Cruise Emirates

Ci ho pensato su un po’ a come avrei potuto trovare un riferimento ovale da mettere in questo diario di viaggio e, alla fine, l’ho trovato: a Dubai abbiamo pescato un grosso tassista sudafricano, appassionato di rugby! Detto questo, è un racconto che si inserisce nella parte “and more” del nome di questo mio piccolo blog!

Le tre viaggiatrici “invernali”, questa volta, dopo alcuni giri ai Caraibi e una sortita alle Maldive, hanno un po’ tralasciato il mare, nonostante si stia parlando di una crociera, e si sono lanciate in una settimana più di scoperta: niente isolette e spiagge, sostituite da quella che per noi era una galassia praticamente sconosciuta, ovvero la Penisola Arabica.

Mai come questa volta la nave (Costa Diadema, per la cronaca, classe 2014, made in Marghera) è stata solo un mezzo di trasporto tra un luogo e l’altro da visitare, con quattro città in una settimana, in una zona di mondo assai particolare.

DUBAI

L’Emirato più famoso merita la sua fama ed anche una visita: bastano un paio di giorni, ma va visto! Difficile descrivere l’effetto di questa “oasi” di grattacieli nel deserto, in un posto dove, fino agli anni ’90, c’era solo sabbia.

Ora c’è il grattacielo più alto al mondo, l’incredibile Burj Khalifa, con un ascensore che ti spara al 124° piano (a 550 metri di altezza) in un minuto netto e ti fa sentire veramente minuscolo ed anche incredulo, mentre guardi quel panorama che ha dell’assurdo. Per la cronaca, il grattacielo, in tutto, di metri ne misura 829,80 (antenna/guglia compresa).

Ricordo di aver visto un bellissimo documentario di NatGeo sulla costruzione del Burj Khalifa e ricordo che, attorno al cantiere, c’era sabbia. Ora, ci sono altri grattacieli e, soprattutto, il Dubai Mall, centro commerciale più grande al mondo, un laghetto artificiale ed un souk “effetto vintage” affacciato sul medesimo laghetto insieme ad un numero imprecisato di ristoranti e affini. Il Dubai Mall è qualcosa di mostruoso e, oltre ad un numero infinito di negozi di ogni marchio esistente sulla terra ed altrettanti bar e simili, contiene al suo interno una parete con cascata, una vasca enorme con pesci tropicali e persino squali ed uno stadio del ghiaccio con tanto di tribune. Il tutto, giova ricordarlo, nel deserto.

Quando cala il sole, l’area della Dubai Marina, diventa l’ombelico del mondo: dopo essere stata a Times Square, è stata la prima volta in cui ho sentito di nuovo questa sensazione, con tanta gente da tutto il mondo, le luci, la perfezione di un luogo creato e sviluppato per essere esattamente questo.

Il giorno dopo, invece, abbiamo voluto tastare una dimensione di Dubai assai diversa, con la visita guidata ad una piccola moschea. Un’associazione locale organizza da anni queste visite, per far scoprire e conoscere le basi dell’Islam e promuovere il dialogo e l’apertura: molto interessante ed eccellente iniziativa. A due passi c’è un bel supermercato, dove svuotare gli scaffali dei datteri!

Il Sovrano, negli anni ’90, ebbe l’idea di aprire le porte a zero tasse a chiunque volesse investire e costruire a Dubai e così ha preso il via la nascita di quello che l’Emirato è ora. Il petrolio qui finirà tra pochi anni e il turismo e gli investimenti di ogni genere sono il “piano B” già in preparazione da anni.

Intanto, nel 2020, Dubai ospiterà l’Expo, e non fatico ad immaginare che sarà un qualcosa di clamoroso!

La mia unica perplessità riguarda il clima: a dicembre, poco meno di 30 gradi e un’umidità sorprendente per una zona che credevo secchissima, mentre in estate, ci è stato detto, anche tra i 50 e i 60 gradi…!

MUSCAT

Affacciato anche sull’Oceano Indiano, l’Oman era per me un esotico mistero! Credo sia un paese che meriti di essere visitato e scoperto e non escludo di tornarci: da poco è diventato una meta balneare sempre più gettonata e ci sono infinite possibilità di andare a visitarne il deserto, che pare essere bellissimo.

Abbiamo fatto un’escursione alla scoperta della capitale, visitando da fuori un’importante moschea e facendo tappa al Souk e al pazzesco palazzo del Sultano. La guida era un indiano che parlava italiano e ci ha fatto notare, tra le altre cose, la pulizia assoluta della città e la perfezione di parchi e aiuole, anche qui nel deserto, praticamente senza acqua dolce disponibile naturalmente e con, in estate, più di 60 gradi.

Pare che questo Sultano, venerato come un santo e dalla vita misteriosissima, abbia praticamente costruito e modernizzato il paese nel giro degli ultimi quarant’anni, partendo da una sola strada tracciata in mezzo alla sabbia.

DOHA

Abbiamo fatto un giro per la città con uno di quei bus panoramici “hop on hop off” e Doha soprende allo stesso modo delle altre città di acciaio e vetro spuntate nel deserto: grattacieli, cantieri ovunque, lusso e strade a 6 + 6 corsie.

Il Qatar è in gran fermento perché, nel 2022, ospiterà i mondiali di calcio.

Nel frattempo, ogni anno fa furore il campionato nazionale di falconeria: il falco è, per tradizione, un animale importantissimo e quasi venerato nella Penisola Arabica, così come il cammello.

Tradizione e modernità, come nel bellissimo souk di Doha: vista grattacieli, pieno di turisti e di negozietti che si sono adeguati ma anche di abitanti del luogo e di commercianti che dei turisti se ne fregano allegramente, non parlando una parola di inglese ed accettando solo la moneta locale. Inoltre, esistono ancora parti del del souk dedicate ai cammelli e alla falconeria.

