Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

Il rugby che mi piace: la mischia

La quasi totalità della mia vita ovale di club è targata Pro Recco Rugby, società classe 1968 della provincia di Genova, sulla Riviera di Levante. Come molti sanno, si tratta di una realtà dove, ormai da un ventennio, si dà grande importanza alla mischia e, così, il mio punto di vista “sul campo” si è formato respirando (ed anche annusando) tutta la bellezza e la forza del gioco di mischia chiusa.

Avvertenza: chiunque pensi che il rugby si identifichi con il gioco dei trequarti e che la mischia potrebbe essere abolita, smetta pure di leggere!

Le prime tre parole che io associo a “mischia” sono “forza”, “Recco” e “avanti”. Per scrivere queste righe ho chiesto aiuto su facebook alla comunità ovale e ho ottenuto molte termini e concetti immediatamente associati alla mischia, alcuni più frequenti e altri meno, secondo il sentire di ognuno, giocatore oppure no: i più gettonati sono forza, vicinanza, spinta, fratellanza, sacrificio, fatica, coraggio, tecnica, avanzamento e potenza, così come il male al collo (incluso un “Madonna la cervicale!” che ha detto tutto alla perfezione restando nel “compito” assegnato delle tre parole!).

“La mischia è quel momento in cui, a -2 gradi e con la neve battente, trovi il coraggio di non tirarti indietro di fronte al tuo avversario, come la vita che cerca di spingerti indietro e tu spingi fino alla meta”. (Andrea Rinaldi)

Quando sono arrivata nel mondo Pro Recco Rugby, la mischia aveva ancora l’ingaggio (e senza pausa, che sarebbe venuta dopo: “crouch… touch… engage!” … BOOOOM!), il primo biglietto da visita di ogni pacchetto nei confronti dell’altro: cosa c’era di più emozionante del momento in cui le due prime linee si fissavano aspettando l’ordine “ingaggio” dell’arbitro prima di iniziare la battaglia, esattamente come si faceva nelle guerre dei tempi antichi, quando i due schieramenti si scontravano lanciandosi letteralmente l’uno contro l’altro? Se poi c’era anche fango e la mischia “fumava”, il tutto diventava una scena quasi mitologica.

“Se accostiamo una partita di rugby ad una battaglia, i trequarti ricoprirebbero il ruolo della cavalleria leggera e la mischia l’artiglieria pesante: le prime linee sarebbero il corpo possente del carro armato, il cuore pulsante della macchina; le seconde gli inarrestabili cingoli che ti permettono di avanzare su ogni terreno centimetro dopo centimetro; le terze ali, il mirino del cannone puntato sul nemico, per atterrarlo o proteggere il resto della truppa. Far parte della mischia significa sapere di essere parte di un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue parti per funzionare alla perfezione, perfettamente incastrate ed alimentate a dovere dall’immagine del terzo tempo che arriverà in fondo alla partita”. (Sara Garuglieri)

Nella seconda metà degli anni ’90, a Recco arrivò Manuel Ferrari, maestro della “bajadita”, la mischia all’Argentina, fatta cioè posizionandosi più bassi e compatti, studiata, preparata ed allenata in modo maniacale, a partire dalla posizione della schiena fino al lavoro di spinta delle gambe, passando per il modo migliore in cui usare collo e testa nell’ingaggio e nella spinta.

Davide Noto, classe 1983, tallonatore e allenatore della mischia del Recco, è stato letteralmente cresciuto da Manuel Ferrari: “Quando arrivò a Recco, portò una vera filosofia della mischia chiusa e del modo di allenarla ma, soprattutto e alla base, del modo di viverla, con la creazione di un vero stato mentale: l’avanzare e il non accettare di perdere una mischia chiusa”.

Ogni tanto qualcuno se ne esce a dire che le fasi statiche “uccidono” lo spettacolo in una partita di rugby ma, chi lo dice, forse dovrebbe provare a riflettere sull’essenza stessa del gioco: che rugby a 15 sarebbe senza la mischia come fase di conquista? Riesco solo ad immaginare una specie di flipper: no grazie!

“Forwards win games, back decide by how much”.

Una celebre frase sul rugby dice che i trequarti suonano il pianoforte e gli avanti lo portano. Ecco, neanche Mozart in persona avrebbe potuto fare granché se il piano non lo avesse avuto. Da qui ne deriva che, quando una mischia sputa sangue per conquistare una palla e poi, nel giro di pochi secondi, ad un trequarti quella palla cade in avanti, gli otto uomini del pacchetto un pianoforte glielo romperebbero volentieri sulla schiena (sempre dal giochino delle tre parole, un magnifico “(i) trequarti fanno avanti”, che sono quattro ma facciamo che l’articolo non conta)!

“Rugby backs can be identified because they generally have clean jerseys and identifiable partings in their hair… come the revolution, the backs will be the first to be lined up against the wall and shot for living parasitically off the work of others” .
Wallaby Peter FitzSimons

Con buona pace degli estimatori del gioco al largo come unica fonte di qualità, la mischia è senza dubbio la fase di gioco più tecnica e lo è diventata sempre di più con il passare degli anni e delle regole che hanno tolto l’ingaggio e ridotto l’impatto, cambiando le dinamiche di “scontro” tra i due pack ed aumentando così ulteriormente l’importanza della tecnica di spinta del pacchetto e di quella individuale.

