Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

È finita la RWC, viva la RWC!

Dopo 43 giorni, si sono spente le luci sull’edizione 2019 della Rugby World Cup. Un mese e mezzo di rugby giocato, rugby guardato, rugby raccontato, rugby vissuto, rugby respirato, da qualcuno in Giappone, da tutti gli altri da casa propria.

E adesso? E adesso ci sentiamo già tutti un po’ orfani, un po’ tristi, perché è finito quello che è, insieme al 6 Nazioni, l’unico altro grande fenomeno di aggregazione ovale per noi appassionati italiani, uno dei nostri due grandi divani condivisi, dove ci ritroviamo tutti insieme, seppur da mille posti diversi, a vivere la nostra passione.

Ora la tv davanti al divano è spenta, dopo i titoli di coda del Mondiale appena finito. Ha vinto il Sudafrica ma, prima di tutto, ha vinto il rugby, vestito a festa nel suo splendore da Campionato del Mondo, e tutti noi non possiamo che ringraziare ancora una volta il nostro amato ovale, che ci ha regalato questo mese e mezzo di passione, divertimento ed emozioni.

RWC MODE: OFF

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Foto: Rugby Pirates.

Sul sito e sui social dei Pirati del rugby, tanti contenuti ovali!

Di rugby italiano, Victoria’s Secret e nostalgia: week end di play off in vista

Siamo alla vigilia del primo di alcuni week end ad altissimo tasso di rugby italiano, da seguire sui campi oppure anche da casa, grazie allo streaming. Io già pregusto Munster-Benetton (play off Pro14) domani e Petrarca-Rovigo (semifinale d’andata Top12) domenica. Mi dispiace per Reggio-Calvisano ma la storica prima partita di play off di Treviso, per quanto si presenti decisamente ardua, attira di più la mia attenzione.

Attira la mia attenzione anche questa concomitanza quasi perfetta di orari (alle 16.00 Treviso su DAZN e alle 16.30 il Top12 in streaming Raisport), mossa decisamente non azzeccata e doppiamente per uno sport deficitario per quanto riguarda l’audience: sono due partite, non venti, e si è riusciti a metterle in contemporanea??? Mon Dieu.

Il palinsesto del week end offre anche il Super Rugby degli antipodi ma, personalmente, non ne sono appassionata e, per questo, mi piacerebbe molto che Sky, che lo trasmette, lo barattasse con la Premiership inglese, ad esempio! Naturalmente, è solo un opinione personale e so che il rugby dei marziani ha i suoi appassionati, fortunati a poterselo vedere in tv, dove ormai di rugby, in Italia, se ne vede proprio poco.

A proposito di tv… Grandi annunci per il riavvicinamento tra Rai e ovale italico, per poi scoprire che, in tv, le semifinali di Top12 saranno trasmesse in differita durante la notte… Ad ogni modo, tanta grazia e mille grazie che la Rai farà le riprese e avremo comunque la diretta in streaming sul sito di Raisport.

Non sono un’amante dello streaming, probabilmente perchè ormai sono vintage ma, in quanto amante del rugby, ho dovuto trovare con le trasmissioni in rete un amichevole accordo, altrimenti non vedrei mai niente. Così, sono diventate parte dei miei sabati pomeriggio le partite di Top12, così come quelle di Treviso in Pro14 e, parecchio meno, lo ammetto, quelle delle Zebre.

A me guardare rugby piace, da matti. Amo guardarlo dal vivo, certo, che è tutta un’altra cosa, ma mi piace tanto anche guardarlo “in video” e, nonostante quanto se ne parli male, io adoro guardare il rugby italiano. Sarà forse per questo che invece non mi piace il Super Rugby? Uhm… Battute a parte, mi sono fatta l’idea che la poca inclinazione degli appassionati italiani a guardare il rugby tricolore, sia sui campi che sul divano di casa, sia dovuta ad una considerazione un po’ distorta del tutto. Ora vengo e mi spiego (cit. Commissario Montalbano).

