Non di solo rugby… Un tuffo al caldo (avvistando delle “H”!)

È vero: un diario di viaggio ai Caraibi non è a tema ovale! Ma…

… Quando ho deciso di sottotitolare il blog “Rugby and more, from my point of view” pensavo esattamente al fatto che mi sarebbe capitato di aver voglia di scriverci anche, ogni tanto, non solo di rugby. Però…

… Come avevo fatto anche con Bohemian Rhapsody, comunque un tocco ovale l’ho cercato anche nel viaggio e non mi è neanche venuto troppo difficile, poiché lo faccio ovunque di guardarmi attorno per cercare di avvistare delle “H”: quando le vedo, mi sento a casa, ovunque esse si trovino.

In questa crociera alle Antille ne ho trovate? Oh yes! Ho visto un campo in Guadalupa (del resto è Francia!) e uno a Trinidad (& Tobago), in un enorme parco, intitolato alla Queen, dove c’erano campi su campi aperti a tutti per praticare vari sport, chiaramente riconducibili a chi li ha portati fin laggiù: rugby, calcio e il dominante cricket.

Come da ormai consolidata e bellissima abitudine, l’inizio di gennaio è stato ancora una volta il momento perfetto per una settimana al caldo per sole donne (tre, per la precisione, tra cui la mia indomita mamma), in fuga dall’inverno: dopo Martinica fly and drive, Maldive fai da te in guest house ed un paio di crociere, quest’anno abbiamo optato di nuovo per una nave, la MSC Preziosa e il suo itinerario alle Antille, nei Caraibi del sud.

Per me è stata la crociera numero sette: mi piace poter assaggiare tanti posti diversi in pochi giorni e, ogni volta, prendo appunti su dove mi piacerebbe tornare per viaggi dedicati.

L’itinerario si è rivelato veramente bello: Martinica – Guadalupa – Saint Lucia – Barbados – Trinidad (and Tobago) – Grenada – St. Vincent (and the Grenadines) – Martinica. Partenza 5 gennaio e ritorno il 12: un bel tuffo, oltre che nelle acque turchesi, al sole e al calduccio!

Il giorno “zero” siamo arrivate in Martinica la sera per imbarcarci dopo tutta la giornata in volo (quasi dieci ore) e, una delle cose che preferisco sempre in assoluto quando si scende dall’aereo ai tropici, è il sentire sulla faccia l’aria calda e umida, tenendo sotto braccio il piumino che per qualche giorno non servirà!

In Guadalupa, stanchine e ancora un po’ sballottate da viaggio e fuso, siamo state pigre e ci siamo affidate ad un’escursione MSC: il tour panoramico Sainte Anne + cocktail rinfrescante + Pointe des Chateaux + cimitero di Morne-à-l’Eau, che ci e piaciuto tantissimo! Guadalupa è molto bella, più selvaggia, “meno francese” e “più nera” rispetto a Martinica. Campi da rugby avvistati: uno. Per la cronaca, la FFR ha anche qui un suo comitato locale.

La seconda tappa è stata Saint Lucia, un’isola bellissima e a lungo contesa tra Francia e Inghilterra. Ebbero la meglio gli inglesi, che hanno lasciato la guida al contrario e il Commonwealth, quindi anche la Queen. Che dire? Urlerei a chiunque: “ANDATE A SAINT LUCIA E CORRETE IN SPIAGGIA A REDUIT BEACH!”. Aggiungerei: “… Ma andateci presto e non fermatevi vicino al parcheggio, perchè poi arrivano i croceristi in escursione tutti insieme e vi sale l’odio!”.

Avevo molte aspettative sulla tappa del martedì, cioè Barbados, perchè avevo visto foto di spiagge strepitose e non vedevo l’ora di esserci: non sono rimasta delusa e ci tornerei di corsa per una vacanza! Ci siamo fatte portare ad Accra Beach, abbiamo trovato una spiaggia pazzesca e, ad una certa ora, sono iniziate a diffondersi voci incontrollate sulla presunta vicinanza della villa di Rihanna, che a Barbados ci è nata! “Scusi, chi ha fatto palo???” (cit.). La chiave per sopravvivere ai Caraibi è mettersi il cuore in pace sui tempi di attesa al bar: keep calm, sempre!

