Storie dal paesello: una Rasoiata a sorpresa!

Quando si cresce in una piccola realtà succede che, anche se non si frequenta direttamente qualcuno e non si è nello stesso gruppo di amici, di fatto tra coetanei ci si conosce tutti.

Tutti sanno chi sono gli altri, si conoscono nomi e amicizie, si sa dove ognuno va a scuola quando si iniziano le superiori, si sa chi ha fratelli o sorelle e chi sono, e così via.

Ovviamente si sa se qualcuno si sposa, se ha dei figli, se va a vivere altrove, se è andato all’università e, bene o male, anche che lavoro fa.

Così, avevo lasciato Walter, che è due anni più giovane di me, laureato in scienze dell’educazione e occupato nel settore, ovvero in una qualche comunità di sostegno o qualcosa di simile.

Io vivo altrove ormai da quindici anni e, salvo le mie visite periodiche al paesello, quattro chiacchiere e saluti vari, per quanto riguarda le amicizie non strettissime il mio telescopio verso quel mondo sono, inevitabilmente, i social network.

È quindi successo che, qualche tempo fa, ho iniziato a vedere dei post dai quali si intuiva che Walter l’educatore fosse diventato Walter il parrucchiere o barbiere. Finché poi non si sono materializzate anche le tracce di un progetto di apertura di un negozio.

Un’altra delle cose su cui chi è nato e conosce bene un piccolo centro non può sbagliarsi sono i negozi, le attività commerciali: si sa esattamente dove si trovano e si possono elencare praticamente ad occhi chiusi. Quindi ogni novità va inserita in questa mappa mentale.

Ho iniziato a chiedermi come caspita Walter l’educatore fosse arrivato ad una prossima apertura di un negozio “barba e capelli” e gli ho scritto, dicendogli che avrebbe dovuto raccontarmi tutta la storia alla prima occasione, davanti ad un bel bicchiere. Era poco prima che il covid buttasse all’aria il mondo.

Nel frattempo e nonostante la pandemia, seppur in ritardo sui programmi, la bottega è stata aperta, il 13 novembre 2020 e oggi, 2 aprile 2021 io e Walter ci siamo finalmente fatti la famosa (video)chiacchierata, purtroppo senza bicchieri ma contenti in ogni caso.

Così ho scoperto che, a quasi quarant’anni e dopo aver iniziato a tagliare alla buona (ovvero con “la macchinetta”) i capelli ai ragazzi ospiti della comunità dove lavorava e dove non si trovava più molto bene, tra una semplice rasatura e qualche primo ed avventuroso tentativo di sfumatura con le forbici, Walter decise di iscriversi alla scuola serale per parrucchieri, lavorando nel frattempo nella comunità per il primo anno e poi da un parrucchiere per il secondo e il terzo (anno supplementare che serve per poter avere l’abilitazione necessaria ad aprire un negozio proprio: tutte cose che ho imparato pochi minuti fa!).

Trovato il locale e arruolato un team di amici (che, naturalmente, conosco anche io!), ognuno con la sua professione e professionalità, per collaborare alla realizzazione e allestimento del negozio, la “follia” di Walter ha infine preso forma e sostanza diventando “Rasoiata Barba&Capelli”.

Mi piace raccontare storie che mi colpiscono ed incuriosiscono e questa, decisamente, lo ha fatto.

Mi piace doppiamente perché stiamo parlando di un paesino in provincia di Bergamo in tempi di covid, con una linea temporale che prende in pieno anche il tristemente famoso marzo 2020.

A Walter (al quale nessuno o quasi si rivolge chiamandolo per nome ma sempre per cognome, ma faccio finta di no per mantenere un minimo di parvenza di diritto alla privacy!) un grande abbraccio, il mio più sincero in bocca al lupo e, visto che per fortuna ancora la barba non mi cresce, l’appuntamento non da cliente ma per due chiacchiere davanti al famoso buon bicchiere, non appena si potrà!

6N 2021: super saturday e super gnocchi!

La stimatissima giuria femminile ovale che ormai da qualche tempo allieta questo blog con i frutti della mega chat di whatsapp dove si parla di rugby in tutte le sue sfumature, da quelle più o meno squisitamente tecniche a quelle eno-gastronomiche, per il 6 Nazioni 2021, pur avendo commentato tutte le partite disputate, si è riunita ufficialmente solo in occasione dell’ultima giornata di questo torneo segnato per intero dalla pandemia, con gli stadi sempre vuoti e nessuna occasione di incontro e socialità (sigh).

E’ stato deciso di scegliere un solo giocatore per ogni squadra ma, per quanto riguarda il big match Francia-Galles, proprio non ci siamo riuscite! Ci siamo poi concesse un paio di succosi e raffinati fuori menù.

Si ringrazia la nostra grande sommelier Silvia per gli impeccabili abbinamenti.

Buona lettura e prosit!

Franco Smith (ct Italia)
Passione, parole calibrate, testa e parecchio sgomento. Ci si stringe il cuore a vederlo nemmeno più arrabbiato ma proprio sconsolato. Sempre elegante, per tirargli su il morale bevete insieme a lui un St-Emillion Chateaux Larcis Ducasse, promosso recentemente a Premier Grand Cru Classe, come il nostro bell’allenatore a cui è stata affidata la patata bollente che pare ieri. Vino rosso intenso, strutturato ed elegante: prugna, rosa macerata, ciliegia sotto spirito, vaniglia qb. Fate pagare lui però: gli vogliamo bene ma noi dobbiamo risparmiare per il mondiale 2023!