ABU DHABI

Un altro dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi è meno vistoso ma ancora più ricco di Dubai: qui di petrolio ce n’è ancora in abbondanza e governa il figlio di Zayed bin Sultan Al Nahyan, un sovrano morto nel 2004 e ancora oggi venerato come un santo, la cui faccia è ovunque, incluso in versione luminosa sulle facciate dei grattacieli.

Costui, dai primi anni ’70 fino alla sua morte, ha di fatto costruito Abu Dhabi, dopo aver chiesto ed ottenuto l’indipendenza alla regina Elisabetta. Seduto su un mare di petrolio, ha realizzato un paese stabile e ricchissimo, che può permettersi di pagare tutto per i propri cittadini.

La nostra guida alla meravigliosa escursione “by night” alla Grande Moschea (intitolata, ovviamente, al re di cui sopra, che ne aveva voluto ed iniziato la costruzione, terminata poi dal figlio dopo la sua morte) era un simpatico e molto bravo ragazzo egiziano, guida ad Abu Dhabi per sette mesi l’anno e alle Piramidi per quelli rimanenti. Perché non una guida del posto? Molto semplice: perché i cittadini, quindi gli emirantini di origine, praticamente non lavorano, se non negli affari e in cariche pubbliche, e sono ricchissimi. Si parla, per tutti e sette gli emirati, di un milione di persone, contro nove milioni di stranieri che, di fatto, costruiscono e fanno funzionare tutto con il loro lavoro.

La moschea, quarta al mondo per dimensioni, è veramente incredibile: bianchissima (marmo di Carrara), luminosissima (lampadari Swarowski), oro, stucchi e, nella sala di preghiera, il tappeto fatto a mano più grande al mondo (60 × 70 metri, realizzato in Iran, un nodo dopo l’altro).

Prima dell’ingresso c’è una vera galleria commerciale, con bar e negozi: ormai è un’attrazione turistica visitata da tantissime persone e, quindi, perché non approfittarne? Resta però inflessibile la questione abbigliamento: se non è consono alle regole, non si entra prima di aver rimediato con abiti prestati appositamente sul posto.

Il giorno dopo siamo andate a visitare il Palazzo Reale (Qasr Al Watan), un altro tripudio di marmo bianco, oro e fasto, anche solo nella piccolissima parte del complesso ad essere aperta al pubblico.

Dubai e Abu Dhabi sono distanti solo 140 km e sono strettamente connesse nel lavorare insieme per crescere: la prima è più conosciuta, la seconda ha più spazio e più petrolio e, entrambe, corrono veloci e sono piene di cantieri e di soldi.

Devo dire che, anche se ho adorato l’energia di Dubai e la pazzesca Burj Khalifa, mi è piaciuta di più Abu Dhabi, che ha anche sicuramente più cose da vedere, tra cui una succursale del Louvre ed anche, per i fans, il parco a tema della Ferrari.

Tre donne in vacanza sole, in una zona del mondo non considerata propriamente “femminista”: come è andata? Molto bene direi, anche dal punto di vista della sicurezza che abbiamo percepito. Abbiamo deciso di girare “fai-da-te” Dubai e Abu Dhabi (escursione alla Grande Moschea a parte, ma perché ci interessava e piaceva), di fare una via di mezzo a Doha, mentre abbiamo preferito andarcene in giro solo in escursione a Muscat, che non conoscevamo quasi neanche di nome.

Abbiamo scoperto paesi in crescita e affacciati sull’Occidente ma, al contempo, sempre saldamente attaccati alle tradizioni, segnati dagli antichi meccanismi sociali e non solo della vita nel deserto e, naturalmente, indissolubilmente legati alla religione islamica.

Credo sia molto difficile per noi immaginare una vita costantemente, quotidianamente e concretamente tanto influenzata dalla sfera religiosa e la cosa che mi ha colpita di più in questo viaggio è stata senz’altro questa coesistenza di crescita, modernità, globalizzazione, contaminazione, ricchezza ed Islam.

Ovunque ho visto e percepito richiami alla conoscenza e alla promozione di un Islam moderato e aperto, fermo restando, come già detto, la per noi impensabile influenza della religione e dei suoi precetti anche nella quotidianità del XXI secolo.

Credo che la perfetta rappresentazione di questo sia stato il momento di preghiera nel Dubai Mall: sui display sparsi per tutto il centro commerciale compare un’icona che richiama una moschea e la musica in filodiffusione lascia per qualche minuto spazio alla voce del muezzin. Poi riparte la musica e tutto torna alla “normalità” (la nostra, perché la loro è quella).

La guida alla piccola moschea che abbiamo visitato a Dubai, quella dell’associazione culturale e religiosa, era una signora inglese trasferita e convertita da più di vent’anni: impeccabile accento British e tutta coperta, con lunga veste nera e l’hijab sui capelli e sul collo. Che dire? Molto bella ed interessante la spiegazione sui cinque pilastri dell’Islam e buone le risposte alle domande del gruppo, principalmente incentrate sulla questione dell’abbigliamento femminile, anche se la chiave di tutto, ovvero la volontà del tutto personale di vestirsi in un certo modo per praticare la modestia nei confronti di Allah, credo non abbia convinto fino in fondo nessuno dei presenti, così come la risposta sul burqa, spiegato come nato, così come l’abbigliamento tradizionale in genere, perché adatto a riparare da sole e sabbia del deserto. Nessun dubbio sull’origine “pratica”, ma qualcuno in più sulla volontà personale, sull'”utilità” attuale del doversi coprire in quel modo e, di riflesso, sulla concezione della donna che ci sta dietro.

Di sicuro abbiamo visto e percepito ovunque un grandissimo senso di regole e di ordine, che scaturiscono tanto dalla religione e da come viene praticata quanto da chi e come governa questi paesi.

