Galles-Italia: quella fuga per la vittoria

La corsa di Ange Capuozzo che lascia di sasso il Galles e lancia Padovani in meta in mezzo ai pali sul filo del fischio finale di Galles-Italia, facendo scoppiare in lacrime per la gioia la quasi totalità degli appassionati italiani di rugby mi ha riportato alla mente il finale del film Fuga per la Vittoria, l’evento inaspettato, glorioso ed emozionante.

Chiusa la divagazione cinematografica, rimane la cosa che mi ha colpito di più di questa vittoria: le lacrime, una volta tanto di gioia. Quelle di chi era in campo, che perdere sempre è difficile, è un macigno, crea pressione e fa piovere critiche, ma soprattutto quelle di chi era davanti alla tv: su facebook si sono immediatamente moltiplicati post e commenti di persone che sono scoppiate a piangere al fischio finale, esattamente come Garbisi e gli altri a Cardiff.

Quando nel 2016 (il tempo vola…) l’Italia vinse a Firenze contro il Sudafrica, scrissi che, al netto di qualsiasi altro discorso o polemica, i tifosi italiani quella vittoria se la meritavano tutta, e ora è la stessa cosa.

Noi appassionati di rugby in Italia dobbiamo ingoiare tante sconfitte e il fatto di sentirci sempre dire: “ah sì, il rugby… ma la Nazionale perde sempre”. Una vittoria ogni passaggio di cometa non cambia gli enormi problemi del rugby italiano ma almeno fa bene allo spirito ed è una piccola ricompensa per la passione e la pazienza, più uniche che rare, dei tifosi italici: nelle lacrime di ieri c’è tutto questo.

Ho guardato il secondo tempo della partita a Milano, in un pub, con amiche e amici “ovali” e qualche altro avventore che guardava distrattamente lo schermo. Sia noi che i telecronisti che gli altri spettatori occasionali eravamo ormai rassegnati all’ennesima sconfitta (sarebbe stata la numero trentasette di seguito al 6 Nazioni), quasi già contenti di essercela comunque giocata al Millenium.

Poi è successo che Ange Capuozzo, 177 cm per 71 (!!!) kg e una bella faccetta da scugnizzo ventiduenne, si inventi un’azione d’attacco che lascia di sasso la difesa dei Dragoni e regali a Padovani un pallone che va solo schiacciato al di là della linea: è la meta del 21-20, ancora da trasformare. Garbisi va sulla piazzola con il peso di un torneo, di una stagione, di una carriera e di un Paese sulle spalle, e non sbaglia: 21-22 e fischio finale.

La partita ha regalato anche uno dei più bei gesti sportivi che meritano di essere ricordati: il Player of the Match Josh Adams, votato, come da prassi, ad una decina di minuti dalla fine della partita e con il Galles che sembrava lanciato verso la vittoria, avvicina Capuozzo che sta festeggiando con la bandiera sulle spalle dei compagni di squadra e fa per consegnargli la medaglia appena ricevuta. Capuozzo lo guarda incredulo, gli richiude la mano, lo ringrazia e lo abbraccia. Ecco, io ho pianto parecchio anche qui.

Nato in Francia, nonni napoletani a cui deve il cognome e la maglia azzurra, Ange gioca nella seconda divisione francese, a Grenoble, la sua città e nome che rievoca nei tifosi italiani uno dei più bei ricordi della storia ovale tricolore: molti parlerebbero di un segno del destino.

Sicuramente è ancora presto, il ragazzo è giovane e ha appena iniziato la sua parabola ascendente, della quale si è subito accorto anche il club più forte e storico di Francia, lo Stade Toulousain, espressione di una delle tante città che oltralpe vivono il rugby fino alle ossa (invidia) e con una valanga di milioni di budget (invidia).

