Rugby and more: gnocchi in salsa… 6 Nazioni!

WARNING: il contenuto di queste righe è assai poco tecnico e molto estetico.

Con l’approssimarsi del primo week end del 6 Nazioni 2019, tra chiacchiere e qualche post è uscita fuori in tutta semplicità l’idea di rimettere in qualche modo in piedi il mood “camioniste”, cioè il genuino apprezzamento, da parte di donne appassionate di rugby, anche di una parte meno tecnica delle partite ovali, ovvero, sintetizzando, lo gnocco.

Insomma, sui campi da rugby bei figlioli e fisici notevoli abbondano e, naturalmente, più alto è il livello e più è comune poter ammirare aitanti e baldi giovani simili quasi a delle statue e strabordanti di appeal virile.

Dunque, una parte delle vecchie Camioniste di rugby.it, eccezionale esperienza umana e sociologica che in futuro meriterà certamente uno spazio dedicato in questo blog, insieme ad altre amiche conosciute negli anni sempre grazie al rugby, sono state chiamate a raccolta in una chat di gruppo su whatsapp, inaugurata giusto giusto venerdì 1 febbraio, per l’inizio del torneo. Titolo della chat: TGM, ovvero The Gnocco of the Match. Immagine del gruppo: un muscoloso torace di rugbyman (per la cronaca, appartenente al tallonatore sudafricano Craig Burden), senza la testa, solo il torso e i pantaloncini.

Quello che segue è il frutto di qualcosa come 1.134 messaggi in chat in 48 ore!

FRANCIA-GALLES (19-24) (primo tempo 13-0). I Galletti, per tradizione, dal punto di vista estetico hanno sempre dato grandi soddisfazioni: mica per niente sono gli inventori del calendario dei Dieux du Stade! Le nuove leve, purtroppo, non sono all’altezza di chi li ha preceduti ma, per fortuna, tra i Bleus resistono ancora alcuni nati negli anni ’80 capaci di ispirare notevoli pensieri tra le signore: MAXIME MÉDARD, classe 1986, affascinante sia in versione Wolverine che senza basettone, YOANN HUGET, classe 1987, sangue francese e brasiliano e ispirazioni di fontane di cioccolato, e LOUIS PICAMOLES, statua greca col numero 8 sulle spalle, classe 1986. Tra i Galletti ha attirato parecchio l’attenzione anche il fascino esotico (francese della Nuova Caledonia) del gigantesco seconda linea Sébastien Vahaamahina: molto più facile farci pensieri impuri che ricordarsi come si chiama! I Dragoni, invece, per tradizione non sono proprio bellissimi, diciamo, però, da quando hanno portato il mondo a conoscenza dell’esistenza di Leigh Halfpenny (anche detto “Mezzamonetina”), meritano sempre di essere osservati con attenzione ed infatti, a vincere, nelle segnalazioni di apertura di questo 6 Nazioni, sono stati DAN BIGGAR, che ha suscitato desideri di ricopertura con caramello salato (sempre che resti fermo, perché se si muove come quando calcia, non si riesce a centrarlo e il caramello finisce per terra) ed il primo classificato assoluto della votazione, JOSH NAVIDI, con tutti i suoi testosteronici dreadlocks al vento e il suo notevolissimo… naso.

SCOZIA-ITALIA (33-20) (primo tempo 33-3). Contro ogni previsione, qui la votazione l’ha stravinta… l’arbitro! Il Sig. LUKE PEIRCE, gallese, anni 31, all’esordio nel 6 Nazioni si è subito imposto nel panorama dello gnocco ovale! Alle spalle del direttore di gara, molto votato il pilone scozzese ALLAN DELL: archiviate, ma non senza un po’ di nostalgia, le prime linee de panza e sostanza, qui ci siamo trovate davanti una specie di bronzo di Riace con un bicipite grande quanto tutta Edimburgo ed un faccino da attore di soap opera. Subentrato dalla panchina ma, non per questo, sfuggito ai nostri attentisismi occhi, il numero 23 Scottish CHRIS HARRIS, un centro che porta a spasso sul campo il suo importante ciuffo e tutto il bendiddio che madre natura gli ha dato. P.s. A proposito di grandi (molto grandi) doni di madre natura, Sean Lamont resta sempre nei nostri cuori, quando si parla di Scozia! Languono, come il gioco visto in campo, le nomination azzurre, con una citazione solo per il massiccio centro genovese TOMMASO CASTELLO. Un plebiscito, invece, per un italico maschio non in campo ma in studio: DANIELE PIERVINCENZI, solida certezza di gnocco ben condito da assaporare davanti alla tv.

