Sconfitti e festanti: le partite dell’Italrugby

Sconfitti e festanti: il paradosso delle partite dell’Italrugby, con il contorno che oscura del tutto l’evento. Riflessioni da inviata sul campo per i Pirati del rugby, sul cui sito www.rugby-pirates.com compare questo stesso scritto, insieme a molti altri contenuti.

Non è facilissimo spiegare cosa sia davvero una partita dell’Italrugby all’Olimpico. Non lo è perché si tratta di cercare di spiegare il motivo per cui decine di migliaia di persone decidono di andare a vedere una partita di una squadra che vince praticamente ad ogni passaggio di cometa.


Facendo però un giro attorno allo stadio già da tre ore prima dell’incontro, si inizia ad intuire qualcosa, e si formulano sia pensieri molto positivi che un po’ amari.


Una partita di rugby dell’Italia è, fondamentalmente, una festa: nessun problema di sicurezza, birra, amici, sorrisi, musica, foto e abbracci con i tifosi avversari, il clima di Roma solitamente dolce (neve del 2012 a parte!), i ritrovi con amici di ogni parte d’Italia, un divertimento sicuro anche per i bambini, e così via.


Bene, tutto bello e positivo, ma la partita dove si colloca? Ecco, qui nasce il problema. Un problema che, però al tempo stesso, è diventato una forza ed anche un salvagente. La partita è solo un accessorio, è in secondo piano rispetto alla festa.


Questo fa sì che, con buona pace dei tanti che non riescono proprio a capire come sia possibile, una Nazionale che perde un gran numero di partite e che rimedia anche figure non proprio bellissime, riesca ancora a portare allo stadio un gran numero di persone. E dire che anche lo stadio in questione non è proprio amatissimo: la visuale non è granché, è fin troppo grande e dispersivo, non è uno stadio “da rugby”.


Però è diventato, dal 2012 ad oggi, un perfetto stadio “da festa”: difficile eguagliare le statue dello Stadio dei Marmi e il Foro Italico come cornice per il Villaggio del Terzo Tempo, per il prepartita di festa dei tifosi di casa ed ospiti.


È, per molti versi, una sorta di miracolo ma, al contempo, è qualcosa di estremamente negativo sportivamente parlando, perché non si tratta di partite di beneficenza ma di incontri di un importantissimo torneo internazionale, dove i risultati contano eccome.


E il risultato, anche al termine di questa Italia-Scozia, è stato francamente deprimente, così come la partita: indubbiamente brutta la seconda e decisamente orrido il primo (0-17), ma la festa non è stata intaccata minimamente, con i concerto dei The Kolors, la birra, le risate, gli amici, la bellezza di Roma, il clima mite, etc etc.


54.349 spettatori (numero ufficiale) che, a parte qualcuno, hanno istantaneamente archiviato la brutta sconfitta come un qualcosa di abituale/inevitabile ed un dato del tutto trascurabile nella dinamica della giornata di festa. Peccato che, in teoria, l’evento del giorno fosse proprio la partita, un incontro del 6 Nazioni, un appuntamento sportivamente importantissimo.


Franco Smith, non contato tra i 54.349 ma, purtroppo per lui, comunque presente, la festa, invece, proprio non sa dove sta di casa: arriva in sala stampa scuro in volto e con la faccia di uno che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Cerca di schivare le facili bordate dei giornalisti e lo fa provando ad addolcire la pillola, difendendo a spada tratta la sua squadra nonostante una prestazione francamente inguardabile. Si può dire che siamo un po’ stufi di dichiarazioni come queste?


Anche Capitan Bigi in sala stampa aveva l’espressione di uno che avrebbe preferito essere seduto su un nido si formiche rosse piuttosto che lì dove stava. Alla domanda sul breakdown ha risposto com sincerità, ammettendo le responsabilità azzurre su una fase di gioco che è stata resa troppo redditizia per la Scozia.


Facciamo che preghiamo che il miracolo della festa che se ne frega delle partite duri ancora il più a lungo possibile.

Di testardaggine, fango e Vanity Fair: Azzurre del rugby tra ieri, oggi e domani

Durante il 6 Nazioni femminile avevo scritto (qui) delle gemelle Cavina, che ricordavo piccoline al campo di Cogoleto (GE), e delle difficoltà che le bambine / ragazzine / ragazze che vogliano praticare il rugby in Italia devono affrontare. Il torneo poi è proseguito e le Azzurre, battendo anche la Francia all’ultima giornata, hanno conquistato un meraviglioso e storico secondo posto finale: immense!!!

Poche ore dopo questo trionfo, su facebook ho visto un post sulla vittoria, o meglio, un link all’articolo di una rivista. Si trattava della pagina di Vanity Fair e ho subito pensato: “ecco cosa succede quando arrivano i risultati: arriva l’attenzione di tutti!”. Il mio pensiero era stato ancora più immediato a causa dell’impietoso confronto con le vicende del rugby maschile, in ormai cronica asfissia di risultati e anche, inevitabilmente, di interesse mediatico al di fuori della stampa specializzata: uno sport “minore”, definizione triste ma veritiera, per far parlare di sé deve sfornare in primis vittorie.

Quasi in contemporanea al link di Vanity Fair, sempre su facebook ho visto il post di Davide Macor, che celebrava a sua volta la vittoria delle Azzurre e, al contempo, ricordava quando, pochi anni fa, lui e gli altri ragazzi della combriccola di “NPR” (Non Professional Rugby), essendo appunto votati al rugby non professionistico, avevano deciso di dedicarsi all’ovale femminile e di occuparsi delle riprese e delle telecronache delle partite della Nazionale. Come era venuta, ai ragazzi di NPR, l’idea di seguire un rugby femminile ancora quasi dimenticato? Era successo allo Snow Rugby di Tarvisio (dove ci si affronta con l’ovale sulla neve) quando, chiacchierando con il fotografo Sebastiano Pessina, che si stava in quel periodo occupando degli scatti degli Azzurri in vista del 6 Nazioni, Amodeo & Co. pensarono: “Ma perché per la maschile tutta questa attenzione e per le ragazze niente?”.

