Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Il mio ritorno in palestra: atlete per caso e calzini dimenticati

3 settembre 2019: primo giorno di… scuola? No! Di lavoro? No! Primo giorno della ripresa della palestra!

Ho un rapporto tutto mio con la palestra e il fitness. Ho giocato per tanti anni a pallavolo e ho sempre identificato il fare sport con discipline agonistiche, l’allenamento come preparazione ad una partita, una gara. Quindi, non ho mai considerato “andare in palestra” come “fare sport”.

Questo finché non mi sono imbattuta nelle mie due guru del fitness, Roberta e Antonella. Due Donne con tanti muscoli ma ancora più cuore e cervello che sono state in grado di farmi continuare ad andare in palestra dopo che non ci volevo più mettere piede quando sono rimasta per giorni praticamente invalida dopo aver provato la mia prima lezione di pump con la Anto, nella prima sera in palestra della mia vita: “questa è matta: io qui non ci vengo mai più!!!”. Ma avevo già pagato e, soprattutto, nonostante mi avesse resa inabile anche ad usare coltello e forchetta, oltre che a camminare, scendere dal letto e sedermi sul water, quella pazza mi era piaciuta tanto, così come “l’altra”, di cui avrei provato i corsi non appena di nuovo in grado di muovermi.

Da quella tragica sera sono passati ormai un po’ di anni e tante cose sono cambiate: Roby e Anto hanno aperto la loro palestra, identica a loro, cioè un po’ folle e piena di cuore e cervello, con una filosofia di allenamento (ora lo penso!) e benessere che hanno avuto la forza ed il coraggio di portare avanti anche se è molto meno commerciale di altre.

I loro corsi, oltre ad aiutarmi ad avere una forma fisica decente e a combattere una lotta costante vs forza di gravità, anni che passano e passione per la buona tavola e per le patatine, negli anni mi hanno permesso di incontrare e conoscere Donne pazzesche, di fare gruppo con altre “atlete per caso” come me, che si fanno il mazzo, si impegnano a fare le cose bene per tenersi in forma, ma nello spogliatoio parlano di ricette, aperitivi e cene da fare (beh, non solo di questo, a dire il vero, ma anche di questo…!).

Alcune sono diventate mie amiche speciali, una anche una compagna di bellissimi viaggi, la maestra sono riuscita a portarla nell’universo Pro Recco Rugby, altre sono Donne simpatiche e toste che, se frequentano quella palestra, è perché ci somigliano, a quel posto che è per molti ma non per tutti (cit.).

Detto tutto questo, stamattina mi sono ricordata la borsa, preparata dopo un mese di pausa, tipo la cartella di scuola dopo l’estate, ma non di metterci anche i calzini: chi ben comincia…!

Buon anno di allenamenti a tutte le atletone DOP, quelle che vanno in palestra motivate dal provare a restare decentemente in forma senza dover rinunciare a mangiare e bere!

“Sono entrato in palestra. Mi hanno dato da compilare un modulo per l’iscrizione. Mi è venuto il fiatone”. (Daniele Luttazzi)

RWC 2019: di gadget introvabili, corteggiamento ed innamoramento

In questi giorni è successa una cosa che mi ha stupita molto. Una mia amica è appena stata in Giappone per lavoro, ha toccato tre città diverse e, seppur non a spasso da turista, non si è fatta mancare qualche passeggiata in vie di negozi ed alcune attrazioni turistiche, oltre che l’obbligato passaggio a/r in aeroporto ed anche due stazioni del super-treno, ma non è riuscita a trovarmi neppure un gadget della RWC, che le avevo chiesto come regalino: “guarda, mi dispiace, ma dei mondiali di rugby proprio non ho visto traccia!”.

Ma come? A due mesi e 24 giorni (come ricordato dal bel sito internet della manifestazione) dal calcio d’inizio della RWC 2019, nel Paese che la ospita si fatica a trovare gadget e souvenir a tema? Verissimo che il Giappone non è il Regno Unito, dove si trovava il merchandising di England 2015 in ogni dove, ma si tratta comunque di un paese che sta investendo moltissimo sul rugby, ha messo su un massimo campionato con grandi sponsor, ha una franchigia da qualche anno in Super Rugby (i Sunwolves), ha stadi di primissimo ordine e poi, insomma, sono giapponesi…! Quindi sanno fare le cose per bene e hanno mezzi per farle, ma ‘sto merchandising, dove sta???

L’Impero del Sol Levante si è affacciato sull’ovale mondiale di alto livello da relativamente poco ed è facile immaginare come ancora il rugby non sia parte delle grandi passioni sportive locali (ma questo nemmeno in Italia e dopo molti più anni, a dire il vero) ma è evidente che hanno deciso di farlo in grande stile: una nazionale all’11° posto nel ranking (l’Italia è al 14°…), i Sunwolves, come detto, in Super Rugby (anche se pare ne usciranno nel giro di un paio d’anni), squadre del massimo campionato con sponsor del calibro di Toyota e affini e impreziosite da giocatori di caratura mondiale che monetizzano cospicuamente il loro viale del tramonto (un esempio su tutti, Dan carter) e, a completamento di questa “manovra d’ingresso”, l’organizzazione del Mondiale di quest’anno. Ma i gadget???

L’affluenza straniera alla RWC non mancherà: molti tifosi coglieranno l’occasione per visitare il Paese (e chi si occupa di turismo lo sa benissimo, avendo creato un sito ad hoc fatto benissimo) ed andarsi a vedere qualche partita, unendo la passione ovale ad un viaggio che spesso si fa una sola volta nella vita. Ma poi, in Giappone, cosa resterà, di questa RWC 2019? (Semi-cit.)

Il papà di un ragazzo delle giovanili Pro Recco Rugby ha commentato su facebook un post sul mio stupore per la mancanza dei gadget dicendo che lui aveva chiesto, allo stesso modo, ad un amico spesso in Giappone per lavoro, una maglia della nazionale nipponica per il figlio, ma che anche la sua richiesta è rimasta insoddisfatta, poiché si è sentito dire che in nessun negozio di articoli sportivi l’amico aveva trovato alcunché di inerente al rugby.

L’innamoramento tra Giappone e rugby è finito prima della prima vacanza insieme? O non è mai scattato, nonostante un corteggiamento di gran lusso?