Mattia Bellini (Italia)
Se lo trovate carino è stata brava la mamma, se gioca bene è anche merito di due stimate componenti made in Padova della giuria. Lo abbiniamo a un Pinot Nero della Tasmania, Australia. Le vigne si fanno strada nelle poche superfici coltivate a vigna come vorremmo che Bellini si facesse strada tra la difesa e la linea di meta. Vino leggero, sapido e seducente. Cibo: aglio, olio e peperoncino, vero confort food.

Sean maitland (Scozia)
Questo giocatore ci piace perché forse ci ricorda l’indimenticabile mascella anni ‘90 di Ridge di Beautiful. Come un bel Syrah della zona di Cortona, il nostro bel Sean è piazzato, corposo, ben visibile in campo. Al naso si sente la classica nota di pepe propria del Syrah. Pepe che si trova anche nello sguardo di Sean. Vellutato ma muscoloso, elegante ma potente. Di cosa stiamo parlando, del vino o dello scozzese del giovedì? Servire con un bel maialino arrosto con patate. Così è, se vi pare.

Carlo Mornati (segretario generale del CONI, ex canottiere olimpionico)
(Alias “Tipo del CONI che ci piaceva”)
La vera New entry di quest’anno. Folgorate sulla via di Damasco quando seguivamo le elezioni federali, nemmeno fossero state le Presidenziali USA. Elegantissimo e deciso, come un bel Valtellina Superiore DOCG. Frutta rossa, sottobosco, terra, tannini levigati. Di questa particolare denominazione di nebbiolo scegliamo quello che viene dalla sottozona Inferno: dalla maggiore ampiezza aromatica e dalla acidità molto più spiccata. Brindiamo A e CON lui, nella speranza di uscire presto da questo girone dantesco composto da infiniti punti subiti in questo 6N e dispiaceri di avere sole figlie femmine. Piatto in abbinamento: rospi fritti, perché fritto è buono tutto.

Robbie Henshaw (Irlanda)
Recensione non adatta ai vegani: puro manzo irlandese. Stappiamo un bel Cabernet Sauvignon di Napa Valley, California. Colore compatto e scuro, profumi di mirtillo, mora, peperone verde, pout pourri e vaniglia. Tannini decisi e grande complessità al palato. Cibo in abbinamento: andate dal macellaio e fatevi consigliare!

Anthony Watson (Inghilterra)
Bridgerton non ci ha certo colte di sorpresa. Grandissimo giocatore anche se l’Inghilterra di quest’anno ci è sembrata disattenta e stanca. Potenza, carattere, eleganza e visione di gioco. Nel vostro dopo cena, accompagnate la sua compagnia a un bicchiere di Pedro Ximenes. Questo vino liquoroso è denso, velluto puro, con sentori di tamarindo, croccante alle mandorle, datteri e spezie dolci. Consigliamo in abbinamento del fine cioccolato di Modica al peperoncino, indispensabile per recuperare le energie post partita. Darling, spice up your life!

Francia-Galles
Un pranzo di gala: mettetevi il vestito della festa! Partiamo dall’aperitivo, festeggiamo la primavera con un bel gin tonic. Il Gin è certamente il Biggar, omonimo del nostro amato giocatore che ormai da tre anni viene spalmato di caramello salato e bevuto come una bollicina francese in ogni nostra classifica. Biggarone nostro è forte e prepotente come l’amato distillato, trasparente ed etereo come l’alcool puro. Ci mettiamo una goccio di vermouth scuro: sentori di ruta, erbe amare ma dona morbidezza. Ed ecco Navidi. Beviamo responsabilmente e consigliamo un Welsh Sandwich: pane bianco, prosciutto arrosto, kren grattugiato e brie. Biggar e Navidi insieme. Maledetta Primavera.

La tavola è apparecchiata, Ollivon è elegante, spesso e altero come un Riesling della Mosella. Fiori macerati, idrocarburo, mandorla amara, albiccocca disidratata. Perfetto per la buillaibasse, espressione culinaria del mischione tra francesi e gallesi di questa bellissima partita. Dolce: tarte tatin di Romain Ntmack accompagnata da Calvados. Sinuoso, pungente, sottile, mela e pera, spezie ed erbe. Aggiungi un posto a tavola, c’è posto per tutti. Prenotate anche una stanza, che bisogna fare un pisolino dopo pranzo: guidare dopo aver bevuto non è sicuro!

La nostra chat per noi è aria di leggerezza e sostegno in un periodo pesante ed anche in un 6 Nazioni particolarmente indigesto per l’Italrugby e i suoi tifosi e ci auguriamo di strappare un sorriso a chiunque abbia la bontà di leggere queste righe.

Da che punto guardi il mondo tutto dipende

Ho vissuto la prima ondata di Covid e il relativo lockdown divisa e sospesa quasi tra due mondi: Genova, dove vivo, e la provincia di Bergamo, dove sono nata e dove ci sono la mia famiglia e tanti miei amici e persone care.

Proprio quella provincia di Bergamo che è stata a lungo la zona più infetta del mondo intero, proiettata dalla sua dimensione “piccola”, noiosa e ben poco nota ai titoli di giornali e tg italiani ed internazionali.

Trovandomi a cavallo tra due dimensioni assai diverse tra loro, riesco perfettamente a capire come chi non abbia avuto contatti diretti con Bergamo e provincia non possa assolutamente capire che cosa sia successo e, di conseguenza, tenda a sminuire l’epidemia. Ci sarebbero, certo, empatia, informazione, ragionamento e logica, in teoria. 

In teoria, appunto. 

A Genova, nella mia vita quotidiana, io non ho conosciuto e non conosco nessuno che abbia avuto il covid o che conosca qualcuno che l’abbia avuto sapendo di averlo, quindi non eventualmente asintomatico. Se allargo il campione su cui fare mente locale, trovo una sola persona, che non frequento ma che alla lontana conosco, che si è ammalata (ed è guarita).

