, come già detto, mi piace guardare rugby italiano e quindi me le sono viste entrambe, nonostante i risultati ben poco positivi (eufemismo).
Such a rugby saturday!
“RISSA? I RUGBISTI NON FANNO RISSE, MA CERCANO SOLTANTO DI CONOSCERSI PIÙ DA VICINO”

TODD JULIAN BLACKADDER

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Tanti contenuti su RWC e rugby italano sul sito dei Pirati del rugby!

Il rugby che mi piace: la mischia

La quasi totalità della mia vita ovale di club è targata Pro Recco Rugby, società classe 1968 della provincia di Genova, sulla Riviera di Levante. Come molti sanno, si tratta di una realtà dove, ormai da un ventennio, si dà grande importanza alla mischia e, così, il mio punto di vista “sul campo” si è formato respirando (ed anche annusando) tutta la bellezza e la forza del gioco di mischia chiusa.

Avvertenza: chiunque pensi che il rugby si identifichi con il gioco dei trequarti e che la mischia potrebbe essere abolita, smetta pure di leggere!

Le prime tre parole che io associo a “mischia” sono “forza”, “Recco” e “avanti”. Per scrivere queste righe ho chiesto aiuto su facebook alla comunità ovale e ho ottenuto molte termini e concetti immediatamente associati alla mischia, alcuni più frequenti e altri meno, secondo il sentire di ognuno, giocatore oppure no: i più gettonati sono forza, vicinanza, spinta, fratellanza, sacrificio, fatica, coraggio, tecnica, avanzamento e potenza, così come il male al collo (incluso un “Madonna la cervicale!” che ha detto tutto alla perfezione restando nel “compito” assegnato delle tre parole!).

“La mischia è quel momento in cui, a -2 gradi e con la neve battente, trovi il coraggio di non tirarti indietro di fronte al tuo avversario, come la vita che cerca di spingerti indietro e tu spingi fino alla meta”. (Andrea Rinaldi)

Quando sono arrivata nel mondo Pro Recco Rugby, la mischia aveva ancora l’ingaggio (e senza pausa, che sarebbe venuta dopo: “crouch… touch… engage!” … BOOOOM!), il primo biglietto da visita di ogni pacchetto nei confronti dell’altro: cosa c’era di più emozionante del momento in cui le due prime linee si fissavano aspettando l’ordine “ingaggio” dell’arbitro prima di iniziare la battaglia, esattamente come si faceva nelle guerre dei tempi antichi, quando i due schieramenti si scontravano lanciandosi letteralmente l’uno contro l’altro? Se poi c’era anche fango e la mischia “fumava”, il tutto diventava una scena quasi mitologica.

“Se accostiamo una partita di rugby ad una battaglia, i trequarti ricoprirebbero il ruolo della cavalleria leggera e la mischia l’artiglieria pesante: le prime linee sarebbero il corpo possente del carro armato, il cuore pulsante della macchina; le seconde gli inarrestabili cingoli che ti permettono di avanzare su ogni terreno centimetro dopo centimetro; le terze ali, il mirino del cannone puntato sul nemico, per atterrarlo o proteggere il resto della truppa. Far parte della mischia significa sapere di essere parte di un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue parti per funzionare alla perfezione, perfettamente incastrate ed alimentate a dovere dall’immagine del terzo tempo che arriverà in fondo alla partita”. (Sara Garuglieri)

Nella seconda metà degli anni ’90, a Recco arrivò Manuel Ferrari, maestro della “bajadita”, la mischia all’Argentina, fatta cioè posizionandosi più bassi e compatti, studiata, preparata ed allenata in modo maniacale, a partire dalla posizione della schiena fino al lavoro di spinta delle gambe, passando per il modo migliore in cui usare collo e testa nell’ingaggio e nella spinta.