P.S. Non ho avuto gadget della RWC ma, dal Giappone, ho ricevuto un magnifico magnete con gattino portafortuna, una maschera di bellezza alle alghe, delle caramelle al tè verde ed una spugna per scrub a forma di gatto: tutto assolutamente nipponico!

“Alcune volte vinci. Tutte le altre impari”. (Proverbio giapponese)

Le ragazze dello sport: i sorrisi che salveranno il mondo

Lo sport di squadra femminile è in gran fermento, da qualche giorno a questa parte: le Azzurre non udenti del volley splendide campionesse europee e, ora, la nuova “mania” esplosa per il calcio femminile, con la Nazionale impegnata al Campionato del Mondo e fresca di primato nel proprio girone, nonché di prima e storica diretta sulla Rai. Tornando indietro di alcuni mesi, ci sono anche le Azzurre del rugby, con lo storico secondo posto al 6 Nazioni 2019 e, ancora prima, le pallavoliste, magnifiche seconde al mondiale 2018. Tralascio qui i trofei individuali nella ginnastica o in altri sport: me ne scuso e applaudo le protagoniste.

Il volley è, probabilmente da Mimì Ayuara in avanti, uno sport percepito in Italia come femminile, ad esempio ed in primis, a scuola: nelle ore di “ginnastica”, per tutta la mia carriera scolastica, noi ragazze giocavamo a pallavolo e i ragazzi a calcio. Curiosamente, però, la prima e roboante esplosione del volley italiano di cui io abbia memoria è stata tutta maschile: la generazione di fenomeni, gli anni di Velasco, la serie A1 con Mediolanum, Maxicono, Messaggero, Gabeca, etc etc. e ricordo che io, che crescevo e giocavo in un paesino dove la pallavolo maschile non esisteva, mi chiedevo da dove saltassero fuori tutti questi ragazzi pallavolisti…!

Calcio e rugby, invece, li vedo da un’ottica diversa: sono due sport tradizionalmente considerati come non femminili, non adatti alle ragazze e molto virili (“non è uno sport per signorine!”). Nel calcio questo prende un accento ancora più forte per via dell’enorme peso anche culturale dello stesso, inteso come la sua presenza fissa e pervasiva nella vita degli italiani, soprattutto maschi, fin dalla notte dei tempi. Da qui lo stupore che sta accompagnando i risultati di queste ragazze, piano piano emerse da un limbo di isolamento e derisione ancora non del tutto superato, non fosse altro che per chi ritiene di poter sparare giudizi a caso su orientamenti sessuali altrui: i maschi che si sentono sminuiti da donne sportive forti in ambiti ritenuti, in modo stereotipato, tipicamente virili, si sentono più “machi” pensando/affermando che “sono tutte lesbiche”, ed intendendo questo come un insulto.

Dunque, è ancora lunga la strada da fare per cambiare la testa di tanti/troppi, ma le ragazze che fanno sport ci stanno riuscendo, un passo dopo l’altro. Mi viene in mente che questo fenomeno esiste anche al contrario, e sono sempre i maschi a viverlo male: ragazzini che fanno ginnastica artistica vengono facilmente etichettati come gay, anche se dubito che qualcuno andrebbe a spiegare faccia a faccia il perchè di questo pensiero idiota al Signore degli Anelli Yuri Chechi…!

I risultati di queste ragazze, nel calcio e nel rugby, valgono quindi tantissimo ed ampiamente oltre i titoli sportivi. Per questo, la trasmissione in diretta su Rai1 della partita Italia-Brasile di ieri sera è importante anche ben al di là dell’evento stesso e il fatto che abbia ottenuto un risultato pazzesco, con 6.500.000 spettatori ed uno share del 29%, la rende epocale. Certo, si tratta di calcio e siamo in Italia, ma io azzardo che, se venisse trasmessa allo stesso modo una partita mondiale importante delle Azzurre del rugby, otterrebbe a sua volta un risultato di pubblico eccellente, seppur non così clamoroso. Perché?

Perché mi sembra che la gente, sempre di più, abbia voglia di sport “vero”, di aria nuova, di emozioni senza filtri, tutte cose che si faticano sempre di più a trovare nel calcio maschile, affogato dai suoi stessi miliardi, da logiche ormai quasi solo commerciali, che ha perso tutti i suoi riti e rituali ed anche il lume della ragione, con atleti valutati quanto interi PIL, ingaggi ad otto cifre e profili social trasudanti trash e lontani anni luce dalla vita e dalla carriera di ex campioni che erano anche incredibilmente rassicuranti, vicini, normali, pur nella fortuna di essere nati con quel talento.

Sul rugby il discorso è ovviamente diverso, perché in Italia non esiste il problema di una sovra-esposizione dell’ovale maschile e men che meno quello di una valanga di soldi sullo stesso. Però la Nazionale non vince e, così, la vetrina del 6 Nazioni non viene sfruttata, diventando anzi, con l’accumularsi delle sconfitte, uno scomodo volano negativo. Le Azzurre del rugby, invece, hanno iniziato a vincere partite con una certa continuità e la meravigliosa seconda posizione al 6 Nazioni 2019 ha fruttato loro anche l’attenzione, ad esempio, della rivista Vanity Fair.

Tutte queste ragazze sono toste, sono testarde, hanno fatto fatica per arrivare dove sono, perché magari non avranno avuto una squadra vicino a casa dove iniziare a giocare, perché saranno state prese in giro, perché anche adesso devono continuamente dimostrare “di più”. Io stessa, da semplice addetta stampa dilettante di un club di rugby e da modesta scrivente di questo blog, so di dover essere molto più attenta e preparata, muovendomi in una dimensione prevalentemente e tradizionalmente maschile. Va detto che le donne, in generale, ci sono piuttosto abituate, in un pianeta Terra che rimane sempre declinato al maschile e prigioniero di mille stereotipi, nel lavoro e nella società ancor prima che nello sport.

Quale è la cosa più bella di tutte queste ragazze vincenti? I sorrisi, senza dubbio. Che esprimono meglio di qualsiasi altra cosa la gioia, la soddisfazione, la motivazione, anche la rivincita.

Non seguo e non amo più il calcio da tanti anni ormai, ma le belle facce pulite e i sorrisi delle Azzurre mi hanno fatto venire voglia di seguirle e di tifare per loro, proprio come quelli delle ragazze del rugby. Women do it better!

Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti.
(Ginger Rogers)

(Foto dal web. Nell’immagine principale (dal sito Fantagazzetta) l’esultanza delle calciatrici dopo la partita vs Brasile, in quella di chiusura le ragazze del rugby al 6N 2019 (dal sito FIR).

rugby

Rugby and more: rugby.it… c’è!

Un milione di anni fa, cioè nel 2004, mi avvicinavo al rugby e, non sapendone praticamente niente, mi misi a cercare in rete qualche sito utile a scoprire e capire. Era l’era (che ormai sembra geologica) pre-social e informazioni, notizie e contatti si cercavano e trovavano nel grande mondo dei forum.

Inserendo “rugby” nel motore di ricerca, nel settembre del 2004, mi si spalancò il mondo di http://www.rugby.it, per tutti “rugby.it” o, da lì in poi, semplicemente “il forum” o “il sito”.

Nel grande calderone di umanità ovale c’era chi ne sapeva e chi non molto, chi giocava e chi no, chi arbitrava e chi ce l’aveva con chi lo faceva, ragazzi e ragazze, uomini e donne, anche intere famiglie, da ogni angolo d’Italia e non solo, con età, storie personali e legami con la palla ovale di ogni sorta. Insomma, un forum tematico pre-social da manuale e con un ulteriore e non trascurabile “plus”, cioè l’essere, appunto, un forum di rugby.

Come ho già avuto occasione di scrivere, l’appassionato di rugby in Italia si sente un po’ come il panda gigante: fatica ad imbattersi in suoi simili se non andandoli a cercare o in contesti prettamente ovali e il sentir parlare di rugby in modo occasionale nella vita quotodiana gli capita circa con la stessa frequenza del passaggio di una cometa. Rugby.it, dunque, era diventato una vera piazza, un luogo non fisico ma, nonostante questo, quasi tangibile, di incontro e scambio.

Se la memoria non mi inganna, la piazza era stata ideata e realizzata da Franco “Franchino” “Kino” Properzi, monumento del rugby italiano sia in senso sportivo che per quanto riguarda le, anche attuali, fattezze.

Sezioni, argomenti e discussioni: la semplice formula di ogni forum, con i moderatori e gli amministratori impegnati a contenere “l’esuberanza” degli utenti negli scambi di opinioni oppure a richiamare all’ordine chi va fuori argomento, ovvero off topic. Ed è qui che ci fu la vera svolta umana e “sociologica” di rugby.it: quando, dopo anni di rimproveri per derive di “cazzeggio”, venne inaugurata, appunto, la sezione “off topic”, che divenne immediatamente il bar della piazza, e il cui thread “Chiamate la neuro” divenne subito una lunga tavolata.

In una galassia prevalentemente maschile, le fanciulle che vi entravano non potevano certo essere una semplice decorazione: i soprammobili non avrebbero mai neanche pensato di iscriversi ad un forum di rugby! Dunque, il cuore della componente rosa del sito si trovò ben presto perfettamente a proprio agio sotto l’insegna de “Le Camioniste di rugby.it”, come sintesi di una donna che non è una “femminuccia”, una femmina di sani e robusti appetiti e che non si scompone per dei rutti, insomma.

Come ho già avuto ampiamente modo di ricordare nei miei scritti a tema in questo blog, è stato da una parte di questo storico gruppo delle Camioniste che è nata ed è stata realizzata la fantasmagorica chat di Whatsapp che mi ha permesso di stilare e descrivere le classifiche di gnoccaggine del 6N 2019 e non solo: il tavolo di amiche al bar della piazza.

Come in ogni forum, anche su rugby.it si interagiva con gli altri utenti utilizzando dei nickname, cioè dei soprannomi. Più o meno fantasiosi e più o meno calzanti sul “proprietario”, i “nick” identificavano ognuno di noi, al punto che, assai spesso, si ignoravano i veri nomi di ognuno, ci si chiamava con i soprannomi e nessuno ha mai mancato di girarsi quando chiamato! Io stessa ho scoperto nomi e cognomi di buona parte dei forumisti solo con l’avvento di facebook.

In questo momento sto rientrando da un week end a Civitavecchia in cui ho fatto visita ad un amico ovale che non era nel forum ma che è a sua volta amico di uno storico forumista suo concittadino: non ci vedevamo da anni ma ci siamo abbracciati con gioia e affetto e abbiamo chiacchierato come se fossimo parenti e come se non ci vedessimo che da una manciata di settimane.

Questa è una costante e, secondo me, è la cosa più bella che ci è rimasta dagli “anni ruggenti” di rugby.it, prima che facebook e affini togliessero rilevanza ai forum tematici come piazze di incontro e scambio: si rivede qualcuno, ci si abbraccia, si inizia a chiacchierare e sembra passato un giorno dall’ultima volta, anche se fosse, in realtà, quasi un decennio.

Non ci sono rose senza spine e, si sa, nei rapporti tra le persone può succedere di tutto. Negli anni, oltre allo spostamento sui social delle dinamiche di contatto e scambio di notizie ed opinioni, alcune amicizie si sono interrotte, alcuni equilibri spezzati, alcune consuetudini perse. Niente, però, può fare tabula rasa del senso di vicinanza creato dall’aver condiviso, oltre alla passione per il rugby, un’esperienza umana profonda come quella messa in piedi da quel forum.

Io dico sempre che ogni campo da rugby mi fa sentire a casa e, allo stesso modo, gli amici e le amiche con cui ho condiviso “il sito” mi fanno sempre sentire di nuovo in quella piazza, uno spazio virtuale che ha saputo diventare fisico, concreto, vicino.

Dove c’è rugby c’è casa e la “famigliona” di rugby.it, seppur cambiata, sparsa e trasferita, non smette mai di suonare al citofono.

Come scritto su un celeberrimo striscione, “rugby.it… c’è!”. Sempre e nonostante tutto.

 

(Foto principale: archivio Paola “Leprottina” Maresca. Nelle foto piccole, con Emy77, Kino, Phoebe, Homo Centumcellaenensis, Maxam, Abba e Giandolmen)

Rugby and more: infine, lo gnocco del 6N 2019!