Era il 6 Nazioni 2014, il rugby femminile in Italia non riceveva ancora tutta l’attenzione che avrebbe meritato e appassionati di rugby e comunicazione come Macor, Valerio Amodeo, Enrico Turello, Lorenzo Bruno, Lorenzo Cirri, Lorenzo Bruno e Giancarlo Stocco si lanciarono nell’avventura di realizzare e commentare le riprese in diretta degli incontri delle Azzurre. Così capitava loro di partire con un pullmino da Udine per Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, dove si giocò un’Italia-Scozia, il 22 febbraio 2014), arrivare laggiù e trovarsi come postazione per impianti e telecronaca dei tavolini da bar con un ombrellone nel mezzo. È anche successo, a Valerio, di partire da Roma per Rovato (BS), per commentare un’Italia-Inghilterra del 14 marzo 2014, dopo che, il giorno prima, era nata sua figlia Claudia.

Questo tuffo in un passato recente che il magnifico e fresco secondo posto al 6 Nazioni sembra aver sparato lontano anni luce, con il link di Vanity Fair e il post di Davide Macor a rappresentare una specie di paradosso spazio-temporale, mi ha fatto incuriosire su quel che si trova lungo il percorso di questo rugby femminile tricolore, sul terreno dove le ragazze ovali di oggi piantano le loro radici e crescono.

Così, ben prima di arrivare agli aneddoti legati alle avventurose trasmissioni video e audio del 2014, il tuffo è in una Nazionale femminile che si pagava le trasferte di tasca propria e che, per dividere i costi tra più persone, riempiva i posti vuoti sul pullman con parenti e amici, una Nazionale femminile che non aveva i vestiti “di rappresentanza” dalla Federazione e che, per partecipare ai terzi tempi formali, vedeva le ragazze prestarsi a vicenda gli abiti eleganti. Erano rugbywomen che venivano viste quasi come dei fenomeni da baraccone, impegnate in uno sport considerato così poco femminile, che venivano prese in giro, che non avevano niente se non la loro enorme passione ed una fortissima testardaggine.

Ecco, io credo che la parola chiave del rugby femminile in Italia, ciò che ha portato quest’anno le Azzurre al secondo posto nel 6 Nazioni e al sesto posto nel ranking mondiale, sia proprio “testardaggine”: è la testardaggine, intesa come passione, mancanza di paura, insistenza nel fare quel che si ama e superamento delle difficoltà, che permette ad una ragazzina di iniziare a giocare a rugby in Italia e di continuare a farlo e sempre meglio.

Di sicuro questa dote non è mai mancata a Maria Cristina Tonna, oggi responsabile federale dell’attività femminile e, da sempre, donna di rugby: giocatrice, allenatrice, promotrice instancabile dell’ovale per e tra le ragazze. In Italia, il suo nome oggi è praticamente sinonimo di “rugby femminile” ma i suoi inizi e il suo percorso sono del tutto simili a quelli di tantissime ragazzine che iniziano a giocare a rugby e ce la mettono tutta per continuare a farlo: “Nel 1982, a 13 anni, vidi la mia prima partita dal vivo di rugby (di minirugby, per la precisione) e, da subito, rimasi affascinata dal senso di libertà che mi trasmetteva l’immagine di quei bambini e bambine (ben due!) che correvano felici con la palla in mano. Il giorno dopo andai al campo di Ostia con i miei due fratelli per un allenamento di prova e, 37 anni dopo quel giorno, sono ancora qui, anche se, per una ragazzina, non era proprio sempre accogliente il mondo ovale: a volte gli stessi maschietti erano diffidenti nell’avermi in squadra e devo ringraziare gli allenatori dell’epoca per avermi permesso comunque di allenarmi, giocare e di non perdere il mio entusiasmo”.

Come per tutte le bambine che iniziano a giocare a rugby, l’uscita dalle categorie del minirugby è stata un problema anche per Maria Cristina: “A 14 anni, non essendoci alcuna categoria femminile juniores, mi ritrovai a giocare con una squadra seniores, l’allora Ceccherelli Roma, divenuto poi, di lì a poco, Villa Pamphili: gli allenamenti li alternavo, a volte con le ragazze a Roma, a volte con i ragazzi a Ostia, dove vivevo. La mattina uscivo da casa per andare a scuola sulla Via Ardeatina, poi andavo ad allenarmi a Villa Pamphili, mangiando un panino sul bus. I primi tempi non potevamo fare neanche la doccia e spesso rientravo a casa mezza infangata, dopo aver preso vari autobus ed il treno per Ostia”.

Ecco, insieme a “testardaggine”, l’altra parola che associo subito alle rugbygirls è “fango”: una cosa vista come così poco femminile, sporca, brutta, ma che, sui corpi e sui volti delle ragazze ovali diventa un bellissimo segno della lotta e della passione, del voler fare qualcosa che si ama tanto nonostante le difficoltà.

Il grandissimo risultato nel 6 Nazioni appena concluso è figlio di un enorme lavoro di diffusione, crescita e formazione, di una strategia e di un progetto in continuo sviluppo ed evoluzione le cui solide radici, però, sono e devono rimanere sempre piantate in un terreno fatto di trasferte a spese proprie, telecronache pionieristiche, ore di autobus e treni macinate senza potersi fare una doccia, sfidando gli sguardi di chi non capisce una ragazza sporca di fango. Forse è questa la prossima e più grande sfida che si troverà ad affrontare l’ovale femminile azzurro, proiettato in alto ma la cui forza è rappresentata dalle sue temprate radici.

“Di questo 6 Nazioni mi rimarrà addosso l’energia positiva sprigionata da una squadra fiera di aver raggiunto un altro importante obiettivo, e i sorrisi e gli abbracci delle piccolissime ruggers che abbiamo coinvolto in tutte le città dove abbiamo giocato, perché in ogni cosa della vita è l’amore che ci metti che fa la differenza!”. (Maria Cristina Tonna)

“Radici e ali. Ma che le ali mettano radici e le radici volino”.
(Juan Ramón Jiménez)

(Per la foto ringrazio tantissimo Ettore Griffoni / LivePhotoSport)

Rugby and more: infine, lo gnocco del 6N 2019!

La pregiatissima giuria che ha già votato i più bei figlioli della prima giornata del 6 Nazioni 2019 (qui) e diramato le convocazioni nientemeno che per gli gnocchi di ogni tempo (qui) ha, infine, assolto anche al compito per cui era del tutto spontaneamente nata, sette settimane fa, la chat di whatsapp che, dopo 4.300 messaggi, ha ora decretato i giocatori più affascinanti del torneo appena concluso ed eletto il loro re.