Davide Noto, classe 1983, tallonatore e allenatore della mischia del Recco, è stato letteralmente cresciuto da Manuel Ferrari: “Quando arrivò a Recco, portò una vera filosofia della mischia chiusa e del modo di allenarla ma, soprattutto e alla base, del modo di viverla, con la creazione di un vero stato mentale: l’avanzare e il non accettare di perdere una mischia chiusa”.

Ogni tanto qualcuno se ne esce a dire che le fasi statiche “uccidono” lo spettacolo in una partita di rugby ma, chi lo dice, forse dovrebbe provare a riflettere sull’essenza stessa del gioco: che rugby a 15 sarebbe senza la mischia come fase di conquista? Riesco solo ad immaginare una specie di flipper: no grazie!

“Forwards win games, back decide by how much”.

Una celebre frase sul rugby dice che i trequarti suonano il pianoforte e gli avanti lo portano. Ecco, neanche Mozart in persona avrebbe potuto fare granché se il piano non lo avesse avuto. Da qui ne deriva che, quando una mischia sputa sangue per conquistare una palla e poi, nel giro di pochi secondi, ad un trequarti quella palla cade in avanti, gli otto uomini del pacchetto un pianoforte glielo romperebbero volentieri sulla schiena (sempre dal giochino delle tre parole, un magnifico “(i) trequarti fanno avanti”, che sono quattro ma facciamo che l’articolo non conta)!

“Rugby backs can be identified because they generally have clean jerseys and identifiable partings in their hair… come the revolution, the backs will be the first to be lined up against the wall and shot for living parasitically off the work of others” .
Wallaby Peter FitzSimons

Con buona pace degli estimatori del gioco al largo come unica fonte di qualità, la mischia è senza dubbio la fase di gioco più tecnica e lo è diventata sempre di più con il passare degli anni e delle regole che hanno tolto l’ingaggio e ridotto l’impatto, cambiando le dinamiche di “scontro” tra i due pack ed aumentando così ulteriormente l’importanza della tecnica di spinta del pacchetto e di quella individuale.

L’immaginario collettivo identifica il giocatore di rugby con il pilone “classico” e un po’ vintage: grosso, massiccio, compatto, senza collo ed anche con un po’ di pancia, segno delle birre e dei terzi tempi. Al di là di questa immagine “paciosa” le prime linee, in realtà, sono senza dubbio alcuno persone fuori dal comune perchè, e sfido chiunque a dire il contrario, per giocare lì davanti ci vogliono un bel fegato ed una discreta dose di masochismo: se il rugby non è uno sport per tutti, e io ne sono convinta, giocare tra i primi tre è decisamente per pochi.

Riservata a pochi è anche la capacità di arbitrare la mischia, come ben sanno sia i direttori di gara sia chi gli urla di tutto durante le partite: per i sedici impegnati a spingere per guadagnare terreno e palla, tutti legati ed intrecciati ed incastrati tra loro, il regolamento diventa decisamente troppo complesso per starci a pensare mentre si sta lì con la testa incastrata dove nessuno la vorrebbe mettere e, al contempo, il grosso carapace di schiene e l’abilità ed il “mestiere” dei possessori delle schiene stesse non aiutano certo il direttore di gara ad osservare per bene cosa succede là sotto.

“Ahimè, per colpa dell’inesperienza, molti palloni cadevano dalle mani dei ragazzi e venivano commessi molti in avanti, con un gioco molto lento e con molte mischie: praticamente giocavamo le partite a mischie chiuse e pick-and-go. Il primo anno ho giocato senza sapere una regola: cercavo di non farmi fischiare dall’arbitro e cercavo di prendere la palla per sfondare sempre!” (Sabian Allani)