La pregiatissima giuria che ha già votato i più bei figlioli della prima giornata del 6 Nazioni 2019 (qui) e diramato le convocazioni nientemeno che per gli gnocchi di ogni tempo (qui) ha, infine, assolto anche al compito per cui era del tutto spontaneamente nata, sette settimane fa, la chat di whatsapp che, dopo 4.300 messaggi, ha ora decretato i giocatori più affascinanti del torneo appena concluso ed eletto il loro re.

Siccome ci teniamo sempre anche all’aspetto didattico e di diffusione del rugby, le convocazioni stavolta sono state suddivise in “avanti” e “trequarti”, di modo che, anche chi non mastica molta palla ovale, possa prendere confidenza con questa distinzione tra i primi otto uomini e gli altri sette, ricordando anche che a rugby si gioca in quindici. Nelle convocazioni “All time and all stars” avevamo esplicitato tutti i ruoli con i relativi numeri di maglia e siamo molto orgogliose delle nostre dispense anche didattiche e non solo estetiche ed ormonali!

Quindi, chi è il re?

… Rullo di tamburi…

“The Gnocco of the 6 Nations 2019” is… …

YOHANN HUGET (FRA)!!! Dunque, un “roi”: il suo fascino franco-brasiliano ha sbaragliato i pur quotatissimi e dotatissimi avversari!

 

E gli altri contendenti al titolo, quelli che hanno ricevuto più nomination durante le cinque giornate del torneo? Eccoli, con anche alcuni “extra”! Traduzione: leggete fino alla fine.

AVANTI (la mischia):

  • ALLAN “lo abbiamo puntato dalla prima partita” DELL (SCO) DELL
  • JONNY “che famigliola” GREY (SCO) Jonny Grey
  • ALUN WYN “The Captain” JONES (WAL) Alun wyn jones
  • GEORGE “l’orecchio glielo perdoniamo” KRUIS (ENG) George_Kruis_3419833b-e1461163636355
  • COURTNEY LAWS (ENG) lawes
  • STUART MCINALLY (SCO) Mcinally
  • JOSH “come stanno bene i bicipiti con le treccine” NAVIDI (WAL) NAVIDI
  • LOUIS “bello da decenni” PICAMOLES (FRA) PICAMOLES
  • SEBASTIEN VAHAAMAHINA (FRA) sebastien-vahaamahina

TREQUARTI (gli altri):

  • DAN “caramello salato” BIGGAR (WAL)BIGGAR
  • TOMMASO CASTELLO (ITA) CASTELLO
  • ELLIOT DALY (ENG) DALY
  • CHRIS “un uomo e il suo ciuffo” HARRIS (SCO) HARRIS
  • ROBBIE HENSHAW (IRE) HENSHAW
  • ROB “che dire?” KEARNEY (IRE) Kearney
  • MAXIME “da anni una certezza” MEDARD (FRA) MEDARD
  • CONOR MURRAY (IRE) MURRAY
  • HENRY SLADE (ENG) SLADE

 

Ma non abbiamo ancora finito: abbiamo anche un convocato “honoris causa”, una terna arbitrale e due commentatori tv!

Convocato “ad honorem” (era nella rosa gallese per il torneo ma non è riuscito a rientrare dal suo infortunio): LEIGHT “mezzamonetina” HALFPENNY (WAL) Halfpenny

Terna arbitrale:

  • BEN O’KEEFFE (NZL) Ben-O_Keeffe-800.jpg
  • LUKE PEARCE (WAL)                          PEARCE REF.jpg
  • NIGEL “lo amiamo tutte spudoratamente” OWENS (WAL) Nigel

TV (abbiamo pensato a tutto!):

  • DANIELE PIERVINCENZI (ITA – DMAX) PIERVI
  • SIR JONNY “riusciamo a metterlo anche qui” WILKINSON (ENG – ITV) jonny

 

Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza, come principale punto di partenza, parte del vecchio gruppo delle Camioniste di rugby.it, un’esperienza ovale, umana e sociale realmente pazzesca che, quindici anni dopo la sua nascita, fa ancora sì che si mantengano amicizie e legami, in barba a tempo, vicende e distanze. Grazie dunque alle Camioniste e alle altre amiche che hanno fatto parte della chat, diventate senza dubbio Camioniste ad honorem!

La giuria: Emy (ovvero io), Paola x 2 (nel senso che sono due Paole), Franca, Roberta, Cinzia, Chiara x 2 (come sopra), Ony, Giorgia ed Elena, con la partecipazione della piccola Matilde.

“Il rugby è un gioco primario: portare una palla nel cuore del territorio nemico. Ma è fondato su un principio assurdo, e meravigliosamente perverso: la palla la puoi passare solo all’indietro. Ne viene fuori un movimento paradossale, un continuo fare e disfare, con quella palla che vola continuamente all’indietro ma come una mosca chiusa in un treno in corsa: a furia di volare all’indietro arriva comunque alla stazione finale: un assurdo spettacolare.” (Alessandro Baricco)

Rugby and more: giovedì gnocchi… of all time!

La stessa prestigiosa, competente ed appassionata giuria che aveva nominato gli “Gnocchi of the Match” della prima giornata di 6 Nazioni (qui) ha, fin da subito, messo in evidenza una conoscenza della materia assai estesa sia nello spazio che nel tempo e, così, sono usciti fuori nomi ampiamente sufficienti per mettere insieme una Selezione “All Time & All Stars” con i fiocchi.

Le convocazioni includono, per la maggior parte, giocatori non più in attività che hanno lasciato segni e sogni indelebili nei nostri ricordi, nei nostri cuori e nei nostri ormoni. Vestono però la nostra immaginaria maglia (immaginaria nel senso che non esiste: giocano senza!) anche alcuni rugbymen attualmente ancora in campo, seguendo però un unico criterio: non devono essere impegnati nel 6 Nazioni in corso, per il quale, a fine torneo, verranno diramate apposite convocazioni dello “Gnocco Team” dedicato.

Naturalmente, siccome ci teniamo moltissimo alla diffusione del rugby, ci auguriamo che il nostro documentato elenco possa avere anche una valenza didattica come, ad esempio, far conoscere a chi li ignora i ruoli del rugby e i relativi numeri: non siamo bravissime???

Inoltre, visto che siamo proprio “precisine”, non ci siamo dimenticate neanche arbitro e “waterboy”.

Ecco dunque il frutto di tanto lavoro e di cotanta concentrazione, pur ben consapevoli che, sicuramente, mancherà qualcuno, di cui magari ci ricordiamo le doti ma non il nome!