Siccome ci teniamo sempre anche all’aspetto didattico e di diffusione del rugby, le convocazioni stavolta sono state suddivise in “avanti” e “trequarti”, di modo che, anche chi non mastica molta palla ovale, possa prendere confidenza con questa distinzione tra i primi otto uomini e gli altri sette, ricordando anche che a rugby si gioca in quindici. Nelle convocazioni “All time and all stars” avevamo esplicitato tutti i ruoli con i relativi numeri di maglia e siamo molto orgogliose delle nostre dispense anche didattiche e non solo estetiche ed ormonali!

Quindi, chi è il re?

… Rullo di tamburi…

“The Gnocco of the 6 Nations 2019” is… …

YOHANN HUGET (FRA)!!! Dunque, un “roi”: il suo fascino franco-brasiliano ha sbaragliato i pur quotatissimi e dotatissimi avversari!

 

E gli altri contendenti al titolo, quelli che hanno ricevuto più nomination durante le cinque giornate del torneo? Eccoli, con anche alcuni “extra”! Traduzione: leggete fino alla fine.

AVANTI (la mischia):

  • ALLAN “lo abbiamo puntato dalla prima partita” DELL (SCO) DELL
  • JONNY “che famigliola” GREY (SCO) Jonny Grey
  • ALUN WYN “The Captain” JONES (WAL) Alun wyn jones
  • GEORGE “l’orecchio glielo perdoniamo” KRUIS (ENG) George_Kruis_3419833b-e1461163636355
  • COURTNEY LAWS (ENG) lawes
  • STUART MCINALLY (SCO) Mcinally
  • JOSH “come stanno bene i bicipiti con le treccine” NAVIDI (WAL) NAVIDI
  • LOUIS “bello da decenni” PICAMOLES (FRA) PICAMOLES
  • SEBASTIEN VAHAAMAHINA (FRA) sebastien-vahaamahina

TREQUARTI (gli altri):

  • DAN “caramello salato” BIGGAR (WAL)BIGGAR
  • TOMMASO CASTELLO (ITA) CASTELLO
  • ELLIOT DALY (ENG) DALY
  • CHRIS “un uomo e il suo ciuffo” HARRIS (SCO) HARRIS
  • ROBBIE HENSHAW (IRE) HENSHAW
  • ROB “che dire?” KEARNEY (IRE) Kearney
  • MAXIME “da anni una certezza” MEDARD (FRA) MEDARD
  • CONOR MURRAY (IRE) MURRAY
  • HENRY SLADE (ENG) SLADE

 

Ma non abbiamo ancora finito: abbiamo anche un convocato “honoris causa”, una terna arbitrale e due commentatori tv!

Convocato “ad honorem” (era nella rosa gallese per il torneo ma non è riuscito a rientrare dal suo infortunio): LEIGHT “mezzamonetina” HALFPENNY (WAL) Halfpenny

Terna arbitrale:

  • BEN O’KEEFFE (NZL) Ben-O_Keeffe-800.jpg
  • LUKE PEARCE (WAL)                          PEARCE REF.jpg
  • NIGEL “lo amiamo tutte spudoratamente” OWENS (WAL) Nigel

TV (abbiamo pensato a tutto!):

  • DANIELE PIERVINCENZI (ITA – DMAX) PIERVI
  • SIR JONNY “riusciamo a metterlo anche qui” WILKINSON (ENG – ITV) jonny

 

Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza, come principale punto di partenza, parte del vecchio gruppo delle Camioniste di rugby.it, un’esperienza ovale, umana e sociale realmente pazzesca che, quindici anni dopo la sua nascita, fa ancora sì che si mantengano amicizie e legami, in barba a tempo, vicende e distanze. Grazie dunque alle Camioniste e alle altre amiche che hanno fatto parte della chat, diventate senza dubbio Camioniste ad honorem!

La giuria: Emy (ovvero io), Paola x 2 (nel senso che sono due Paole), Franca, Roberta, Cinzia, Chiara x 2 (come sopra), Ony, Giorgia ed Elena, con la partecipazione della piccola Matilde.

“Il rugby è un gioco primario: portare una palla nel cuore del territorio nemico. Ma è fondato su un principio assurdo, e meravigliosamente perverso: la palla la puoi passare solo all’indietro. Ne viene fuori un movimento paradossale, un continuo fare e disfare, con quella palla che vola continuamente all’indietro ma come una mosca chiusa in un treno in corsa: a furia di volare all’indietro arriva comunque alla stazione finale: un assurdo spettacolare.” (Alessandro Baricco)

Italia-Francia: non vincere…

Qualche giorno fa mi chiedevo (qui) se battere la peggior Francia del millennio e conquistare all’ultima giornata del 6 Nazioni 2019 una vittoria nel torneo, dopo ventuno sconfitte di seguito, sarebbe stato un bene per l’Italrugby. Il problema mi è stato tolto dagli Azzurri stessi, capaci di perdere una partita che andava solo vinta, contro un avversario imbarazzante che ben difficilmente ci ricapiterà mai tanto disastrato, in 80 minuti inguardabili, commettendo errori imperdonabili ed anche incredibili.

Italia-Francia, grigia come il cielo di Roma, è finita 14-25. L’Italia, con più possesso e più occasioni, ha perso senza prendere neanche un bonus e chiudendo quindi a zero il suo 6 Nazioni: cucchiaio di legno e whitewash, un’altra volta.

Quindi, come si possono ascoltare gli ormai sempre più vuoti “stiamo crescendo”? Che uno magari per un po’ ci crede anche, porta pazienza (virtù che certo non manca, insieme ad un evidente masochismo, agli appassionati italici di palla ovale), ma poi arriva anche il momento in cui il disco va cambiato, perché ormai il commento più gentile agli “stiamo crescendo” è “e meno male…”, mentre gli altri sono irriferibili.

Si è perso dunque e, mentre a Roma si scuote la testa dicendo “non capisco come abbiamo perso”, a Parigi ci si chiede come diavolo sia stato possibile vincere non facendo quasi niente: “da che punto guardi il mondo tutto dipende” (cit.).

E ora? Il programma dice che, da metà settembre a inizio novembre, in Giappone c’è la RWC 2019, dove gli Azzurri, mai andati oltre il primo turno, sono attesi da un girone dantesco più che eliminatorio: Italia, Canada e Namibia con… Nuova Zelanda e Sudafrica. Quante ne passano? Ovviamente, due. Iniziare ad augurare fin da ora cospicui malesseri “influenzali” agli Springboks forse dovrebbe essere parte integrante della preparazione azzurra all’impegno, giusto per poterci almeno provare.