Se, invece, il campione di riferimento diventa il mio paesello bergamasco, il punto di vista si ribalta del tutto: devo fare mente locale per ricordare chi non si è ammalato e chi non ha in famiglia nessuno che sia stato colpito (e qui la percentuale scende praticamente a poco più dello 0%).

Non solo: nel campione bergamasco incide pesantemente anche il numero di coloro che hanno dovuto seppellire qualche persona cara e io stessa ho perso mio padre, il mitico Giulio, bello, forte e in salute, al quale non ho neanche potuto dire addio.

Quando sento e leggo di gente che si lamenta per la mascherina, che si lagna per il distanziamento e lo ignora, che sproloquia di complotti e privazioni di libertà, che fa fermare treni perché, delirando di forzature e fantomatiche lobby non si vuole mettere la mascherina neanche dove è obbligatoria, beh, a me sale una rabbia gigantesca.

Non dovrebbe neanche servire che ve lo venga a dire qualcuno che, con un virus serio e ancora poco conosciuto che circola, sia saggio e giusto portare la mascherina al chiuso e dove non si sta abbastanza distanziati, che bisogna lavare e disinfettare spesso le mani e che è meglio non stare tutti appiccicati.

Ma che, “davero davero” secondo voi le limitazioni della libertà sono queste?

A Bergamo e dintorni, dove si è respirato a pieni polmoni non solo il virus ma anche il terrore, l’ansia, l’angoscia, il dolore, nessuno sano di mente si lamenta per la mascherina o fa piazzate per non usarla e si guarda con orrore ai tanti comportamenti sbagliati e stupidi che si vedono ovunque, perché nessuno vuole rischiare di rivivere marzo 2020 e, in generale, nessuno vuole più dover seppellire persone care per questo virus o essere di nuovo chiuso in casa a fare i conti, oltre che con la didattica a distanza dei figli e l’impossibilità di vivere normalmente, anche con un nuovo disastro economico.

Tanti sono morti, tanti sono guariti ma portano e porteranno per sempre le cicatrici, sia reali, sui polmoni, che metaforiche, nell’anima, di quello che hanno vissuto.

E qui non c’entra la politica, non si parla di errori e mancanze, che certo vanno chiariti e puniti, di destra o sinistra, di colori e bandiere: io sto parlando di persone comuni, di cittadini, di tutti noi, perché poteva e può succedere a chiunque e non è che ce lo dobbiamo ricordare solo se lo posta sui social il vip di turno che si scopre contagiato o al quale si ammala un parente, o il cui figlio fa il dj in Sardegna ad una festa che diventa la fiera del contagio fighetto.

Parte del mondo è ancora in lockdown e, ogni giorno, altri Paesi rischiano di tornarci e questo per il mancato rispetto di norme semplicissime. Arriverà un vaccino, arriveranno protocolli di cura efficaci, che già hanno fatto notevoli passi avanti rispetto al totale smarrimento iniziale, il covid diventerà una malattia con cui conviveremo, come facciamo con molte altre, tanti si ammaleranno, tanti guariranno, qualcuno, purtroppo, non ce la farà, come accade normalmente.

Ma questo momento non è ancora arrivato: siamo in una fase delicata ed importante e le uniche cose che ci vengono chieste sono buonsenso, mascherina, mani pulite e sano distanziamento. Troppo difficile?

Miocuggino parla di prossimi lockdown già programmati a tavolino, di numeri inventati, di un complotto politico. Quindi tutti i Paesi del mondo, visto che la questione non riguarda solo l’Italia, si starebbero prendendo a martellate nelle palle da soli, economicamente e socialmente.

Dunque, coviddì non ce n’è, perché è tutto un complotto planetario a tavolino e quindi la mascherina lede la mia libertà di fare aperitivo ammucchiato agli altri, di fare il dj alle feste e di alitare serenamente addosso al prossimo.

Coviddì ce n’è. Cervello e responsabilità, purtroppo, non sempre e mai abbastanza.

Berghèm molem mia!

Sono nata e cresciuta in un paesino in provincia di Bergamo, una provincia poco nominata, se non per i suoi proverbiali muratori, una provincia di secondo piano, fatta di tanti piccoli comuni e con un piccolo e poco conosciuto capoluogo, diventato più noto solo grazie a Mr. Ryanair che, quando ha adocchiato quel minuscolo e praticamente inutilizzato aeroporto ad una quarantina di km da Milano, ne ha fatto una porta da e per l’Europa intera, facendo scoprire a tanti una bellissima e poco nota città.

Ora, proprio la provincia di Bergamo è diventata l’epicentro nazionale dei contagi del covid-19: la quiete di un territorio di paesini, capannoni, campagne e campi coltivati, di gente abituata a lavorare e ad avere pochi fronzoli, una tradizione di abitudine alla solidità, lontano da clamore e riflettori, completamente stravolta e straziata da una pandemia che sta segnando profondamente tutti gli abitanti.

Perché in provincia, nei piccoli centri, quel che succede a qualcuno diventa cosa di tutti: vale per le cose “leggere”, insomma, per il gossip, ma vale anche per le cose gravi. L’effetto è quello, inesorabile, di un amplificatore: è di fatto impossibile non sentirsi coinvolti, perché c’è sicuramente, anche quando non una conoscenza diretta, un qualche tipo di legame o riferimento che fa sì che ci si senta vicini e colpiti da quel che accade a chiunque altro.

Non ci vuole quindi troppa immaginazione per capire come stia vivendo adesso tanta gente che conosco, famigliari, amici, conoscenti, che si ritrovano in una dimensione quasi onirica e parallela, come tutti noi in questo periodo, costretti ad una vita che non è più la nostra, con l’aggravante di sapere di trovarsi nel cuore del disastro, nel posto dove nessuno vorrebbe essere.

