E’ finita la Serie A, evviva la Serie A: il perfetto CUS Torino, un po’ di Liguria e i quattro nuovi arrivi

Il campionato di rugby di Serie A 2021/2022 ha emesso il suo unico verdetto di stagione: l’Itinera CUS Torino è la squadra promossa nel Peroni Top10. I piemontesi ci sono arrivati dopo una cavalcata letteralmente trionfale: imbattuti dalla prima giornata fino allo scontro finale per la promozione, con 18 vittorie su 18 partite disputate (16 nella stagione regolare e 2 nella fase finale) e le statistiche migliori di tutti e tre i gironi del campionato cadetto.

I ragazzi di coach D’Angelo si sono giocati una vera e propria finale sul campo dell’Unione Rugby Capitolina, terzo atto del particolare mini-girone che costituisce ora i play off di Serie A: vi hanno partecipato le tre squadre vincitrici del rispettivo campionato territoriale, ovvero CUS Torino (girone 1, Nord-Ovest), Valsugana (girone 2, Nord-Est) e Capitolina (girone 3, Centro-Sud). Nella prima giornata di questa particolare fase finale, il 22 maggio, Torino aveva superato in casa Valsugana con il punteggio di 32-17 (5-0), nel secondo turno, domenica 29 maggio, i padovani hanno rimediato una seconda sconfitta, questa volta sul loro campo, con un 17-20 in favore dell’URC (1-4), creando così i presupposti per un’ultima giornata equivalente ad una vera finale tra le due squadre che li hanno saputi battere.

Si è arrivati così a domenica 5 giugno, con il bell’impianto di via Flaminia gremito dai tifosi di entrambe le squadre. Il risultato finale ed un estratto del tabellino della partita che mostra la sequenza delle marcature dicono molto chiaramente che la partita avrà creato qualche problema ai deboli di cuore e che le due contendenti se la sono giocata davvero fino all’ultimo respiro:

UR Capitolina v CUS Torino 25-29
Marcatori: primo tempo: 3’ cp. Romano (3-0); 9’ cp. Romano (6-0); 17’ cp. Romano (9-0); 21’ meta di punizione Torino (9-7); 37’ m. Innocenti t. Romano (16-7); secondo tempo: 3’ cp. Reeves G. (16-10); 8’ cp. Reeves G. (16-13); 13’ cp. Reeves G. (16-16); 18’ cp Reeves G. (16-19); 20’ cp. Romano (19-19); 28’ cp. Romano (22-19); 32’ cp. Reeves G. (22-22); 34’ cp. Romano (25-22); 39’ mt. Civita t. Reeves G. (25-29).

Alla base di questa realtà c’è naturalmente il CUS della città della Mole e il Presidente Riccardo D’Elicio è un fiume in piena di entusiasmo e orgoglio: “Ho visto la partita in streaming, è stata bellissima e ha vinto la squadra che ci ha messo quel pizzico di voglia di vincere e determinazione in più. Abbiamo il rugby da settant’anni, cinquecento tesserati e siamo fierissimi di questi ragazzi ed anche delle ragazze, che sono arrivate quarte in Serie A. La nostra vittoria più grande è permettere ai ragazzi e alle ragazze che fanno sport di non dover smettere perchè vengono a Torino a studiare ma, anzi, di aiutarli a fare al meglio entrambe le cose”.

Uno degli artefici della grande stagione del CUS Torino è sicuramente l’allenatore argentino (di Rosario), Lucas D’Angelo (che ha esordito con un “Ciao Emy, scusa il ritardo ma fermarci a Roma ieri sera, come puoi immaginare, è stato “interessante”):

Lucas, subito una domanda “secca”: perchè a Roma avete vinto voi?

Credo che abbiamo vinto grazie alla mentalità che tutti i miei giocatori hanno saputo costruirsi lungo tutta la stagione e che si è vista chiaramente già nella partita contro Valsugana, quando siamo stati sia sotto nel punteggio che sotto grande pressione riuscendo poi a ricominciare a fare il nostro gioco dinamico e a tutto campo, che ci ha fruttato anche il miglior attacco di tutta la Serie A, e a ribaltare il risultato e vincere la partita.

Come hai visto la Capitolina, a cui avete fatto davvero un brutto scherzo davanti al pubblico di casa?