Dopo lo scempio di Italia-Francia, l’ultima giornata del 6 Nazioni ha rifatto gli occhi e il cuore a tutti con Galles-Irlanda e Inghilterra-Scozia: i Dragoni, guidati dal sempre più immenso Capitano Alun Wyn Jones, che ha iniziato la partita mettendo la sua felpa ad un intirizzito bambino durante gli inni nazionali, hanno triturato l’Irlanda (25-7) e portato a casa trofeo e grande slam (5 vittorie su 5), gli scozzesi (quelli del mai abbastanza ricordato e citato “sì ma la Scozia cosa porta?”), fino a pochi anni fa “la Scozia la battiamo”, sono usciti da Twickenham con un mostruoso 38-38 (da 31-0 per gli inglesi) e la Calcutta Cup sottobraccio.

Noi dove siamo stati, mentre la Scozia che battevamo è diventata quel che è ora? E dove siamo ora? In un posto che non è Glasgow, diciamo (altra cit.)!

Purtroppo, si è confermata in pieno la sensazione che già aleggiava quando il torneo stava per iniziare (qui): un 5+1 Nazioni, con un’Italia che, come se non bastasse già tutto il resto, sembra diventata incapace di vincere anche quando potrebbe farlo.

Facciamo che magari sia ora di iniziare a cambiare sul serio qualcosa, dalla base fino alla punta?

Chiudo con una mia opinione, che so mi attirerà gli strali di chi “il Capitano non si tocca”: se fossi in Parisse, il titolo di Man of the Match di ieri mi avrebbe offeso. Per i giusti riconoscimenti alla carriera ci sarà tempo, ma un MoM al termine di una delle sue non certo migliori partite e con la sua squadra sconfitta non lo trovo per niente “un bel regalo”.

Un pensiero allo sfortunatissimo Leo Ghiraldini, la cui ultima partita in carriera al 6N è finita troppo presto e troppo male e, quasi sicuramente, gli toglie anche l’ultimo Mondiale.

Ed un pensiero, naturalmente, ad un altro degli uomini in campo ieri e che a Roma ha anche lui salutato il 6 Nazioni: il mio adorato Nigel Owens, la cui classe 1971, purtroppo, è implacabile anche per il più bravo, carismatico e amato arbitro di rugby del millennio. Non consiglierò mai abbastanza a chiunque di leggere “Half Time”, la sua straordinaria autobiografia!

“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede”. (Lao Tse)

Italia-Francia: vincere… o non vincere…?

Domanda retorica, certo, quella del titolo: la risposta, naturalmente, è “vincere!”. Anche perché una Francia tanto malmessa, e con il plus di affrontarla a Roma, non ricapiterà probabilmente a breve. Si potrà gioire di una vittoria, la prima dopo ventuno sconfitte di seguito nel 6 Nazioni, contro dei “cugini” mai così smarriti e in difficoltà di gioco e risultati? Eccome! Perché chi scende in campo e ci mette sempre la faccia e prende botte la meriterebbe, così come i tifosi, sminuzzati e umiliati da sconfitte, fegato gonfio ed infelici commenti del resto del mondo e di chi li circonda (“ah… ma tanto l’Italia del rugby perde sempre!”).

Idealmente, una vittoria segna un gradino, un passo, un avanzamento lungo un cammino, che sia in salita o in piano. Quello dell’Italrugby e di chi la segue e la sorregge, cioè i tifosi ma anche tutta la famosa “base”, è una salita tipo una discesa libera fatta al contrario, come al rovescio sembra essere pensato questo cammino, con il continuo tentativo di costruire una piramide partendo dalla punta. Sta su e cresce? Ovviamente, no.

E così, da “n” anni a questa parte, assistiamo di tanto in tanto a qualche vittoria Azzurra, con gioia sacrosanta, come scritto qualche riga fa, per chi va in campo e per chi si fa il sangue amaro da tifoso, ma mai con la percezione del gradino, del passo, del cammino di cui sopra.

Questo, oltre a rendere la vittoria una sorta di inutile “casualità”, riesce a diventare persino un danno, ed è una sensazione tristissima: passata la gioia da giro di campo, si dissolve come una nuvola di fumo. Ancora peggio, la vittoria “una tantum” diventa un paravento, che nasconda tutte le sconfitte passate ed anche alcune future (dopotutto, fa ripartire da zero il conteggio).

Qui esce fuori il Grinch che è in me: il rugby italiano non sta bene e, quando capita una vittoria “spot” che diventa “visto? Va tutto bene!”, finisco quasi per maledire la vittoria, e non va bene, perché una vittoria deve essere sempre e solo una cosa bella.

Cosa è rimasto della vittoria (novembre 2016) contro il peggior Sudafrica del decennio e oltre, seguita nel giro di una settimana da una sconfitta nell’unica partita del trittico che “avrebbe dovuto” essere una vittoria e che avrebbe sì dato l’idea di un passo in avanti? Cosa è rimasto dell’ultima vittoria dell’Italia al 6 Nazioni (in Scozia, 28 febbraio 2015), seguita, ad oggi, da ventuno sconfitte di seguito nel torneo?

Dati dal web: ad una giornata dalla fine del torneo 2019, siamo a 99 partite, con 86 sconfitte, 12 vittorie e un pareggio. La percentuale di vittorie è 12,01%. I numeri hanno il crudele dono di essere spietati e diventano dei veri coltelli affilati se si pensa che quasi un quarto di queste sconfitte sono la striscia negativa attuale, cioè quando sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso: fa male tantissimo.

Festeggiamo una vittoria, se arriverà, prendiamo anche un po’ in giro i francesi, che se lo chiamano con la calamita, godiamoci il giro di campo e la festa, perché ce lo meritiamo, fosse anche solo per i litri di bile che accumuliamo nel nostro rugby di ogni giorno sui campi più o meno di provincia e che, sommata a quella per la Nazionale, riempie ormai delle cisterne intere ma, per favore, niente gatti venduti per leoni: un bel gatto che cresce e con il quale cresciamo tutti insieme lo capiamo e lo aspettiamo e per la bile ci compriamo anche dei serbatoi, ma un finto leone con la criniera posticcia ormai lo sappiamo riconoscere e tentare di vendercelo per vero ci fa anche incazzare parecchio!

Chi vincerà, tra Azzurro incerto e Bleu sbiadito? A Pantone e campo l’ardua sentenza.