Tutto bene e tutto bello? Quasi, ma non proprio, perchè Capuozzo apre uno squarcio, che andrebbe obbligatoriamente approfondito da chi di dovere, sulle politiche di formazione, crescita e gestione dei giovani ruggers italiani da un decennio a questa parte: il suo fisico è ampiamente al di sotto dei parametri ritenuti validi per scremare i ragazzi dopo la maggiore età, non si è formato nella filiera accademica italiana e gioca all’estero (beninteso che il Pro D2 francese supera ampiamente come livello, budget, competitività e valore il Top10 italiano).

Visto che la mancanza anche solo strettamente numerica di giocatori di alto livello è il problema più grave del rugby italiano, quello da cui scaturiscono le troppe sconfitte e le poche soddisfazioni sia a livello di nazionale che di club, si impone una troppe volte rimandata profonda riflessione su tutto il sistema, perchè non può bastare una vittoria al 6 Nazioni ogni sette anni.

Sette anni sono una vita e nello sport professionistico rappresentano praticamente un’era: non si chiede all’Italia di vincere il 6 Nazioni, ma di vincere partite con una certa continuità sì e dopo vent’anni e fischia di partecipazione non deve essere un’utopia. Non si chiede all’Italia di vincere un mondiale, ma di passare il primo turno sì, perchè qui gli anni sono ancora di più ed è ampiamente ora. Non si chiede all’Italia di arrivare alla vetta del ranking IRB ma di fare passi avanti sì, perchè è ormai stata superata da squadre che onestamente dovrebbe riuscire a tenere dietro.

A proposito di mondiali, la Francia, che procede come un TGV verso la RWC casalinga dell’anno prossimo, ha vinto il 6 Nazioni con annesso grande slam, cioè vincendo tutte le partite: i Galletti fanno paura, sono giovani, fortissimi e si godono, tra i tanti ottimi giocatori, le nidiate che hanno vinto due mondiali U20 di seguito.

Anche la nostra U20 non va male e vince ben più della nazionale maggiore, ma poi non funziona come in Francia e qui si apre un altro squarcio: con quale livello e quali competenze tecniche si trovano ad entrare nel rugby “dei grandi” i giovani transalpini e con quali i nostri? E che livello trovano ad accoglierli da professionisti? E’ chiaro che rugbysticamente tra i due paesi c’è un abisso, ma nel 6 Nazioni ci siamo noi tanto quanto loro e quindi è inevitabile fare accostamenti, con loro e con le altre quattro squadre: onori (e milioni) e oneri di essere nel tier1 e nel torneo ovale più antico del mondo.

Chiudo con una facile riflessione sulle basi della comunicazione, di cui avevo già chiacchierato anche con Davide (Macor) via teams: vincere porta attenzione. L’attenzione porta spazi. Gli spazi significano che parlano di te anche dove di solito non vieni mai calcolato, quindi al di fuori dei canali specializzati. Comparire con una vittoria anche al di fuori dei canali specializzati significa arrivare ad un mucchio di gente in più. Arrivare ad un mucchio di gente in più significa che domani qualche bambino vorrà iscriversi a rugby perchè ha visto Capuozzo festeggiare al tg e che i suoi genitori saranno in brodo di giuggiole per uno sport che gli ha fatto vedere il gesto di Adams. Tanti bambini che si iscrivono a rugby vuol dire che aumenteranno, se poi li si saprà motivare e far crescere, i possibili Azzurri di domani.

Insomma, ho aperto con Fuga per la Vittoria e chiudo con La Fiera dell’Est…!

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Nota: foto dal web)

Pubblicità

Questo strano 6 Nazioni che…

Domani, sabato 6 febbraio 2021, inizia il 6 Nazioni, il primo (e speriamo anche l’ultimo) segnato per intero dalla pandemia di covid-19: si gioca tutto (o almeno così ci si augura) come da normale calendario ma senza pubblico.

E il 6 Nazioni senza pubblico e senza contorno è sicuramente un torneo a metà: niente stadio, niente villaggio del terzo tempo, niente trasferte, niente tifosi stranieri che invadono e colorano Roma (e che si bevono le scorte di birra di un anno).

