ITA-NZL: di rugby, fame e dessert.

Sabato 6 novembre 2021, Stadio Olimpico di Roma, prima partita dell’Italrugby nella tradizionale finestra internazionale autunnale e ritorno degli All Blacks a Roma dopo quasi tre anni (24 novembre 2018: 3-66).

Si torna allo stadio ma la pandemia non è ancora finita, però è bello lo stesso, anche se per giornalisti e fotografi significa una notevole fame, non di mete ma proprio di cibo: niente buffet della stampa ma neanche un panino e chi non si è organizzato si è nutrito appunto solo di mete!

Per la prima volta ho chiesto e ottenuto un accredito stampa a nome di questo mio piccolo blog e ne sono molto felice!

Mentre in campo si giocava, sull’asse Olimpico-divani la pregiata giuria TGMS non si risparmiava e non poteva fare a meno di notare l’arbitro, l’inglese Mr Karl Dickson, maturo e rude al punto giusto, eccellente nel riempire la sua maglia e in pasticceria abbinato ad un sontuoso profitterol: cioccolato deciso e forte ma con il cuore di chantilly dove affondare. Ci beviamo sopra un rosolio oppure un Whisky torbato delle isole Ebridi, misterioso, potente e avvolgente.

Ma l’occhio della giuria è vigile e mobile e si sposta anche fuori dal campo: un’apparizione di Giamba Venditti che avrebbe steso chiunque ha evocato un bel quadretto di cioccolato nero fondente, accompagnato con salsina ai frutti di bosco. Lo si degusta con un Porto Amontillado, intrigante sensuale e da meditazione, oppure con un caliente rum di Barbados.

Ancora più fuori dal campo, ma non ci siamo potute esimere, fragoline e champagne su Damiano dei Maneskin in bianco Gucci, comparso su IG giusto nei giorni precedenti alla partita. Dopotutto è romano e la partita è a Roma: ed ecco qua! (Cit. “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco”)

Intanto in campo l’Italrugby faceva qualcosa di quasi miracoloso tenendo il risultato bloccato sullo 0-0 per ben ventisette minuti, nei quali gli All Blacks hanno perso in avanti più palloni che nel corso di tutto l’anno. Chiuso il primo tempo sul 6-21, le telecamere durante l’intervallo immortalavano gli Azzurri stremati nello spogliatoio.

Inostri ragazzi sono tornati comunque in campo con il piglio giusto e, difendendo senza risparmiarsi, sono riusciti ancora ad arginare la marea nera, a dire il vero oggi più in versione chiazza di benzina sull’asfalto: bravi e quasi eroici gli Azzurri, mentre gli All Blacks, in formazione sperimentale e forse troppo convinti di fare la scampagnata, sono sembrati anche un po’ stanchi, ormai a fine stagione e dopo diversi mesi lontani da casa.

Insomma, alla fine gli AB hanno fatto il compitino e hanno piazzato un quasi cinquantello tranquillo (9-47), senza brillare. Per l’Italia sicuramente buone notizie in difesa, nonostante il punteggio (sembra paradossale ma non lo è) e la necessità di giocare con la stessa grinta anche le prossime due partite dell’Autumn Nations Series, contro Argentina e Uruguay: dopo un tot di partite di vero e assoluto sconforto, una sconfitta come quella di oggi sembra quasi carina.

Un’ultima menzione la merita l’osceno taglio di capelli anni ’80 di diversi All Blacks, che sembrano dei Michael Knight modificati in laboratorio, incrociati con turisti tedeschi in vacanza a Lignano.

Sullo sfondo del tutto, voglia e gioia di normalità e vita, amicizie e sorrisi, saluti e racconti, ventuno mesi dopo Italia-Scozia del 6N 2020, pochi giorni prima che il mondo cambiasse.

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Da che punto guardi il mondo tutto dipende

Ho vissuto la prima ondata di Covid e il relativo lockdown divisa e sospesa quasi tra due mondi: Genova, dove vivo, e la provincia di Bergamo, dove sono nata e dove ci sono la mia famiglia e tanti miei amici e persone care.

Proprio quella provincia di Bergamo che è stata a lungo la zona più infetta del mondo intero, proiettata dalla sua dimensione “piccola”, noiosa e ben poco nota ai titoli di giornali e tg italiani ed internazionali.

Trovandomi a cavallo tra due dimensioni assai diverse tra loro, riesco perfettamente a capire come chi non abbia avuto contatti diretti con Bergamo e provincia non possa assolutamente capire che cosa sia successo e, di conseguenza, tenda a sminuire l’epidemia. Ci sarebbero, certo, empatia, informazione, ragionamento e logica, in teoria. 