6 Nazioni, giornata 3: mix-and-match

6 Nazioni 2019, giornata 3, Italia-Irlanda all’Olimpico di Roma (16-26).

Mix-and-match dal desk dell’area media e dalla tribuna stampa dello stadio:

  1. Sono sbarcati i giapponesi!!!! Si palesa al desk un ragazzo (italiano) visibilmente poco esperto del luogo e delle modalità stampa della giornata: ci chiede informazioni sui tempi e gli orari e gli interessa la mixed zone, dove si fanno le interviste al volo ai giocatori quando escono dagli spogliatoi dopo essersi cambiati a fine partita. Gli diamo tutte le info, lui si gira e inizia, in un giapponese che ci ha lasciate tutte di stucco per musicalità, a tradurre le informazioni per un ragazzino che sembrava uscito da un cartone animato giappo e ad un uomo, sempre giapponese, brizzolato ma con i capelli tinti di viola, che somigliava pari pari ad un personaggio dei film di Miyazaki: ascoltavo incantata l’interprete e non riuscivo a smettere di guardare questo strepitoso tizio! Erano di una tv nipponica, ovviamente: RWC 2019 is in the air!
  2. Poco dopo il fischio finale vado al bagno delle signore (cit.) dell’area media e lo trovo letteralmente invaso di signore e signorine Irish che si tirano a lucido, contendendosi gli specchi ed evitando di calpestare le trousse di variegate attrezzature da trucco e parrucco, raggiungendo il livello di stucco e cazzuola! Cena di gala was in the air (and so much lacca was in the air too!)!
  3. Dopo essere andata in un altro bagno delle signore, ho ritrovato al desk il giapponesino che, forse non convinto delle spiegazioni precedenti, era tornato a chiedere conferma, coraggiosamente in inglese e senza l’interprete, dove fosse la mixed zone e a che ora aprisse: l’ho accompagnato, gli ho fatto vedere la porta e spiegato quando avrebbe aperto. Mi ha detto di aver capito e ringraziato per un minuto di seguito: chissà se poi ‘ste interviste flash per i tifosi del sol levante sono davvero riusciti a farle!
  4. Mi sono trovata davanti l’arbitro Tomò diventato biondo, e gli dona anche!
  5. Alla faccia delle Irish che hanno invaso il bagno per il restauro pesante, la mia collega volontaria Viola registra dei tutorial di trucco rapido e senza specchio: la classe delle donne intraprendenti!
  6. Quando, mentre stavo dando informazioni in inglese ad un giornalista, ho visto avvicinarsi il mitico Ian, Aussie da decenni in Italia che, tra le altre cose, insegna inglese, mi sono istantaneamente sentita come se fossi tornata a scuola: “Ian, meno male che non mi hai sentito parlare inglese, se no mi davi subito della capra!” – “Ah, parlavi inglese? Non mi sembrava!” (simpatico!!!) – “Comunque, in inglese non si usa goat, ma donkey!”. Grazie Ian!
  7. I giornalisti hanno applaudito O’Shea e Ghiraldini quando sono entrati in sala stampa per la conferenza di rito del dopo partita. Bello, spontaneo e sanguigno, ma anche amaramente sintomatico di quanto agli appassionati e ai tifosi italici manchino ormai non solo le vittorie ma anche delle belle quasi-vittorie. Un punto di ripartenza? Difficile, viste le partite mancanti e il palese divario complessivo rispetto alle altre cinque squadre ma, dopo troppe sconfitte assai fosche, ad oggi qualche altra “sconfitta onorevole”, che nessuno pensava mai di poter rimpiangere, farebbe già un gran bene.
  8. Lo stadio vuoto al mattino mi mette sempre i brividi, così come Ireland’s Call.
  9. Giustamente, si è parlato tanto della semplicemente strepitosa Nazionale femminile, vittoriosa di misura sulle Irish e in piena corsa per poter vincere il 6 Nazioni: women do it better! Hashtag donneintraprendenti e donnevincenti.

Il rumore di chi non c’è

38.700: è questo il numero che fa più rumore, dopo Italia-Galles, seconda giornata del 6 Nazioni 2019. Un numero di cui si parla molto di più rispetto al punteggio, di solito tema centrale di una partita di qualsiasi sport.

Italia-Galles è finita 15-26 e, all’Olimpico di Roma, gli spettatori sono stati 38.700, di cui circa 5.000 gallesi, calati nella Capitale per un week end di dolce vita e dolce clima: è il dato di pubblico più basso da quando l’Italia del rugby ha iniziato a giocare in questo stadio, nel 2012. Da allora, troppe sconfitte: c’è poco da fare.

La fine di quello che era stato definito, a ragione, come “miracolo”, cioè il grande seguito della Nazionale ovale nonostante i non esaltanti risultati, si era vista già a novembre durante i test match, con numeri di pubblico in calo e con l’atmosfera, oltre al risultato, di ITA-NZL.

Il 6 Nazioni è un grande evento sportivo, che investe in egual misura l’aspetto sportivo e quello di marketing, ancora di più in Italia, dove l’ovale nazionale, inteso come campionati e squadre, è del tutto ignoto ai più: una volta l’anno, su qualche giornale e sito non specializzato e in alcuni spot pubblicitari, spuntano nozioni ed immagini di rugby, con il trionfale annuncio degli “Azzurri in campo nel 6 Nazioni” e relativo corollario di terzo tempo, birra, tutti amici, etc etc.

Benissimo. Ma… “tanto l’Italia non vince mai!” sentito da colleghi, amici, tassisti, parenti e conoscenti è un qualcosa che tutti conosciamo fin troppo bene.

Il 6 Nazioni diventa dunque un’arma a doppio taglio: si vende come evento di grande rilievo, quale è, ma questo fa anche sì che, in quanto unica “cosa” di rugby che esce dalla ristretta cerchia di praticanti e appassionati abituali, un pubblico più vasto ne senta parlare ma, quello di cui sente parlare durante quel mese e mezzo ogni anno, sono tante sconfitte.

E così, alla fine, è successo: solo 38.700 persone, circa 33.700 al netto dei gallesi in trasferta. Perché sì il terzo tempo, la festa, le foto con i tifosi avversari tutti colorati e pittoreschi, il week end a Roma e tutto quanto, ma uno che va allo stadio vorrebbe anche veder vincere. Anzi, ci va se spera di poter vedere vincere. Soprattutto se è uno spettatore occasionale, uno che non segue il rugby con costanza ma passa con piacere un pomeriggio allo stadio, a vedere qualcosa che non sia calcio, quando c’è il 6 Nazioni.

Ecco, qui si è rotto il giocattolo, insieme al miracolo: tanta gente ha perso le speranze di vedere l’Italia vincere, ha imparato a dare per scontato che l’Italia perderà. E se ne sta a casa.