Avremo le nostre quindici partite, ma ci mancherà tutto il resto. Nonostante questo, per gli appassionati di rugby oggi è comunque una vigilia, anche se non la si passa a Roma con le gambe sotto ad un tavolo insieme ad amici ovali di ogni dove (sigh…): ci penso da tutta la settimana, al primo week end di 6N!

Quindi, impegni e appuntamenti sono stati rigorosamente organizzati in modo da non sovrapporsi alle partite, il divano è pronto, il frigo è ragionevolmente pieno, i miei gatti ancora non lo sanno ma passeremo il sabato pomeriggio insieme sul divano, con un più breve bis anche domenica!

Inizia un 6 Nazioni che è una festa, come sempre lo è per gli appassionati di rugby, ma senza la Festa, davanti alla tv a guardare stadi desolantemente vuoti e silenziosi, senza tifo nè colori. E allora ancora di più volano i ricordi, i momenti che ognuno di noi ha vissuto al, per e durante il 6 Nazioni, a casa, a Roma, a Parigi, Londra, Dublino, Cardiff o in ogni dove.

Oggi ho avuto uno scambio di battute su facebook con un ex arbitro ovale che da anni vive negli USA e per lui ITA-FRA sarà la colazione (ore 8.15 am) ma sarà, idealmente, sul solito enorme divano dove ci accomodiamo tutti noi appassionati quando c’è il 6N in tv.

Se ripenso al 6 Nazioni scorso, mi sembra passato un secolo e mi sembra un altro universo, benché fosse stato interrotto ma, al tempo stesso, mi sembra ieri: l’Olimpico, la giornata di sole, i tifosi, le mie amiche, la tribuna stampa, gli inni, il cielo di Roma sopra lo stadio, la vita da rugby.

Quella vita da rugby che per me è sospesa da allora, con la Serie A dei miei amati Squali mai più ripartita, ad oggi, da gennaio 2020. A Roma, quel giorno di febbraio, quando ancora si pensava che il covid fosse solo roba da cinesi e poco altro, si rideva, si tifava, ci si abbracciava. E si pensava che, finita la tradizionale pausa per il torneo, tutti i campionati sarebbero ripresi come sempre, che le nostre vite sarebbero continuate come sempre.

Invece no.

Buon 6 Nazioni a tutti, nonostante tutto: godiamoci il nostro mese e mezzo di rugby e stiamo ancora più vicini, sul nostro grande divano virtuale, mentre aspettiamo che il mondo e la vita di ognuno di noi, fuori e dentro campi e stadi, tornino a fiorire dopo un troppo lungo inverno.

NOTA: la foto è stata da me spudoratamente rubata dalla pagina facebook della cara Giulia Mastromartino!

Sconfitti e festanti: le partite dell’Italrugby

Sconfitti e festanti: il paradosso delle partite dell’Italrugby, con il contorno che oscura del tutto l’evento. Riflessioni da inviata sul campo per i Pirati del rugby, sul cui sito www.rugby-pirates.com compare questo stesso scritto, insieme a molti altri contenuti.

Non è facilissimo spiegare cosa sia davvero una partita dell’Italrugby all’Olimpico. Non lo è perché si tratta di cercare di spiegare il motivo per cui decine di migliaia di persone decidono di andare a vedere una partita di una squadra che vince praticamente ad ogni passaggio di cometa.


Facendo però un giro attorno allo stadio già da tre ore prima dell’incontro, si inizia ad intuire qualcosa, e si formulano sia pensieri molto positivi che un po’ amari.


Una partita di rugby dell’Italia è, fondamentalmente, una festa: nessun problema di sicurezza, birra, amici, sorrisi, musica, foto e abbracci con i tifosi avversari, il clima di Roma solitamente dolce (neve del 2012 a parte!), i ritrovi con amici di ogni parte d’Italia, un divertimento sicuro anche per i bambini, e così via.


Bene, tutto bello e positivo, ma la partita dove si colloca? Ecco, qui nasce il problema. Un problema che, però al tempo stesso, è diventato una forza ed anche un salvagente. La partita è solo un accessorio, è in secondo piano rispetto alla festa.