Il livello del Top12 è il più alto del rugby nazionale e parliamo, infatti, del massimo campionato tricolore. Succede che, per i notissimi e variegati motivi, questo livello non sia altissimo, intendendo, diciamo, un paragone con Premiership e Top14, ad esempio. Benissimo, e quindi? Questo abbiamo, queste sono le nostre squadre, questi sono i nostri giocatori, queste sono le nostre partite e non fanno tutte schifo, non sono tutti scarsi e non sono tutte brutte da vedere. Certo che, se quando mi specchio in bikini, il mio unico riferimento è un Angelo di Victoria’s Secret, mi sparo ma se, invece, mi guardo senza avere in mente le Barbie, vado in spiaggia comunque felice e contenta.

Questo discorso vale anche per la Serie A, a me tanto cara: si dicono peste e corna di un campionato cadetto che, invece, è molto meno disprezzabile di quanto si pensi. E’ un campionato di giovani, di crescita, di cuore, dove la qualità non è affatto zero ma, anche qui, se lo si guarda con l’ottica di un termine di paragone fuori scala, ad esempio il Pro D2 francese, in teoria il suo omologo, è chiaro che lo si ritiene inguardabile. Cosa che, invece, non è affatto.

L’Italia non è un paese ovale, come sappiamo benissimo: il rugby è poco conosciuto, poco diffuso, pochissimo visto, è sport minore e sport di nicchia e, per questo, io penso che, se anche avessimo un Top12 della stessa qualità del Top14, i dati legati al pubblico non sarebbero enormemente diversi. Basti pensare, per una forma in scala di questo ragionamento, a Treviso: nonostante i notevoli risultati, se provate a chiedere al di fuori del mondo ovale e al di fuori dal Veneto se qualcuno sa qualcosa dei biancoverdi, riceverete i soliti sguardi interrogativi. E’ vero che, per ora, i progressi di Treviso sono ancora tutti da confermare e consolidare ma è un dato di fatto che non sia un club e che non sarebbe neppure un intero campionato a poter creare una svolta nel seguito del rugby italiano.

Allora, chi lo potrebbe fare? “Facile”: una Nazionale vincente. L’unica entità ovale italica di cui hanno sentito parlare persino i miei colleghi di lavoro, solo che l’unica cosa che sanno è che perde sempre (sigh). Una Nazionale più competitiva e vincente nel 6 Nazioni non porterebbe 20.000 persone a vedere Calvisano-Petrarca (non siamo il Galles) ma, di sicuro, creerebbe più interesse verso l’ovale, più spazio sui media, più bambini che vogliono iniziare a giocare, più spazio nelle scuole, più stimolo per il pubblico a scoprire cosa c’è dietro a quella Nazionale.

Non ho dati di pubblico su quando nel fu Super10 giocava chi veniva convocato in Nazionale, ma ricordo un rugby italiano più seguito e, ancora più importante, più organico, nel senso che la Nazionale era figlia del movimento di cui era la naturale espressione: club, campionati, filiera, percorso di crescita dei giocatori che poteva arrivare fino in vetta per chi ne aveva le qualità, massimo campionato nazionale come scalino da cui poter puntare all’Azzurro. Abbiamo perso tutto questo.

Per vedere partite di S10 ci si spostava, anche chi non viveva dove avevano sede le squadre andava a vedersi le partite, si organizzava, partiva con gli amici per andare a Calvisano, a Parma, si trovava una trattoria per un bel pranzetto e poi si andava al campo, per veder giocare “quelli della Nazionale”, quelli di cui si era fan, i big stranieri che venivano a giocare da noi, oppure l’ex compagno di squadra che aveva fatto carriera, perchè giocare in S10 allora era aver fatto carriera, e da lì si poteva sognare e raggiungere la maglia Azzurra. Andare alle partite del campionato italiano era una festa, un evento, che poi si riviveva al 6 Nazioni. Che nostalgia.

Detto tutto questo e auspicando che, prima o poi (sarebbe meglio prima), un filo rosso ricominci a percorrere e legare tutto il rugby italico, in bocca al lupo a tutte le squadre e ai giocatori in campo nei vari play off, barrage e spareggi in programma: may the force be with you! (Semicit.)

