Nostalgia canaglia

Qualche giorno fa mi è spuntato fuori tra le notizie di facebook questo video. Si tratta di una magnifica azione, conclusa con una meta, della Benetton Treviso nella finale del campionato italiano di A1 (allora massimo campionato) di rugby 1991-92, vinta dai biancoverdi contro Rovigo per 27-18.

E mi è venuto persino il magone. Guardo il filmato e mi emoziono, pur non essendo tifosa di nessuna delle due squadre in campo. Un rugby meno fisico, meno impostato, meno perfetto, più umano e più emozionante, con meno muscoli e kg e la tecnica individuale che “pesava” di più. Soprattutto, un rugby italiano che ora è impossibile da riconoscere.

Una finale scudetto davanti ad uno stadio gremito da quasi 10.000 persone (il Plebiscito di Padova), in diretta sulla RAI con il commento di Paolo Rosi. Era il 6 giugno 1992.

Tra gli altri, con la maglia di Treviso c’era Michael Lynagh, australiano fresco campione del mondo e autore di ben 19 punti in questa partita. Di fronte, con la maglia rossoblu, c’era il sudafricano Naas Botha, per dodici anni numero 10 degli Springboks, che di punti ne segnò 14. Gente come loro veniva a giocare e a vincere scudetti in Italia.

Tutto lo sport è cambiato, naturalmente, e tutte le discipline sono diventate sempre più fisiche, con atleti diventati dei cyborg (come anticipato da Ivan Drago in Rocky IV!), sempre più veloci, sempre più grossi, magari a discapito della tecnica (salvo alcune felicissime eccezioni, con talento extra). Ma, ben al di là del discorso generale sullo sport del nuovo millennio rispetto a quello ormai già vintage, la cosa più evidente di questo filmato è il fatto che il rugby italiano ad un certo punto pare avere decisamente sbagliato strada.

Il massimo campionato nazionale è stato svuotato di risorse, giocatori, attenzione, appeal, città: non ci giocano più da tempo grandi nomi, gli spettatori sono pochissimi, in tv non viene più trasmesso, non serve più da serbatoio per la Nazionale, diverse piazze storiche sono sparite. È rimasto una specie di ibrido tra un campionato U20 (visto che da anni non esiste più neanche il bellissimo torneo U20 nazionale) ed un qualcosa che non riesco ad individuare, una categoria vaga, un contenitore quasi stagno.

A che punto del percorso è stato commesso l’errore? Certo, gli errori sicuramente sono stati più di uno e gli autori sono stati diversi ma, se devo individuare il bivio sbagliato riguardante il nostro povero rugby di casa, io dico l’entrata in Celtic League: poteva essere un treno pieno di belle cose, invece è diventato un martello pneumatico per il rugby domestico.

L’idea, sulla carta magnifica, era di approfittare dell’occasione per fare misurare con il rugby anglosassone, in un vero campionato e non solo occasionalmente nelle coppe europee, due selezioni formate dai migliori giocatori italiani e magari rinforzate con qualche straniero di alto livello (come quelli che venivano a giocare prima in A1 e poi in Super10). Questo, ovviamente, per crescere qualitativamente e per avere un livello più alto e di respiro  internazionale dove far maturare e giocare atleti per la Nazionale. A posteriori sappiamo che non è andata proprio così, purtroppo: come nella peggior tradizione italica, è successo di tutto, tranne quello che sarebbe dovuto accadere.

Le italiane sono entrate in CL nella stagione 2010-2011. Data invece giugno 2006 l’inizio del progetto Accademia, con l’apertura, allora a Tirrenia, della “Francescato”. La Nazionale è oggi 15^ nel ranking mondiale, era 11^ a giugno 2010 (per completezza: 12^ nel 2011, nel 2012 e nel 2013, 14^ nel 2014 e 2015, 13^ nel 2016, 14^ nel 2017 e nel 2018).

La finale del Super10 2009-2010, l’ultima pre-CL, il 29 maggio 2010, è stata vinta dalla Benetton Treviso per 16-12 su Viadana. Scudetto numero 15 per i biancoverdi, stadio Plebiscito, spettatori 5.000. Squadre di quel campionato (classifica finale): Benetton (poi passata in CL), Rovigo, Viadana, Petrarca, Cavalieri (estinti), Parma (estinta), Rugby Roma (estinta), L’Aquila (estinta), GRAN Parma (estinto), Veneziamestre (estinto). N.B. per “estinte” intendo che, sebbene alcune di queste società esistano ancora / siano rinate / abbiano nuovi nomi, non esistono più come erano allora, e di anni ne sono passati 9, non 50.

A voler salvare comunque l’idea di partenza, sulla carta buona, siamo sicuri che, con una franchigia sola (leggi Treviso, che poi in realtà franchigia non lo è mai stata, visto che era già un club), da avere come vero vertice dei club italiani, e con il resto di soldi e risorse federali impiegati su un vero SISTEMA basato sui club e sui campionati, da quelli giovanili al massimo torneo nazionale, non staremmo oggi tutti almeno un po’ meglio, Nazionale inclusa, sia in termini di diffusione, che di attenzione, sponsor, risultati, formazione e filiera?

My two cents.

Ora mi riguardo di nuovo il video.

(Fonte dei dati su finali e campionati: wikipedia. Ranking: sito World Rugby)

(Nella foto di sinistra Naas Botha con la maglia di Rovigo, in quella di destra Michael Lynagh con quella di Treviso e il suo connazionale David Campese con quella dell’Amatori Milano)

 

 

Scusi, chi ha fatto… calcio???