IRLANDA-INGHILTERRA (20-32) (primo tempo 10-17). Nella partita principale di giornata, e più attesa del torneo, ha fatto faville, in campo ed anche nella votazione ormonale, il numero 13 inglese HENRY SLADE, seguito dal suo estremo ELLIOT DALY, un altro rosso che, insieme al principe Harry e a Michael Fassbender, fa schizzare a un milione le quotazioni dei maschi “ginger”. Il premio per l’ormone di mischia lo vince a mani basse il numero 5 inglese GEORGE KRUIS, un altro bronzo di Riace finito a spingere infilando la testa dove nessuno vorrebbe metterla. Ai nostri lestissimi occhi non è sfuggito neanche il seconda linea di ricambio COURTNEY LAWES, in tutti i suoi 201 cm di esotica gnoccaggine. Sotto tono, sia in campo che nello gnocco-meter, i verdi d’Irlanda, forse abbattuti anche dal colore (“chi di verde si veste della sua beltà troppo si fida”, dice un vecchio detto), non hanno suscitato grosse impennate ormonali tra la giuria, ma sono stati comunque meritatamente nominati l’estremo ROBBIE HENSHAW e il numero 9 CONOR MURRAY, discreti assaggi di gnocco al trifoglio.

Come Sir Jonny wilkinson, comunque, non ne fanno più: giudizio unanime!

Per avere energie a sufficienza per concentrarsi così tanto, l’esimia giuria, dislocata geograficamente dalla Norvegia a Palermo ed anagraficamente dai 10 ai 60 anni, ha magnato come se non ci fosse un domani, tutto rigorosamente macrobiotico: bigoli al ragù alla barbera, risotto con crema di formaggi e piselli, pasticcio di carne, arrosto, gnocchi tonno e paprika, spaghi vongole e bottarga, goulash, pizza bianca e mortazza, paté di tonno e ricciola home made e financo bastoncini Findus.

A fine torneo, rigorosamente di giovedì, verrà stilato il 15 ideale del 6 Nazioni 2019, perché “Siamo camioniste mica per caso ma per naso!” (Cit.)

P.s. “Sotto i nostri nasi ci sono cuori che battono davvero per il rugby: quello sano, buono, vero”. (Cit.)

P.p.s. “La gnoccaggine è come la fortuna: cecata”. (Cit.)

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Nostalgia canaglia

Qualche giorno fa mi è spuntato fuori tra le notizie di facebook questo video. Si tratta di una magnifica azione, conclusa con una meta, della Benetton Treviso nella finale del campionato italiano di A1 (allora massimo campionato) di rugby 1991-92, vinta dai biancoverdi contro Rovigo per 27-18.

E mi è venuto persino il magone. Guardo il filmato e mi emoziono, pur non essendo tifosa di nessuna delle due squadre in campo. Un rugby meno fisico, meno impostato, meno perfetto, più umano e più emozionante, con meno muscoli e kg e la tecnica individuale che “pesava” di più. Soprattutto, un rugby italiano che ora è impossibile da riconoscere.

Una finale scudetto davanti ad uno stadio gremito da quasi 10.000 persone (il Plebiscito di Padova), in diretta sulla RAI con il commento di Paolo Rosi. Era il 6 giugno 1992.

Tra gli altri, con la maglia di Treviso c’era Michael Lynagh, australiano fresco campione del mondo e autore di ben 19 punti in questa partita. Di fronte, con la maglia rossoblu, c’era il sudafricano Naas Botha, per dodici anni numero 10 degli Springboks, che di punti ne segnò 14. Gente come loro veniva a giocare e a vincere scudetti in Italia.

