I giovani, i campi, le scuole, Pierre Bruno: una chiacchierata con Paolo Ricchebono

Vivo nello stesso quartiere genovese di Paolo Ricchebono e non so neanche esattamente perchè io abbia aspettato così tanto a farmi quattro chiacchiere con lui. L’occasione è arrivata quando nella redazione di “Ovalmente” si è parlato di Pierre Bruno, del suo esordio in Nazionale con annessa meta, della sua provenienza e formazione. “Io abito nel quartiere del suo primo allenatore: lo sento e vediamo cosa ci racconta!”.

Dunque, eccoci qui. Paolo Ricchebono, classe 1965, genovese di ponente, diplomato al nautico e in procinto di partite per l’accademia di Livorno quando invece si è intromesso il rugby nei suoi progetti di vita: “Avevo diciotto anni, giocavo a rugby solo da un paio di stagioni ma ero stato convocato in Nazionale U19 e, grazie a Loris Salsi, genovese che giocava nell’Amatori Milano e che era anche allenatore della selezione ligure giovanile, mi venne proposto un colloquio con Marco Bollesan, allenatore dell’Amatori e così, esattamente il giorno seguente al mio esame di maturità, mi chiamò poi il Presidente della società per dirmi che mi volevano da loro. Dopo un paio di stagioni come Amatori Milano arrivò il gruppo Fininvest e diventammo così Mediolanum e poi Milan: Fabio Capello venne mandato da Silvio Berlusconi a Madrid a studiare come funzionava la polisportiva del Real, al suo ritorno nacque quella del Milan e lui ne diventò il Direttore Sportivo fino a quando non diventò allenatore del Milan calcio, in sostituzione di Arrigo Sacchi che diventò CT della Nazionale. Negli anni arrivarono risultati importanti, tra cui quattro scudetti per noi del rugby”.

Digressione: si è parlato inevitabilmente anche del volley ed è stato bellissimo per me ripercorrere quegli anni in cui, ragazzina, giocavo a pallavolo in provincia di Bergamo, avevo la maglia numero 10 perchè amavo Jeff Stork e andavo al Forum di Assago e al Palalido a vedere le partite della Mediolanum di Zorzi, Lucchetta, Stork, Galli. Lo sport è una cosa bella.

Torniamo a Paolo: “Dopo quattordici anni a Milano, il mio percorso da giocatore si concluse con una brevissima parentesi nel CUS Genova, dove stava allenando Marco Bollesan, per me quasi un secondo padre. Dopo mi sono dedicato per sei anni allo sci a livello master agonistico, che mi è servito per sentire meno la mancanza del rugby e delle mille emozioni della competizione e dello sport. Nel frattempo stavo frequentando l’ISEF e così sono entrato in una scuola elementare di Sestri [Ponente, il quartiere genovese dove viviamo sia Paolo che io (ndr)] per tenere dei corsi di educazione motoria e di avviamento allo sport e mi venne in mente di proporre anche il rugby, iniziando con un gruppo di bambini nati nel 1997, e così nacquero gli “Orsi” delle Province dell’Ovest. Un paio d’anni dopo cominciai a lavorare anche con alcuni ragazzi del ’96 e, tra loro, c’era anche Pierre Bruno”.

“Ero in una seconda media e chiesi ai ragazzi se qualcuno volesse partecipare ad un allenamento degli Orsi, Pierre alzò la mano, venne a provare e, da allora, non ha più smesso. Con lui c’era un altro bel gruppo di giocatori con i quali abbiamo fatto tante esperienze, perchè allora potevo dedicarmi solo a loro, che erano la mia unica categoria: li portavo anche a Padova ad allenarsi con il Petrarca, li ho portati ad un evento giovanile a Lione dove i giocatori della Prima Squadra erano sugli spalti e dovevano appuntarsi i prospetti più interessanti e segnalarono anche sei dei nostri, tra cui Pierre. Madre natura con lui è stata particolarmente generosa: gli ha dato talento, velocità, coraggio e grinta”.

Gli anni nel Milan si sono riaffacciati poche settimane fa quando, a Parma, è stato ricordato ad un anno dalla scomparsa Massimo “Mouse” Cuttitta: “Lo abbiamo ricordato con un torneo U13 al quale abbiamo partecipato anche noi dalla Liguria con una squadra composta da giocatori delle Province dell’Ovest, di Cogoleto e di Recco. Ai tempi di Milano io mi contendevo la maglia numero 11 con suo fratello Marcello ma, con lui come concorrente, mi accontentavo volentieri anche della 14”.