La Capitolina è una bellissima squadra e ho detto al loro allenatore che hanno uno stile di gioco in cui mi identifico molto, con ragazzi in grado di giocare con grande intensità fisica e concentrazione: credo sia la squadra più simile alla mia tra tutte quelle che abbiamo incontrato in questa stagione.

Quali sono stati gli aspetti e i meriti principali che vi hanno permesso di portare avanti e a compimento questa stagione letteralmente perfetta?

Senz’altro il fattore umano interno alla squadra: i nostri giocatori non sono i più forti in assoluto nel loro ruolo e credo che se si facesse un “XV” ideale del campionato ce ne sarebbero forse due o tre, ma tutti i ragazzi sono funzionali alla squadra e si completano ed integrano alla perfezione e ci hanno permesso così di costruire non solo il nostro gioco ma l’intera stagione, un allenamento dopo l’altro e una partita dopo l’altra.

Qual è il punto fondamentale di questa stagione da cui partire e su cui iniziare a costruire il vostro prossimo campionato di Top10?

Sicuramente la ricostruzione del gruppo, perchè noi cambiamo ogni anno circa il 25-30% dei giocatori, tra chi conclude il suo percorso universitario, chi lascia Torino dopo gli studi e chi entra in Prima Squadra dal settore giovanile: dovremo riamalgamare il gruppo e riuscire a portare la squadra ad un livello superiore sia sul piano fisico che tecnico, come richiesto dal nuovo torneo che ci aspetta.

Forse in pochi ricordano che Lucas D’Angelo iniziò la sua carriera italiana come giocatore prima del CUS Genova e poi della Pro Recco, per approdare poi in Piemonte e mettere radici lì, prima ad Asti e poi a Torino, dove ricopre il ruolo di Head Coach ed anche di Director of Rugby.

Nel CUS Torino c’è anche un altro pezzettino di Liguria, che è molto caro a chi scrive: il terza linea Davide Ciotoli, dalla Riviera di Levante, classe 1996 e già una lunga carriera alle spalle, iniziata a Recco quando era poco più che un bambino proseguita in giro per l’Italia tra accademie e massimo campionato, un ritorno a Recco con un paio di stagioni di vertice ed una finale di Serie A persa e poi l’università a Torino, il CUS e ora questa promozione in Top10.

“Riuscire a vincere una finale è un’emozione stupenda e me ne rendo conto doppiamente dopo aver vissuto a Recco gli anni di vertice e le finali perse, quel sogno che non si riusciva mai a raggiungere per un soffio. Appena è finita la partita a Roma, uno dei miei primi pensieri è andato proprio alla Pro Recco ed è come se portassi in Top10 anche un po’ di Pro Recco Rugby e alla famiglia recchelina dedico sicuramente una parte di questa vittoria, così come alla Liguria, la mia terra, a cui sono legatissimo. Ripenso spesso alla finale persa contro Reggio Emilia (stagione 2015/2016, ndr), so come ci si sente ed infatti capisco benissimo come stanno adesso i giocatori della Capitolina, a cui faccio tantissimi auguri per il futuro. Il mio augurio più grande però va sempre al Recco, perchè so che questo momento difficile è solo una fase di transizione e che lo straordinario modo di lavorare di un club dove nulla è regalato ma tutto è conquistato farà tornare la società nella posizione che merita. E’ pazzesco quello che sto vivendo in questo momento, devo ancora realizzarlo appieno e spero di rifarlo con la Pro Recco”.

E qui, scusate, ma a chi scrive scende una lacrima.

Salutato il CUS Torino, la Serie A 2022/2023 vedrà ai nastri di partenza quattro nuove squadre, promosse dalla Serie B: CUS Milano, Patavium (Rubano e Selvazzano, provincia di Padova), Rugby Parma e Primavera (Roma). La Capitale si troverà quindi con ben tre squadre nel campionato cadetto: la Lazio, retrocessa dal Top10, la Capitolina, che ha fallito la promozione e appunto la Primavera, ritornata in A dopo qualche stagione, mentre Milano ritroverà un derby, con il neopromosso CUS che raggiunge l’ASR.