Port of Spain, capitale di Trinidad (& Tobago): siamo in fondo ai Caraibi, accanto al Venezuela. Spiagge lontane, qualche nuvola in cielo e allora abbiamo fatto un tour privato con un confortevole e nuovissimo taxi, il cui conducente ha sfidato le ire e i clacson di tutti gli altri automobilisti andando a passo di lumaca e fermandosi per farci vedere e fotografare cose. La parte coloniale della città è bella, con la zona detta “Magnificient Seven”, cioè sette edifici in stile inglese perfettamente conservati e oggi sedi di scuole e varie istituzioni. Nel “Queen Savannah”, parco molto grande che include anche un giardino botanico ed uno spazio dove si celebra il Carnevale, ho avvistato le famose “H”.

L’Isola di Grenada è stata la più bella sorpresa della crociera: nessuna di noi l’aveva mai sentita nominare ma ci siamo trovate in una cittadina caraibica molto carina (la capitale Saint-Georges) e siamo andate alla spiaggia di Grande Anse, di cui avevo letto essere una delle più belle dei Caraibi, cosa che confermo: urlo a gran voce che E’ STREPITOSA! Anche qui, conviene arrivare presto e spostarsi un po’ rispetto al punto di arrivo, perché ad una certa ora arrivano i croceristi in escursione e in massa. Si intuisce che invecchiando sopporto sempre meno l’umanità? Qui campi da rugby non ne ho visti, anche se è sempre Commonwealth e quindi di sicuro ce ne saranno almeno in qualche scuola, però, in compenso, ho visto che una parte della strada che si percorre tra la capitale e la spiaggia è intitolata, con tanto di foto in formato maxi, a Kirani James, nato nel 1992, velocista e unico atleta nella storia del suo paese ad aver vinto medaglie (un oro e un argento) ai Giochi Olimpici (a Londra e a Rio): quando lo sport vale tantissimo! Non lontano dal terminal crociere c’è un grande supermercato e consiglio a chiunque l’esperienza di una visita, per trovare negli scaffali un mucchio di cose che ti fanno domandare: “ma che cos’è???”. Peraltro, io adoro in generale andare al supermercato quando sono all’estero: la considero un’esperienza turistica e di scoperta a tutti gli effetti!

A Kingstown, capitale di St. Vincent (and the Grenadines) ce la siamo presa comoda e siamo scese dalla nave con tutta calma per farci una passeggiata. E’ stato sicuramente un tuffo nei Caraibi “veri”, in una città ancora non pensata affatto per i turisti, molto semplice, con tutto il bello e il meno bello delle isole tropicali: abbiamo curiosato un po’ camminando fino ad una cattedrale tipicamente inglese (Commonwealth anche qui) segnata sulle mappe e ci siamo sentite davvero “altrove”.

Il volo di ritorno era serale, quindi ci siamo godute ottimamente anche l’ultimo giorno, in Martinica. Eravamo state in Martinica la prima volta nel 2015 per nove bellissimi giorni di residence a macchina a noleggio (l’isola è veramente stupenda!) e nel 2018 di nuovo con una tappa di crociera, andando in spiaggia (nostalgia), ma non avevamo mai fatto neanche un giretto nella capitale, Fort-de-France. Quindi, in tutto relax, ci siamo dedicate ad una passeggiata dal terminal crociere al centro storico della città, che è una sorta di Quartiere Latino parigino un po’ più “tamarro” e trasportato alle Antille: del resto, è sempre Francia! Quando c’ero stata l’altra volta, in giro in macchina ascoltavamo la radio e, sui canali locali, davano sempre le notizie di Top14: fa un po’ strano, in mezzo al mar dei Caraibi!

Dulcis in fundo, la nave: la MSC Preziosa è bella, grande, tenuta benissimo e molto elegante, cosa non da poco nel mare di kitsch che mediamente caratterizza le navi da crociera. Probabilmente la cosa che più mi affascina delle navi da crociera è il fatto che sopra ci sia il mondo intero, con le sempre settanta o giù di lì nazionalità diverse dei membri dell’equipaggio: un microcosmo di ferro e moquette abitato e mandato avanti da migliaia di persone che vengono dai posti più diversi, si portano dietro le tradizioni e le abitudini più varie, hanno le competenze, i compiti e le responsabilità più assortiti e sono lì tutte insieme, in un “non luogo” che tocca continuamente tanti posti diversi. Quando ho fatto una crociera partendo da Genova (era sempre la MSC Preziosa, peraltro), è stato stranissimo: a parte il raggiungere la nave in autobus, che già come partenza per una vacanza fa un pochino strano ma, soprattutto, dopo essere tornata, rivederla ogni sette giorni lì in porto e sapere come era dentro e che sopra c’era tutto questo spicchio di umanità da tutto il mondo, mi lasciava una sensazione difficile da definire, perchè di solito si percepiscono la vacanza e/o il viaggio come un luogo “altrove”, mentre il luogo di quella mia vacanza lo rivedevo da fuori ogni settimana nella città dove vivo.