Si stava infinitamente meglio quando Berghèm e i suoi piccoli comuni non erano sulla bocca di tutti, quando erano solo la terra dei muratori, dell’Atalanta e del dialetto e l’accento da prendere un po’ in giro. Si stava meglio quando amici e conoscenti da tutta Italia e dall’estero non dovevano premurarsi di chiedere notizie in virtù del vivere o provenire da quelle parti. Covid-19 si è abbattuto su un territorio normalmente silenzioso e schivo, proiettandolo alla ribalta , in primo piano su tg e giornali, tabelle e studi sui contagi.

Io vivo questa paura da 200 km di distanza, lontana da lì e da tutti coloro che ci vivono, dai miei cari, dalle mie amiche e amici, dal paesino che conosco millimetro per millimetro e che, in questo periodo, è diventato “altro”, in preda a preoccupazione e dolore.

Ho scritto di getto queste righe per tutti i bergamaschi, per tutti i barianesi, per tutti coloro che, in ogni parte d’Italia, stanno vivendo la separazione, la distanza e l’isolamento da coloro a cui vogliono bene.

Non lo so se “andrà tutto bene” ma so che non si può far altro che tenere duro, che bisogna molà mia, a Berghèm e ovunque, in ogni singolo luogo e in ogni singola casa.

Molém mia.

(Foto Arianna M.)

Cruise Emirates

Ci ho pensato su un po’ a come avrei potuto trovare un riferimento ovale da mettere in questo diario di viaggio e, alla fine, l’ho trovato: a Dubai abbiamo pescato un grosso tassista sudafricano, appassionato di rugby! Detto questo, è un racconto che si inserisce nella parte “and more” del nome di questo mio piccolo blog!

Le tre viaggiatrici “invernali”, questa volta, dopo alcuni giri ai Caraibi e una sortita alle Maldive, hanno un po’ tralasciato il mare, nonostante si stia parlando di una crociera, e si sono lanciate in una settimana più di scoperta: niente isolette e spiagge, sostituite da quella che per noi era una galassia praticamente sconosciuta, ovvero la Penisola Arabica.

Mai come questa volta la nave (Costa Diadema, per la cronaca, classe 2014, made in Marghera) è stata solo un mezzo di trasporto tra un luogo e l’altro da visitare, con quattro città in una settimana, in una zona di mondo assai particolare.

DUBAI

L’Emirato più famoso merita la sua fama ed anche una visita: bastano un paio di giorni, ma va visto! Difficile descrivere l’effetto di questa “oasi” di grattacieli nel deserto, in un posto dove, fino agli anni ’90, c’era solo sabbia.

Ora c’è il grattacielo più alto al mondo, l’incredibile Burj Khalifa, con un ascensore che ti spara al 124° piano (a 550 metri di altezza) in un minuto netto e ti fa sentire veramente minuscolo ed anche incredulo, mentre guardi quel panorama che ha dell’assurdo. Per la cronaca, il grattacielo, in tutto, di metri ne misura 829,80 (antenna/guglia compresa).

Ricordo di aver visto un bellissimo documentario di NatGeo sulla costruzione del Burj Khalifa e ricordo che, attorno al cantiere, c’era sabbia. Ora, ci sono altri grattacieli e, soprattutto, il Dubai Mall, centro commerciale più grande al mondo, un laghetto artificiale ed un souk “effetto vintage” affacciato sul medesimo laghetto insieme ad un numero imprecisato di ristoranti e affini. Il Dubai Mall è qualcosa di mostruoso e, oltre ad un numero infinito di negozi di ogni marchio esistente sulla terra ed altrettanti bar e simili, contiene al suo interno una parete con cascata, una vasca enorme con pesci tropicali e persino squali ed uno stadio del ghiaccio con tanto di tribune. Il tutto, giova ricordarlo, nel deserto.

Quando cala il sole, l’area della Dubai Marina, diventa l’ombelico del mondo: dopo essere stata a Times Square, è stata la prima volta in cui ho sentito di nuovo questa sensazione, con tanta gente da tutto il mondo, le luci, la perfezione di un luogo creato e sviluppato per essere esattamente questo.

Il giorno dopo, invece, abbiamo voluto tastare una dimensione di Dubai assai diversa, con la visita guidata ad una piccola moschea. Un’associazione locale organizza da anni queste visite, per far scoprire e conoscere le basi dell’Islam e promuovere il dialogo e l’apertura: molto interessante ed eccellente iniziativa. A due passi c’è un bel supermercato, dove svuotare gli scaffali dei datteri!

Il Sovrano, negli anni ’90, ebbe l’idea di aprire le porte a zero tasse a chiunque volesse investire e costruire a Dubai e così ha preso il via la nascita di quello che l’Emirato è ora. Il petrolio qui finirà tra pochi anni e il turismo e gli investimenti di ogni genere sono il “piano B” già in preparazione da anni.

Intanto, nel 2020, Dubai ospiterà l’Expo, e non fatico ad immaginare che sarà un qualcosa di clamoroso!

La mia unica perplessità riguarda il clima: a dicembre, poco meno di 30 gradi e un’umidità sorprendente per una zona che credevo secchissima, mentre in estate, ci è stato detto, anche tra i 50 e i 60 gradi…!

MUSCAT

Affacciato anche sull’Oceano Indiano, l’Oman era per me un esotico mistero! Credo sia un paese che meriti di essere visitato e scoperto e non escludo di tornarci: da poco è diventato una meta balneare sempre più gettonata e ci sono infinite possibilità di andare a visitarne il deserto, che pare essere bellissimo.

Abbiamo fatto un’escursione alla scoperta della capitale, visitando da fuori un’importante moschea e facendo tappa al Souk e al pazzesco palazzo del Sultano. La guida era un indiano che parlava italiano e ci ha fatto notare, tra le altre cose, la pulizia assoluta della città e la perfezione di parchi e aiuole, anche qui nel deserto, praticamente senza acqua dolce disponibile naturalmente e con, in estate, più di 60 gradi.