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Foto di Nicolò Canestrelli, si ringrazia Itinera CUS Torino)

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I giovani, i campi, le scuole, Pierre Bruno: una chiacchierata con Paolo Ricchebono

Vivo nello stesso quartiere genovese di Paolo Ricchebono e non so neanche esattamente perchè io abbia aspettato così tanto a farmi quattro chiacchiere con lui. L’occasione è arrivata quando nella redazione di “Ovalmente” si è parlato di Pierre Bruno, del suo esordio in Nazionale con annessa meta, della sua provenienza e formazione. “Io abito nel quartiere del suo primo allenatore: lo sento e vediamo cosa ci racconta!”.

Dunque, eccoci qui. Paolo Ricchebono, classe 1965, genovese di ponente, diplomato al nautico e in procinto di partite per l’accademia di Livorno quando invece si è intromesso il rugby nei suoi progetti di vita: “Avevo diciotto anni, giocavo a rugby solo da un paio di stagioni ma ero stato convocato in Nazionale U19 e, grazie a Loris Salsi, genovese che giocava nell’Amatori Milano e che era anche allenatore della selezione ligure giovanile, mi venne proposto un colloquio con Marco Bollesan, allenatore dell’Amatori e così, esattamente il giorno seguente al mio esame di maturità, mi chiamò poi il Presidente della società per dirmi che mi volevano da loro. Dopo un paio di stagioni come Amatori Milano arrivò il gruppo Fininvest e diventammo così Mediolanum e poi Milan: Fabio Capello venne mandato da Silvio Berlusconi a Madrid a studiare come funzionava la polisportiva del Real, al suo ritorno nacque quella del Milan e lui ne diventò il Direttore Sportivo fino a quando non diventò allenatore del Milan calcio, in sostituzione di Arrigo Sacchi che diventò CT della Nazionale. Negli anni arrivarono risultati importanti, tra cui quattro scudetti per noi del rugby”.

Digressione: si è parlato inevitabilmente anche del volley ed è stato bellissimo per me ripercorrere quegli anni in cui, ragazzina, giocavo a pallavolo in provincia di Bergamo, avevo la maglia numero 10 perchè amavo Jeff Stork e andavo al Forum di Assago e al Palalido a vedere le partite della Mediolanum di Zorzi, Lucchetta, Stork, Galli. Lo sport è una cosa bella.

Torniamo a Paolo: “Dopo quattordici anni a Milano, il mio percorso da giocatore si concluse con una brevissima parentesi nel CUS Genova, dove stava allenando Marco Bollesan, per me quasi un secondo padre. Dopo mi sono dedicato per sei anni allo sci a livello master agonistico, che mi è servito per sentire meno la mancanza del rugby e delle mille emozioni della competizione e dello sport. Nel frattempo stavo frequentando l’ISEF e così sono entrato in una scuola elementare di Sestri [Ponente, il quartiere genovese dove viviamo sia Paolo che io (ndr)] per tenere dei corsi di educazione motoria e di avviamento allo sport e mi venne in mente di proporre anche il rugby, iniziando con un gruppo di bambini nati nel 1997, e così nacquero gli “Orsi” delle Province dell’Ovest. Un paio d’anni dopo cominciai a lavorare anche con alcuni ragazzi del ’96 e, tra loro, c’era anche Pierre Bruno”.

“Ero in una seconda media e chiesi ai ragazzi se qualcuno volesse partecipare ad un allenamento degli Orsi, Pierre alzò la mano, venne a provare e, da allora, non ha più smesso. Con lui c’era un altro bel gruppo di giocatori con i quali abbiamo fatto tante esperienze, perchè allora potevo dedicarmi solo a loro, che erano la mia unica categoria: li portavo anche a Padova ad allenarsi con il Petrarca, li ho portati ad un evento giovanile a Lione dove i giocatori della Prima Squadra erano sugli spalti e dovevano appuntarsi i prospetti più interessanti e segnalarono anche sei dei nostri, tra cui Pierre. Madre natura con lui è stata particolarmente generosa: gli ha dato talento, velocità, coraggio e grinta”.

Gli anni nel Milan si sono riaffacciati poche settimane fa quando, a Parma, è stato ricordato ad un anno dalla scomparsa Massimo “Mouse” Cuttitta: “Lo abbiamo ricordato con un torneo U13 al quale abbiamo partecipato anche noi dalla Liguria con una squadra composta da giocatori delle Province dell’Ovest, di Cogoleto e di Recco. Ai tempi di Milano io mi contendevo la maglia numero 11 con suo fratello Marcello ma, con lui come concorrente, mi accontentavo volentieri anche della 14”.