Agli appassionati invece ribadisco il suggerimento di guardarsi e godersi le partite, le emozioni, il gioco e il rugby di casa nostra: non sono gnocche solo gli Angeli!

Rugby, gioco da psiche cubista, deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile. (Alessandro Baricco)

 

(Nella foto, Behati Prinsloo, signora Levine, Angelo di Victoria’s Secret)

Di testardaggine, fango e Vanity Fair: Azzurre del rugby tra ieri, oggi e domani

Durante il 6 Nazioni femminile avevo scritto (qui) delle gemelle Cavina, che ricordavo piccoline al campo di Cogoleto (GE), e delle difficoltà che le bambine / ragazzine / ragazze che vogliano praticare il rugby in Italia devono affrontare. Il torneo poi è proseguito e le Azzurre, battendo anche la Francia all’ultima giornata, hanno conquistato un meraviglioso e storico secondo posto finale: immense!!!

Poche ore dopo questo trionfo, su facebook ho visto un post sulla vittoria, o meglio, un link all’articolo di una rivista. Si trattava della pagina di Vanity Fair e ho subito pensato: “ecco cosa succede quando arrivano i risultati: arriva l’attenzione di tutti!”. Il mio pensiero era stato ancora più immediato a causa dell’impietoso confronto con le vicende del rugby maschile, in ormai cronica asfissia di risultati e anche, inevitabilmente, di interesse mediatico al di fuori della stampa specializzata: uno sport “minore”, definizione triste ma veritiera, per far parlare di sé deve sfornare in primis vittorie.

Quasi in contemporanea al link di Vanity Fair, sempre su facebook ho visto il post di Davide Macor, che celebrava a sua volta la vittoria delle Azzurre e, al contempo, ricordava quando, pochi anni fa, lui e gli altri ragazzi della combriccola di “NPR” (Non Professional Rugby), essendo appunto votati al rugby non professionistico, avevano deciso di dedicarsi all’ovale femminile e di occuparsi delle riprese e delle telecronache delle partite della Nazionale. Come era venuta, ai ragazzi di NPR, l’idea di seguire un rugby femminile ancora quasi dimenticato? Era successo allo Snow Rugby di Tarvisio (dove ci si affronta con l’ovale sulla neve) quando, chiacchierando con il fotografo Sebastiano Pessina, che si stava in quel periodo occupando degli scatti degli Azzurri in vista del 6 Nazioni, Amodeo & Co. pensarono: “Ma perché per la maschile tutta questa attenzione e per le ragazze niente?”.

Era il 6 Nazioni 2014, il rugby femminile in Italia non riceveva ancora tutta l’attenzione che avrebbe meritato e appassionati di rugby e comunicazione come Macor, Valerio Amodeo, Enrico Turello, Lorenzo Bruno, Lorenzo Cirri, Lorenzo Bruno e Giancarlo Stocco si lanciarono nell’avventura di realizzare e commentare le riprese in diretta degli incontri delle Azzurre. Così capitava loro di partire con un pullmino da Udine per Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, dove si giocò un’Italia-Scozia, il 22 febbraio 2014), arrivare laggiù e trovarsi come postazione per impianti e telecronaca dei tavolini da bar con un ombrellone nel mezzo. È anche successo, a Valerio, di partire da Roma per Rovato (BS), per commentare un’Italia-Inghilterra del 14 marzo 2014, dopo che, il giorno prima, era nata sua figlia Claudia.

Questo tuffo in un passato recente che il magnifico e fresco secondo posto al 6 Nazioni sembra aver sparato lontano anni luce, con il link di Vanity Fair e il post di Davide Macor a rappresentare una specie di paradosso spazio-temporale, mi ha fatto incuriosire su quel che si trova lungo il percorso di questo rugby femminile tricolore, sul terreno dove le ragazze ovali di oggi piantano le loro radici e crescono.