Arbitro, ma prima tallonatore, è Stefano Bolzonella: “Per me la mischia è Oliver, il mio pilone sinistro della carriera come tallonatore al Valsugana. Allenati da Borsato ed Innocenti, finiamo l’ennesima sessione di macchina da mischia e ricordo solo che ero sfinito e mancavano ancora 30’ di gioco collettivo. Marzio spiega il lavoro da fare con opposizione reale, col suo accento livornese che tanti anni a padova non gli hanno mai levato. Da grande terza linea qual è stato sottolinea ai nostri centri come sia fondamentale una cosa ed una sola, piccoli dettagli: tenere la palla in mano e non fare avanti! Per sottolineare la cosa si rivolge al nostro primo centro: ‘Prova a chiedere ad Holly se, appena finito di fare una mischia, si alza e vede che hai fatto in avanti e sa che dovrà farne un’altra, chiedigli che ne pensa’. Tutti ci siamo girati verso Holly, ci aspettavamo un suo sguardo di odio… invece… aveva un ghigno come il cane Muttley dei cartoni animati! Marzio basito mi ricordo che disse solo: ‘Ho una squadra di defiscienti!!!’. Holly per me era la mischia, il pilone sinistro più forte con cui abbia mai giocato. Non ha vinto una sola mischia, quella contro il drago più brutto che si possa incontrare, e sono sicuro che è lì che ghigna perchè lo attende ancora al prossimo in avanti, perchè ci sarà un altro in avanti”.

La partita giocata in mischia è certamente una cosa a se rispetto a quella degli altri perchè, anche senza arrivare alla meraviglia del “chi ga vinto???” del pilone veneto raccontato da Paolini nei suoi bellissimi spettacoli sul rugby, non è difficile immaginare che chi si mette giù a spingere imprecando mentre i trequarti si risistemano i capelli e si preparano a prendere la palla che da quella sudata, puzzolente e faticosa mischia uscirà fuori, non avrà mai la stessa percezione dell’incontro, del gioco e del tempo che scorre.

A proposito… “Era una di quella partite del cazzo, verso febbraio, che per colpa del freddo non sai distinguere se la pelle brucia o gela. Mi tiro su dalla millesima mischia senza neanche ricordare il mio indirizzo di casa. L’arbitro fischia, e tutti fanno per allontanarsi dal campo. Io urlo, furiosa: ‘Dove cazzo state andando? C’è il secondo tempo!’ – ‘Lara, vai a fare la doccia. Era questo il secondo tempo”. (Lara Mammi)

(Foto: GRAZIE al sempre bravissimo e gentilissimo Alfio Guarise (dalla semifinale di Top12 Rovigo-Petrarca).

(GRAZIE INFINITE a chi mi ha mandato contenuti o li ha postati su facebook rispondendo alle mie richieste! E GRAZIE naturalmente anche a Stefano Bolzonella e Davide Noto).

77.000 telespettatori per me, posson bastare…?

Nei giorni scorsi, impegnata a godermi una piscina termale nella settimana del mio compleanno, ho seguito pochissimo le vicende ovali ma mi sono comunque imbattuta nell’articolo del sempre bravo Paolo Wilhelm sui 77.000 spettatori della diretta tv della finale di Top12, massimo campionato italiano di rugby.

Tanti? Pochi? Entrambe le cose allo stesso tempo, come evidenziato da Paolo. Diciamo tanti, o comunque un numero affatto male, per chi realisticamente sa di cosa si parla quando si dice “rugby italiano” ma, certamente, pochi se si immagina una diretta su Raisport come possibilità di far arrivare quella partita anche a chi non fa già parte del “circolo” del rugby.

“Il rugby italiano parla ormai solo a se stesso”, ragiona Wilhelm e, anche qui, coglie nel segno. L’esperienza quotidiana di ciascuno di noi è fatta dell’essere fans di uno sport che in Italia è “minore”, se non addirittura di nicchia: colleghi, parenti e conoscenti, salvo felici eccezioni, ignorano ogni cosa del rugby italiano e si limitano al sapere che esiste una Nazionale che perde sempre (sigh) e, se gli chiedete di citarvi dei giocatori, saranno Castrogiovanni, i Bergamasco e Lo Cicero, perché sono stati in tv (non a giocare a rugby). Arriveranno fino agli All Blacks, “quelli della Haka che vincono sempre”, ma scordatevi nomi di Tuttineri ed anche di ogni altro mito ovale.