In Liguria e a Genova, paradigma di ogni luogo con difficoltà di spazio, mezzi e logistica, è particolarmente pesante il problema degli impianti dove poter giocare: “Le Province dell’Ovest esistono da quindici anni e ancora non abbiamo un nostro campo: ci alleniamo al Campo Sportivo Branega [nel territorio del quartiere ponentino di Genova Prà (ndr)], che gestiamo insieme alla GSD Olympic 1971, su un terreno di gioco non idoneo per gli incontri ufficiali, poichè è da calcio a nove e dunque è piccolo, e per disputare le partite siamo costretti ogni anno a elemosinare campi dove poter giocare, chiedendo la disponibilità ad altre società di rugby o di calcio e pagando quanto ci viene chiesto, finendo anche per dover chiamare “casa” campi lontani parecchi kilometri, per due anni persino Rocca Grimalda, in provincia di Alessandria, a 60 km da Genova, quindi eravamo più vicini quando giocavamo in trasferta. Dobbiamo ringraziare le famiglie dei ragazzi per la disponibilità e la dedizione, senza le quali sarebbe impossibile riuscire a schierare le nostre squadre. Il rapporto con le società di calcio è molto difficile, perchè se hanno il sintetico non vogliono sentir parlare di doppia tracciatura e dunque non vogliono condividere il campo con noi: condividiamo il campo con l’Olympic per allenarci grazie alla collaborazione e al buonsenso di entrambe le dirigenze”.

Quale è stato il percorso di Pierre Bruno? Sentiamo un po’: “L’ultima volta che ho rivisto Pierre è stato poche settimane fa a Parma, per l’evento U13 in memoria di “Mouse”: siamo sempre in contatto, io seguo da vicino la sua carriera e lui è molto legato e riconoscente alla sua prima società. Pensa che in Accademia non lo volevano, perchè era troppo basso per quelli che erano considerati i parametri accettabili, abbiamo fatto di tutto per convincere chi di dovere a dargli una possibilità e, alla fine, ce l’abbiamo fatta. Diciamo che lui è stato un successo anche per questo, per l’aver messo in discussione questi parametri e diciamo anche che a dare il colpo di grazia, speriamo, poi è arrivato anche Capuozzo. Ho discusso molte volte del famigerato “progetto altezza” anche con Diego Dominguez, mio ex compagno di squadra e noto gigante”.

Ricchebono come educatore ed allenatore di rugby nasce sotto l’ala e l’influenza di George Coste, che lo manda da Pierre Villepreux in Francia, dove va ormai ogni estate da quindici anni per i suoi stage: da qui nasce una filosofia dell’allenare per insegnare ma, al contempo, dell’allenare per continuare ad imparare.

Una volta aperta la porta, impossibile non proseguire sull’argomento della formazione dei giovani ruggers italiani: “Sicuramente si dovrebbe dare più spazio ai ragazzi in formazione, che non sono solo quelli che lottano per entrare nel sistema delle accademie: un ragazzo non può mollare a sedici anni perchè è già rimasto escluso, ma è proprio il momento in cui deve crescere e continuare ad impegnarsi. Per far questo, è assolutamente indispensabile investire sulla formazione dei tecnici nei club e questo dovrebbe essere un grande obiettivo da porsi, in modo che cresca il livello della formazione all’interno dei club ed allargando dunque esponenzialmente il numero dei ragazzi che possono avere accesso ad un percorso di crescita di livello. Qui si pone certamente un grosso problema di risorse economiche, perchè il discorso si basa su dei tecnici che abbiano tante ore da dedicare al lavoro in campo e dunque che ne facciano la loro professione principale: per questo credo che il nuovo corso federale che ha stabilito che ci saranno dieci club sparsi sul territorio nazionale che faranno da centri di formazione sia potenzialmente buona, se verrà avviata e costruita nel modo giusto. Accanto a questo, servirebbe in tutte le regioni un’attività continua di raduni per le diverse annate, a cui far partecipare tutti i ragazzi che ne abbiano voglia, in modo che loro abbiano continui stimoli ad impegnarsi e i tecnici possano sempre vederli e valutarli: in Liguria lo stiamo facendo e ne vado molto fiero. Torno però al punto dolente del grosso investimento economico che andrebbe fatto sui tecnici: se li tratti e consideri come dei dilettanti, avrai risultati da dilettanti, nonostante tutte le capacità e l’impegno che uno ci può mettere nel tempo limitato che può dedicare a quella che per lui non è un’attività svolta come professione Le risorse economiche danno la possibilità ad un tecnico di formarsi per poi formare”.