Questo fa sì che, con buona pace dei tanti che non riescono proprio a capire come sia possibile, una Nazionale che perde un gran numero di partite e che rimedia anche figure non proprio bellissime, riesca ancora a portare allo stadio un gran numero di persone. E dire che anche lo stadio in questione non è proprio amatissimo: la visuale non è granché, è fin troppo grande e dispersivo, non è uno stadio “da rugby”.


Però è diventato, dal 2012 ad oggi, un perfetto stadio “da festa”: difficile eguagliare le statue dello Stadio dei Marmi e il Foro Italico come cornice per il Villaggio del Terzo Tempo, per il prepartita di festa dei tifosi di casa ed ospiti.


È, per molti versi, una sorta di miracolo ma, al contempo, è qualcosa di estremamente negativo sportivamente parlando, perché non si tratta di partite di beneficenza ma di incontri di un importantissimo torneo internazionale, dove i risultati contano eccome.


E il risultato, anche al termine di questa Italia-Scozia, è stato francamente deprimente, così come la partita: indubbiamente brutta la seconda e decisamente orrido il primo (0-17), ma la festa non è stata intaccata minimamente, con i concerto dei The Kolors, la birra, le risate, gli amici, la bellezza di Roma, il clima mite, etc etc.


54.349 spettatori (numero ufficiale) che, a parte qualcuno, hanno istantaneamente archiviato la brutta sconfitta come un qualcosa di abituale/inevitabile ed un dato del tutto trascurabile nella dinamica della giornata di festa. Peccato che, in teoria, l’evento del giorno fosse proprio la partita, un incontro del 6 Nazioni, un appuntamento sportivamente importantissimo.


Franco Smith, non contato tra i 54.349 ma, purtroppo per lui, comunque presente, la festa, invece, proprio non sa dove sta di casa: arriva in sala stampa scuro in volto e con la faccia di uno che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Cerca di schivare le facili bordate dei giornalisti e lo fa provando ad addolcire la pillola, difendendo a spada tratta la sua squadra nonostante una prestazione francamente inguardabile. Si può dire che siamo un po’ stufi di dichiarazioni come queste?


Anche Capitan Bigi in sala stampa aveva l’espressione di uno che avrebbe preferito essere seduto su un nido si formiche rosse piuttosto che lì dove stava. Alla domanda sul breakdown ha risposto com sincerità, ammettendo le responsabilità azzurre su una fase di gioco che è stata resa troppo redditizia per la Scozia.


Facciamo che preghiamo che il miracolo della festa che se ne frega delle partite duri ancora il più a lungo possibile.

Di testardaggine, fango e Vanity Fair: Azzurre del rugby tra ieri, oggi e domani

Durante il 6 Nazioni femminile avevo scritto (qui) delle gemelle Cavina, che ricordavo piccoline al campo di Cogoleto (GE), e delle difficoltà che le bambine / ragazzine / ragazze che vogliano praticare il rugby in Italia devono affrontare. Il torneo poi è proseguito e le Azzurre, battendo anche la Francia all’ultima giornata, hanno conquistato un meraviglioso e storico secondo posto finale: immense!!!

Poche ore dopo questo trionfo, su facebook ho visto un post sulla vittoria, o meglio, un link all’articolo di una rivista. Si trattava della pagina di Vanity Fair e ho subito pensato: “ecco cosa succede quando arrivano i risultati: arriva l’attenzione di tutti!”. Il mio pensiero era stato ancora più immediato a causa dell’impietoso confronto con le vicende del rugby maschile, in ormai cronica asfissia di risultati e anche, inevitabilmente, di interesse mediatico al di fuori della stampa specializzata: uno sport “minore”, definizione triste ma veritiera, per far parlare di sé deve sfornare in primis vittorie.