 

15. Estremo:

Juan Martin “il Mago” Hernandez (ARG, 1982)

Clément “Monsieur Dieux du Stade” Poitrenaud (FRA, 1982)

Luke McAlister (NZL, 1983)

Ben Foden (ENG, 1985)

 

14 e 11. Ali:

Sean “the Piffero” Lamont (SCO/AUS, 1981)

Ben Cohen (ENG, 1978)

Jan Serfontain (RSA, 1993)

Giovanbattista Venditti (ITA, 1990)

 

13 e 12. Centri:

Felipe Contepomi (ARG, 1977)

Jamie “the Doctor” Roberts (WAL, 1986)

JJ Engelbrecht (RSA, 1989)

Sonny Bill “figuriamoci se potevamo non metterlo” Williams (NZL, 1985)

 

10. Mediano d’apertura:

Sir Jonny “simply the King” Wilkinson (ENG, 1979)

Percy “è lui Azzurro di Shrek” Montgomery (RSA, 1974)

Ronan “il Roscio” O’Gara (IRE, 1977)

Gavin “quanti schiaffi” Henson (WAL, 1982)

 

9. Mediano di mischia:

Byron Kelleher (NZL, 1976)

Joost Van der Westhuizen (RSA, 1971-2017)

 

8. Terza centro (o, semplicemente, Numero 8):

Sébastien “Orco” Chabal (FRA, 1977)

Sir Lawrence “poteva giocare per l’Italia” Dallaglio (ENG, 1972)

 

7 e 6. Flanker (o terza linea ala):

Richie “mai in fuorigioco” McCaw (NZL, 1980)

David “Mr bicipite” Pocock (AUS, 1988)

Todd “California style” Clever (USA, 1983)

 

5 e 4. Seconda linea (quelli che mettono la faccia dove altri non vorrebbero mai!):

Ali Williams (NZL, 1981)

Victor “non guardarmi così” Matfield (RSA, 1977)

Eben “esplodi t-shirt” Etzebeth (RSA, 1991)

Jérome Thion (FRA, 1977)

 

3 e 1. Pilone:

Franco “Kino” “meglio del vino” Properzi (ITA, 1965)

Sylvain Marconnet (FRA, 1976)

Carl “non bello ma acchiappa” Hayman (NZL, 1979)

 

2. Tallonatore:

Dimitri “quella faccia non è da tallonatore” Szarzewski (FRA, 1983)

Bismarck “tantissima roba” du Plessis (RSA, 1984)

 

Extra:

Waterboy (H2O):

Dan Carter (NZL, 1982)

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Arbitro:

Steve “è davvero così bello” Walsh (NZL/AUS, 1972)

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Mi auguro che chi abbia avuto la bontà di leggere e scorrere fino in fondo queste variegate “convocazioni” si sia divertito quanto me mentre scrivevo, sceglievo ed assemblavo le poche righe e le molte foto e quanto tutta la stimata e qualificata giuria tecnica mentre ricordava e commentava, in modo più o meno censurabile, i vari prescelti.

Per delucidazioni sul tema didattico dei ruoli del rugby, rimango a disposizione!

Non di solo rugby… Un tuffo al caldo (avvistando delle “H”!)

È vero: un diario di viaggio ai Caraibi non è a tema ovale! Ma…

… Quando ho deciso di sottotitolare il blog “Rugby and more, from my point of view” pensavo esattamente al fatto che mi sarebbe capitato di aver voglia di scriverci anche, ogni tanto, non solo di rugby. Però…

… Come avevo fatto anche con Bohemian Rhapsody, comunque un tocco ovale l’ho cercato anche nel viaggio e non mi è neanche venuto troppo difficile, poiché lo faccio ovunque di guardarmi attorno per cercare di avvistare delle “H”: quando le vedo, mi sento a casa, ovunque esse si trovino.

In questa crociera alle Antille ne ho trovate? Oh yes! Ho visto un campo in Guadalupa (del resto è Francia!) e uno a Trinidad (& Tobago), in un enorme parco, intitolato alla Queen, dove c’erano campi su campi aperti a tutti per praticare vari sport, chiaramente riconducibili a chi li ha portati fin laggiù: rugby, calcio e il dominante cricket.

Come da ormai consolidata e bellissima abitudine, l’inizio di gennaio è stato ancora una volta il momento perfetto per una settimana al caldo per sole donne (tre, per la precisione, tra cui la mia indomita mamma), in fuga dall’inverno: dopo Martinica fly and drive, Maldive fai da te in guest house ed un paio di crociere, quest’anno abbiamo optato di nuovo per una nave, la MSC Preziosa e il suo itinerario alle Antille, nei Caraibi del sud.

Per me è stata la crociera numero sette: mi piace poter assaggiare tanti posti diversi in pochi giorni e, ogni volta, prendo appunti su dove mi piacerebbe tornare per viaggi dedicati.

L’itinerario si è rivelato veramente bello: Martinica – Guadalupa – Saint Lucia – Barbados – Trinidad (and Tobago) – Grenada – St. Vincent (and the Grenadines) – Martinica. Partenza 5 gennaio e ritorno il 12: un bel tuffo, oltre che nelle acque turchesi, al sole e al calduccio!

Il giorno “zero” siamo arrivate in Martinica la sera per imbarcarci dopo tutta la giornata in volo (quasi dieci ore) e, una delle cose che preferisco sempre in assoluto quando si scende dall’aereo ai tropici, è il sentire sulla faccia l’aria calda e umida, tenendo sotto braccio il piumino che per qualche giorno non servirà!

In Guadalupa, stanchine e ancora un po’ sballottate da viaggio e fuso, siamo state pigre e ci siamo affidate ad un’escursione MSC: il tour panoramico Sainte Anne + cocktail rinfrescante + Pointe des Chateaux + cimitero di Morne-à-l’Eau, che ci e piaciuto tantissimo! Guadalupa è molto bella, più selvaggia, “meno francese” e “più nera” rispetto a Martinica. Campi da rugby avvistati: uno. Per la cronaca, la FFR ha anche qui un suo comitato locale.