La differenza con il calcio e con altri sport che hanno ben altra vetrina ed attenzione sui media è che io, che pure non seguo nè pallone, nè F1, nè tennis, per dirne tre, comunque ne ho una conoscenza ben più ampia rispetto a quella che gli “altri” hanno del rugby: ne sento quotidianamente notizie al tg, ne leggo sempre sull’home page di quotidiani online, vedo i campioni come testimonial di marchi e li ritrovo costantemente sulla carta stampata con articoli, foto e nomi. Il rugby? Non pervenuto.

Ripenso all’immagine di Semenzato che, alla fine della finale, con la medaglia al collo, raccoglie bottigliette di plastica e rifiuti vari dal campo e li butta in un bidone: chi l’ha vista, al di fuori di “noi”? Non è sfuggita al bravo Paolo Ricci Bitti, che le ha trovato spazio su Il Messaggero, ma io l’avrei vista benissimo anche in qualche tg e l’avrei voluta virale sui social: è un’immagine bellissima, di sport, di rispetto, di educazione, è un messaggio perfetto e “che piace”, è marketing già pronto.

Sembra banale ma, anche qui, la chiave sarebbe partire dal basso del basso: scuole e campi. Infatti, le uniche altre occasioni in cui qualcuno che mi circonda, ma che è al di fuori del mondo ovale, mi ha nominato il rugby è stato per raccontarmi che i figli lo avevano provato a scuola, grazie a Rugby Tots o alla visita di qualcuno di una società della zona: per gli sport “minori” i praticanti sono il primo e fondamentale bacino di seguito.

Nella difficoltà generale del raggiungere nuovi appassionati in chiave di spettatori, la sua parte la fa sicuramente anche l'”incoerenza” nella trasmissione delle partite: con il 6N su DMax, il Pro14 su DAZN (e sarei curiosissima di sapere i dati delle partite di Treviso e Zebre), la regular season del Top12 in streaming FIR e i suoi playoff su Raisport, seguire e tenere il filo è palesemente difficile. Io stessa, che faccio parte del mondo ovale e amo guardare il rugby, aspetto come una Bibbia il riepilogo del palinsesto ovale del week end per riuscire ad orientarmi tra partite, orari e canali: come pensare di riuscire ad accalappiare efficacemente spettatori distratti, neofiti, genitori di piccoli ruggers che si stanno avvicinando alla disciplina?

E poi… “Ma chi ci gioca lì della Nazionale?”… “Ehm… nessuno”. Già è difficile spiegare che la Serie A non è, in realtà, “la” Serie A come nel calcio, figuriamoci poi far anche capire che nel massimo campionato nazionale, finale inclusa, non ci gioca nessuno della Nazionale: diciamo che l’ordinamento del nostro rugby non aiuta, a sua volta, a “venderlo” agli “altri”.

Perché solo 77.000 persone guardano la finale del massimo campionato nazionale? Perché, al di fuori delle piccole piazze delle due squadre e degli altri appassionati (tra cui io, che l’ho attesa e guardata), nessuno sapeva della sua esistenza, come dell’intero campionato: “La Nazionale che perde sempre” (sigh) si ritaglia un po’ di spazio solo nei due mesi scarsi del 6N e, anche proprio per la cronica e tragica mancanza di risultati, la sua capacità di far aprire una breccia di curiosità e attenzione anche verso il rugby italiano, quello dei campionati e delle società, è nulla.

Ma io mi chiedo, guardando oltre le sconfitte degli Azzurri: sarebbe proprio impensabile approfittare del 6N anche per promuovere il rugby nostrano, anche solo con la presenza al Villaggio Peroni di uno stand dedicato e di giocatori delle squadre di Top12 ed anche di piccoli del minirugby, o facendo ricordare dallo speaker le partite più imminenti del massimo campionato e di Treviso e Zebre, ad esempio? E programmare costantemente visite di giocatori e tecnici di Top12 e delle celtiche presso i club delle serie minori, per promuoversi a vicenda?