Tutto sbagliato e tutto da rifare? Non proprio, ma…: “I cambiamenti aiutano sempre: sfrutti le cose buone che hai ereditato e cerchi di modificare quello che ritieni non vada bene, non tutto è da buttare ma tante cose sono da cambiare e ora c’è la possibilità di poter fare un gran lavoro”.

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Foto di Paolo Ricchebono: Pierre Bruno all’ingresso in Accademia)

Galles-Italia: quella fuga per la vittoria

La corsa di Ange Capuozzo che lascia di sasso il Galles e lancia Padovani in meta in mezzo ai pali sul filo del fischio finale di Galles-Italia, facendo scoppiare in lacrime per la gioia la quasi totalità degli appassionati italiani di rugby mi ha riportato alla mente il finale del film Fuga per la Vittoria, l’evento inaspettato, glorioso ed emozionante.

Chiusa la divagazione cinematografica, rimane la cosa che mi ha colpito di più di questa vittoria: le lacrime, una volta tanto di gioia. Quelle di chi era in campo, che perdere sempre è difficile, è un macigno, crea pressione e fa piovere critiche, ma soprattutto quelle di chi era davanti alla tv: su facebook si sono immediatamente moltiplicati post e commenti di persone che sono scoppiate a piangere al fischio finale, esattamente come Garbisi e gli altri a Cardiff.

Quando nel 2016 (il tempo vola…) l’Italia vinse a Firenze contro il Sudafrica, scrissi che, al netto di qualsiasi altro discorso o polemica, i tifosi italiani quella vittoria se la meritavano tutta, e ora è la stessa cosa.

Noi appassionati di rugby in Italia dobbiamo ingoiare tante sconfitte e il fatto di sentirci sempre dire: “ah sì, il rugby… ma la Nazionale perde sempre”. Una vittoria ogni passaggio di cometa non cambia gli enormi problemi del rugby italiano ma almeno fa bene allo spirito ed è una piccola ricompensa per la passione e la pazienza, più uniche che rare, dei tifosi italici: nelle lacrime di ieri c’è tutto questo.

Ho guardato il secondo tempo della partita a Milano, in un pub, con amiche e amici “ovali” e qualche altro avventore che guardava distrattamente lo schermo. Sia noi che i telecronisti che gli altri spettatori occasionali eravamo ormai rassegnati all’ennesima sconfitta (sarebbe stata la numero trentasette di seguito al 6 Nazioni), quasi già contenti di essercela comunque giocata al Millenium.

Poi è successo che Ange Capuozzo, 177 cm per 71 (!!!) kg e una bella faccetta da scugnizzo ventiduenne, si inventi un’azione d’attacco che lascia di sasso la difesa dei Dragoni e regali a Padovani un pallone che va solo schiacciato al di là della linea: è la meta del 21-20, ancora da trasformare. Garbisi va sulla piazzola con il peso di un torneo, di una stagione, di una carriera e di un Paese sulle spalle, e non sbaglia: 21-22 e fischio finale.

La partita ha regalato anche uno dei più bei gesti sportivi che meritano di essere ricordati: il Player of the Match Josh Adams, votato, come da prassi, ad una decina di minuti dalla fine della partita e con il Galles che sembrava lanciato verso la vittoria, avvicina Capuozzo che sta festeggiando con la bandiera sulle spalle dei compagni di squadra e fa per consegnargli la medaglia appena ricevuta. Capuozzo lo guarda incredulo, gli richiude la mano, lo ringrazia e lo abbraccia. Ecco, io ho pianto parecchio anche qui.

Nato in Francia, nonni napoletani a cui deve il cognome e la maglia azzurra, Ange gioca nella seconda divisione francese, a Grenoble, la sua città e nome che rievoca nei tifosi italiani uno dei più bei ricordi della storia ovale tricolore: molti parlerebbero di un segno del destino.

Sicuramente è ancora presto, il ragazzo è giovane e ha appena iniziato la sua parabola ascendente, della quale si è subito accorto anche il club più forte e storico di Francia, lo Stade Toulousain, espressione di una delle tante città che oltralpe vivono il rugby fino alle ossa (invidia) e con una valanga di milioni di budget (invidia).