Consiglio questa crociera a chiunque sia curioso di avere un assaggio di quella zona del mondo e mi sento di includere anche chi non ama le crociere e/o il mare, perché al centro di questo itinerario ci sono sicuramente i paesi visitati e il loro essere per noi molto diversi e con tanto da scoprire: la vita di bordo diventa molto marginale e sicuramente è un’esperienza di crociera distante anni luce da quello che può essere un giretto ai Caraibi.

Ci sono una marea di cose da vedere e scoprire nel mondo e io non sono “razzista” sulle modalità per farlo: va bene la crociera se è pratica per quel che voglio vedere e fare, o va bene il fly&drive altrove, oppure un viaggio organizzato per altre destinazioni ancora, e così via.

Next stop: chissà!

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

È finita la RWC, viva la RWC!

Dopo 43 giorni, si sono spente le luci sull’edizione 2019 della Rugby World Cup. Un mese e mezzo di rugby giocato, rugby guardato, rugby raccontato, rugby vissuto, rugby respirato, da qualcuno in Giappone, da tutti gli altri da casa propria.

E adesso? E adesso ci sentiamo già tutti un po’ orfani, un po’ tristi, perché è finito quello che è, insieme al 6 Nazioni, l’unico altro grande fenomeno di aggregazione ovale per noi appassionati italiani, uno dei nostri due grandi divani condivisi, dove ci ritroviamo tutti insieme, seppur da mille posti diversi, a vivere la nostra passione.

Ora la tv davanti al divano è spenta, dopo i titoli di coda del Mondiale appena finito. Ha vinto il Sudafrica ma, prima di tutto, ha vinto il rugby, vestito a festa nel suo splendore da Campionato del Mondo, e tutti noi non possiamo che ringraziare ancora una volta il nostro amato ovale, che ci ha regalato questo mese e mezzo di passione, divertimento ed emozioni.

RWC MODE: OFF

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Foto: Rugby Pirates.

Sul sito e sui social dei Pirati del rugby, tanti contenuti ovali!

Confidence o non confidence? L’Italrugby e la vittoria

Per uno “scherzo” del calendario, dopo aver disputato le sue prime due partite al Campionato del Mondo di rugby 2019 l’Italia si ritrova in testa al suo girone, in virtù di due vittorie con il bonus contro Namibia e Canada. Le altre due squadre della poule sono Nuova Zelanda e Sudafrica che, ad oggi, 27 settembre, si sono solo scontrate tra loro e devono ancora giocare tutti gli altri incontri, ma intanto non pensiamoci…!

Come sappiamo bene, l’Italrugby ha un saldo vittorie/sconfitte assai deficitario, il periodo delle “onorevoli sconfitte” è ormai tramontato e resta in evidenza solo il risultato negativo.

Perchè questa premessa, dopo aver esordito parlando di due vittorie consecutive alla RWC? Perché, anche quando vince, l’Italia non sembra troppo convinta di saperlo e poterlo fare, quasi non ci fosse abituata e quasi non ci fossero abituati neppure i tifosi, ormai rassegnati, quando va bene, a qualche vittoria spot che lascia sempre il tempo che trova. L’esempio più lampante è la vittoria contro il Sudafrica in un test match del 2016: da lì, loro sono usciti dal loro periodo più buio e sono tornati a volare, noi siamo sempre dove eravamo, a camminare pian pianino un po’ avanti e un po’ indietro. La partita sccessiva sarebbe stata da vincere, senza se e senza ma, ed invece arrivò una sconfitta che mandò presto in soffitta l’effetto della precedente e clamorosa vittoria e troncato sul nascere ogni minimo accenno di continuità e solidità.

A Recco abbiamo da due anni un coach neozelandese che è in Italia già da una quindicina d’anni, parla italiano molto bene ma, inevitabilmente, ci sono alcune parole che tende a tradurre utilizzandole con il significato orignale che hanno in inglese e la principale di queste è “confidenza” come traduzione di “confidence”. È corretto, ma il significato della parola in lingua inglese è più ampio e più “carico” che in italiano: “confidence” è sì “confidenza” ma, soprattutto, “fiducia in sé stessi”, “sicurezza”, “affidamento” e arriva fino a “presunzione”.

Allora, riguardo alle due vittorie dell’Italia, mi sono chiesta: 《Ma questi ragazzi, abituati a perdere (suona malissimo, ma è purtroppo vero), quanta fatica fanno a vincere e a non scendere in campo già pensando, inconsciamente, che perderanno?》. Senza dimenticare che, per chi gioca nelle Zebre, questo effetto è ulteriormente amplificato: gente, mesi e mesi di sole botte e sconfitte sono un peso mica da poco.

Immagino senza difficoltà che siano seguiti da fior di mental coach per questo ma credo che neppure il più bravo del mondo valga quanto l’attitudine a vincere, quanto la “confidence” che nasce sul campo.

Durante Italia-Canada, con gli Azzurri largamente vincitori su un avversario di livello palesemente più basso e più sicuri di sé stessi ad ogni meta (a differenza della vittoria ma con una prestazione brutta e contratta contro la piccola Namibia), ho pensato: 《Ecco come si sentono gli altri (inteso, a piacere, come all Blacks, Irlanda, Inghilterra, etc) quando giocano contro di noi》. Ed anche come si sentono i loro tifosi (sigh).

“Bisogna saper perdere”, diceva la canzone, ma bisogna anche saper vincere e, per farlo, serve scendere ogni volta in campo sicuri di poterlo fare, anche quando sembra folle il solo pensiero.

L’Uruguay ha dato una bella lezione su questo e, nell’intervista post-partita del Capitano, che mi ha fatto commuovere, c’era una confidence pazzesca. Un’altra squadra che ne ha da vendere è l’Argentina: ci credono sempre, credono sempre in loro stessi ed in quello che possono fare. Poi capita che si possa perdere comunque, certo, ma la confidence, alla partita successiva, sarà di nuovo lì tutta, indipendentemente da chi ci sarà di fronte. E del Giappone ne vogliamo parlare?