Quasi in contemporanea al link di Vanity Fair, sempre su facebook ho visto il post di Davide Macor, che celebrava a sua volta la vittoria delle Azzurre e, al contempo, ricordava quando, pochi anni fa, lui e gli altri ragazzi della combriccola di “NPR” (Non Professional Rugby), essendo appunto votati al rugby non professionistico, avevano deciso di dedicarsi all’ovale femminile e di occuparsi delle riprese e delle telecronache delle partite della Nazionale. Come era venuta, ai ragazzi di NPR, l’idea di seguire un rugby femminile ancora quasi dimenticato? Era successo allo Snow Rugby di Tarvisio (dove ci si affronta con l’ovale sulla neve) quando, chiacchierando con il fotografo Sebastiano Pessina, che si stava in quel periodo occupando degli scatti degli Azzurri in vista del 6 Nazioni, Amodeo & Co. pensarono: “Ma perché per la maschile tutta questa attenzione e per le ragazze niente?”.

Era il 6 Nazioni 2014, il rugby femminile in Italia non riceveva ancora tutta l’attenzione che avrebbe meritato e appassionati di rugby e comunicazione come Macor, Valerio Amodeo, Enrico Turello, Lorenzo Bruno, Lorenzo Cirri, Lorenzo Bruno e Giancarlo Stocco si lanciarono nell’avventura di realizzare e commentare le riprese in diretta degli incontri delle Azzurre. Così capitava loro di partire con un pullmino da Udine per Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, dove si giocò un’Italia-Scozia, il 22 febbraio 2014), arrivare laggiù e trovarsi come postazione per impianti e telecronaca dei tavolini da bar con un ombrellone nel mezzo. È anche successo, a Valerio, di partire da Roma per Rovato (BS), per commentare un’Italia-Inghilterra del 14 marzo 2014, dopo che, il giorno prima, era nata sua figlia Claudia.

Questo tuffo in un passato recente che il magnifico e fresco secondo posto al 6 Nazioni sembra aver sparato lontano anni luce, con il link di Vanity Fair e il post di Davide Macor a rappresentare una specie di paradosso spazio-temporale, mi ha fatto incuriosire su quel che si trova lungo il percorso di questo rugby femminile tricolore, sul terreno dove le ragazze ovali di oggi piantano le loro radici e crescono.

Così, ben prima di arrivare agli aneddoti legati alle avventurose trasmissioni video e audio del 2014, il tuffo è in una Nazionale femminile che si pagava le trasferte di tasca propria e che, per dividere i costi tra più persone, riempiva i posti vuoti sul pullman con parenti e amici, una Nazionale femminile che non aveva i vestiti “di rappresentanza” dalla Federazione e che, per partecipare ai terzi tempi formali, vedeva le ragazze prestarsi a vicenda gli abiti eleganti. Erano rugbywomen che venivano viste quasi come dei fenomeni da baraccone, impegnate in uno sport considerato così poco femminile, che venivano prese in giro, che non avevano niente se non la loro enorme passione ed una fortissima testardaggine.

Ecco, io credo che la parola chiave del rugby femminile in Italia, ciò che ha portato quest’anno le Azzurre al secondo posto nel 6 Nazioni e al sesto posto nel ranking mondiale, sia proprio “testardaggine”: è la testardaggine, intesa come passione, mancanza di paura, insistenza nel fare quel che si ama e superamento delle difficoltà, che permette ad una ragazzina di iniziare a giocare a rugby in Italia e di continuare a farlo e sempre meglio.

Di sicuro questa dote non è mai mancata a Maria Cristina Tonna, oggi responsabile federale dell’attività femminile e, da sempre, donna di rugby: giocatrice, allenatrice, promotrice instancabile dell’ovale per e tra le ragazze. In Italia, il suo nome oggi è praticamente sinonimo di “rugby femminile” ma i suoi inizi e il suo percorso sono del tutto simili a quelli di tantissime ragazzine che iniziano a giocare a rugby e ce la mettono tutta per continuare a farlo: “Nel 1982, a 13 anni, vidi la mia prima partita dal vivo di rugby (di minirugby, per la precisione) e, da subito, rimasi affascinata dal senso di libertà che mi trasmetteva l’immagine di quei bambini e bambine (ben due!) che correvano felici con la palla in mano. Il giorno dopo andai al campo di Ostia con i miei due fratelli per un allenamento di prova e, 37 anni dopo quel giorno, sono ancora qui, anche se, per una ragazzina, non era proprio sempre accogliente il mondo ovale: a volte gli stessi maschietti erano diffidenti nell’avermi in squadra e devo ringraziare gli allenatori dell’epoca per avermi permesso comunque di allenarmi, giocare e di non perdere il mio entusiasmo”.