Pare che questo Sultano, venerato come un santo e dalla vita misteriosissima, abbia praticamente costruito e modernizzato il paese nel giro degli ultimi quarant’anni, partendo da una sola strada tracciata in mezzo alla sabbia.

DOHA

Abbiamo fatto un giro per la città con uno di quei bus panoramici “hop on hop off” e Doha soprende allo stesso modo delle altre città di acciaio e vetro spuntate nel deserto: grattacieli, cantieri ovunque, lusso e strade a 6 + 6 corsie.

Il Qatar è in gran fermento perché, nel 2022, ospiterà i mondiali di calcio.

Nel frattempo, ogni anno fa furore il campionato nazionale di falconeria: il falco è, per tradizione, un animale importantissimo e quasi venerato nella Penisola Arabica, così come il cammello.

Tradizione e modernità, come nel bellissimo souk di Doha: vista grattacieli, pieno di turisti e di negozietti che si sono adeguati ma anche di abitanti del luogo e di commercianti che dei turisti se ne fregano allegramente, non parlando una parola di inglese ed accettando solo la moneta locale. Inoltre, esistono ancora parti del del souk dedicate ai cammelli e alla falconeria.

ABU DHABI

Un altro dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi è meno vistoso ma ancora più ricco di Dubai: qui di petrolio ce n’è ancora in abbondanza e governa il figlio di Zayed bin Sultan Al Nahyan, un sovrano morto nel 2004 e ancora oggi venerato come un santo, la cui faccia è ovunque, incluso in versione luminosa sulle facciate dei grattacieli.

Costui, dai primi anni ’70 fino alla sua morte, ha di fatto costruito Abu Dhabi, dopo aver chiesto ed ottenuto l’indipendenza alla regina Elisabetta. Seduto su un mare di petrolio, ha realizzato un paese stabile e ricchissimo, che può permettersi di pagare tutto per i propri cittadini.

La nostra guida alla meravigliosa escursione “by night” alla Grande Moschea (intitolata, ovviamente, al re di cui sopra, che ne aveva voluto ed iniziato la costruzione, terminata poi dal figlio dopo la sua morte) era un simpatico e molto bravo ragazzo egiziano, guida ad Abu Dhabi per sette mesi l’anno e alle Piramidi per quelli rimanenti. Perché non una guida del posto? Molto semplice: perché i cittadini, quindi gli emirantini di origine, praticamente non lavorano, se non negli affari e in cariche pubbliche, e sono ricchissimi. Si parla, per tutti e sette gli emirati, di un milione di persone, contro nove milioni di stranieri che, di fatto, costruiscono e fanno funzionare tutto con il loro lavoro.

La moschea, quarta al mondo per dimensioni, è veramente incredibile: bianchissima (marmo di Carrara), luminosissima (lampadari Swarowski), oro, stucchi e, nella sala di preghiera, il tappeto fatto a mano più grande al mondo (60 × 70 metri, realizzato in Iran, un nodo dopo l’altro).

Prima dell’ingresso c’è una vera galleria commerciale, con bar e negozi: ormai è un’attrazione turistica visitata da tantissime persone e, quindi, perché non approfittarne? Resta però inflessibile la questione abbigliamento: se non è consono alle regole, non si entra prima di aver rimediato con abiti prestati appositamente sul posto.

Il giorno dopo siamo andate a visitare il Palazzo Reale (Qasr Al Watan), un altro tripudio di marmo bianco, oro e fasto, anche solo nella piccolissima parte del complesso ad essere aperta al pubblico.

Dubai e Abu Dhabi sono distanti solo 140 km e sono strettamente connesse nel lavorare insieme per crescere: la prima è più conosciuta, la seconda ha più spazio e più petrolio e, entrambe, corrono veloci e sono piene di cantieri e di soldi.

Devo dire che, anche se ho adorato l’energia di Dubai e la pazzesca Burj Khalifa, mi è piaciuta di più Abu Dhabi, che ha anche sicuramente più cose da vedere, tra cui una succursale del Louvre ed anche, per i fans, il parco a tema della Ferrari.

Tre donne in vacanza sole, in una zona del mondo non considerata propriamente “femminista”: come è andata? Molto bene direi, anche dal punto di vista della sicurezza che abbiamo percepito. Abbiamo deciso di girare “fai-da-te” Dubai e Abu Dhabi (escursione alla Grande Moschea a parte, ma perché ci interessava e piaceva), di fare una via di mezzo a Doha, mentre abbiamo preferito andarcene in giro solo in escursione a Muscat, che non conoscevamo quasi neanche di nome.

Abbiamo scoperto paesi in crescita e affacciati sull’Occidente ma, al contempo, sempre saldamente attaccati alle tradizioni, segnati dagli antichi meccanismi sociali e non solo della vita nel deserto e, naturalmente, indissolubilmente legati alla religione islamica.

Credo sia molto difficile per noi immaginare una vita costantemente, quotidianamente e concretamente tanto influenzata dalla sfera religiosa e la cosa che mi ha colpita di più in questo viaggio è stata senz’altro questa coesistenza di crescita, modernità, globalizzazione, contaminazione, ricchezza ed Islam.

Ovunque ho visto e percepito richiami alla conoscenza e alla promozione di un Islam moderato e aperto, fermo restando, come già detto, la per noi impensabile influenza della religione e dei suoi precetti anche nella quotidianità del XXI secolo.

Credo che la perfetta rappresentazione di questo sia stato il momento di preghiera nel Dubai Mall: sui display sparsi per tutto il centro commerciale compare un’icona che richiama una moschea e la musica in filodiffusione lascia per qualche minuto spazio alla voce del muezzin. Poi riparte la musica e tutto torna alla “normalità” (la nostra, perché la loro è quella).