L’erosione ha infine raggiunto anche la pazienza e la passione di chi il rugby lo vive tutto l’anno e tutta la vita e, così, anche tantissimi che non avevano e non avrebbero mai mancato l’appuntamento, si guardano le partite dell’Italia in tv, comodi, gratis e incazzandosi magari un filino meno. E questa è la cosa veramente drammatica.

Il Flaminio era diventato piccolo, ma l’Olimpico ora è diventato enorme.

Tutto questo non è aiutato, come viene sempre più messo in evidenza, neanche dall’impianto: lo stadio ha la pista per l’atletica e le curve che si sviluppano “in orizzontale”, lontanissime dal campo. Insomma, la visuale non è ideale e arriva fino ad essere pessima in curva.

Citatissimi, come altro fattore importante nella questione dei 38.700 spettatori, sono i prezzi dei biglietti: vedere l’Italia del rugby non è economico e i prezzi sembrano inevitabilmente diventare giganteschi con il peso delle sconfitte, e con i problemi di visuale di cui sopra.

Nelle altre cinque nazioni i biglietti costano, a dire il vero, assai di più, ma gli stadi sono migliori, alcuni sono dei veri templi del rugby (insomma, dei Maracanà dell’ovale) e lì si può contare su delle fondamenta di tradizione, diffusione e organicità (intesa come il percepire un rugby nazionale nel suo “tutto”) ben diverse e su una percezione completamente diversa dell’evento-partita di rugby. Chi non ha mai detto o non ha mai sentito dire “vorrei tanto andare a vedere una partita in Galles o in Irlanda o in Scozia, ma non contro l’Italia!” oppure “voglio andare a Twickenham!”?

Che fare? La tradizione si costruisce in decenni e secoli, ma le vittorie, con cui si fa anche la tradizione, vanno costruite giorno dopo giorno e partendo da assai lontano dal prato e dal terzo tempo dell’Olimpico.

Il rugby da noi è di fatto uno sport minore, mentre il 6 Nazioni è un torneo maggiore, nato per quattro, diventato per cinque e poi allargato a sei. Mai come quest’anno, ci sembra di guardare un 5+1 Nazioni, e fa malissimo: 30.000 seggiolini vuoti lo gridano forte.

Le donne sono convinte che partorire sia il dolore più intenso solo perché non hanno mai visto perdere la loro squadra nel Sei Nazioni. (Detto inglese)

Rugby and more: gnocchi in salsa… 6 Nazioni!

WARNING: il contenuto di queste righe è assai poco tecnico e molto estetico.

Con l’approssimarsi del primo week end del 6 Nazioni 2019, tra chiacchiere e qualche post è uscita fuori in tutta semplicità l’idea di rimettere in qualche modo in piedi il mood “camioniste”, cioè il genuino apprezzamento, da parte di donne appassionate di rugby, anche di una parte meno tecnica delle partite ovali, ovvero, sintetizzando, lo gnocco.

Insomma, sui campi da rugby bei figlioli e fisici notevoli abbondano e, naturalmente, più alto è il livello e più è comune poter ammirare aitanti e baldi giovani simili quasi a delle statue e strabordanti di appeal virile.

Dunque, una parte delle vecchie Camioniste di rugby.it, eccezionale esperienza umana e sociologica che in futuro meriterà certamente uno spazio dedicato in questo blog, insieme ad altre amiche conosciute negli anni sempre grazie al rugby, sono state chiamate a raccolta in una chat di gruppo su whatsapp, inaugurata giusto giusto venerdì 1 febbraio, per l’inizio del torneo. Titolo della chat: TGM, ovvero The Gnocco of the Match. Immagine del gruppo: un muscoloso torace di rugbyman (per la cronaca, appartenente al tallonatore sudafricano Craig Burden), senza la testa, solo il torso e i pantaloncini.

Quello che segue è il frutto di qualcosa come 1.134 messaggi in chat in 48 ore!

FRANCIA-GALLES (19-24) (primo tempo 13-0). I Galletti, per tradizione, dal punto di vista estetico hanno sempre dato grandi soddisfazioni: mica per niente sono gli inventori del calendario dei Dieux du Stade! Le nuove leve, purtroppo, non sono all’altezza di chi li ha preceduti ma, per fortuna, tra i Bleus resistono ancora alcuni nati negli anni ’80 capaci di ispirare notevoli pensieri tra le signore: MAXIME MÉDARD, classe 1986, affascinante sia in versione Wolverine che senza basettone, YOANN HUGET, classe 1987, sangue francese e brasiliano e ispirazioni di fontane di cioccolato, e LOUIS PICAMOLES, statua greca col numero 8 sulle spalle, classe 1986. Tra i Galletti ha attirato parecchio l’attenzione anche il fascino esotico (francese della Nuova Caledonia) del gigantesco seconda linea Sébastien Vahaamahina: molto più facile farci pensieri impuri che ricordarsi come si chiama! I Dragoni, invece, per tradizione non sono proprio bellissimi, diciamo, però, da quando hanno portato il mondo a conoscenza dell’esistenza di Leigh Halfpenny (anche detto “Mezzamonetina”), meritano sempre di essere osservati con attenzione ed infatti, a vincere, nelle segnalazioni di apertura di questo 6 Nazioni, sono stati DAN BIGGAR, che ha suscitato desideri di ricopertura con caramello salato (sempre che resti fermo, perché se si muove come quando calcia, non si riesce a centrarlo e il caramello finisce per terra) ed il primo classificato assoluto della votazione, JOSH NAVIDI, con tutti i suoi testosteronici dreadlocks al vento e il suo notevolissimo… naso.

SCOZIA-ITALIA (33-20) (primo tempo 33-3). Contro ogni previsione, qui la votazione l’ha stravinta… l’arbitro! Il Sig. LUKE PEIRCE, gallese, anni 31, all’esordio nel 6 Nazioni si è subito imposto nel panorama dello gnocco ovale! Alle spalle del direttore di gara, molto votato il pilone scozzese ALLAN DELL: archiviate, ma non senza un po’ di nostalgia, le prime linee de panza e sostanza, qui ci siamo trovate davanti una specie di bronzo di Riace con un bicipite grande quanto tutta Edimburgo ed un faccino da attore di soap opera. Subentrato dalla panchina ma, non per questo, sfuggito ai nostri attentisismi occhi, il numero 23 Scottish CHRIS HARRIS, un centro che porta a spasso sul campo il suo importante ciuffo e tutto il bendiddio che madre natura gli ha dato. P.s. A proposito di grandi (molto grandi) doni di madre natura, Sean Lamont resta sempre nei nostri cuori, quando si parla di Scozia! Languono, come il gioco visto in campo, le nomination azzurre, con una citazione solo per il massiccio centro genovese TOMMASO CASTELLO. Un plebiscito, invece, per un italico maschio non in campo ma in studio: DANIELE PIERVINCENZI, solida certezza di gnocco ben condito da assaporare davanti alla tv.