Come per tutte le bambine che iniziano a giocare a rugby, l’uscita dalle categorie del minirugby è stata un problema anche per Maria Cristina: “A 14 anni, non essendoci alcuna categoria femminile juniores, mi ritrovai a giocare con una squadra seniores, l’allora Ceccherelli Roma, divenuto poi, di lì a poco, Villa Pamphili: gli allenamenti li alternavo, a volte con le ragazze a Roma, a volte con i ragazzi a Ostia, dove vivevo. La mattina uscivo da casa per andare a scuola sulla Via Ardeatina, poi andavo ad allenarmi a Villa Pamphili, mangiando un panino sul bus. I primi tempi non potevamo fare neanche la doccia e spesso rientravo a casa mezza infangata, dopo aver preso vari autobus ed il treno per Ostia”.

Ecco, insieme a “testardaggine”, l’altra parola che associo subito alle rugbygirls è “fango”: una cosa vista come così poco femminile, sporca, brutta, ma che, sui corpi e sui volti delle ragazze ovali diventa un bellissimo segno della lotta e della passione, del voler fare qualcosa che si ama tanto nonostante le difficoltà.

Il grandissimo risultato nel 6 Nazioni appena concluso è figlio di un enorme lavoro di diffusione, crescita e formazione, di una strategia e di un progetto in continuo sviluppo ed evoluzione le cui solide radici, però, sono e devono rimanere sempre piantate in un terreno fatto di trasferte a spese proprie, telecronache pionieristiche, ore di autobus e treni macinate senza potersi fare una doccia, sfidando gli sguardi di chi non capisce una ragazza sporca di fango. Forse è questa la prossima e più grande sfida che si troverà ad affrontare l’ovale femminile azzurro, proiettato in alto ma la cui forza è rappresentata dalle sue temprate radici.

“Di questo 6 Nazioni mi rimarrà addosso l’energia positiva sprigionata da una squadra fiera di aver raggiunto un altro importante obiettivo, e i sorrisi e gli abbracci delle piccolissime ruggers che abbiamo coinvolto in tutte le città dove abbiamo giocato, perché in ogni cosa della vita è l’amore che ci metti che fa la differenza!”. (Maria Cristina Tonna)

“Radici e ali. Ma che le ali mettano radici e le radici volino”.
(Juan Ramón Jiménez)

(Per la foto ringrazio tantissimo Ettore Griffoni / LivePhotoSport)

Rugby and more: infine, lo gnocco del 6N 2019!

La pregiatissima giuria che ha già votato i più bei figlioli della prima giornata del 6 Nazioni 2019 (qui) e diramato le convocazioni nientemeno che per gli gnocchi di ogni tempo (qui) ha, infine, assolto anche al compito per cui era del tutto spontaneamente nata, sette settimane fa, la chat di whatsapp che, dopo 4.300 messaggi, ha ora decretato i giocatori più affascinanti del torneo appena concluso ed eletto il loro re.

Siccome ci teniamo sempre anche all’aspetto didattico e di diffusione del rugby, le convocazioni stavolta sono state suddivise in “avanti” e “trequarti”, di modo che, anche chi non mastica molta palla ovale, possa prendere confidenza con questa distinzione tra i primi otto uomini e gli altri sette, ricordando anche che a rugby si gioca in quindici. Nelle convocazioni “All time and all stars” avevamo esplicitato tutti i ruoli con i relativi numeri di maglia e siamo molto orgogliose delle nostre dispense anche didattiche e non solo estetiche ed ormonali!