In teoria, appunto. 

A Genova, nella mia vita quotidiana, io non ho conosciuto e non conosco nessuno che abbia avuto il covid o che conosca qualcuno che l’abbia avuto sapendo di averlo, quindi non eventualmente asintomatico. Se allargo il campione su cui fare mente locale, trovo una sola persona, che non frequento ma che alla lontana conosco, che si è ammalata (ed è guarita).

Se, invece, il campione di riferimento diventa il mio paesello bergamasco, il punto di vista si ribalta del tutto: devo fare mente locale per ricordare chi non si è ammalato e chi non ha in famiglia nessuno che sia stato colpito (e qui la percentuale scende praticamente a poco più dello 0%).

Non solo: nel campione bergamasco incide pesantemente anche il numero di coloro che hanno dovuto seppellire qualche persona cara e io stessa ho perso mio padre, il mitico Giulio, bello, forte e in salute, al quale non ho neanche potuto dire addio.

Quando sento e leggo di gente che si lamenta per la mascherina, che si lagna per il distanziamento e lo ignora, che sproloquia di complotti e privazioni di libertà, che fa fermare treni perché, delirando di forzature e fantomatiche lobby non si vuole mettere la mascherina neanche dove è obbligatoria, beh, a me sale una rabbia gigantesca.

Non dovrebbe neanche servire che ve lo venga a dire qualcuno che, con un virus serio e ancora poco conosciuto che circola, sia saggio e giusto portare la mascherina al chiuso e dove non si sta abbastanza distanziati, che bisogna lavare e disinfettare spesso le mani e che è meglio non stare tutti appiccicati.

Ma che, “davero davero” secondo voi le limitazioni della libertà sono queste?

A Bergamo e dintorni, dove si è respirato a pieni polmoni non solo il virus ma anche il terrore, l’ansia, l’angoscia, il dolore, nessuno sano di mente si lamenta per la mascherina o fa piazzate per non usarla e si guarda con orrore ai tanti comportamenti sbagliati e stupidi che si vedono ovunque, perché nessuno vuole rischiare di rivivere marzo 2020 e, in generale, nessuno vuole più dover seppellire persone care per questo virus o essere di nuovo chiuso in casa a fare i conti, oltre che con la didattica a distanza dei figli e l’impossibilità di vivere normalmente, anche con un nuovo disastro economico.

Tanti sono morti, tanti sono guariti ma portano e porteranno per sempre le cicatrici, sia reali, sui polmoni, che metaforiche, nell’anima, di quello che hanno vissuto.

E qui non c’entra la politica, non si parla di errori e mancanze, che certo vanno chiariti e puniti, di destra o sinistra, di colori e bandiere: io sto parlando di persone comuni, di cittadini, di tutti noi, perché poteva e può succedere a chiunque e non è che ce lo dobbiamo ricordare solo se lo posta sui social il vip di turno che si scopre contagiato o al quale si ammala un parente, o il cui figlio fa il dj in Sardegna ad una festa che diventa la fiera del contagio fighetto.

Parte del mondo è ancora in lockdown e, ogni giorno, altri Paesi rischiano di tornarci e questo per il mancato rispetto di norme semplicissime. Arriverà un vaccino, arriveranno protocolli di cura efficaci, che già hanno fatto notevoli passi avanti rispetto al totale smarrimento iniziale, il covid diventerà una malattia con cui conviveremo, come facciamo con molte altre, tanti si ammaleranno, tanti guariranno, qualcuno, purtroppo, non ce la farà, come accade normalmente.

Ma questo momento non è ancora arrivato: siamo in una fase delicata ed importante e le uniche cose che ci vengono chieste sono buonsenso, mascherina, mani pulite e sano distanziamento. Troppo difficile?

Miocuggino parla di prossimi lockdown già programmati a tavolino, di numeri inventati, di un complotto politico. Quindi tutti i Paesi del mondo, visto che la questione non riguarda solo l’Italia, si starebbero prendendo a martellate nelle palle da soli, economicamente e socialmente.

Dunque, coviddì non ce n’è, perché è tutto un complotto planetario a tavolino e quindi la mascherina lede la mia libertà di fare aperitivo ammucchiato agli altri, di fare il dj alle feste e di alitare serenamente addosso al prossimo.

Coviddì ce n’è. Cervello e responsabilità, purtroppo, non sempre e mai abbastanza.