A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.
(Nelson Mandela)

Tralascio, tra gli esempi, le Nazionali più forti, per le quali la confidence è un grande circolo virtuoso: aumenta vincendo, non si perde perdendo, più ce n’è e più si vince, e così via. Purché, però, non sconfini nell’ultimo dei significati: la presunzione.

L’Italia è nel 6N, è sopra alle Nazionali di terza fascia, perde sempre più terreno da quelle di prima e fa ormai seconda fascia quasi a sé. Va sempre di moda il concetto che giocare contro i più forti insegna, però questo è vero se qualche volta si vince o se, almeno, il divario non è troppo ampio, ma non se si prendono sempre e solo mazzate che, alla lunga, non insegnano più niente e disintegrano la fiducia.

L’essere una delle Sei Nazioni ci sta facendo, per alcuni versi, più danni della guerra e il divario con le altre squadre, nonostante una quantità parecchio elevata di sconfitte “istruttive”, continua ad aumentare.

Più Russia e meno All Blacks, per i nostri test match? Magari più Giappone e più Scozia, ad esempio. Argentina? USA? Fiji? Francia? Qualche vittoria (si spera!), nessun bagno di sangue già scritto (si spera!), nessuna passeggiata di salute e qualche sconfitta, forse davvero istruttiva e non solo demolitiva.

Non mi pronuncio sulla possibile incidenza dell’ “effetto-Parisse”, di cui si è ampiamente dibattuto in questi giorni, sulla vittoria sul Canada e sulla confidence dell’Italia: lo spessore dell’avversario era oggettivamente modesto e Parisse rimane fuori troppo di rado per poter creare una casistica. La vivacità del dibattito, comunque, condito anche da alcuni meme non da poco, fa capire che la questione è emersa e suscita riflessioni ed interesse.

Il Mondiale, ora, prevede per l’Italia le due partite contro Sudafrica e Nuova Zelanda: travestiamoci da Uruguay, facciamo finta che Canada o loro sia uguale, giochiamo per vincere e proviamo a non perdere. Se, alla fine, potremo dire “non abbiamo vinto” invece di “abbiamo perso”, il mese in Giappone sarà stato speso bene.

Colui che vince gli altri è potente, chi vince sé stesso è forte.
(Lao Tzu)

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Tanti contenuti sulla RWC 2019 e non solo, sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Spizzichi e bocconi, cometa e formaggini: il Mondiale di Rugby 2019 in Italia

La RWC 2019 è iniziata da un giorno e, per la prima volta, in Italia non è possibile vedere in tv tutta la manifestazione: la rai, che sul filo di lana ha acquisito i diritti di trasmissione per il nostro Paese, trasmetterà solo 17 partite in tutto, cioè quelle dell’Italia più pochi altri incontri della prima fase e poi la fase finale.

Il risultato è un Mondiale che in Italia si “sente” ancora meno del solito, una RWC trasmessa a spizzichi e bocconi, pochissimo pubblicizzata dalla stessa rai e non aiutata neppure, e questo non è colpa di nessuno, dal fuso orario giapponese.

Su siti, blog, forum e social, da settimane si inseguono notizie tipo il goal di testa di Zoff e “scusi, chi ha fatto palo?”: quante partite? Dove? E le altre? È infatti notizia solo di oggi, anzi, per la precisione, qualcuno vi si è imbattuto e allora poi è uscita la notizia, che le partite sono tutte visibili in streaming sul sito del torneo.

L’accordo con la rai è stato ufficializzato a pochissimo dall’inizio della manifestazione, si è scoperto che non sarebbero state trasmesse tutte le partite, la promozione dell’evento è ridotta ai minimi termini. Il tutto sommato a voci contrastanti sulla trasmissione in streaming della diretta delle partite sul sito della Rugby World Cup che, forse, avrebbe potuto essere oggetto di una qualche comunicazione ufficiale che avrebbbe dimostrato attenzione verso gli appassionati, e sull’eventuale disponibilità di differite sul sito rai play, cosa non di poco conto visto il fuso orario.

“Piuttosto che niente, meglio piuttosto” si suol dire e, certamente, non vedere niente e rimanere uno dei pochissimi paesi che non hanno acquistato i diritti tv della RWC starebbe stato assai peggio. Però, anche il “piuttosto” forse poteva essere pensato un pochino meglio. Certo, il tempo non è stato molto, visto che i diritti sono stati presi molto tardi.

Il motivo non è difficile da intuire: il rugby in Italia non vende e non si vende. Non fa audience, quindi non porta introiti di pubblicità, quindi nessuno fa la fila per trasmetterlo: viviamo in un’altra galassia rispetto alle altre Union del 6 Nazioni e ci viene ricordato di continuo e in ogni modo.

Il rugby tornato in chiaro sulla rai, però, è stato salutato con favore come possibilità epocale di visibilità per la palla ovale in Italia. Giustissimo, ma con un Mondiale “monco” e zero promozione?

Teniamo pure buono il “piuttosto”, anche se una RWC “monca” fa venire i bruciori di stomaco, ma perché non cercare di ricavarne il massimo?

Certo, si torna a “il rugby in Italia non vende e non rende”, però, visto che qualcosa viene trasmesso, non sarebbe stato un bene per tutti, rai inclusa, investirci qualche soldo per cercare appunto di farselo un minimo rendere? Dopotutto è un Campionato del Mondo e non un torneo delle parrocchie, è un evento sportivo che sarà seguito nel mondo da un numero enorme di persone e che muove milioni e l’Italia partecipa, ma lo fa in un vuoto cosmico di attenzione ed investimenti.

Forse, se l’accordo con la rai fosse stato chiuso con adeguato anticipo e non all’ultimo, le cose avrebbero potuto essere un po’ diverse? Ad esempio, e non so perchè tra tutti i prodotti mi venga in mente proprio questo, avendo saputo con congruo anticipo della visibilità sulla rai, la Galbani avrebbe bussato alla porta della FIR proponendo magari una campagna pubblicitaria con i magneti con le faccine degli Azzurri nelle confezioni dei formaggini Belpaese?