La guida alla piccola moschea che abbiamo visitato a Dubai, quella dell’associazione culturale e religiosa, era una signora inglese trasferita e convertita da più di vent’anni: impeccabile accento British e tutta coperta, con lunga veste nera e l’hijab sui capelli e sul collo. Che dire? Molto bella ed interessante la spiegazione sui cinque pilastri dell’Islam e buone le risposte alle domande del gruppo, principalmente incentrate sulla questione dell’abbigliamento femminile, anche se la chiave di tutto, ovvero la volontà del tutto personale di vestirsi in un certo modo per praticare la modestia nei confronti di Allah, credo non abbia convinto fino in fondo nessuno dei presenti, così come la risposta sul burqa, spiegato come nato, così come l’abbigliamento tradizionale in genere, perché adatto a riparare da sole e sabbia del deserto. Nessun dubbio sull’origine “pratica”, ma qualcuno in più sulla volontà personale, sull'”utilità” attuale del doversi coprire in quel modo e, di riflesso, sulla concezione della donna che ci sta dietro.

Di sicuro abbiamo visto e percepito ovunque un grandissimo senso di regole e di ordine, che scaturiscono tanto dalla religione e da come viene praticata quanto da chi e come governa questi paesi.

Consiglio questa crociera a chiunque sia curioso di avere un assaggio di quella zona del mondo e mi sento di includere anche chi non ama le crociere e/o il mare, perché al centro di questo itinerario ci sono sicuramente i paesi visitati e il loro essere per noi molto diversi e con tanto da scoprire: la vita di bordo diventa molto marginale e sicuramente è un’esperienza di crociera distante anni luce da quello che può essere un giretto ai Caraibi.

Ci sono una marea di cose da vedere e scoprire nel mondo e io non sono “razzista” sulle modalità per farlo: va bene la crociera se è pratica per quel che voglio vedere e fare, o va bene il fly&drive altrove, oppure un viaggio organizzato per altre destinazioni ancora, e così via.

Next stop: chissà!

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Il mio ritorno in palestra: atlete per caso e calzini dimenticati

3 settembre 2019: primo giorno di… scuola? No! Di lavoro? No! Primo giorno della ripresa della palestra!

Ho un rapporto tutto mio con la palestra e il fitness. Ho giocato per tanti anni a pallavolo e ho sempre identificato il fare sport con discipline agonistiche, l’allenamento come preparazione ad una partita, una gara. Quindi, non ho mai considerato “andare in palestra” come “fare sport”.

Questo finché non mi sono imbattuta nelle mie due guru del fitness, Roberta e Antonella. Due Donne con tanti muscoli ma ancora più cuore e cervello che sono state in grado di farmi continuare ad andare in palestra dopo che non ci volevo più mettere piede quando sono rimasta per giorni praticamente invalida dopo aver provato la mia prima lezione di pump con la Anto, nella prima sera in palestra della mia vita: “questa è matta: io qui non ci vengo mai più!!!”. Ma avevo già pagato e, soprattutto, nonostante mi avesse resa inabile anche ad usare coltello e forchetta, oltre che a camminare, scendere dal letto e sedermi sul water, quella pazza mi era piaciuta tanto, così come “l’altra”, di cui avrei provato i corsi non appena di nuovo in grado di muovermi.

Da quella tragica sera sono passati ormai un po’ di anni e tante cose sono cambiate: Roby e Anto hanno aperto la loro palestra, identica a loro, cioè un po’ folle e piena di cuore e cervello, con una filosofia di allenamento (ora lo penso!) e benessere che hanno avuto la forza ed il coraggio di portare avanti anche se è molto meno commerciale di altre.

I loro corsi, oltre ad aiutarmi ad avere una forma fisica decente e a combattere una lotta costante vs forza di gravità, anni che passano e passione per la buona tavola e per le patatine, negli anni mi hanno permesso di incontrare e conoscere Donne pazzesche, di fare gruppo con altre “atlete per caso” come me, che si fanno il mazzo, si impegnano a fare le cose bene per tenersi in forma, ma nello spogliatoio parlano di ricette, aperitivi e cene da fare (beh, non solo di questo, a dire il vero, ma anche di questo…!).

Alcune sono diventate mie amiche speciali, una anche una compagna di bellissimi viaggi, la maestra sono riuscita a portarla nell’universo Pro Recco Rugby, altre sono Donne simpatiche e toste che, se frequentano quella palestra, è perché ci somigliano, a quel posto che è per molti ma non per tutti (cit.).

Detto tutto questo, stamattina mi sono ricordata la borsa, preparata dopo un mese di pausa, tipo la cartella di scuola dopo l’estate, ma non di metterci anche i calzini: chi ben comincia…!

Buon anno di allenamenti a tutte le atletone DOP, quelle che vanno in palestra motivate dal provare a restare decentemente in forma senza dover rinunciare a mangiare e bere!

“Sono entrato in palestra. Mi hanno dato da compilare un modulo per l’iscrizione. Mi è venuto il fiatone”. (Daniele Luttazzi)

Di temporali, Settebello e Championship: un sabato mattina di fine luglio

Mattinata di sabato genovese con tuoni, pioggia a tratti ed un caldo umido da Vietnam monsonico. Accendo la tv mentre faccio colazione e sta per iniziare NZL-RSA, inni inclusi (vittoria senza storia per gli Springboks, ovviamente, che hanno uno degli inni più sensazionali e significativi al mondo!): finirà 16-16, con pareggio degli ospiti sul filo del fischio finale e stadio Nero ammutolito.