Inoltre, pensando allo sport USA, dove ognuno si porta dietro fino alla tomba il nome della sua università e della high school, perché non evidenziare, nelle schede dei giocatori di Zebre e Treviso ma anche di Top12 e, naturalmente, dei nazionali, i club dove hanno giocato, incluso il primo? In un colpo solo si darebbero ai club soddisfazione, riconoscimento ed anche pubblicità ed “esistenza” e si trasmetterebbe un minimo senso di sistema.

Si punta spesso il dito sul livello non eccelso del nostro rugby “domestico” ma io credo che questo sia un fattore che viene dopo: il rugby da noi è così poco conosciuto e capito che, in ogni caso, i pruriti da tecnici di caratura mondiale tra i nuovi appassionati verrebbero dopo. È uno sport bellissimo, è coinvolgente, è particolare e piace facilmente “a pelle” ma, perché piaccia, va prima proposto, fatto conoscere e fatto vivere e non solo per un paio di mesi l’anno e in sola salsa azzurra (che è anche annacquata): si gioca da settembre a giugno, da nord a sud.

Teniamoceli cari i 77.000 che hanno guardato Calvisano-Rovigo: il rugby italiano ha bisogno di diventare più fruibile, più facile da provare, da trovare, da scoprire ed anche da guardare e da amare. È un lavoro per tutti e non credo sia più rimandabile.

Uno spettacolo magnifico: balletto, opera e all’improvviso il sangue di un delitto.

[parlando del Rugby]

(Richard Burton)

Rugby and more: rugby.it… c’è!

Un milione di anni fa, cioè nel 2004, mi avvicinavo al rugby e, non sapendone praticamente niente, mi misi a cercare in rete qualche sito utile a scoprire e capire. Era l’era (che ormai sembra geologica) pre-social e informazioni, notizie e contatti si cercavano e trovavano nel grande mondo dei forum.

Inserendo “rugby” nel motore di ricerca, nel settembre del 2004, mi si spalancò il mondo di http://www.rugby.it, per tutti “rugby.it” o, da lì in poi, semplicemente “il forum” o “il sito”.

Nel grande calderone di umanità ovale c’era chi ne sapeva e chi non molto, chi giocava e chi no, chi arbitrava e chi ce l’aveva con chi lo faceva, ragazzi e ragazze, uomini e donne, anche intere famiglie, da ogni angolo d’Italia e non solo, con età, storie personali e legami con la palla ovale di ogni sorta. Insomma, un forum tematico pre-social da manuale e con un ulteriore e non trascurabile “plus”, cioè l’essere, appunto, un forum di rugby.

Come ho già avuto occasione di scrivere, l’appassionato di rugby in Italia si sente un po’ come il panda gigante: fatica ad imbattersi in suoi simili se non andandoli a cercare o in contesti prettamente ovali e il sentir parlare di rugby in modo occasionale nella vita quotodiana gli capita circa con la stessa frequenza del passaggio di una cometa. Rugby.it, dunque, era diventato una vera piazza, un luogo non fisico ma, nonostante questo, quasi tangibile, di incontro e scambio.

Se la memoria non mi inganna, la piazza era stata ideata e realizzata da Franco “Franchino” “Kino” Properzi, monumento del rugby italiano sia in senso sportivo che per quanto riguarda le, anche attuali, fattezze.

Sezioni, argomenti e discussioni: la semplice formula di ogni forum, con i moderatori e gli amministratori impegnati a contenere “l’esuberanza” degli utenti negli scambi di opinioni oppure a richiamare all’ordine chi va fuori argomento, ovvero off topic. Ed è qui che ci fu la vera svolta umana e “sociologica” di rugby.it: quando, dopo anni di rimproveri per derive di “cazzeggio”, venne inaugurata, appunto, la sezione “off topic”, che divenne immediatamente il bar della piazza, e il cui thread “Chiamate la neuro” divenne subito una lunga tavolata.