Il cane che si morde la coda ormai sembra essersela mangiata quasi tutta: una Nazionale che perde sempre non ha appeal, non avendo appeal non ha sponsor e visibilità, non vincendo e non avendo visibilità e sponsor non fa da traino per una crescita del movimento, senza crescita del movimento la qualità e il numero dei giocatori formati sono troppo bassi, con numeri e qualità troppo bassi la Nazionale continua a perdere, continuando a perdere non ha appeal, etc etc etc. Insomma, la Fiera dell’Est.

Una RWC 2019 trattata un po’ meglio non avrebbe certamente fatto miracoli ma sarebbe comunque stata probabilmente un’occasione da sfruttare un po’ meglio da parte di tutti.

A noi appassionati rimangono i bruciori di stomaco per tutto quanto elencato ed un velo di tristezza per non riuscire a sentire e a vedere trattato come merita un evento che aspettiamo ogni quattro anni come il passaggio di una cometa.

“L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote”. (Michelangelo)

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Tanti contenuti sulla RWC anche sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

Ore 9.37

Oggi, 28 giugno 2019, alle ore 9.37 (mi torna in mente il telefilm “ER”: “ora del decesso: 9.37”, avrebbero detto Il Dott. Carter, o il Dott. Ross o il Dott. “Ciccio”), un’implosione da manuale ha tirato giù le pile 10 e 11 del ponte Morandi, a Genova. Ora del viadotto resta in piedi molto poco, dopo il crollo del 14 agosto 2018 e la demolizione di oggi.

Vivo a Genova ormai da tredici anni e mezzo, abito nel ponente della città e, quindi, sul viadotto ci sono passata centinaia e centinaia di volte, anche perché era anche la mia via per andare e tornare da Recco e dunque dal campo della “mia” Pro Recco Rugby. Non sono quindi genovese di nascita e non ho ricordi d’infanzia che mi leghino al Morandi, però ricordo perfettamente quanto quel ponte mi avesse colpita da subito, quando mi sono trasferita.

A dire il vero, due cose mi colpirono subito tantissimo della “viabilità” genovese: il viadotto, con quelle imponenti “A” ed il mare sullo sfondo, ed il fatto che la ferrovia che prendevo ogni giorno per andare al lavoro in centro passasse letteralmente dentro all’ILVA, che allora aveva ancora in piedi tutti i vecchi edifici e questi circondavano letteralmente i binari. Nata e cresciuta in Pianura Padana, nella campagna bergamasca, abituata ad ampi spazi a perdita d’occhio, quel ponte con i monti dietro, le case sotto e attorno ed il mare sullo sfondo, e quella ferrovia letteralmente dentro ad un’acciaieria, mi facevano sentire quasi su un altro pianeta!

Non si può immaginare che un viadotto autostradale cada, senza che ci sia un terremoto, in una mattinata di metà agosto. Ero in ufficio, nel pomeriggio sarei partita per una breve vacanza con una mia amica e collega che era in ferie, nel tragitto fino all’ufficio avevo imprecato per il diluvio che, temperatura a parte, rendeva la città quasi novembrina, con acqua a secchiate e cielo grigio scuro. La mia collega chiama: “Emy ciao, sono all’IKEA con mia mamma e qui dicono che è crollato il ponte…!!!”. Non si può immaginare che cada un viadotto autostradale, quindi io: “ma che ponte???”, pensando ad un qualche ponticello pedonale lì sul Polcevera (ho poi scoperto, guardando un documentario sul crollo, che un poliziotto, ed immagino non solo lui, aveva avuto il mio identico pensiero).

Non si poteva immaginare, ma successe: un viadotto autostradale era venuto giù, senza terremoti, nella mattinata del 14 agosto 2018. Il mondo e il tempo, per ogni genovese di nascita, d’adozione o anche solo di domicilio, si fermarono per un attimo, per ripartire, nel giro di pochi secondi, con gli squilli dei cellulari: grazie a smartphone e social, nel giro di una manciata di minuti era già apparsa sui media “quella” foto, il Morandi con il buco nel mezzo, stagliato su quel cielo grigio che aggiungeva un ulteriore tocco da film ad un’immagine già di per sé incredibile ed allucinante.

Quelle pile rimaste in piedi, ed i pezzi di impalcato a loro attaccati, sono rimaste lì fino a stamattina alle 9.37, testimonianze di una tragedia ma, seppur monche, sempre svettanti con la loro forma di “A” e con gli stralli al posto giusto, nuova versione della presenza del viadotto nel paesaggio, negli occhi e nella mente di chiunque le vedesse. In fondo, seppur crollato in parte e nonostante l’immenso dramma del 14 agosto, il ponte era ancora lì.

Per questo l’implosione di stamattina è stata tanto potente e toccante per ogni abitante di Genova e non solo: adesso, e solo adesso, la sagoma inconfondibile del Morandi, del “ponte di Brooklyn”, non c’è più. Non lo vedrà più chi lo aveva visto costruire, chi lo vedeva dalle finestre di casa, chi lo guardava distrattamente dal treno o dal ponte di Cornigliano, chi lo guardava dall’aereo prima di atterrare a Genova, chi lo percorreva ogni giorno e da lì sopra guardava verso il mare, chi ci passava ogni tanto per andare in vacanza e magari si chiedeva cosa diamine ci facesse una struttura del genere messa proprio lì, in mezzo ad una città.

È praticamente impossibile spiegare Genova a chi non ci vive o non ci ha mai vissuto, la sua conformazione assurda, il mare e i monti, la mancanza di spazio, una ferrovia dentro ad un’acciaieria ed un ponte sopra alle case, ma vista mare. Il “viadotto sul Polcevera” era un po’ il perfetto riassunto di tutto questo, era una vera e propria sintesi della città che lo ha ospitato per poco più di cinquant’anni.