L’immaginario collettivo identifica il giocatore di rugby con il pilone “classico” e un po’ vintage: grosso, massiccio, compatto, senza collo ed anche con un po’ di pancia, segno delle birre e dei terzi tempi. Al di là di questa immagine “paciosa” le prime linee, in realtà, sono senza dubbio alcuno persone fuori dal comune perchè, e sfido chiunque a dire il contrario, per giocare lì davanti ci vogliono un bel fegato ed una discreta dose di masochismo: se il rugby non è uno sport per tutti, e io ne sono convinta, giocare tra i primi tre è decisamente per pochi.

Riservata a pochi è anche la capacità di arbitrare la mischia, come ben sanno sia i direttori di gara sia chi gli urla di tutto durante le partite: per i sedici impegnati a spingere per guadagnare terreno e palla, tutti legati ed intrecciati ed incastrati tra loro, il regolamento diventa decisamente troppo complesso per starci a pensare mentre si sta lì con la testa incastrata dove nessuno la vorrebbe mettere e, al contempo, il grosso carapace di schiene e l’abilità ed il “mestiere” dei possessori delle schiene stesse non aiutano certo il direttore di gara ad osservare per bene cosa succede là sotto.

“Ahimè, per colpa dell’inesperienza, molti palloni cadevano dalle mani dei ragazzi e venivano commessi molti in avanti, con un gioco molto lento e con molte mischie: praticamente giocavamo le partite a mischie chiuse e pick-and-go. Il primo anno ho giocato senza sapere una regola: cercavo di non farmi fischiare dall’arbitro e cercavo di prendere la palla per sfondare sempre!” (Sabian Allani)

Arbitro, ma prima tallonatore, è Stefano Bolzonella: “Per me la mischia è Oliver, il mio pilone sinistro della carriera come tallonatore al Valsugana. Allenati da Borsato ed Innocenti, finiamo l’ennesima sessione di macchina da mischia e ricordo solo che ero sfinito e mancavano ancora 30’ di gioco collettivo. Marzio spiega il lavoro da fare con opposizione reale, col suo accento livornese che tanti anni a padova non gli hanno mai levato. Da grande terza linea qual è stato sottolinea ai nostri centri come sia fondamentale una cosa ed una sola, piccoli dettagli: tenere la palla in mano e non fare avanti! Per sottolineare la cosa si rivolge al nostro primo centro: ‘Prova a chiedere ad Holly se, appena finito di fare una mischia, si alza e vede che hai fatto in avanti e sa che dovrà farne un’altra, chiedigli che ne pensa’. Tutti ci siamo girati verso Holly, ci aspettavamo un suo sguardo di odio… invece… aveva un ghigno come il cane Muttley dei cartoni animati! Marzio basito mi ricordo che disse solo: ‘Ho una squadra di defiscienti!!!’. Holly per me era la mischia, il pilone sinistro più forte con cui abbia mai giocato. Non ha vinto una sola mischia, quella contro il drago più brutto che si possa incontrare, e sono sicuro che è lì che ghigna perchè lo attende ancora al prossimo in avanti, perchè ci sarà un altro in avanti”.

La partita giocata in mischia è certamente una cosa a se rispetto a quella degli altri perchè, anche senza arrivare alla meraviglia del “chi ga vinto???” del pilone veneto raccontato da Paolini nei suoi bellissimi spettacoli sul rugby, non è difficile immaginare che chi si mette giù a spingere imprecando mentre i trequarti si risistemano i capelli e si preparano a prendere la palla che da quella sudata, puzzolente e faticosa mischia uscirà fuori, non avrà mai la stessa percezione dell’incontro, del gioco e del tempo che scorre.

A proposito… “Era una di quella partite del cazzo, verso febbraio, che per colpa del freddo non sai distinguere se la pelle brucia o gela. Mi tiro su dalla millesima mischia senza neanche ricordare il mio indirizzo di casa. L’arbitro fischia, e tutti fanno per allontanarsi dal campo. Io urlo, furiosa: ‘Dove cazzo state andando? C’è il secondo tempo!’ – ‘Lara, vai a fare la doccia. Era questo il secondo tempo”. (Lara Mammi)

(Foto: GRAZIE al sempre bravissimo e gentilissimo Alfio Guarise (dalla semifinale di Top12 Rovigo-Petrarca).

(GRAZIE INFINITE a chi mi ha mandato contenuti o li ha postati su facebook rispondendo alle mie richieste! E GRAZIE naturalmente anche a Stefano Bolzonella e Davide Noto).

Scusi, chi ha fatto… calcio???

Domenica 13 gennaio sarei dovuta arrivare al campo da rugby di Recco giusto in tempo per svolgere le mie funzioni di addetta stampa alla partita di serie A tra Pro Recco Rugby e Parabiago ma, a causa di un volo in ritardo, non ce l’ho fatta. Grazie ad un efficientissimo e preciso dirigente, però, ho ricevuto via whatsapp (sia lodata la tecnologia!) gli aggiornamenti necessari per scrivere anche il tabellino dell’incontro.