Tutto lo sport è cambiato, naturalmente, e tutte le discipline sono diventate sempre più fisiche, con atleti diventati dei cyborg (come anticipato da Ivan Drago in Rocky IV!), sempre più veloci, sempre più grossi, magari a discapito della tecnica (salvo alcune felicissime eccezioni, con talento extra). Ma, ben al di là del discorso generale sullo sport del nuovo millennio rispetto a quello ormai già vintage, la cosa più evidente di questo filmato è il fatto che il rugby italiano ad un certo punto pare avere decisamente sbagliato strada.

Il massimo campionato nazionale è stato svuotato di risorse, giocatori, attenzione, appeal, città: non ci giocano più da tempo grandi nomi, gli spettatori sono pochissimi, in tv non viene più trasmesso, non serve più da serbatoio per la Nazionale, diverse piazze storiche sono sparite. È rimasto una specie di ibrido tra un campionato U20 (visto che da anni non esiste più neanche il bellissimo torneo U20 nazionale) ed un qualcosa che non riesco ad individuare, una categoria vaga, un contenitore quasi stagno.

A che punto del percorso è stato commesso l’errore? Certo, gli errori sicuramente sono stati più di uno e gli autori sono stati diversi ma, se devo individuare il bivio sbagliato riguardante il nostro povero rugby di casa, io dico l’entrata in Celtic League: poteva essere un treno pieno di belle cose, invece è diventato un martello pneumatico per il rugby domestico.

L’idea, sulla carta magnifica, era di approfittare dell’occasione per fare misurare con il rugby anglosassone, in un vero campionato e non solo occasionalmente nelle coppe europee, due selezioni formate dai migliori giocatori italiani e magari rinforzate con qualche straniero di alto livello (come quelli che venivano a giocare prima in A1 e poi in Super10). Questo, ovviamente, per crescere qualitativamente e per avere un livello più alto e di respiro  internazionale dove far maturare e giocare atleti per la Nazionale. A posteriori sappiamo che non è andata proprio così, purtroppo: come nella peggior tradizione italica, è successo di tutto, tranne quello che sarebbe dovuto accadere.

Le italiane sono entrate in CL nella stagione 2010-2011. Data invece giugno 2006 l’inizio del progetto Accademia, con l’apertura, allora a Tirrenia, della “Francescato”. La Nazionale è oggi 15^ nel ranking mondiale, era 11^ a giugno 2010 (per completezza: 12^ nel 2011, nel 2012 e nel 2013, 14^ nel 2014 e 2015, 13^ nel 2016, 14^ nel 2017 e nel 2018).

La finale del Super10 2009-2010, l’ultima pre-CL, il 29 maggio 2010, è stata vinta dalla Benetton Treviso per 16-12 su Viadana. Scudetto numero 15 per i biancoverdi, stadio Plebiscito, spettatori 5.000. Squadre di quel campionato (classifica finale): Benetton (poi passata in CL), Rovigo, Viadana, Petrarca, Cavalieri (estinti), Parma (estinta), Rugby Roma (estinta), L’Aquila (estinta), GRAN Parma (estinto), Veneziamestre (estinto). N.B. per “estinte” intendo che, sebbene alcune di queste società esistano ancora / siano rinate / abbiano nuovi nomi, non esistono più come erano allora, e di anni ne sono passati 9, non 50.

A voler salvare comunque l’idea di partenza, sulla carta buona, siamo sicuri che, con una franchigia sola (leggi Treviso, che poi in realtà franchigia non lo è mai stata, visto che era già un club), da avere come vero vertice dei club italiani, e con il resto di soldi e risorse federali impiegati su un vero SISTEMA basato sui club e sui campionati, da quelli giovanili al massimo torneo nazionale, non staremmo oggi tutti almeno un po’ meglio, Nazionale inclusa, sia in termini di diffusione, che di attenzione, sponsor, risultati, formazione e filiera?

My two cents.

Ora mi riguardo di nuovo il video.

(Fonte dei dati su finali e campionati: wikipedia. Ranking: sito World Rugby)

(Nella foto di sinistra Naas Botha con la maglia di Rovigo, in quella di destra Michael Lynagh con quella di Treviso e il suo connazionale David Campese con quella dell’Amatori Milano)

 

 

Verona… impressive!