Ci si può affezionare ad un mostro di calcestruzzo e ferro? Evidentemente sì.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”.
(Francesco Guccini)

Le ragazze dello sport: i sorrisi che salveranno il mondo

Lo sport di squadra femminile è in gran fermento, da qualche giorno a questa parte: le Azzurre non udenti del volley splendide campionesse europee e, ora, la nuova “mania” esplosa per il calcio femminile, con la Nazionale impegnata al Campionato del Mondo e fresca di primato nel proprio girone, nonché di prima e storica diretta sulla Rai. Tornando indietro di alcuni mesi, ci sono anche le Azzurre del rugby, con lo storico secondo posto al 6 Nazioni 2019 e, ancora prima, le pallavoliste, magnifiche seconde al mondiale 2018. Tralascio qui i trofei individuali nella ginnastica o in altri sport: me ne scuso e applaudo le protagoniste.

Il volley è, probabilmente da Mimì Ayuara in avanti, uno sport percepito in Italia come femminile, ad esempio ed in primis, a scuola: nelle ore di “ginnastica”, per tutta la mia carriera scolastica, noi ragazze giocavamo a pallavolo e i ragazzi a calcio. Curiosamente, però, la prima e roboante esplosione del volley italiano di cui io abbia memoria è stata tutta maschile: la generazione di fenomeni, gli anni di Velasco, la serie A1 con Mediolanum, Maxicono, Messaggero, Gabeca, etc etc. e ricordo che io, che crescevo e giocavo in un paesino dove la pallavolo maschile non esisteva, mi chiedevo da dove saltassero fuori tutti questi ragazzi pallavolisti…!

Calcio e rugby, invece, li vedo da un’ottica diversa: sono due sport tradizionalmente considerati come non femminili, non adatti alle ragazze e molto virili (“non è uno sport per signorine!”). Nel calcio questo prende un accento ancora più forte per via dell’enorme peso anche culturale dello stesso, inteso come la sua presenza fissa e pervasiva nella vita degli italiani, soprattutto maschi, fin dalla notte dei tempi. Da qui lo stupore che sta accompagnando i risultati di queste ragazze, piano piano emerse da un limbo di isolamento e derisione ancora non del tutto superato, non fosse altro che per chi ritiene di poter sparare giudizi a caso su orientamenti sessuali altrui: i maschi che si sentono sminuiti da donne sportive forti in ambiti ritenuti, in modo stereotipato, tipicamente virili, si sentono più “machi” pensando/affermando che “sono tutte lesbiche”, ed intendendo questo come un insulto.

Dunque, è ancora lunga la strada da fare per cambiare la testa di tanti/troppi, ma le ragazze che fanno sport ci stanno riuscendo, un passo dopo l’altro. Mi viene in mente che questo fenomeno esiste anche al contrario, e sono sempre i maschi a viverlo male: ragazzini che fanno ginnastica artistica vengono facilmente etichettati come gay, anche se dubito che qualcuno andrebbe a spiegare faccia a faccia il perchè di questo pensiero idiota al Signore degli Anelli Yuri Chechi…!

I risultati di queste ragazze, nel calcio e nel rugby, valgono quindi tantissimo ed ampiamente oltre i titoli sportivi. Per questo, la trasmissione in diretta su Rai1 della partita Italia-Brasile di ieri sera è importante anche ben al di là dell’evento stesso e il fatto che abbia ottenuto un risultato pazzesco, con 6.500.000 spettatori ed uno share del 29%, la rende epocale. Certo, si tratta di calcio e siamo in Italia, ma io azzardo che, se venisse trasmessa allo stesso modo una partita mondiale importante delle Azzurre del rugby, otterrebbe a sua volta un risultato di pubblico eccellente, seppur non così clamoroso. Perché?

Perché mi sembra che la gente, sempre di più, abbia voglia di sport “vero”, di aria nuova, di emozioni senza filtri, tutte cose che si faticano sempre di più a trovare nel calcio maschile, affogato dai suoi stessi miliardi, da logiche ormai quasi solo commerciali, che ha perso tutti i suoi riti e rituali ed anche il lume della ragione, con atleti valutati quanto interi PIL, ingaggi ad otto cifre e profili social trasudanti trash e lontani anni luce dalla vita e dalla carriera di ex campioni che erano anche incredibilmente rassicuranti, vicini, normali, pur nella fortuna di essere nati con quel talento.

Sul rugby il discorso è ovviamente diverso, perché in Italia non esiste il problema di una sovra-esposizione dell’ovale maschile e men che meno quello di una valanga di soldi sullo stesso. Però la Nazionale non vince e, così, la vetrina del 6 Nazioni non viene sfruttata, diventando anzi, con l’accumularsi delle sconfitte, uno scomodo volano negativo. Le Azzurre del rugby, invece, hanno iniziato a vincere partite con una certa continuità e la meravigliosa seconda posizione al 6 Nazioni 2019 ha fruttato loro anche l’attenzione, ad esempio, della rivista Vanity Fair.

Tutte queste ragazze sono toste, sono testarde, hanno fatto fatica per arrivare dove sono, perché magari non avranno avuto una squadra vicino a casa dove iniziare a giocare, perché saranno state prese in giro, perché anche adesso devono continuamente dimostrare “di più”. Io stessa, da semplice addetta stampa dilettante di un club di rugby e da modesta scrivente di questo blog, so di dover essere molto più attenta e preparata, muovendomi in una dimensione prevalentemente e tradizionalmente maschile. Va detto che le donne, in generale, ci sono piuttosto abituate, in un pianeta Terra che rimane sempre declinato al maschile e prigioniero di mille stereotipi, nel lavoro e nella società ancor prima che nello sport.