Sia All Blacks che Sudafrica saranno nel girone dell’Italia al mondiale, ma facciamo finta di non pensarci! Quello a cui di certo stanno pensando i neozelandesi è l’infortunio alla spalla di Brodie Retallick, miglior seconda linea al mondo ed uno dei giocatori più forti in assoluto tra coloro che calcano i campi del globo.

Intermezzo iridato con uno strepitoso Settebello che, stracciando la Spagna, si laurea campione del mondo di pallanuoto. Faccio finta di non aver espresso mentalmente nessuna considerazione “squisitamente tecnica” sulle inquadrature di esultanza della panchina ad ogni segnatura…! Belli, bravi e Campioni!

Altro intermezzo con spazzolatura dei gatti, trasformati in soffici piumini. Peccato fosse diventata un soffice piumino anche la casa e quindi, mentre il Settebello strapazzava la Spagna, io ero strapazzata dal pelo che cercavo di levare dal pavimento…!

Australia-Argentina, che il fuso orario ha fatto iniziare alle nostre 11.45, parte già bene perché il telecronista è il bravissimo Moreno Molla. Molto bene anche che l’arbitro sia il Kiwi O’Keefe, titolatissimo nella classifica “tecnica” del 6N di qualche mese fa! Sono le due squadre sconfitte nel primo turno di questo Championship ristretto pre-RWC e vincere è importantissimo per entrambe.

L’Australia è in un periodo complicatissimo della sua storia ovale, mentre l’Argentina, storicamente, geograficamente, culturalmente e caratterialmente quanto di più lontano dalle altre tre squadre del Championship, sta seguendo il suo massivo e coraggioso programma di crescita e sviluppo che ancora, per i Pumas, nonostante gli evidenti progressi in campo e il consueto cuore infinito, sta faticando a tradursi in modo sistematico in efficacia, killer instinct e vittorie.

Infatti, oggi hanno vinto i Canguri, con un 16-10 certo non travolgente e convincente ma che basta per mettere in saccoccia ai Pumas la settima sconfitta consecutiva ed una classifica del torneo di soli due punti in due giornate, dopo che una settimana fa avevano perso di misura contro degli All Blacks tutt’altro che in palla.

Due squadre che arriveranno alla Coppa del Mondo con non pochi pensieri e questioni e per le quali l’asticella delle attese punta storicamente verso l’alto, esattamente come la pressione con cui dovranno fare i conti in Giappone.

L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte. (Simón Bolívar)

P.s. Per altri contenuti sulla giornata di Championship, tra cui alcuni provenienti direttamente da Downunder, vi rimando al sito dei Pirati del Rugby!

Che camurrìa… Ciao Maestro, buon viaggio.

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a leggere Camilleri ma so che il libro era “Il Casellante” e motivo era stato il consiglio della mia mamma che, a sua volta, era stata consigliata dalla zia che vive a Parigi: la prima della mia famiglia a scoprire ed amare il Maestro era stata quella che vive all’estero e alla quale a volte, quando parla in italiano, non vengono subito le parole…! Eppure, nella magia di quella lingua siculo-italiana tutta sua, Camilleri veniva perfettamente compreso anche da lei.

Oggi la mia libreria ha uno spazio tutto dedicato ai libri del Maestro, quasi tutti Sellerio e quindi stupendamente uniformi sullo scaffale: sono amante della carta, mi piacciono i libri, mi piace toccarli ed annusarli e, quindi, non mi sono convertita agli e-reader. Gli altri, anche se spezzano questa uniformità visiva, sono anche loro lì, a proseguire le file di volumi.

Quando “i Montalbano” arrivarono in tv ero, come ogni lettore che si rispetti, molto prevenuta riguardo alla trasposizione in video di libri tanto belli e magnificamente scritti ma, come tutti scoprimmo, era avvenuto quasi un miracolo: grazie alla mano dell’autore stesso in sceneggiature e regie, oltre che nella scelta del cast (nessuno, a parte Camilleri, avrebbe potuto scegliere per il suo Salvo Montalbano un attore tanto diverso da quello che era il personaggio dei libri e azzeccare la scelta in pieno), il risultato è stato magnifico, con dei film di qualità rara e capaci di rendere atmosfera, personaggi e scene dei romanzi.

Chi leggeva i romanzi sul Commissario prima di iniziare a guardare i film, si immaginava i personaggi esattamente così come sono gli attori scelti per interpretarli, Zingaretti a parte che, però, è così tanto perfetto come Montalbano da far sorvolare del tutto su aspetto fisico ed età, che non sono coerenti con i libri.

Camilleri però, prima di tutto, va letto, perchè la maestria della sua scrittura, la sua ironia, le sfumature linguistiche, i caratteri dei personaggi, le situazioni e il carico di emozioni dei ricordi non hanno eguali se stampati su carta.

“Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto”.  

Quante volte sono scoppiata a ridere, in treno, leggendo qualche sua opera: per dei dialoghi surreali di Catarella, per lo spasso di alcune scene di “La Pensione Eva” o per delle perle ironiche e divertenti di tanti altri racconti. L’arte di far ridere senza stupidità, senza banalità, senza giochetti comici: “solo” capacità di scrittura, narrazione e costruzione dei dialoghi, dosando a meraviglia parole e toni.

Camilleri scrittore, Camilleri uomo, Camilleri narratore degli anni della guerra, Camilleri che ha incontrato personaggi pazzeschi durante la sua vita, Camilleri Gigante della cultura e della letteratura italiana, Camilleri capace di incantare chiunque lo ascoltasse, dopo aver già incantato chiunque lo avesse letto.

“Ciriveddro è ’na gran camurria di machina che non sulo non s’arresta mai, ma t’obbliga a pinsari a quello che voli lui” .