Dopo pochi minuti di gioco segna Parabiago e chiedo, sempre via Whatsapp, il numero di maglia del piazzatore (avevo già ricevuto le distinte di gara, dunque mi bastavano i numeri di maglia per risalire ai nomi degli avversari). Ricevo “4” e penso che il mio “inviato” abbia sbagliato a digitare, quindi insisto “scusa, non ho capito chi calcia” e ancora ricevo “4” e io “il 4?” con faccina emoticon perplessa, e ricevo “già!”. Per completezza di informazione, il seconda linea “kicker” in questione è Dario Maggioni, appunto del Parabiago (tra le foto in fondo al testo).

Questo piccolo siparietto in chat, unito alla particolarità di trovare un uomo di mischia che piazza, mi ha dato lo spunto per queste righe. Ringrazio moltissimo gli utenti del gruppo Facebook “Piloni e altre creature leggendarie”, ai quali mi sono rivolta per avere un po’ di materiale su cui scrivere!

Il più citato, tra i mischiaioli noti per avere anche il piedino buono, è sicuramente John Eales, soprannominato Mr Nobody, cioè Sig. Nessuno, perchè Nessuno è perfetto. Seconda linea di Brisbane, classe 1970, dalle sconfinate qualità tecniche e caratteriali, considerato il miglior australiano della storia nel suo ruolo e due volte campione del mondo (1991 e 1999). Qui il video di un suo piazzato decisivo per la Bledisloe Cup del 2000.

L’altro nome che viene subito alla mente è quello di Zinzan Brooke, All Black classe 1965, campione del mondo nel 1987, numero 8 tra i più conosciuti della storia ovale e ritenuto il migliore ad aver vestito la maglia dei Neri. Dotato di velocità e piede quasi da trequarti, in carriera ha messo a segno tre drop, di cui uno durante la Coppa del Mondo del 1995 (qui il video), e ha trasformato una meta. Ancora oggi, quando un uomo di mischia, soprattutto un terza linea, tenta un drop e magari lo segna pure, Zinzan Brooke è l’immediato riferimento (come successo anche in occasione di un drop messo dentro da Parisse con la maglia dello Stade Français anni fa, con i telecronisti subito a citare il campione neozelandese. Qui il video).

Grazie al contributo degli utenti del gruppo ho scoperto che anche il riccioluto pilone gallese Adam Jones non ha mai disdegnato di usare i piedi! Qui qualche clip. Restando in Galles, anche Allan Martin, classe 1948, è noto per essere un avanti assai prolifico dalla piazzola, anche per la sua Nazionale.

In Italia, il nome che è stato citato è quello ormai storico, e quasi leggendario, di Mario “Maci” Battaglini, IL simbolo del rugby rodigino. Il suo ruolo principale era il flanker ma ha giocato anche seconda linea e, addirittura, mediano di apertura. Tra i primi italiani ad andare a giocare all’estero, in Francia venne soprannominato “Il re dei marcatori”, proprio in virtù della sua precisione nei calci piazzati, anche da lunghissima distanza. Nato nel 1919, durante la Seconda Guerra Mondiale partecipò alla Campagna di Russia e, al ritorno dal fronte, riprese subito a giocare a rugby. Morì nel 1971, a soli 51 anni, in seguito alle ferite riportate dopo essere stato investito mentre andava in bicicletta, ed è diventato leggenda.

In mezzo ai vari nomi di avanti italiani di ogni categoria che non disdegnano l’uso del piede (e ringrazio tutti per averli suggeriti!) spiccano, nel massimo campionato nazionale ed anche oltre, il versatile Gianmarco “Mammuth” Duca (Fiamme Oro e ora Lazio), suo fratello Davide (ai tempi del San Gregorio nella fu Eccellenza), Matteo Cornelli, giovane sempre Fiamme Oro, e la Zebra Oliviero Fabiani.

Per quanto riguarda il mondo ovale femminile, dalla mia amica Cinzia ho ricevuto la segnalazione del nome di Stefania Scaldaferro, pilone del Vicenza e della Nazionale di qualche anno fa. Quasi un cecchino, ma le serviva la musica per concentrarsi e, siccome sui campi ancora non si usava metterla, le compagne, quando lei andava sulla piazzola, dovevano tenerle il pallone e cantare una determinata canzone dei Simply Red! E funzionava bene, visto che un suo calcio ha anche dato alla sua squadra una storica vittoria contro Treviso!

Tra le ragazze cito volentieri anche Barbara Casasola, pilone del Frascati che trasforma con grande classe, che ha segnalato se stessa in un commento al mio post di ricerca nel gruppo “Piloni e altre creature leggendarie” (foto qui sotto)!

Chiudo con le parole di Diego, prima linea della provincia romana, tra i fondatori del rugby ad Aprilia, che ha commentato il post ma non fa parte degli avanti che calciano: “io, pilone, sono cresciuto sportivamente con l’idea e l’imposizione del mio coach di non avere i piedi…”!