Così, ben prima di arrivare agli aneddoti legati alle avventurose trasmissioni video e audio del 2014, il tuffo è in una Nazionale femminile che si pagava le trasferte di tasca propria e che, per dividere i costi tra più persone, riempiva i posti vuoti sul pullman con parenti e amici, una Nazionale femminile che non aveva i vestiti “di rappresentanza” dalla Federazione e che, per partecipare ai terzi tempi formali, vedeva le ragazze prestarsi a vicenda gli abiti eleganti. Erano rugbywomen che venivano viste quasi come dei fenomeni da baraccone, impegnate in uno sport considerato così poco femminile, che venivano prese in giro, che non avevano niente se non la loro enorme passione ed una fortissima testardaggine.

Ecco, io credo che la parola chiave del rugby femminile in Italia, ciò che ha portato quest’anno le Azzurre al secondo posto nel 6 Nazioni e al sesto posto nel ranking mondiale, sia proprio “testardaggine”: è la testardaggine, intesa come passione, mancanza di paura, insistenza nel fare quel che si ama e superamento delle difficoltà, che permette ad una ragazzina di iniziare a giocare a rugby in Italia e di continuare a farlo e sempre meglio.

Di sicuro questa dote non è mai mancata a Maria Cristina Tonna, oggi responsabile federale dell’attività femminile e, da sempre, donna di rugby: giocatrice, allenatrice, promotrice instancabile dell’ovale per e tra le ragazze. In Italia, il suo nome oggi è praticamente sinonimo di “rugby femminile” ma i suoi inizi e il suo percorso sono del tutto simili a quelli di tantissime ragazzine che iniziano a giocare a rugby e ce la mettono tutta per continuare a farlo: “Nel 1982, a 13 anni, vidi la mia prima partita dal vivo di rugby (di minirugby, per la precisione) e, da subito, rimasi affascinata dal senso di libertà che mi trasmetteva l’immagine di quei bambini e bambine (ben due!) che correvano felici con la palla in mano. Il giorno dopo andai al campo di Ostia con i miei due fratelli per un allenamento di prova e, 37 anni dopo quel giorno, sono ancora qui, anche se, per una ragazzina, non era proprio sempre accogliente il mondo ovale: a volte gli stessi maschietti erano diffidenti nell’avermi in squadra e devo ringraziare gli allenatori dell’epoca per avermi permesso comunque di allenarmi, giocare e di non perdere il mio entusiasmo”.

Come per tutte le bambine che iniziano a giocare a rugby, l’uscita dalle categorie del minirugby è stata un problema anche per Maria Cristina: “A 14 anni, non essendoci alcuna categoria femminile juniores, mi ritrovai a giocare con una squadra seniores, l’allora Ceccherelli Roma, divenuto poi, di lì a poco, Villa Pamphili: gli allenamenti li alternavo, a volte con le ragazze a Roma, a volte con i ragazzi a Ostia, dove vivevo. La mattina uscivo da casa per andare a scuola sulla Via Ardeatina, poi andavo ad allenarmi a Villa Pamphili, mangiando un panino sul bus. I primi tempi non potevamo fare neanche la doccia e spesso rientravo a casa mezza infangata, dopo aver preso vari autobus ed il treno per Ostia”.

Ecco, insieme a “testardaggine”, l’altra parola che associo subito alle rugbygirls è “fango”: una cosa vista come così poco femminile, sporca, brutta, ma che, sui corpi e sui volti delle ragazze ovali diventa un bellissimo segno della lotta e della passione, del voler fare qualcosa che si ama tanto nonostante le difficoltà.

Il grandissimo risultato nel 6 Nazioni appena concluso è figlio di un enorme lavoro di diffusione, crescita e formazione, di una strategia e di un progetto in continuo sviluppo ed evoluzione le cui solide radici, però, sono e devono rimanere sempre piantate in un terreno fatto di trasferte a spese proprie, telecronache pionieristiche, ore di autobus e treni macinate senza potersi fare una doccia, sfidando gli sguardi di chi non capisce una ragazza sporca di fango. Forse è questa la prossima e più grande sfida che si troverà ad affrontare l’ovale femminile azzurro, proiettato in alto ma la cui forza è rappresentata dalle sue temprate radici.