Quindi, chi è il re?

… Rullo di tamburi…

“The Gnocco of the 6 Nations 2019” is… …

YOHANN HUGET (FRA)!!! Dunque, un “roi”: il suo fascino franco-brasiliano ha sbaragliato i pur quotatissimi e dotatissimi avversari!

 

E gli altri contendenti al titolo, quelli che hanno ricevuto più nomination durante le cinque giornate del torneo? Eccoli, con anche alcuni “extra”! Traduzione: leggete fino alla fine.

AVANTI (la mischia):

  • ALLAN “lo abbiamo puntato dalla prima partita” DELL (SCO) DELL
  • JONNY “che famigliola” GREY (SCO) Jonny Grey
  • ALUN WYN “The Captain” JONES (WAL) Alun wyn jones
  • GEORGE “l’orecchio glielo perdoniamo” KRUIS (ENG) George_Kruis_3419833b-e1461163636355
  • COURTNEY LAWS (ENG) lawes
  • STUART MCINALLY (SCO) Mcinally
  • JOSH “come stanno bene i bicipiti con le treccine” NAVIDI (WAL) NAVIDI
  • LOUIS “bello da decenni” PICAMOLES (FRA) PICAMOLES
  • SEBASTIEN VAHAAMAHINA (FRA) sebastien-vahaamahina

TREQUARTI (gli altri):

  • DAN “caramello salato” BIGGAR (WAL)BIGGAR
  • TOMMASO CASTELLO (ITA) CASTELLO
  • ELLIOT DALY (ENG) DALY
  • CHRIS “un uomo e il suo ciuffo” HARRIS (SCO) HARRIS
  • ROBBIE HENSHAW (IRE) HENSHAW
  • ROB “che dire?” KEARNEY (IRE) Kearney
  • MAXIME “da anni una certezza” MEDARD (FRA) MEDARD
  • CONOR MURRAY (IRE) MURRAY
  • HENRY SLADE (ENG) SLADE

 

Ma non abbiamo ancora finito: abbiamo anche un convocato “honoris causa”, una terna arbitrale e due commentatori tv!

Convocato “ad honorem” (era nella rosa gallese per il torneo ma non è riuscito a rientrare dal suo infortunio): LEIGHT “mezzamonetina” HALFPENNY (WAL) Halfpenny

Terna arbitrale:

  • BEN O’KEEFFE (NZL) Ben-O_Keeffe-800.jpg
  • LUKE PEARCE (WAL)                          PEARCE REF.jpg
  • NIGEL “lo amiamo tutte spudoratamente” OWENS (WAL) Nigel

TV (abbiamo pensato a tutto!):

  • DANIELE PIERVINCENZI (ITA – DMAX) PIERVI
  • SIR JONNY “riusciamo a metterlo anche qui” WILKINSON (ENG – ITV) jonny

 

Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza, come principale punto di partenza, parte del vecchio gruppo delle Camioniste di rugby.it, un’esperienza ovale, umana e sociale realmente pazzesca che, quindici anni dopo la sua nascita, fa ancora sì che si mantengano amicizie e legami, in barba a tempo, vicende e distanze. Grazie dunque alle Camioniste e alle altre amiche che hanno fatto parte della chat, diventate senza dubbio Camioniste ad honorem!

La giuria: Emy (ovvero io), Paola x 2 (nel senso che sono due Paole), Franca, Roberta, Cinzia, Chiara x 2 (come sopra), Ony, Giorgia ed Elena, con la partecipazione della piccola Matilde.

“Il rugby è un gioco primario: portare una palla nel cuore del territorio nemico. Ma è fondato su un principio assurdo, e meravigliosamente perverso: la palla la puoi passare solo all’indietro. Ne viene fuori un movimento paradossale, un continuo fare e disfare, con quella palla che vola continuamente all’indietro ma come una mosca chiusa in un treno in corsa: a furia di volare all’indietro arriva comunque alla stazione finale: un assurdo spettacolare.” (Alessandro Baricco)