La seconda tappa è stata Saint Lucia, un’isola bellissima e a lungo contesa tra Francia e Inghilterra. Ebbero la meglio gli inglesi, che hanno lasciato la guida al contrario e il Commonwealth, quindi anche la Queen. Che dire? Urlerei a chiunque: “ANDATE A SAINT LUCIA E CORRETE IN SPIAGGIA A REDUIT BEACH!”. Aggiungerei: “… Ma andateci presto e non fermatevi vicino al parcheggio, perchè poi arrivano i croceristi in escursione tutti insieme e vi sale l’odio!”.

Avevo molte aspettative sulla tappa del martedì, cioè Barbados, perchè avevo visto foto di spiagge strepitose e non vedevo l’ora di esserci: non sono rimasta delusa e ci tornerei di corsa per una vacanza! Ci siamo fatte portare ad Accra Beach, abbiamo trovato una spiaggia pazzesca e, ad una certa ora, sono iniziate a diffondersi voci incontrollate sulla presunta vicinanza della villa di Rihanna, che a Barbados ci è nata! “Scusi, chi ha fatto palo???” (cit.). La chiave per sopravvivere ai Caraibi è mettersi il cuore in pace sui tempi di attesa al bar: keep calm, sempre!

Port of Spain, capitale di Trinidad (& Tobago): siamo in fondo ai Caraibi, accanto al Venezuela. Spiagge lontane, qualche nuvola in cielo e allora abbiamo fatto un tour privato con un confortevole e nuovissimo taxi, il cui conducente ha sfidato le ire e i clacson di tutti gli altri automobilisti andando a passo di lumaca e fermandosi per farci vedere e fotografare cose. La parte coloniale della città è bella, con la zona detta “Magnificient Seven”, cioè sette edifici in stile inglese perfettamente conservati e oggi sedi di scuole e varie istituzioni. Nel “Queen Savannah”, parco molto grande che include anche un giardino botanico ed uno spazio dove si celebra il Carnevale, ho avvistato le famose “H”.

L’Isola di Grenada è stata la più bella sorpresa della crociera: nessuna di noi l’aveva mai sentita nominare ma ci siamo trovate in una cittadina caraibica molto carina (la capitale Saint-Georges) e siamo andate alla spiaggia di Grande Anse, di cui avevo letto essere una delle più belle dei Caraibi, cosa che confermo: urlo a gran voce che E’ STREPITOSA! Anche qui, conviene arrivare presto e spostarsi un po’ rispetto al punto di arrivo, perché ad una certa ora arrivano i croceristi in escursione e in massa. Si intuisce che invecchiando sopporto sempre meno l’umanità? Qui campi da rugby non ne ho visti, anche se è sempre Commonwealth e quindi di sicuro ce ne saranno almeno in qualche scuola, però, in compenso, ho visto che una parte della strada che si percorre tra la capitale e la spiaggia è intitolata, con tanto di foto in formato maxi, a Kirani James, nato nel 1992, velocista e unico atleta nella storia del suo paese ad aver vinto medaglie (un oro e un argento) ai Giochi Olimpici (a Londra e a Rio): quando lo sport vale tantissimo! Non lontano dal terminal crociere c’è un grande supermercato e consiglio a chiunque l’esperienza di una visita, per trovare negli scaffali un mucchio di cose che ti fanno domandare: “ma che cos’è???”. Peraltro, io adoro in generale andare al supermercato quando sono all’estero: la considero un’esperienza turistica e di scoperta a tutti gli effetti!

A Kingstown, capitale di St. Vincent (and the Grenadines) ce la siamo presa comoda e siamo scese dalla nave con tutta calma per farci una passeggiata. E’ stato sicuramente un tuffo nei Caraibi “veri”, in una città ancora non pensata affatto per i turisti, molto semplice, con tutto il bello e il meno bello delle isole tropicali: abbiamo curiosato un po’ camminando fino ad una cattedrale tipicamente inglese (Commonwealth anche qui) segnata sulle mappe e ci siamo sentite davvero “altrove”.

Il volo di ritorno era serale, quindi ci siamo godute ottimamente anche l’ultimo giorno, in Martinica. Eravamo state in Martinica la prima volta nel 2015 per nove bellissimi giorni di residence a macchina a noleggio (l’isola è veramente stupenda!) e nel 2018 di nuovo con una tappa di crociera, andando in spiaggia (nostalgia), ma non avevamo mai fatto neanche un giretto nella capitale, Fort-de-France. Quindi, in tutto relax, ci siamo dedicate ad una passeggiata dal terminal crociere al centro storico della città, che è una sorta di Quartiere Latino parigino un po’ più “tamarro” e trasportato alle Antille: del resto, è sempre Francia! Quando c’ero stata l’altra volta, in giro in macchina ascoltavamo la radio e, sui canali locali, davano sempre le notizie di Top14: fa un po’ strano, in mezzo al mar dei Caraibi!

Dulcis in fundo, la nave: la MSC Preziosa è bella, grande, tenuta benissimo e molto elegante, cosa non da poco nel mare di kitsch che mediamente caratterizza le navi da crociera. Probabilmente la cosa che più mi affascina delle navi da crociera è il fatto che sopra ci sia il mondo intero, con le sempre settanta o giù di lì nazionalità diverse dei membri dell’equipaggio: un microcosmo di ferro e moquette abitato e mandato avanti da migliaia di persone che vengono dai posti più diversi, si portano dietro le tradizioni e le abitudini più varie, hanno le competenze, i compiti e le responsabilità più assortiti e sono lì tutte insieme, in un “non luogo” che tocca continuamente tanti posti diversi. Quando ho fatto una crociera partendo da Genova (era sempre la MSC Preziosa, peraltro), è stato stranissimo: a parte il raggiungere la nave in autobus, che già come partenza per una vacanza fa un pochino strano ma, soprattutto, dopo essere tornata, rivederla ogni sette giorni lì in porto e sapere come era dentro e che sopra c’era tutto questo spicchio di umanità da tutto il mondo, mi lasciava una sensazione difficile da definire, perchè di solito si percepiscono la vacanza e/o il viaggio come un luogo “altrove”, mentre il luogo di quella mia vacanza lo rivedevo da fuori ogni settimana nella città dove vivo.

“È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria”. (Voltaire)

P.S. Un altro collegamento ovale: è stato il ritardo del volo di ritorno da questa crociera a farmi mancare Pro Recco-Parabiago e a dare poi origine a Scusi, chi ha fatto… calcio???