“Di questo 6 Nazioni mi rimarrà addosso l’energia positiva sprigionata da una squadra fiera di aver raggiunto un altro importante obiettivo, e i sorrisi e gli abbracci delle piccolissime ruggers che abbiamo coinvolto in tutte le città dove abbiamo giocato, perché in ogni cosa della vita è l’amore che ci metti che fa la differenza!”. (Maria Cristina Tonna)

“Radici e ali. Ma che le ali mettano radici e le radici volino”.
(Juan Ramón Jiménez)

(Per la foto ringrazio tantissimo Ettore Griffoni / LivePhotoSport)

Elegia di una volontaria: di neve, stadi che respirano e Nigel Owens

Si avvicina l’esordio casalingo dell’Italia nel 6 Nazioni 2019 e, per la prima volta dal 2012, ossia da quando mi sono iscritta al progetto volontari della FIR, salterò una partita, che mi guarderò in tv.

Rifletto così sul fatto che, per la prima volta in sette anni, riuscirò anche a vedere l’altra partita del sabato e persino quella della domenica! Di solito, durante la prima ero ancora allo stadio e, mentre si giocava quella domenicale, in treno tornando da Roma.

Una partita da volontari è una specie di mondo e tempo parallelo rispetto a quello degli spettatori: inizia prima, finisce dopo e ha dinamiche tutte sue. Permette di entrare in contatto con il gigantesco e sommerso mondo del “dietro le quinte” di un grande evento sportivo e anche di vivere zone dello stadio che sono precluse al pubblico.

Personalmente, la cosa che preferisco in assoluto, tra quelle che ho la possibilità di sperimentare grazie al mio pass da volontaria, è lo stadio vuoto. Quando al kick off mancano ancora un po’ di ore, i cancelli sono chiusi e dentro l’Olimpico c’è solo chi sta già lavorando, in un silenzio irreale per una struttura che si identifica come caotica, rumorosa e piena di gente, sembra quasi che lo stadio tiri il fiato prima di entrare in apnea quando verrà riempito da persone, suoni, rumori, musica. Allora, al mattino, mi ritaglio sempre qualche minuto per andarmi ad affacciare sul campo per guardare “il gigante” che ancora sonnecchia: un grande stadio vuoto e silenzioso fa impressione, ma dà anche un senso di pace, proprio da quiete prima della tempesta.

La vita quotidiana, in Italia, è assai avara di rugby: è ben difficile trovare con chi parlarne al lavoro o sul treno o in tutte le altre situazioni in cui chiunque è quotidianamente circondato da chiacchiere sul calcio. Per questo, come chiunque lo frequenti sa, il mondo del rugby lo consideriamo un po’ tutti come una sorta di microcosmo: ci siamo dentro e cerchiamo occasioni per poter incontrare altri come noi, quasi fossimo una specie a parte! Lo facciamo via social, lo facciamo frequentando i campi e i club e lo facciamo anche facendo i volontari, tuffandoci direttamente dentro ad una situazione straordinariamente piena di rugby.

Immagino senza fatica che questo sia un sentire comune e condiviso tra gli appassionati, praticanti oppure no, di tutti gli sport cosiddetti “minori” (dicitura odiosa ma, purtroppo, calzante).

In molti non farebbero mai il volontario (“ma chi te lo fa fare?”, mi sono sentita chiedere): si spendono soldi che nessuno rimborsa, si sta allo stadio da mattina a sera, non si fa in tempo a godersi il villaggio del terzo tempo e, nonostante le ripetute promesse, non si riesce mai a salutare gli amici che sono lì da spettatori. Inoltre, l’ovale italiano non è granché in salute e la Nazionale neppure e i volontari non sono né ciechi né sordi: sono appassionati ed innamorati, prima di tutto del rugby, come chi allo stadio ci va in tribuna o chi, nonostante gli improperi e la sofferenza, si guarda le partite in tv e come chi continua ad impegnarsi nel suo club, nonostante le mille difficoltà.