In Liguria e a Genova, paradigma di ogni luogo con difficoltà di spazio, mezzi e logistica, è particolarmente pesante il problema degli impianti dove poter giocare: “Le Province dell’Ovest esistono da quindici anni e ancora non abbiamo un nostro campo: ci alleniamo al Campo Sportivo Branega [nel territorio del quartiere ponentino di Genova Prà (ndr)], che gestiamo insieme alla GSD Olympic 1971, su un terreno di gioco non idoneo per gli incontri ufficiali, poichè è da calcio a nove e dunque è piccolo, e per disputare le partite siamo costretti ogni anno a elemosinare campi dove poter giocare, chiedendo la disponibilità ad altre società di rugby o di calcio e pagando quanto ci viene chiesto, finendo anche per dover chiamare “casa” campi lontani parecchi kilometri, per due anni persino Rocca Grimalda, in provincia di Alessandria, a 60 km da Genova, quindi eravamo più vicini quando giocavamo in trasferta. Dobbiamo ringraziare le famiglie dei ragazzi per la disponibilità e la dedizione, senza le quali sarebbe impossibile riuscire a schierare le nostre squadre. Il rapporto con le società di calcio è molto difficile, perchè se hanno il sintetico non vogliono sentir parlare di doppia tracciatura e dunque non vogliono condividere il campo con noi: condividiamo il campo con l’Olympic per allenarci grazie alla collaborazione e al buonsenso di entrambe le dirigenze”.

Quale è stato il percorso di Pierre Bruno? Sentiamo un po’: “L’ultima volta che ho rivisto Pierre è stato poche settimane fa a Parma, per l’evento U13 in memoria di “Mouse”: siamo sempre in contatto, io seguo da vicino la sua carriera e lui è molto legato e riconoscente alla sua prima società. Pensa che in Accademia non lo volevano, perchè era troppo basso per quelli che erano considerati i parametri accettabili, abbiamo fatto di tutto per convincere chi di dovere a dargli una possibilità e, alla fine, ce l’abbiamo fatta. Diciamo che lui è stato un successo anche per questo, per l’aver messo in discussione questi parametri e diciamo anche che a dare il colpo di grazia, speriamo, poi è arrivato anche Capuozzo. Ho discusso molte volte del famigerato “progetto altezza” anche con Diego Dominguez, mio ex compagno di squadra e noto gigante”.

Ricchebono come educatore ed allenatore di rugby nasce sotto l’ala e l’influenza di George Coste, che lo manda da Pierre Villepreux in Francia, dove va ormai ogni estate da quindici anni per i suoi stage: da qui nasce una filosofia dell’allenare per insegnare ma, al contempo, dell’allenare per continuare ad imparare.

Una volta aperta la porta, impossibile non proseguire sull’argomento della formazione dei giovani ruggers italiani: “Sicuramente si dovrebbe dare più spazio ai ragazzi in formazione, che non sono solo quelli che lottano per entrare nel sistema delle accademie: un ragazzo non può mollare a sedici anni perchè è già rimasto escluso, ma è proprio il momento in cui deve crescere e continuare ad impegnarsi. Per far questo, è assolutamente indispensabile investire sulla formazione dei tecnici nei club e questo dovrebbe essere un grande obiettivo da porsi, in modo che cresca il livello della formazione all’interno dei club ed allargando dunque esponenzialmente il numero dei ragazzi che possono avere accesso ad un percorso di crescita di livello. Qui si pone certamente un grosso problema di risorse economiche, perchè il discorso si basa su dei tecnici che abbiano tante ore da dedicare al lavoro in campo e dunque che ne facciano la loro professione principale: per questo credo che il nuovo corso federale che ha stabilito che ci saranno dieci club sparsi sul territorio nazionale che faranno da centri di formazione sia potenzialmente buona, se verrà avviata e costruita nel modo giusto. Accanto a questo, servirebbe in tutte le regioni un’attività continua di raduni per le diverse annate, a cui far partecipare tutti i ragazzi che ne abbiano voglia, in modo che loro abbiano continui stimoli ad impegnarsi e i tecnici possano sempre vederli e valutarli: in Liguria lo stiamo facendo e ne vado molto fiero. Torno però al punto dolente del grosso investimento economico che andrebbe fatto sui tecnici: se li tratti e consideri come dei dilettanti, avrai risultati da dilettanti, nonostante tutte le capacità e l’impegno che uno ci può mettere nel tempo limitato che può dedicare a quella che per lui non è un’attività svolta come professione Le risorse economiche danno la possibilità ad un tecnico di formarsi per poi formare”.

Tutto sbagliato e tutto da rifare? Non proprio, ma…: “I cambiamenti aiutano sempre: sfrutti le cose buone che hai ereditato e cerchi di modificare quello che ritieni non vada bene, non tutto è da buttare ma tante cose sono da cambiare e ora c’è la possibilità di poter fare un gran lavoro”.

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Foto di Paolo Ricchebono: Pierre Bruno all’ingresso in Accademia)

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Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.