(Foto principale: la spiaggia di Grande Anse, a Grenada)

Elegia di una volontaria: di neve, stadi che respirano e Nigel Owens

Si avvicina l’esordio casalingo dell’Italia nel 6 Nazioni 2019 e, per la prima volta dal 2012, ossia da quando mi sono iscritta al progetto volontari della FIR, salterò una partita, che mi guarderò in tv.

Rifletto così sul fatto che, per la prima volta in sette anni, riuscirò anche a vedere l’altra partita del sabato e persino quella della domenica! Di solito, durante la prima ero ancora allo stadio e, mentre si giocava quella domenicale, in treno tornando da Roma.

Una partita da volontari è una specie di mondo e tempo parallelo rispetto a quello degli spettatori: inizia prima, finisce dopo e ha dinamiche tutte sue. Permette di entrare in contatto con il gigantesco e sommerso mondo del “dietro le quinte” di un grande evento sportivo e anche di vivere zone dello stadio che sono precluse al pubblico.

Personalmente, la cosa che preferisco in assoluto, tra quelle che ho la possibilità di sperimentare grazie al mio pass da volontaria, è lo stadio vuoto. Quando al kick off mancano ancora un po’ di ore, i cancelli sono chiusi e dentro l’Olimpico c’è solo chi sta già lavorando, in un silenzio irreale per una struttura che si identifica come caotica, rumorosa e piena di gente, sembra quasi che lo stadio tiri il fiato prima di entrare in apnea quando verrà riempito da persone, suoni, rumori, musica. Allora, al mattino, mi ritaglio sempre qualche minuto per andarmi ad affacciare sul campo per guardare “il gigante” che ancora sonnecchia: un grande stadio vuoto e silenzioso fa impressione, ma dà anche un senso di pace, proprio da quiete prima della tempesta.

La vita quotidiana, in Italia, è assai avara di rugby: è ben difficile trovare con chi parlarne al lavoro o sul treno o in tutte le altre situazioni in cui chiunque è quotidianamente circondato da chiacchiere sul calcio. Per questo, come chiunque lo frequenti sa, il mondo del rugby lo consideriamo un po’ tutti come una sorta di microcosmo: ci siamo dentro e cerchiamo occasioni per poter incontrare altri come noi, quasi fossimo una specie a parte! Lo facciamo via social, lo facciamo frequentando i campi e i club e lo facciamo anche facendo i volontari, tuffandoci direttamente dentro ad una situazione straordinariamente piena di rugby.

Immagino senza fatica che questo sia un sentire comune e condiviso tra gli appassionati, praticanti oppure no, di tutti gli sport cosiddetti “minori” (dicitura odiosa ma, purtroppo, calzante).

In molti non farebbero mai il volontario (“ma chi te lo fa fare?”, mi sono sentita chiedere): si spendono soldi che nessuno rimborsa, si sta allo stadio da mattina a sera, non si fa in tempo a godersi il villaggio del terzo tempo e, nonostante le ripetute promesse, non si riesce mai a salutare gli amici che sono lì da spettatori. Inoltre, l’ovale italiano non è granché in salute e la Nazionale neppure e i volontari non sono né ciechi né sordi: sono appassionati ed innamorati, prima di tutto del rugby, come chi allo stadio ci va in tribuna o chi, nonostante gli improperi e la sofferenza, si guarda le partite in tv e come chi continua ad impegnarsi nel suo club, nonostante le mille difficoltà.

Tra un giubbotto e un pass e l’altro, nascono e si cementano amicizie, si creano piccoli rituali e abitudini, si rivedono persone, ci si ritrova a lamentarsi per le levatacce, soprattutto quando (molto spesso, anzi, quasi sempre) seguono una serata di incontri, saluti, mangiate e bevute tra “amici di rugby”.

Ti senti nel posto giusto. Come capita anche quando, almeno così è per me, mi trovo su un campo da rugby, ovunque esso sia.

In sette 6 Nazioni, un mondialino U20 e un po’ di test match, tutti nel settore media, gli incontri con “big” ovali non sono mancati e i più emozionanti, per me, sono stati quelli con il mio idolo Nigel Owens, con il mito vivente Lawrence Dallaglio, con il monumentale Paul O’Connell e con Tana Umaga.

La partita che ricordo di più è la prima, sia per questo motivo che perché non è stata una giornata qualsiasi: 6 Nazioni 2012, ITA-ENG, prima partita in assoluto all’Olimpico e… tanta neve! Il delirio assoluto, dentro e fuori lo stadio, partita in forse fino all’ultimo, qualcosa come quattordici ore là dentro, a cercare di dare una mano a sbrogliare situazioni di ogni genere ed emergenze assortite, alcune anche piuttosto curiose: far asciugare un po’ il fradicio e congelato giornalista di Sky (se legge si riconosce!), prestare ombrellini (nostri) a chiunque, inclusi inviati della BBC (la sicurezza non li aveva fatti entrare con i loro ombrelli appuntiti), sfamare dei giornalisti inglesi, che ci avevano messo ore ad arrivare allo stadio, con i fantasmagorici panini dei sacchetti del volontario.

Un altro ricordo molto divertente è quello della JWC 2015, con le ragazzine di Calvisano e dintorni che si appostavano e seguivano gli aitanti e più o meno esotici U20 delle varie squadre, con una predilezione per qualche giovanotto australiano con il fascino da surfista. Io sono cresciuta in un paesino molto simile e, in effetti, se provo ad immaginare me stessa e le mie amiche che, a quindici-sedici anni, nel pigro scorrere della vita del piccolo centro di provincia, ci fossimo ritrovate lì tanto clamoroso ben-di-Dio da tutto il mondo, avremmo fatto esattamente come loro!

Lo sport dei volontari, è uno sport bello, di cuore e passione. E non è per tutti, proprio come il rugby.

“Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l’aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa”. (Henri Garcia)

Rugby and more: gnocchi in salsa… 6 Nazioni!

WARNING: il contenuto di queste righe è assai poco tecnico e molto estetico.

Con l’approssimarsi del primo week end del 6 Nazioni 2019, tra chiacchiere e qualche post è uscita fuori in tutta semplicità l’idea di rimettere in qualche modo in piedi il mood “camioniste”, cioè il genuino apprezzamento, da parte di donne appassionate di rugby, anche di una parte meno tecnica delle partite ovali, ovvero, sintetizzando, lo gnocco.