Tutto bene e tutto bello? Quasi, ma non proprio, perchè Capuozzo apre uno squarcio, che andrebbe obbligatoriamente approfondito da chi di dovere, sulle politiche di formazione, crescita e gestione dei giovani ruggers italiani da un decennio a questa parte: il suo fisico è ampiamente al di sotto dei parametri ritenuti validi per scremare i ragazzi dopo la maggiore età, non si è formato nella filiera accademica italiana e gioca all’estero (beninteso che il Pro D2 francese supera ampiamente come livello, budget, competitività e valore il Top10 italiano).

Visto che la mancanza anche solo strettamente numerica di giocatori di alto livello è il problema più grave del rugby italiano, quello da cui scaturiscono le troppe sconfitte e le poche soddisfazioni sia a livello di nazionale che di club, si impone una troppe volte rimandata profonda riflessione su tutto il sistema, perchè non può bastare una vittoria al 6 Nazioni ogni sette anni.

Sette anni sono una vita e nello sport professionistico rappresentano praticamente un’era: non si chiede all’Italia di vincere il 6 Nazioni, ma di vincere partite con una certa continuità sì e dopo vent’anni e fischia di partecipazione non deve essere un’utopia. Non si chiede all’Italia di vincere un mondiale, ma di passare il primo turno sì, perchè qui gli anni sono ancora di più ed è ampiamente ora. Non si chiede all’Italia di arrivare alla vetta del ranking IRB ma di fare passi avanti sì, perchè è ormai stata superata da squadre che onestamente dovrebbe riuscire a tenere dietro.

A proposito di mondiali, la Francia, che procede come un TGV verso la RWC casalinga dell’anno prossimo, ha vinto il 6 Nazioni con annesso grande slam, cioè vincendo tutte le partite: i Galletti fanno paura, sono giovani, fortissimi e si godono, tra i tanti ottimi giocatori, le nidiate che hanno vinto due mondiali U20 di seguito.

Anche la nostra U20 non va male e vince ben più della nazionale maggiore, ma poi non funziona come in Francia e qui si apre un altro squarcio: con quale livello e quali competenze tecniche si trovano ad entrare nel rugby “dei grandi” i giovani transalpini e con quali i nostri? E che livello trovano ad accoglierli da professionisti? E’ chiaro che rugbysticamente tra i due paesi c’è un abisso, ma nel 6 Nazioni ci siamo noi tanto quanto loro e quindi è inevitabile fare accostamenti, con loro e con le altre quattro squadre: onori (e milioni) e oneri di essere nel tier1 e nel torneo ovale più antico del mondo.

Chiudo con una facile riflessione sulle basi della comunicazione, di cui avevo già chiacchierato anche con Davide (Macor) via teams: vincere porta attenzione. L’attenzione porta spazi. Gli spazi significano che parlano di te anche dove di solito non vieni mai calcolato, quindi al di fuori dei canali specializzati. Comparire con una vittoria anche al di fuori dei canali specializzati significa arrivare ad un mucchio di gente in più. Arrivare ad un mucchio di gente in più significa che domani qualche bambino vorrà iscriversi a rugby perchè ha visto Capuozzo festeggiare al tg e che i suoi genitori saranno in brodo di giuggiole per uno sport che gli ha fatto vedere il gesto di Adams. Tanti bambini che si iscrivono a rugby vuol dire che aumenteranno, se poi li si saprà motivare e far crescere, i possibili Azzurri di domani.

Insomma, ho aperto con Fuga per la Vittoria e chiudo con La Fiera dell’Est…!

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

(Nota: foto dal web)

C’era una volta… la Serie A

Nelle ultime due settimane sono successe due cose che mi hanno riportato alla mente la vecchia Serie A e quanto ne sento la mancanza.

La prima è stata una chiacchierata via teams con Davide (Macor), nella quale abbiamo parlato di vari temi legati al rugby, tra cui, appunto, anche i campionati italiani.

La seconda è stata la triste notizia della rinuncia alla Serie A da parte della Rugby Udine Union FVG: un campionato e mezzo non disputati più l’ultimo lungo stop durante quello in corso stanno presentando il conto a tutti e, per alcuni, è salatissimo.