“Il Montalbano” più bello, secondo me, è “La Caccia al Tesoro”, il suo romanzo più divertente è quella piccola perla che è “La Pensione Eva”, le opere che nessuno dovrebbe mancare di leggere sono quelle della cosiddetta “trilogia delle metamorfosi”, ovvero “Maruzza Musumeci”, “Il Casellante” e “Il Sonaglio”. A chi vorrebbe cominciare a leggerlo ma è titubante, consiglierei “Un Mese con Montalbano”: trenta racconti, ideali per iniziare ad assaggiare lingua e mondo del Commissario e del suo autore.

Riposa in pace grande Nenè, però che camurrìa rimanere senza di te.

“Al ristoranti, Mimì fici un tentativo di mittiri il parmigiano supra alla pasta con le vongole ma Montalbano gli affirrò il vrazzo affirmanno che glielo avrebbi tagliato di netto con un cuteddro se osava committiri quel sacrilegio” .

Ore 9.37

Oggi, 28 giugno 2019, alle ore 9.37 (mi torna in mente il telefilm “ER”: “ora del decesso: 9.37”, avrebbero detto Il Dott. Carter, o il Dott. Ross o il Dott. “Ciccio”), un’implosione da manuale ha tirato giù le pile 10 e 11 del ponte Morandi, a Genova. Ora del viadotto resta in piedi molto poco, dopo il crollo del 14 agosto 2018 e la demolizione di oggi.

Vivo a Genova ormai da tredici anni e mezzo, abito nel ponente della città e, quindi, sul viadotto ci sono passata centinaia e centinaia di volte, anche perché era anche la mia via per andare e tornare da Recco e dunque dal campo della “mia” Pro Recco Rugby. Non sono quindi genovese di nascita e non ho ricordi d’infanzia che mi leghino al Morandi, però ricordo perfettamente quanto quel ponte mi avesse colpita da subito, quando mi sono trasferita.

A dire il vero, due cose mi colpirono subito tantissimo della “viabilità” genovese: il viadotto, con quelle imponenti “A” ed il mare sullo sfondo, ed il fatto che la ferrovia che prendevo ogni giorno per andare al lavoro in centro passasse letteralmente dentro all’ILVA, che allora aveva ancora in piedi tutti i vecchi edifici e questi circondavano letteralmente i binari. Nata e cresciuta in Pianura Padana, nella campagna bergamasca, abituata ad ampi spazi a perdita d’occhio, quel ponte con i monti dietro, le case sotto e attorno ed il mare sullo sfondo, e quella ferrovia letteralmente dentro ad un’acciaieria, mi facevano sentire quasi su un altro pianeta!

Non si può immaginare che un viadotto autostradale cada, senza che ci sia un terremoto, in una mattinata di metà agosto. Ero in ufficio, nel pomeriggio sarei partita per una breve vacanza con una mia amica e collega che era in ferie, nel tragitto fino all’ufficio avevo imprecato per il diluvio che, temperatura a parte, rendeva la città quasi novembrina, con acqua a secchiate e cielo grigio scuro. La mia collega chiama: “Emy ciao, sono all’IKEA con mia mamma e qui dicono che è crollato il ponte…!!!”. Non si può immaginare che cada un viadotto autostradale, quindi io: “ma che ponte???”, pensando ad un qualche ponticello pedonale lì sul Polcevera (ho poi scoperto, guardando un documentario sul crollo, che un poliziotto, ed immagino non solo lui, aveva avuto il mio identico pensiero).

Non si poteva immaginare, ma successe: un viadotto autostradale era venuto giù, senza terremoti, nella mattinata del 14 agosto 2018. Il mondo e il tempo, per ogni genovese di nascita, d’adozione o anche solo di domicilio, si fermarono per un attimo, per ripartire, nel giro di pochi secondi, con gli squilli dei cellulari: grazie a smartphone e social, nel giro di una manciata di minuti era già apparsa sui media “quella” foto, il Morandi con il buco nel mezzo, stagliato su quel cielo grigio che aggiungeva un ulteriore tocco da film ad un’immagine già di per sé incredibile ed allucinante.

Quelle pile rimaste in piedi, ed i pezzi di impalcato a loro attaccati, sono rimaste lì fino a stamattina alle 9.37, testimonianze di una tragedia ma, seppur monche, sempre svettanti con la loro forma di “A” e con gli stralli al posto giusto, nuova versione della presenza del viadotto nel paesaggio, negli occhi e nella mente di chiunque le vedesse. In fondo, seppur crollato in parte e nonostante l’immenso dramma del 14 agosto, il ponte era ancora lì.

Per questo l’implosione di stamattina è stata tanto potente e toccante per ogni abitante di Genova e non solo: adesso, e solo adesso, la sagoma inconfondibile del Morandi, del “ponte di Brooklyn”, non c’è più. Non lo vedrà più chi lo aveva visto costruire, chi lo vedeva dalle finestre di casa, chi lo guardava distrattamente dal treno o dal ponte di Cornigliano, chi lo guardava dall’aereo prima di atterrare a Genova, chi lo percorreva ogni giorno e da lì sopra guardava verso il mare, chi ci passava ogni tanto per andare in vacanza e magari si chiedeva cosa diamine ci facesse una struttura del genere messa proprio lì, in mezzo ad una città.

È praticamente impossibile spiegare Genova a chi non ci vive o non ci ha mai vissuto, la sua conformazione assurda, il mare e i monti, la mancanza di spazio, una ferrovia dentro ad un’acciaieria ed un ponte sopra alle case, ma vista mare. Il “viadotto sul Polcevera” era un po’ il perfetto riassunto di tutto questo, era una vera e propria sintesi della città che lo ha ospitato per poco più di cinquant’anni.

Ci si può affezionare ad un mostro di calcestruzzo e ferro? Evidentemente sì.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”.
(Francesco Guccini)