Domenica 13 gennaio sarei dovuta arrivare al campo da rugby di Recco giusto in tempo per svolgere le mie funzioni di addetta stampa alla partita di serie A tra Pro Recco Rugby e Parabiago ma, a causa di un volo in ritardo, non ce l’ho fatta. Grazie ad un efficientissimo e preciso dirigente, però, ho ricevuto via whatsapp (sia lodata la tecnologia!) gli aggiornamenti necessari per scrivere anche il tabellino dell’incontro.

Dopo pochi minuti di gioco segna Parabiago e chiedo, sempre via Whatsapp, il numero di maglia del piazzatore (avevo già ricevuto le distinte di gara, dunque mi bastavano i numeri di maglia per risalire ai nomi degli avversari). Ricevo “4” e penso che il mio “inviato” abbia sbagliato a digitare, quindi insisto “scusa, non ho capito chi calcia” e ancora ricevo “4” e io “il 4?” con faccina emoticon perplessa, e ricevo “già!”. Per completezza di informazione, il seconda linea “kicker” in questione è Dario Maggioni, appunto del Parabiago (tra le foto in fondo al testo).

Questo piccolo siparietto in chat, unito alla particolarità di trovare un uomo di mischia che piazza, mi ha dato lo spunto per queste righe. Ringrazio moltissimo gli utenti del gruppo Facebook “Piloni e altre creature leggendarie”, ai quali mi sono rivolta per avere un po’ di materiale su cui scrivere!

Il più citato, tra i mischiaioli noti per avere anche il piedino buono, è sicuramente John Eales, soprannominato Mr Nobody, cioè Sig. Nessuno, perchè Nessuno è perfetto. Seconda linea di Brisbane, classe 1970, dalle sconfinate qualità tecniche e caratteriali, considerato il miglior australiano della storia nel suo ruolo e due volte campione del mondo (1991 e 1999). Qui il video di un suo piazzato decisivo per la Bledisloe Cup del 2000.

L’altro nome che viene subito alla mente è quello di Zinzan Brooke, All Black classe 1965, campione del mondo nel 1987, numero 8 tra i più conosciuti della storia ovale e ritenuto il migliore ad aver vestito la maglia dei Neri. Dotato di velocità e piede quasi da trequarti, in carriera ha messo a segno tre drop, di cui uno durante la Coppa del Mondo del 1995 (qui il video), e ha trasformato una meta. Ancora oggi, quando un uomo di mischia, soprattutto un terza linea, tenta un drop e magari lo segna pure, Zinzan Brooke è l’immediato riferimento (come successo anche in occasione di un drop messo dentro da Parisse con la maglia dello Stade Français anni fa, con i telecronisti subito a citare il campione neozelandese. Qui il video).

Grazie al contributo degli utenti del gruppo ho scoperto che anche il riccioluto pilone gallese Adam Jones non ha mai disdegnato di usare i piedi! Qui qualche clip. Restando in Galles, anche Allan Martin, classe 1948, è noto per essere un avanti assai prolifico dalla piazzola, anche per la sua Nazionale.

In Italia, il nome che è stato citato è quello ormai storico, e quasi leggendario, di Mario “Maci” Battaglini, IL simbolo del rugby rodigino. Il suo ruolo principale era il flanker ma ha giocato anche seconda linea e, addirittura, mediano di apertura. Tra i primi italiani ad andare a giocare all’estero, in Francia venne soprannominato “Il re dei marcatori”, proprio in virtù della sua precisione nei calci piazzati, anche da lunghissima distanza. Nato nel 1919, durante la Seconda Guerra Mondiale partecipò alla Campagna di Russia e, al ritorno dal fronte, riprese subito a giocare a rugby. Morì nel 1971, a soli 51 anni, in seguito alle ferite riportate dopo essere stato investito mentre andava in bicicletta, ed è diventato leggenda.

In mezzo ai vari nomi di avanti italiani di ogni categoria che non disdegnano l’uso del piede (e ringrazio tutti per averli suggeriti!) spiccano, nel massimo campionato nazionale ed anche oltre, il versatile Gianmarco “Mammuth” Duca (Fiamme Oro e ora Lazio), suo fratello Davide (ai tempi del San Gregorio nella fu Eccellenza), Matteo Cornelli, giovane sempre Fiamme Oro, e la Zebra Oliviero Fabiani.

Per quanto riguarda il mondo ovale femminile, dalla mia amica Cinzia ho ricevuto la segnalazione del nome di Stefania Scaldaferro, pilone del Vicenza e della Nazionale di qualche anno fa. Quasi un cecchino, ma le serviva la musica per concentrarsi e, siccome sui campi ancora non si usava metterla, le compagne, quando lei andava sulla piazzola, dovevano tenerle il pallone e cantare una determinata canzone dei Simply Red! E funzionava bene, visto che un suo calcio ha anche dato alla sua squadra una storica vittoria contro Treviso!

Tra le ragazze cito volentieri anche Barbara Casasola, pilone del Frascati che trasforma con grande classe, che ha segnalato se stessa in un commento al mio post di ricerca nel gruppo “Piloni e altre creature leggendarie” (foto qui sotto)!

Chiudo con le parole di Diego, prima linea della provincia romana, tra i fondatori del rugby ad Aprilia, che ha commentato il post ma non fa parte degli avanti che calciano: “io, pilone, sono cresciuto sportivamente con l’idea e l’imposizione del mio coach di non avere i piedi…”!