IRLANDA-INGHILTERRA (20-32) (primo tempo 10-17). Nella partita principale di giornata, e più attesa del torneo, ha fatto faville, in campo ed anche nella votazione ormonale, il numero 13 inglese HENRY SLADE, seguito dal suo estremo ELLIOT DALY, un altro rosso che, insieme al principe Harry e a Michael Fassbender, fa schizzare a un milione le quotazioni dei maschi “ginger”. Il premio per l’ormone di mischia lo vince a mani basse il numero 5 inglese GEORGE KRUIS, un altro bronzo di Riace finito a spingere infilando la testa dove nessuno vorrebbe metterla. Ai nostri lestissimi occhi non è sfuggito neanche il seconda linea di ricambio COURTNEY LAWES, in tutti i suoi 201 cm di esotica gnoccaggine. Sotto tono, sia in campo che nello gnocco-meter, i verdi d’Irlanda, forse abbattuti anche dal colore (“chi di verde si veste della sua beltà troppo si fida”, dice un vecchio detto), non hanno suscitato grosse impennate ormonali tra la giuria, ma sono stati comunque meritatamente nominati l’estremo ROBBIE HENSHAW e il numero 9 CONOR MURRAY, discreti assaggi di gnocco al trifoglio.

Come Sir Jonny wilkinson, comunque, non ne fanno più: giudizio unanime!

Per avere energie a sufficienza per concentrarsi così tanto, l’esimia giuria, dislocata geograficamente dalla Norvegia a Palermo ed anagraficamente dai 10 ai 60 anni, ha magnato come se non ci fosse un domani, tutto rigorosamente macrobiotico: bigoli al ragù alla barbera, risotto con crema di formaggi e piselli, pasticcio di carne, arrosto, gnocchi tonno e paprika, spaghi vongole e bottarga, goulash, pizza bianca e mortazza, paté di tonno e ricciola home made e financo bastoncini Findus.

A fine torneo, rigorosamente di giovedì, verrà stilato il 15 ideale del 6 Nazioni 2019, perché “Siamo camioniste mica per caso ma per naso!” (Cit.)

P.s. “Sotto i nostri nasi ci sono cuori che battono davvero per il rugby: quello sano, buono, vero”. (Cit.)

P.p.s. “La gnoccaggine è come la fortuna: cecata”. (Cit.)

Pensieri e pronostici di 6 Nazioni

Riprendo le righe che avevo scritto a inizio gennaio e le rinfresco, visto che siamo arrivati alla settimana 28 gennaio-3 febbraio sulla cui pagina del mio planner mi ero segnata, fin dal momento dell’acquisto, quanto visibile nella foto: “INIZIO 6N!” (e ben evidenziato!).

Come avevo già scritto tempo fa e riportato anche in questo blog (qui: Partiamo dal 6 Nazioni…), per un appassionato di rugby il mese e mezzo del 6 Nazioni è un periodo unico e sacro, un enorme divano condiviso dove guardare le partite, commentarle, chiacchierarne, sentirsi tutti vicini anche se si è lontani.

Personalmente, neanche la RWC mi piace e mi emoziona quanto il 6 Nazioni: il mese mondiale è bellissimo, certo, ma non è la stessa cosa. E’ più dispersivo, i fusi orari possono essere complicati e il fascino non è lo stesso.

Dal 2012 al 2018 non mi sono persa neppure una partita all’Olimpico, tutte da volontaria ai media, a partire dall’ITA-ENG con la neve, prima partita in assoluto in quello stadio. Nonostante questo, la prima immagine che mi viene in mente se penso al 6N è quella del divano. Al calduccio in casa, davanti alla tv, tazza di the (ovvimente la mug di Nigel Owens!), patatine 1936, fetta di pandoro comprato tardivamente apposta per il the (esiste qualcosa di più buono da gustarsi con una tazza fumante?), divano, gatti, relax, tv accesa sulle partite del torneo e smartphone in mano per commenti live su social e chat, come se fossimo tutti seduti sullo stesso divano.

Una cosa particolare credo sia il fatto che questo sentire, questo essere “avvolti” dal 6 Nazioni che fa sì, tra le altre cose, gli appassionati organizzino i week end in cui si gioca in base alle partite ed agli orari delle stesse, sia del tutto indipendente dalle prestazioni dell’Italia. Realismo? Rassegnazione? Forse per alcuni sì ma, per la maggior parte di noi, credo si tratti “semplicemente” di passione: la passione per il rugby, che va oltre a tutto il resto.

Se qualcosa è cambiato con ITA-NZL di novembre (ne avevo scritto qui: ITALIA-NUOVA ZELANDA… qualcosa è cambiato), è difficile pensare che il 6N che sta ormai per iniziare non si porterà dietro, per l’Italia e i suoi fin troppo pazienti ed innamorati tifosi, un fardello pesante. Dopo quel punto di rottura, il rugby italico e i suoi appassionati non hanno avuto nè buone notizie nè rosee speranze: numeri impietosi, problemi sempre più evidenti, dichiarazioni un po’… come dire… ecco… (chi le ha sentite o lette lo sa e può definirle a suo gusto).

Per questi motivi, mi sembra che tiri un’aria un po’ diversa dal solito anche nell’attesa del 6 Nazioni 2019. C’è bisogno come il pane di vittorie ma, probabilmente, già intravedere dei veri ed incoraggianti passi avanti (ma non degli episodi palesemente sporadici) sarebbe per i tifosi un grande regalo.

Questo sentire è reso ancora più forte dall’inevitabile confronto con le altre cinque squadre che giocano il torneo: al di là di tradizione, seguito e tutto quanto, la cosa che ammazza l’appassionato italico è il vedere come gli altri vadano avanti e noi, purtroppo, no. Il lavoro strepitoso fatto dalla Scozia e le meraviglie che sta riuscendo a fare l’Irlanda ci fanno sentire minuscoli e lontanissimi. Sapere, per esperienza, che le avversarie, anche quando sembrano uccise da annate difficilissime (citofonare Francia ed Inghilterra), si riprenderanno e ricominceranno a correre dopo aver aggiustato quel che non va, ci fa sentire oggi quasi soli.