Quale è la cosa più bella di tutte queste ragazze vincenti? I sorrisi, senza dubbio. Che esprimono meglio di qualsiasi altra cosa la gioia, la soddisfazione, la motivazione, anche la rivincita.

Non seguo e non amo più il calcio da tanti anni ormai, ma le belle facce pulite e i sorrisi delle Azzurre mi hanno fatto venire voglia di seguirle e di tifare per loro, proprio come quelli delle ragazze del rugby. Women do it better!

Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti.
(Ginger Rogers)

(Foto dal web. Nell’immagine principale (dal sito Fantagazzetta) l’esultanza delle calciatrici dopo la partita vs Brasile, in quella di chiusura le ragazze del rugby al 6N 2019 (dal sito FIR).

rugby

Giocatori che mi piacciono: Bastien “Bast” Agniel

Nell’agosto del 2011, un ragazzo francese non ancora ventitreenne arrivò, dopo un viaggio di 600 km, a Recco, in provincia di Genova, sulla riviera di Levante. Era partito, in macchina, da Grane, piccolo paesino nel dipartimento della Drôme, regione Rhône Alpes, per affrontare la sua nuova esperienza da giocatore di rugby, la prima in Italia.

“Sono salito in macchina e ho pensato ‘ma dove cazzo sto andando???'”.

Mediano di apertura, il ragazzo, fin da subito, si era messo di grande impegno per imparare il più in fretta possibile l’italiano ed integrarsi al meglio e presto: avremmo capito in breve tempo che, il francesino, aveva la testa dura e tenacia da vendere.

Ricordo ancora la sera del raduno e del primo allenamento di quell’anno: era l’inizio della seconda stagione biancoceleste nell’allora A1, dopo il 7° posto di quella precedente, in panchina era arrivato Claudio “Morsa” Ceppolino, il gruppo era acerbo ma pieno zeppo di talenti pronti ad esplodere. Quel campionato finirà con un 6° posto e il nuovo numero 10 francese fece subito vedere che sapeva giocare e calciare molto molto bene.

Dopo la breve “rincorsa”, inizieranno gli anni del “tornado” Pro Recco Rugby: la vittoria della A1, i primi play off e la prima finale della storia nel campionato 2012/2013, ancora play off in quello 2013/2014, altre due finali nel 2015 e nel 2016. Con la maglia numero 10 c’è sempre quel francesino arrivato da Grane che, ormai, lo ha capito dove stava andando.

Miglior giocatore della serie A1 2012/2013, un numero spaventoso di punti a stagione (sempre attorno ai 200), un piede magnifico, un giocatore generoso, competitivo (“deve avere qualcosa in palio anche quando facciamo qualche gioco stupido in club house!”, dirà l’attuale coach Cal McLean), un vero esempio e leader dentro e fuori dal campo, che diventerà capitano nel 2014 e lo resterà sempre, diventando per tutti “Le Capitaine”.

Ogni anno, la paura di vederselo portare via ma, nel campionato “di sopra”, nessuno ha mai creduto davvero in lui: ritenuto non abbastanza grosso? Chissà. Comunque, scarsa lungimiranza loro e fortuna della Pro Recco Rugby, che si è goduta il ragazzo, diventato nel frattempo un uomo ed un campione, per la bellezza di otto stagioni.

Auguro a chiunque di trovare un giocatore come Bast, lo auguro a qualunque squadra e società ed anche a qualsiasi addetto stampa: un Professionista magnifico, un rugbysta appassionato, un perfezionista che si conta i punti e sempre pronto a segnalare imprecisioni. Su dodici stagioni da “Detta” stampa del Recco, otto le ho condivise con lui e so solo io quante volte ho ricontato punti!!!

Quando ho postato l’annuncio del suo addio a Recco e all’Italia sono arrivati tantissimi commenti, anche da una marea di avversari incrociati negli anni: stupendi e sinceri attestati di stima nel riconoscere la grandezza di un atleta che ha senza dubbio arricchito la nostra Serie A con il suo talento e la sua classe e con il suo essere un Signore (come è stato scritto da un direttore di gara).

Bast mancherà alla pro Recco Rugby, mancherà alla Serie A, mancherà al rugby italiano, mancherà a me e a tutti coloro che hanno diviso con lui campi, maglia, lacrime, sorrisi e risate.

Allez Bastien, allez Bastien!

“Le rugby, c’est l’histoire d’un ballon avec des copains autour et quand il n’y a plus de ballon, il reste les copains” (Jean-Pierre Rives)

(Nella foto principale, le lacrime della finale più amara: Viadana 2015)

(Tutte le foto: archivio Pro Recco Rugby)

Di rugby italiano, Victoria’s Secret e nostalgia: week end di play off in vista

Siamo alla vigilia del primo di alcuni week end ad altissimo tasso di rugby italiano, da seguire sui campi oppure anche da casa, grazie allo streaming. Io già pregusto Munster-Benetton (play off Pro14) domani e Petrarca-Rovigo (semifinale d’andata Top12) domenica. Mi dispiace per Reggio-Calvisano ma la storica prima partita di play off di Treviso, per quanto si presenti decisamente ardua, attira di più la mia attenzione.

Attira la mia attenzione anche questa concomitanza quasi perfetta di orari (alle 16.00 Treviso su DAZN e alle 16.30 il Top12 in streaming Raisport), mossa decisamente non azzeccata e doppiamente per uno sport deficitario per quanto riguarda l’audience: sono due partite, non venti, e si è riusciti a metterle in contemporanea??? Mon Dieu.

Il palinsesto del week end offre anche il Super Rugby degli antipodi ma, personalmente, non ne sono appassionata e, per questo, mi piacerebbe molto che Sky, che lo trasmette, lo barattasse con la Premiership inglese, ad esempio! Naturalmente, è solo un opinione personale e so che il rugby dei marziani ha i suoi appassionati, fortunati a poterselo vedere in tv, dove ormai di rugby, in Italia, se ne vede proprio poco.