Davide, peraltro, è proprio udinese, quindi, già con lui durante quella chiacchierata, avevo ricordato un episodio che riguarda una trasferta dei bianconeri a Recco e che ora racconto con ancora più piacere, augurando all’Udine di tornare il prima possibile in Serie A.

Correva l’anno… dunque… è passato un secolo… ecco, era il campionato 2009/2010 (la storia sul sito Pro Recco Rugby mi è venuta in soccorso!), la Serie A era composta da ventiquattro squadre divise in due gironi da dodici secondo un criterio casuale. Era però stato deciso che, nella stagione successiva, la formula sarebbe cambiata, con i due gironi che sarebbero diventati “A1” e “A2” e, per la suddivisione, avrebbe fatto fede il piazzamento della stagione precedente: le prime sei di ciascun girone in A1, le altre in A2.

In una delle ultime giornate toccava proprio a Udine venire a giocare a Recco una partita che valeva come uno spareggio per il sesto posto, visto che le due squadre erano fino a quel punto appaiate lì a metà classifica. Vinse Udine ma, la cosa che ricordo di più, sono i meravigliosi tifosi friulani, arrivati a Recco in massa nonostante la distanza (cinquecento e fischia km) e dotati di una sirena antiaerea a manovella, giusto per non farsi per niente sentire!

Per la cronaca, alla fine la Pro Recco, arrivata settima, fu ripescata per il ritiro di una squadra e andò comunque in A1. Grazie a questo, io ho avuto la possibilità di vivere in prima persona quella nuova formula della Serie A che, a posteriori, ritengo senza ombra di dubbio la migliore, con un campionato cadetto di ottimo livello, vero torneo di formazione per i giovani, bello da vedere per gli spettatori e da giocare per gli atleti.

Dalla A1 si retrocedeva in A2 e da lì in B. In realtà, dalla A1 si poteva anche malauguratamente retrocedere direttamente in B e dalla A2 si poteva sulla carta anche andare direttamente in Top10 (chiamiamolo così per comodità, anche se non ricordo se allora si chiamava così o “Eccellenza”) e questo faceva sì che non ci si potesse mai adagiare: chi lottava per tentare la promozione non poteva distrarsi e alla fine doveva passare, per raggiungere la finale, da una semifinale di andata e ritorno da girone dantesco e chi doveva cercare di salvarsi doveva tenere il coltello tra i denti dalla prima all’ultima giornata.

Quella formula aveva mille punti a favore e uno solo a sfavore, che è stato quello che ne ha decretato troppo frettolosamente la fine.

I gironi meritocratici implicavano che, come del resto si era sempre fatto, si andasse a giocare in tutta Italia, ed era bellissimo, nonostante alcune trasferte fossero da mettersi davvero le mani nei capelli; si andava a Benevento, che dal nord è un viaggio quasi intercontinentale, si andava in Sicilia, si andava più volte a Roma, si andava ovunque e, naturalmente, si andava “n” volte in Veneto. Trasferte lunghe, fatica, ma la bellezza di misurarsi con tante squadre diverse e con un ottimo livello generale, dovendo sempre dimostrare qualcosa e giocare per qualcosa.

Così, un bel giorno, qualcuno si accorse che la Serie A costava di trasferte ben più del Top10, solo che le squadre avevano meno entrate e non prendevano un centesimo dalla Federazione che, invece, ogni anno elargisce una discreta somma ad ognuna delle società del massimo campionato.

Come è stata risolta la questione? Non provando a dare un supporto alle squadre ma rivoluzionando la formula del campionato, trasformandola da meritocratica a territoriale e frammentando le ventiquattro squadre in quattro gironi da sei, con due fasi che facevano sì che, dopo aver incontrato le altre cinque squadre del proprio girone, si finiva poi ad incrociarsi con quelle di un altro, in poule promozione oppure retrocessione, a seconda del piazzamento nella prima fase.

Questa formula era, in pratica, una sorta di via di mezzo: la prima fase vicino casa e la seconda allargando un po’ l’orizzonte geografico. A posteriori, sappiamo che non era poi così disprezzabile, visto quello che abbiamo avuto dopo.

Con una mossa sciagurata, la Serie A è stata allargata a trenta squadre e resa totalmente territoriale, con tre gironi da dieci: nord-ovest, nord-est e centro-sud, con le squadre sarde messe ad anni alterni a nord-ovest o al centro per via dei collegamenti e l’Accademia piazzata in barba alla geografia. I gironi non si incrociano mai tra loro se non per play off e play out.