Insomma, sui campi da rugby bei figlioli e fisici notevoli abbondano e, naturalmente, più alto è il livello e più è comune poter ammirare aitanti e baldi giovani simili quasi a delle statue e strabordanti di appeal virile.

Dunque, una parte delle vecchie Camioniste di rugby.it, eccezionale esperienza umana e sociologica che in futuro meriterà certamente uno spazio dedicato in questo blog, insieme ad altre amiche conosciute negli anni sempre grazie al rugby, sono state chiamate a raccolta in una chat di gruppo su whatsapp, inaugurata giusto giusto venerdì 1 febbraio, per l’inizio del torneo. Titolo della chat: TGM, ovvero The Gnocco of the Match. Immagine del gruppo: un muscoloso torace di rugbyman (per la cronaca, appartenente al tallonatore sudafricano Craig Burden), senza la testa, solo il torso e i pantaloncini.

Quello che segue è il frutto di qualcosa come 1.134 messaggi in chat in 48 ore!

FRANCIA-GALLES (19-24) (primo tempo 13-0). I Galletti, per tradizione, dal punto di vista estetico hanno sempre dato grandi soddisfazioni: mica per niente sono gli inventori del calendario dei Dieux du Stade! Le nuove leve, purtroppo, non sono all’altezza di chi li ha preceduti ma, per fortuna, tra i Bleus resistono ancora alcuni nati negli anni ’80 capaci di ispirare notevoli pensieri tra le signore: MAXIME MÉDARD, classe 1986, affascinante sia in versione Wolverine che senza basettone, YOANN HUGET, classe 1987, sangue francese e brasiliano e ispirazioni di fontane di cioccolato, e LOUIS PICAMOLES, statua greca col numero 8 sulle spalle, classe 1986. Tra i Galletti ha attirato parecchio l’attenzione anche il fascino esotico (francese della Nuova Caledonia) del gigantesco seconda linea Sébastien Vahaamahina: molto più facile farci pensieri impuri che ricordarsi come si chiama! I Dragoni, invece, per tradizione non sono proprio bellissimi, diciamo, però, da quando hanno portato il mondo a conoscenza dell’esistenza di Leigh Halfpenny (anche detto “Mezzamonetina”), meritano sempre di essere osservati con attenzione ed infatti, a vincere, nelle segnalazioni di apertura di questo 6 Nazioni, sono stati DAN BIGGAR, che ha suscitato desideri di ricopertura con caramello salato (sempre che resti fermo, perché se si muove come quando calcia, non si riesce a centrarlo e il caramello finisce per terra) ed il primo classificato assoluto della votazione, JOSH NAVIDI, con tutti i suoi testosteronici dreadlocks al vento e il suo notevolissimo… naso.

SCOZIA-ITALIA (33-20) (primo tempo 33-3). Contro ogni previsione, qui la votazione l’ha stravinta… l’arbitro! Il Sig. LUKE PEIRCE, gallese, anni 31, all’esordio nel 6 Nazioni si è subito imposto nel panorama dello gnocco ovale! Alle spalle del direttore di gara, molto votato il pilone scozzese ALLAN DELL: archiviate, ma non senza un po’ di nostalgia, le prime linee de panza e sostanza, qui ci siamo trovate davanti una specie di bronzo di Riace con un bicipite grande quanto tutta Edimburgo ed un faccino da attore di soap opera. Subentrato dalla panchina ma, non per questo, sfuggito ai nostri attentisismi occhi, il numero 23 Scottish CHRIS HARRIS, un centro che porta a spasso sul campo il suo importante ciuffo e tutto il bendiddio che madre natura gli ha dato. P.s. A proposito di grandi (molto grandi) doni di madre natura, Sean Lamont resta sempre nei nostri cuori, quando si parla di Scozia! Languono, come il gioco visto in campo, le nomination azzurre, con una citazione solo per il massiccio centro genovese TOMMASO CASTELLO. Un plebiscito, invece, per un italico maschio non in campo ma in studio: DANIELE PIERVINCENZI, solida certezza di gnocco ben condito da assaporare davanti alla tv.

IRLANDA-INGHILTERRA (20-32) (primo tempo 10-17). Nella partita principale di giornata, e più attesa del torneo, ha fatto faville, in campo ed anche nella votazione ormonale, il numero 13 inglese HENRY SLADE, seguito dal suo estremo ELLIOT DALY, un altro rosso che, insieme al principe Harry e a Michael Fassbender, fa schizzare a un milione le quotazioni dei maschi “ginger”. Il premio per l’ormone di mischia lo vince a mani basse il numero 5 inglese GEORGE KRUIS, un altro bronzo di Riace finito a spingere infilando la testa dove nessuno vorrebbe metterla. Ai nostri lestissimi occhi non è sfuggito neanche il seconda linea di ricambio COURTNEY LAWES, in tutti i suoi 201 cm di esotica gnoccaggine. Sotto tono, sia in campo che nello gnocco-meter, i verdi d’Irlanda, forse abbattuti anche dal colore (“chi di verde si veste della sua beltà troppo si fida”, dice un vecchio detto), non hanno suscitato grosse impennate ormonali tra la giuria, ma sono stati comunque meritatamente nominati l’estremo ROBBIE HENSHAW e il numero 9 CONOR MURRAY, discreti assaggi di gnocco al trifoglio.

Come Sir Jonny wilkinson, comunque, non ne fanno più: giudizio unanime!

Per avere energie a sufficienza per concentrarsi così tanto, l’esimia giuria, dislocata geograficamente dalla Norvegia a Palermo ed anagraficamente dai 10 ai 60 anni, ha magnato come se non ci fosse un domani, tutto rigorosamente macrobiotico: bigoli al ragù alla barbera, risotto con crema di formaggi e piselli, pasticcio di carne, arrosto, gnocchi tonno e paprika, spaghi vongole e bottarga, goulash, pizza bianca e mortazza, paté di tonno e ricciola home made e financo bastoncini Findus.

A fine torneo, rigorosamente di giovedì, verrà stilato il 15 ideale del 6 Nazioni 2019, perché “Siamo camioniste mica per caso ma per naso!” (Cit.)

P.s. “Sotto i nostri nasi ci sono cuori che battono davvero per il rugby: quello sano, buono, vero”. (Cit.)

P.p.s. “La gnoccaggine è come la fortuna: cecata”. (Cit.)