“È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria”. (Voltaire)

P.S. Un altro collegamento ovale: è stato il ritardo del volo di ritorno da questa crociera a farmi mancare Pro Recco-Parabiago e a dare poi origine a Scusi, chi ha fatto… calcio???

(Foto principale: la spiaggia di Grande Anse, a Grenada)

Non di solo rugby… Bohemian Rhapsody

Il giorno di Santo Stefano sono stata al cinema con la mia mamma a vedere “Bohemian Rhapsody”: nessuna delle due è appassionatissima di cinema e di visioni in sala ma entrambe abbiamo amato Freddie Mercury, i Queen e la loro musica, quindi abbiamo deciso che non potevamo non andare a vedere questo film.

Visto che il titolo di questo piccolo blog è direttamente collegato al rugby, ho cercato di scoprire se Freddie, cresciuto a Londra, lo conoscesse e/o ne fosse appassionato e ho trovato che “Football wasn’t very high on Freddie’s sporting priorities. At school he enjoyed boxing and table tennis, at both of which he was quite proficient. In later life he would enjoy watching tennis on tv with occasional games when he was near a tennis court, and loved watching rugby, as a friend of his was able to fill him in all the pros and cons”. Insomma, a Mr Mercury non interessava il calcio ma piaceva guardare il rugby: ora lo amo ancora di più!

Ricordo di aver pianto disperatamente per la morte di tre sole persone famose, finora: Ayrton Senna, Michael Jackson e Freddie Mercury. Tre uomini carichi e portatori di emozione ed emozioni, tutti e tre quasi divorati dalle stesse, con qualcosa dentro che li faceva etichettare anche come “fuori di testa”, ciascuno a suo modo: Senna per il suo modo di guidare, Jackson per una personalità indubbiamente complessa e Mercury per il suo essere straripante in ogni suo aspetto, un animale da palcoscenico con una vita in balia di sentimenti, tormenti, eccessi e pacificato solo verso la fine della stessa. Tutti, senza dubbio alcuno, con dentro innanzi tutto il fuoco del talento, benedetti da doni destinati a pochi. Tutti morti prestissimo e proprio “per colpa” di questi doni. Fa molto mitologia greca, ma sembra proprio un conto che è stato presentato a tutti e tre per l’enormità che hanno avuto in dono, per gli “effetti collaterali” di tanto talento, tanta personalità, tanto tutto. Troppo tutto.

“Bohemian Rhapsody” è sicuramente un film di emozione ed emozioni e trasporta da subito chi lo guarda nella meraviglia degli anni ’70, in una semplicità lontana galassie dal mondo di oggi, in un universo in cui i Queen stavano seduti a pranzo nella casa e tra le orride carte da parati di una famiglia di origine indiana ed in cui, durante questo pranzo, suona il telefono, quello fisso, grosso, con la cornetta, per comunicare che la band partirà per un tour in America, e poi, naturalmente, dentro all’universo, oltre che dei Queen e della nascita dei loro primi enormi successi, di quell’essere quasi mitologico che risponde al nome d’arte di Freddie Mercury.

In tempi di talent show, social network e musica usa e getta, vedere una rock band leggendaria che registra un album monumentale (A Night at the Opera) in una fattoria gallese riconvertita a studio e Freddie Mercury chiamare casa da ogni punto del globo con telefoni a muro per salutare i suoi gatti non è solo un viaggio nel tempo, ma un vero viaggio intergalattico. Così come riesce quasi a stordire l’elenco degli artisti che si sono esibiti al Live Aid il 13 luglio 1985. Erano anni in cui tutto sembrava possibile e ci si credeva tanto.

Quando il film è finito, sui titoli di coda sono partite le note della canzone dei Queen che da sempre preferisco, “Don’t Stop Me Now”, quindi siamo rimaste ancora sedute, ovviamente lacrimando copiosamente, mentre gli altri uscivano dalla sala. Quando stavamo per alzarci, è iniziata “The Show Must Go On”, IL finale perfetto, e ci siamo alzate dalle poltrone solo quando la canzone stava finendo e mentre una delle ragazze del cinema stava pulendo la sala, cantando anche lei a squarciagola

“My soul is painted like the wings of butterflies
Fairy tales of yesterday will grow but never die
I can fly my friends
The show must go on, yeah
The show must go on
I’ll face it with a grin
I’m never giving in
On with the show”.
E’ stato bellissimo! E date un OSCAR a Rami Malek!!!