A proposito di tv… Grandi annunci per il riavvicinamento tra Rai e ovale italico, per poi scoprire che, in tv, le semifinali di Top12 saranno trasmesse in differita durante la notte… Ad ogni modo, tanta grazia e mille grazie che la Rai farà le riprese e avremo comunque la diretta in streaming sul sito di Raisport.

Non sono un’amante dello streaming, probabilmente perchè ormai sono vintage ma, in quanto amante del rugby, ho dovuto trovare con le trasmissioni in rete un amichevole accordo, altrimenti non vedrei mai niente. Così, sono diventate parte dei miei sabati pomeriggio le partite di Top12, così come quelle di Treviso in Pro14 e, parecchio meno, lo ammetto, quelle delle Zebre.

A me guardare rugby piace, da matti. Amo guardarlo dal vivo, certo, che è tutta un’altra cosa, ma mi piace tanto anche guardarlo “in video” e, nonostante quanto se ne parli male, io adoro guardare il rugby italiano. Sarà forse per questo che invece non mi piace il Super Rugby? Uhm… Battute a parte, mi sono fatta l’idea che la poca inclinazione degli appassionati italiani a guardare il rugby tricolore, sia sui campi che sul divano di casa, sia dovuta ad una considerazione un po’ distorta del tutto. Ora vengo e mi spiego (cit. Commissario Montalbano).

Il livello del Top12 è il più alto del rugby nazionale e parliamo, infatti, del massimo campionato tricolore. Succede che, per i notissimi e variegati motivi, questo livello non sia altissimo, intendendo, diciamo, un paragone con Premiership e Top14, ad esempio. Benissimo, e quindi? Questo abbiamo, queste sono le nostre squadre, questi sono i nostri giocatori, queste sono le nostre partite e non fanno tutte schifo, non sono tutti scarsi e non sono tutte brutte da vedere. Certo che, se quando mi specchio in bikini, il mio unico riferimento è un Angelo di Victoria’s Secret, mi sparo ma se, invece, mi guardo senza avere in mente le Barbie, vado in spiaggia comunque felice e contenta.

Questo discorso vale anche per la Serie A, a me tanto cara: si dicono peste e corna di un campionato cadetto che, invece, è molto meno disprezzabile di quanto si pensi. E’ un campionato di giovani, di crescita, di cuore, dove la qualità non è affatto zero ma, anche qui, se lo si guarda con l’ottica di un termine di paragone fuori scala, ad esempio il Pro D2 francese, in teoria il suo omologo, è chiaro che lo si ritiene inguardabile. Cosa che, invece, non è affatto.

L’Italia non è un paese ovale, come sappiamo benissimo: il rugby è poco conosciuto, poco diffuso, pochissimo visto, è sport minore e sport di nicchia e, per questo, io penso che, se anche avessimo un Top12 della stessa qualità del Top14, i dati legati al pubblico non sarebbero enormemente diversi. Basti pensare, per una forma in scala di questo ragionamento, a Treviso: nonostante i notevoli risultati, se provate a chiedere al di fuori del mondo ovale e al di fuori dal Veneto se qualcuno sa qualcosa dei biancoverdi, riceverete i soliti sguardi interrogativi. E’ vero che, per ora, i progressi di Treviso sono ancora tutti da confermare e consolidare ma è un dato di fatto che non sia un club e che non sarebbe neppure un intero campionato a poter creare una svolta nel seguito del rugby italiano.

Allora, chi lo potrebbe fare? “Facile”: una Nazionale vincente. L’unica entità ovale italica di cui hanno sentito parlare persino i miei colleghi di lavoro, solo che l’unica cosa che sanno è che perde sempre (sigh). Una Nazionale più competitiva e vincente nel 6 Nazioni non porterebbe 20.000 persone a vedere Calvisano-Petrarca (non siamo il Galles) ma, di sicuro, creerebbe più interesse verso l’ovale, più spazio sui media, più bambini che vogliono iniziare a giocare, più spazio nelle scuole, più stimolo per il pubblico a scoprire cosa c’è dietro a quella Nazionale.

Non ho dati di pubblico su quando nel fu Super10 giocava chi veniva convocato in Nazionale, ma ricordo un rugby italiano più seguito e, ancora più importante, più organico, nel senso che la Nazionale era figlia del movimento di cui era la naturale espressione: club, campionati, filiera, percorso di crescita dei giocatori che poteva arrivare fino in vetta per chi ne aveva le qualità, massimo campionato nazionale come scalino da cui poter puntare all’Azzurro. Abbiamo perso tutto questo.

Per vedere partite di S10 ci si spostava, anche chi non viveva dove avevano sede le squadre andava a vedersi le partite, si organizzava, partiva con gli amici per andare a Calvisano, a Parma, si trovava una trattoria per un bel pranzetto e poi si andava al campo, per veder giocare “quelli della Nazionale”, quelli di cui si era fan, i big stranieri che venivano a giocare da noi, oppure l’ex compagno di squadra che aveva fatto carriera, perchè giocare in S10 allora era aver fatto carriera, e da lì si poteva sognare e raggiungere la maglia Azzurra. Andare alle partite del campionato italiano era una festa, un evento, che poi si riviveva al 6 Nazioni. Che nostalgia.

Detto tutto questo e auspicando che, prima o poi (sarebbe meglio prima), un filo rosso ricominci a percorrere e legare tutto il rugby italico, in bocca al lupo a tutte le squadre e ai giocatori in campo nei vari play off, barrage e spareggi in programma: may the force be with you! (Semicit.)

Agli appassionati invece ribadisco il suggerimento di guardarsi e godersi le partite, le emozioni, il gioco e il rugby di casa nostra: non sono gnocche solo gli Angeli!

Rugby, gioco da psiche cubista, deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile. (Alessandro Baricco)

 

(Nella foto, Behati Prinsloo, signora Levine, Angelo di Victoria’s Secret)