Pronostici? Non è facilissimo farne, perchè si tratta del 6 Nazioni dell’anno della RWC e le squadre che puntano a fare strada nel mondiale potrebbero giocare il 6 Nazioni “al risparmio” per quanto riguarda i giocatori di maggiore qualità, approfittando al contempo del torneo per dare spazio a nuovi nomi da testare. L’Italia, purtroppo, non ha questi problemi e questo potrebbe, sulla carta, consentire agli Azzurri di avere a che fare con partite più abbordabili (o meno proibitive), magari anche contro la mostruosa Irlanda (che alla RWC andrà da seconda nel ranking e in cerca di una storica vittoria). Il rovescio della medaglia è che i nuovi giocatori convocati dalle varie nazionali, in lotta per mettersi in mostra per cercare di strappare una maglia per la RWC, scenderanno di sicuro in campo con il coltello tra i denti.

Detto tutto questo, io dico comunque Irlanda, perchè i verdi stanno letteralmente volando e credo che le “seconde scelte” cercheranno di vincere questo 6 Nazioni, e vedo bene il Galles, squadra tosta, meno sotto pressione per il mondiale e al contempo assai motivata dal torneo europeo. Punto di domanda l’Inghilterra, in una fase orrida della sua storia ovale e sicuramente con la RWC nel mirino ma, al contempo, a caccia di risultati e credibilità a partire proprio dal 6 Nazioni. Periodo complicato anche per la Francia, che ha bisogno di ritrovare smalto e risultati ma soprattutto di testarsi in vista del Giappone, mentre vedo molto bene la Scozia, non ancora per una vittoria finale ma per risultati comunque importanti, per una conferma della sua crescita e per andare verso un nuovo passaggio di turno al mondiale. Che vinca il migliore!

Nell’attesa di sapere chi conquisterà il trofeo, noi appassionati, come sempre, guarderemo tutte le partite, qualcuno allo stadio e gli altri sul divano, tiferemo, commenteremo, vivremo il nostro mese e mezzo preferito, sparsi ma come se fossimo tutti vicini e, quando anche il 6 Nazioni 2019 sarà finito, con dentro un immediato senso di mancanza, inizieremo ad aspettare quello del 2020. I love this game!

P.s. Inizia il 6 Nazioni e non ho niente da mettermi!!! (Cit.!)

 

 

Partiamo dal 6 Nazioni…

Come primo post di questo mio nuovo blog, ho pensato di riesumare un mio scritto di febbraio 2018 dedicato al 6 Nazioni e, in particolare, al sentire che quel torneo e quel particolare periodo dell’anno generano in me in quanto appassionata di rugby che vive in Italia, cioè in un paese dove la palla ovale è un universo relativamente piccolo, a volte percepito come minuscolo. Dunque, mi cito da sola!

Ora siamo in periodo di test match autunnali che, per appassionati in perenne astinenza da rugby che vada oltre i club, non sono certo paragonabili al 6 Nazioni ma portano comunque quel saporino di week end davanti alla tv o altri schermi (non dubito di trattare abbondantemente in seguito il tema del “dove si vedono le partite di rugby?”) oppure, per qualcuno, allo stadio, con tutto il contorno annesso e le reunion con amici sparsi per l’Italia.

N.B. La mug di Nigel Owens e le patatine 1936 sono presenze imprescindibili di ogni mia visione di rugby da casa, indipendentemente dalla categoria e dal livello della partita sullo schermo.

Ecco quindi “L’attesa del 6 Nazioni è essa stessa il 6 Nazioni”:

” I divertenti post su facebook di una lontana, cara e decennale amica ovale mi hanno istantaneamente proiettata nell’universo 6 Nazioni e, subito, mi è venuta in mente quella che è la mia immagine, intesa come immagine di me, legata a questo mese e mezzo che, ogni anno, è per gli appassionati di rugby una sorta di prolungata festività, tipo un matrimonio indiano.

È difficile spiegare a chi non segue il rugby che cosa vuol dire il 6 Nazioni per chi è appassionato e, ancora di più, per chi lo è in Italia. Siamo pochi, durante il resto dell’anno il nostro sport è praticamente invisibile sui media non specializzati, in tv ormai si vede poco e niente, trovare qualcuno con cui parlare di rugby, al di fuori del piccolissimo mondo del club, del campo o del campionato nazionale che si segue, è più difficile che capire il verso del riporto di Trump.

Quello che sta per iniziare sarà il mio settimo 6 Nazioni da volontaria, quindi seguo l’evento anche sul campo (quasi letteralmente!) però, la prima immagine che io associo a me e al 6 Nazioni rimane sempre quella di casa mia, il divano, la tv accesa, la mug di Nigel Owens con il the, e la luce sonnacchiosa del sabato pomeriggio di febbraio-inizio marzo.

Tv accesa, cellulare in mano, partite e commenti live su facebook, post e scambi con i tanti amici e contatti appassionati. Perché, in quei pomeriggi, guardando le partite, ci avviciniamo tutti, da tutti i divani sparsi per l’Italia e al di fuori di essa, ci sentiamo tutti vicini in quel piccolo mondo che, di solito, è ancora più piccolo ma anche immensamente sparso, perché è solo al 6 Nazioni che veramente tutti stiamo guardando, in contemporanea, lo stesso rugby.

E trovo fantastico che questo esuli dalle sole partite dell’Italia e dai suoi risultati, dal tifo nazionale, dall’Azzurro: i sabati sul divano, per un paio di week end con appendice anche alla domenica, sono maratone, con orari ben scanditi all’interno dei quali si inseriscono il resto della vita e degli impegni, ovviamente rigorosamente prima della prima partita, tra una e l’altra se non sono immediatamente di seguito e dopo l’ultima. Tutti sui nostri divani, da soli, con cani e gatti, con la famiglia, con amici, tutti davanti alla tv, sapendo che siamo in tanti e che, finalmente, possiamo parlare della stessa cosa sapendo di essere capiti e di poterci confrontare, come se fossimo tutti sullo stesso enorme divano.

Quando il 6N finisce, è tristezza vera. Proprio una cosa da “si spengono le luci”, la fine di un mese e mezzo prima di attesa, poi di appuntamenti, di vicinanza virtuale che sembra vera, di atmosfera, di condivisione, di rugby. E si inizia il conto alla rovescia per l’anno dopo, perché l’attesa del 6 Nazioni è essa stessa il 6 Nazioni.

Buon 6N a tutti!”