In una galassia prevalentemente maschile, le fanciulle che vi entravano non potevano certo essere una semplice decorazione: i soprammobili non avrebbero mai neanche pensato di iscriversi ad un forum di rugby! Dunque, il cuore della componente rosa del sito si trovò ben presto perfettamente a proprio agio sotto l’insegna de “Le Camioniste di rugby.it”, come sintesi di una donna che non è una “femminuccia”, una femmina di sani e robusti appetiti e che non si scompone per dei rutti, insomma.

Come ho già avuto ampiamente modo di ricordare nei miei scritti a tema in questo blog, è stato da una parte di questo storico gruppo delle Camioniste che è nata ed è stata realizzata la fantasmagorica chat di Whatsapp che mi ha permesso di stilare e descrivere le classifiche di gnoccaggine del 6N 2019 e non solo: il tavolo di amiche al bar della piazza.

Come in ogni forum, anche su rugby.it si interagiva con gli altri utenti utilizzando dei nickname, cioè dei soprannomi. Più o meno fantasiosi e più o meno calzanti sul “proprietario”, i “nick” identificavano ognuno di noi, al punto che, assai spesso, si ignoravano i veri nomi di ognuno, ci si chiamava con i soprannomi e nessuno ha mai mancato di girarsi quando chiamato! Io stessa ho scoperto nomi e cognomi di buona parte dei forumisti solo con l’avvento di facebook.

In questo momento sto rientrando da un week end a Civitavecchia in cui ho fatto visita ad un amico ovale che non era nel forum ma che è a sua volta amico di uno storico forumista suo concittadino: non ci vedevamo da anni ma ci siamo abbracciati con gioia e affetto e abbiamo chiacchierato come se fossimo parenti e come se non ci vedessimo che da una manciata di settimane.

Questa è una costante e, secondo me, è la cosa più bella che ci è rimasta dagli “anni ruggenti” di rugby.it, prima che facebook e affini togliessero rilevanza ai forum tematici come piazze di incontro e scambio: si rivede qualcuno, ci si abbraccia, si inizia a chiacchierare e sembra passato un giorno dall’ultima volta, anche se fosse, in realtà, quasi un decennio.

Non ci sono rose senza spine e, si sa, nei rapporti tra le persone può succedere di tutto. Negli anni, oltre allo spostamento sui social delle dinamiche di contatto e scambio di notizie ed opinioni, alcune amicizie si sono interrotte, alcuni equilibri spezzati, alcune consuetudini perse. Niente, però, può fare tabula rasa del senso di vicinanza creato dall’aver condiviso, oltre alla passione per il rugby, un’esperienza umana profonda come quella messa in piedi da quel forum.

Io dico sempre che ogni campo da rugby mi fa sentire a casa e, allo stesso modo, gli amici e le amiche con cui ho condiviso “il sito” mi fanno sempre sentire di nuovo in quella piazza, uno spazio virtuale che ha saputo diventare fisico, concreto, vicino.

Dove c’è rugby c’è casa e la “famigliona” di rugby.it, seppur cambiata, sparsa e trasferita, non smette mai di suonare al citofono.

Come scritto su un celeberrimo striscione, “rugby.it… c’è!”. Sempre e nonostante tutto.

 

(Foto principale: archivio Paola “Leprottina” Maresca. Nelle foto piccole, con Emy77, Kino, Phoebe, Homo Centumcellaenensis, Maxam, Abba e Giandolmen)

Verona… impressive!

Pochi giorni fa sono stata a vedere Verona-Medicei di Top12 e non posso non scrivere due righe su quel che ho visto, oltre ad una bella partita: l’impianto strepitoso costruito dalla proprietà del Verona Rugby, che lascia veramente a bocca aperta!