Il livello e l’interesse del campionato cadetto sono così precipitati vertiginosamente, disintegrando progressivamente un torneo prima di grande interesse e potenzialità.

Una volta portato a termine questo campionato ancora pesantemente segnato dagli effetti devastanti degli anni di covid e saggiamente impostato senza retrocessioni, sarebbe d’obbligo ripensare la formula e vedere la Serie A come un buon investimento per la crescita e la formazione di giocatori italiani.

Personalmente credo che si dovrebbe tornare ai due gironi di A1 e A2 da dodici squadre ciascuno per poi, in un futuro più lontano, valutare un unico girone da dodici, se volessimo davvero ripensare in chiave qualitativa la filiera tra campionato cadetto e massimo campionato in termini di qualità e potenzialità.

Naturalmente questo implica una totale revisione dei campionati italiani che, al netto delle chiacchiere, andrà prima o poi fatta, se non vogliamo continuare ad andare avanti a tastoni e strappi nella formazione e nella crescita di giocatori di livello e ad avere attrattiva e interesse pari a “zerovirgola”.

Nell’immediato, mi accontenterei anche di una revisione della visualizzazione della sezione campionati e classifiche del sito FIR, perchè la parte della Serie A è praticamente una caccia al tesoro!

(Nota: questo articolo è pubblicato anche su https://www.nprugby.it/)

Dal grande libro di rugby.it: Grazio (@gmflanker), un forumista in Consiglio Federale!

Un milione di anni fa, ovvero prima di Facebook (quindi circa nell’era dei dinosauri), gli appassionati italiani di rugby si scambiavano informazioni, opinioni e qualche insulto sul forum del blog rugby.it.

Dietro a nick names più o meno stravaganti si celavano tifosi, appassionati e addetti ai lavori di ogni categoria, da ogni parte d’Italia e del mondo: il forum era il luogo perfetto dove reperire informazioni ovali di ogni sorta, grazie alla presenza di questa variegata “fauna”.

Quel forum mi ha regalato conoscenze e amicizie ovali che durano ancora oggi e, una di queste, è Grazio Menga, pugliese di Monopoli (Bari), uno dei miei luoghi del cuore, terra meravigliosa dove ho passato stupende vacanze per oltre un decennio.

Incontrato per la prima volta di persona per una serata di beach rugby alla spiaggia di Capitolo, Grazio è diventato un amico vero, uno da sentire e rivedere sempre volentieri, all’Olimpico tanto quanto a Bari durante la tappa di una crociera.

Ho conosciuto Grazio quando allenava il Monopoli e, negli anni, l’ho visto diventarne il presidente, poi entrare nel consiglio della FIR pugliese, diventare anche qui presidente e poi, a marzo 2021, con l’elezione di Marzio Innocenti alla presidenza FIR, Grazio è arrivato alla carica di consigliere federale.

Un Uomo di Rugby, un uomo del sud, una brava persona, uno sportivo innamorato dell’ovale e del mare, della sua Puglia e dei suoi difficili campi.

Ma il destino è beffardo e, proprio mentre la sua carriera politica ovale prendeva il volo con la presidenza del comitato regionale pugliese, punto di riferimento per il rugby del sud, una malattia bastarda ha iniziato ad impegnare Grazio nella partita più difficile.

Questo video con Martin Castrogiovanni dice tutto: https://fb.watch/a9MtjSxiNg/. Dice di un Uomo di Rugby che non molla mai un cm di campo.

Sono immensamente fiera di essere amica da anni di quest’uomo, di confrontarmi con lui sul rugby, di condividere con lui l’amarezza di chi soffre e si incazza per le difficoltà del rugby italiano, di sentirmi dire “ah ma tu conosci il consigliere Menga???”. Hai voglia se lo conosco! Ho anche praticamente visto crescere suo figlio Pietro, da bimbetto a giovane uomo e oggi anche arbitro e educatore di minirugby.

Buon anno Consigliere Menga. Buon anno a te e a tutto il rugby italiano, che ami e amiamo così tanto, che ci fa incazzare a morte ma che ci teniamo sempre stretto, come la palla ovale quando si corre verso la meta.

“A rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma in particolare con la testa e con il cuore.” (Diego Dominguez)