Tra un giubbotto e un pass e l’altro, nascono e si cementano amicizie, si creano piccoli rituali e abitudini, si rivedono persone, ci si ritrova a lamentarsi per le levatacce, soprattutto quando (molto spesso, anzi, quasi sempre) seguono una serata di incontri, saluti, mangiate e bevute tra “amici di rugby”.

Ti senti nel posto giusto. Come capita anche quando, almeno così è per me, mi trovo su un campo da rugby, ovunque esso sia.

In sette 6 Nazioni, un mondialino U20 e un po’ di test match, tutti nel settore media, gli incontri con “big” ovali non sono mancati e i più emozionanti, per me, sono stati quelli con il mio idolo Nigel Owens, con il mito vivente Lawrence Dallaglio, con il monumentale Paul O’Connell e con Tana Umaga.

La partita che ricordo di più è la prima, sia per questo motivo che perché non è stata una giornata qualsiasi: 6 Nazioni 2012, ITA-ENG, prima partita in assoluto all’Olimpico e… tanta neve! Il delirio assoluto, dentro e fuori lo stadio, partita in forse fino all’ultimo, qualcosa come quattordici ore là dentro, a cercare di dare una mano a sbrogliare situazioni di ogni genere ed emergenze assortite, alcune anche piuttosto curiose: far asciugare un po’ il fradicio e congelato giornalista di Sky (se legge si riconosce!), prestare ombrellini (nostri) a chiunque, inclusi inviati della BBC (la sicurezza non li aveva fatti entrare con i loro ombrelli appuntiti), sfamare dei giornalisti inglesi, che ci avevano messo ore ad arrivare allo stadio, con i fantasmagorici panini dei sacchetti del volontario.

Un altro ricordo molto divertente è quello della JWC 2015, con le ragazzine di Calvisano e dintorni che si appostavano e seguivano gli aitanti e più o meno esotici U20 delle varie squadre, con una predilezione per qualche giovanotto australiano con il fascino da surfista. Io sono cresciuta in un paesino molto simile e, in effetti, se provo ad immaginare me stessa e le mie amiche che, a quindici-sedici anni, nel pigro scorrere della vita del piccolo centro di provincia, ci fossimo ritrovate lì tanto clamoroso ben-di-Dio da tutto il mondo, avremmo fatto esattamente come loro!

Lo sport dei volontari, è uno sport bello, di cuore e passione. E non è per tutti, proprio come il rugby.

“Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l’aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa”. (Henri Garcia)

Nostalgia canaglia

Qualche giorno fa mi è spuntato fuori tra le notizie di facebook questo video. Si tratta di una magnifica azione, conclusa con una meta, della Benetton Treviso nella finale del campionato italiano di A1 (allora massimo campionato) di rugby 1991-92, vinta dai biancoverdi contro Rovigo per 27-18.

E mi è venuto persino il magone. Guardo il filmato e mi emoziono, pur non essendo tifosa di nessuna delle due squadre in campo. Un rugby meno fisico, meno impostato, meno perfetto, più umano e più emozionante, con meno muscoli e kg e la tecnica individuale che “pesava” di più. Soprattutto, un rugby italiano che ora è impossibile da riconoscere.

Una finale scudetto davanti ad uno stadio gremito da quasi 10.000 persone (il Plebiscito di Padova), in diretta sulla RAI con il commento di Paolo Rosi. Era il 6 giugno 1992.

Tra gli altri, con la maglia di Treviso c’era Michael Lynagh, australiano fresco campione del mondo e autore di ben 19 punti in questa partita. Di fronte, con la maglia rossoblu, c’era il sudafricano Naas Botha, per dodici anni numero 10 degli Springboks, che di punti ne segnò 14. Gente come loro veniva a giocare e a vincere scudetti in Italia.