Pochi giorni fa sono stata a vedere Verona-Medicei di Top12 e non posso non scrivere due righe su quel che ho visto, oltre ad una bella partita: l’impianto strepitoso costruito dalla proprietà del Verona Rugby, che lascia veramente a bocca aperta!

Una struttura realmente incredibile e certamente unica nel panorama non solo ovale ma sportivo in generale in Italia: una concezione molto USA, una struttura polifunzionale e pensata per fare soldi oltre che servire al suo scopo di stadio. Moderno, bello, curato, un bar ristorante che sembra la lobby di un grande albergo, marmi, vetro, luce, orchidee, legno. Al secondo piano (!), la club house per il terzo tempo: enorme, con un altro bancone lunghissimo del bar e tantissimi tavoli. Quattro campi in erba, tribuna in parte coperta su quello principale (forse l’unico appunto potrebbe essere una capienza che poteva essere pensata più in grande), dentro, sotto alla tribuna, una palestra enorme e modernissima ed un campo in sintetico da calcetto, per allenarsi al chiuso. Veramente impressive, per dirla all’anglosassone.

Mi è piaciuto? Certamente sì, però…

… l’ho trovato persino “troppo”! E’ chiaro come dietro alla costruzione di un impianto del genere ci siano un’idea ed un progetto ad ampio respiro e a lungo termine ma, ad oggi e doppiamente per chiunque sia abituato a frequentare campi da rugby, sembra davvero “oltre” e, forse, come detto, anche troppo. Nessuna società in italia può vantare attualmente un impianto del genere, neanche le due franchigie che, seppur abbiano begli stadi e ottimi complessi dove allenarsi, non hanno qualcosa di così moderno e proiettato verso il futuro ma anche verso una concezione di impiantistica sportiva molto “USA”. L’unica cosa simile che mi viene in mente in Italia, ovviamente in grande, è lo Juventus Stadium, accomunato al “Payanini Center” veronese prima di tutto dal fatto di essere nato e di essere stato pensato e costruito come impianto di proprietà della società, quindi non una struttura comunale in gestione, in affitto, etc, ma uno stadio da gestire in modo “aziendale”. Se penso all’estero, penso allo stesso modo a stadi di proprietà di grandi realtà sportive, ad esempio nel Regno Unito e, naturalmente, negli USA, la cui figura dell’ “owner” nello sport è stata la prima che mi è venuta in mente a Verona.

Nel rugby italiano può funzionare? E’ una scommessa che verrà vinta? Di sicuro, chi l’ha pagato e fatto realizzare si sarà fatto tutte le dovute considerazioni economiche, gestionali, etc, facendo certamente anche una scommessa non da poco. Quella che forse è stata un po’ trascurata è la “sfera affettiva” che, nel rugby, anche nel XXI secolo, riveste sempre un ruolo molto importante. Un ruolo che, e nessuno dovrebbe mai dimenticarlo, dalla serie C2 alla Nazionale, continua a stare alla base della palla ovale italica: chiunque bazzichi il rugby sa perfettamente che i soldi e i grandi nomi, senza attaccamento e senso del gruppo, fanno fare poca strada, mentre le budella messe in campo anche quando c’è poco altro, possono ancora fare meravigliosi piccoli e grandi miracoli sportivi. Trovare la quadra tra desiderio di progredire, investimenti, professionismo, passione e “affettività” non è facile, ma ci sono realtà che, soprattutto grazie a storia e tradizione, oltre a tanta intelligenza, ci riescono.

A questo proposito, credo che, intanto, qualcosa di molto intelligente a Verona lo abbiano già fatto: creare un’accademia interna per la crescita dei giovani talenti che, peraltro, possono usufruire delle fantastiche nuove strutture. E’ probabilmente questa la cosa che segna, ancora più dello stadio, una novità forse epocale nel rugby italiano e che proietta subito la mente alle accademie dei grandi club internazionali. Non credo proprio sia un caso la scelta del nome per il nuovo impianto: “Payanini Center” con, ben in evidenza, il nome della proprietà (owner e sponsor) e il fatto che si tratti non di uno stadio ma di un centro, di un unico complesso, di un “tutto”.

In bocca al lupo al Verona Rugby per questa scommessa che, in base a come andrà, porrà sicuramente delle domande e delle questioni a tutto il sistema del rugby italiano.