Una struttura realmente incredibile e certamente unica nel panorama non solo ovale ma sportivo in generale in Italia: una concezione molto USA, una struttura polifunzionale e pensata per fare soldi oltre che servire al suo scopo di stadio. Moderno, bello, curato, un bar ristorante che sembra la lobby di un grande albergo, marmi, vetro, luce, orchidee, legno. Al secondo piano (!), la club house per il terzo tempo: enorme, con un altro bancone lunghissimo del bar e tantissimi tavoli. Quattro campi in erba, tribuna in parte coperta su quello principale (forse l’unico appunto potrebbe essere una capienza che poteva essere pensata più in grande), dentro, sotto alla tribuna, una palestra enorme e modernissima ed un campo in sintetico da calcetto, per allenarsi al chiuso. Veramente impressive, per dirla all’anglosassone.

Mi è piaciuto? Certamente sì, però…

… l’ho trovato persino “troppo”! E’ chiaro come dietro alla costruzione di un impianto del genere ci siano un’idea ed un progetto ad ampio respiro e a lungo termine ma, ad oggi e doppiamente per chiunque sia abituato a frequentare campi da rugby, sembra davvero “oltre” e, forse, come detto, anche troppo. Nessuna società in italia può vantare attualmente un impianto del genere, neanche le due franchigie che, seppur abbiano begli stadi e ottimi complessi dove allenarsi, non hanno qualcosa di così moderno e proiettato verso il futuro ma anche verso una concezione di impiantistica sportiva molto “USA”. L’unica cosa simile che mi viene in mente in Italia, ovviamente in grande, è lo Juventus Stadium, accomunato al “Payanini Center” veronese prima di tutto dal fatto di essere nato e di essere stato pensato e costruito come impianto di proprietà della società, quindi non una struttura comunale in gestione, in affitto, etc, ma uno stadio da gestire in modo “aziendale”. Se penso all’estero, penso allo stesso modo a stadi di proprietà di grandi realtà sportive, ad esempio nel Regno Unito e, naturalmente, negli USA, la cui figura dell’ “owner” nello sport è stata la prima che mi è venuta in mente a Verona.

Nel rugby italiano può funzionare? E’ una scommessa che verrà vinta? Di sicuro, chi l’ha pagato e fatto realizzare si sarà fatto tutte le dovute considerazioni economiche, gestionali, etc, facendo certamente anche una scommessa non da poco. Quella che forse è stata un po’ trascurata è la “sfera affettiva” che, nel rugby, anche nel XXI secolo, riveste sempre un ruolo molto importante. Un ruolo che, e nessuno dovrebbe mai dimenticarlo, dalla serie C2 alla Nazionale, continua a stare alla base della palla ovale italica: chiunque bazzichi il rugby sa perfettamente che i soldi e i grandi nomi, senza attaccamento e senso del gruppo, fanno fare poca strada, mentre le budella messe in campo anche quando c’è poco altro, possono ancora fare meravigliosi piccoli e grandi miracoli sportivi. Trovare la quadra tra desiderio di progredire, investimenti, professionismo, passione e “affettività” non è facile, ma ci sono realtà che, soprattutto grazie a storia e tradizione, oltre a tanta intelligenza, ci riescono.

A questo proposito, credo che, intanto, qualcosa di molto intelligente a Verona lo abbiano già fatto: creare un’accademia interna per la crescita dei giovani talenti che, peraltro, possono usufruire delle fantastiche nuove strutture. E’ probabilmente questa la cosa che segna, ancora più dello stadio, una novità forse epocale nel rugby italiano e che proietta subito la mente alle accademie dei grandi club internazionali. Non credo proprio sia un caso la scelta del nome per il nuovo impianto: “Payanini Center” con, ben in evidenza, il nome della proprietà (owner e sponsor) e il fatto che si tratti non di uno stadio ma di un centro, di un unico complesso, di un “tutto”.

In bocca al lupo al Verona Rugby per questa scommessa che, in base a come andrà, porrà sicuramente delle domande e delle questioni a tutto il sistema del rugby italiano.