Tutto lo sport è cambiato, naturalmente, e tutte le discipline sono diventate sempre più fisiche, con atleti diventati dei cyborg (come anticipato da Ivan Drago in Rocky IV!), sempre più veloci, sempre più grossi, magari a discapito della tecnica (salvo alcune felicissime eccezioni, con talento extra). Ma, ben al di là del discorso generale sullo sport del nuovo millennio rispetto a quello ormai già vintage, la cosa più evidente di questo filmato è il fatto che il rugby italiano ad un certo punto pare avere decisamente sbagliato strada.

Il massimo campionato nazionale è stato svuotato di risorse, giocatori, attenzione, appeal, città: non ci giocano più da tempo grandi nomi, gli spettatori sono pochissimi, in tv non viene più trasmesso, non serve più da serbatoio per la Nazionale, diverse piazze storiche sono sparite. È rimasto una specie di ibrido tra un campionato U20 (visto che da anni non esiste più neanche il bellissimo torneo U20 nazionale) ed un qualcosa che non riesco ad individuare, una categoria vaga, un contenitore quasi stagno.

A che punto del percorso è stato commesso l’errore? Certo, gli errori sicuramente sono stati più di uno e gli autori sono stati diversi ma, se devo individuare il bivio sbagliato riguardante il nostro povero rugby di casa, io dico l’entrata in Celtic League: poteva essere un treno pieno di belle cose, invece è diventato un martello pneumatico per il rugby domestico.

L’idea, sulla carta magnifica, era di approfittare dell’occasione per fare misurare con il rugby anglosassone, in un vero campionato e non solo occasionalmente nelle coppe europee, due selezioni formate dai migliori giocatori italiani e magari rinforzate con qualche straniero di alto livello (come quelli che venivano a giocare prima in A1 e poi in Super10). Questo, ovviamente, per crescere qualitativamente e per avere un livello più alto e di respiro  internazionale dove far maturare e giocare atleti per la Nazionale. A posteriori sappiamo che non è andata proprio così, purtroppo: come nella peggior tradizione italica, è successo di tutto, tranne quello che sarebbe dovuto accadere.

Le italiane sono entrate in CL nella stagione 2010-2011. Data invece giugno 2006 l’inizio del progetto Accademia, con l’apertura, allora a Tirrenia, della “Francescato”. La Nazionale è oggi 15^ nel ranking mondiale, era 11^ a giugno 2010 (per completezza: 12^ nel 2011, nel 2012 e nel 2013, 14^ nel 2014 e 2015, 13^ nel 2016, 14^ nel 2017 e nel 2018).

La finale del Super10 2009-2010, l’ultima pre-CL, il 29 maggio 2010, è stata vinta dalla Benetton Treviso per 16-12 su Viadana. Scudetto numero 15 per i biancoverdi, stadio Plebiscito, spettatori 5.000. Squadre di quel campionato (classifica finale): Benetton (poi passata in CL), Rovigo, Viadana, Petrarca, Cavalieri (estinti), Parma (estinta), Rugby Roma (estinta), L’Aquila (estinta), GRAN Parma (estinto), Veneziamestre (estinto). N.B. per “estinte” intendo che, sebbene alcune di queste società esistano ancora / siano rinate / abbiano nuovi nomi, non esistono più come erano allora, e di anni ne sono passati 9, non 50.

A voler salvare comunque l’idea di partenza, sulla carta buona, siamo sicuri che, con una franchigia sola (leggi Treviso, che poi in realtà franchigia non lo è mai stata, visto che era già un club), da avere come vero vertice dei club italiani, e con il resto di soldi e risorse federali impiegati su un vero SISTEMA basato sui club e sui campionati, da quelli giovanili al massimo torneo nazionale, non staremmo oggi tutti almeno un po’ meglio, Nazionale inclusa, sia in termini di diffusione, che di attenzione, sponsor, risultati, formazione e filiera?

My two cents.

Ora mi riguardo di nuovo il video.

(Fonte dei dati su finali e campionati: wikipedia. Ranking: sito World Rugby)

(Nella foto di sinistra Naas Botha con la maglia di Rovigo, in quella di destra Michael Lynagh con quella di Treviso e il suo connazionale David Campese con quella dell’Amatori Milano)