Che camurrìa… Ciao Maestro, buon viaggio.

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a leggere Camilleri ma so che il libro era “Il Casellante” e motivo era stato il consiglio della mia mamma che, a sua volta, era stata consigliata dalla zia che vive a Parigi: la prima della mia famiglia a scoprire ed amare il Maestro era stata quella che vive all’estero e alla quale a volte, quando parla in italiano, non vengono subito le parole…! Eppure, nella magia di quella lingua siculo-italiana tutta sua, Camilleri veniva perfettamente compreso anche da lei.

Oggi la mia libreria ha uno spazio tutto dedicato ai libri del Maestro, quasi tutti Sellerio e quindi stupendamente uniformi sullo scaffale: sono amante della carta, mi piacciono i libri, mi piace toccarli ed annusarli e, quindi, non mi sono convertita agli e-reader. Gli altri, anche se spezzano questa uniformità visiva, sono anche loro lì, a proseguire le file di volumi.

Quando “i Montalbano” arrivarono in tv ero, come ogni lettore che si rispetti, molto prevenuta riguardo alla trasposizione in video di libri tanto belli e magnificamente scritti ma, come tutti scoprimmo, era avvenuto quasi un miracolo: grazie alla mano dell’autore stesso in sceneggiature e regie, oltre che nella scelta del cast (nessuno, a parte Camilleri, avrebbe potuto scegliere per il suo Salvo Montalbano un attore tanto diverso da quello che era il personaggio dei libri e azzeccare la scelta in pieno), il risultato è stato magnifico, con dei film di qualità rara e capaci di rendere atmosfera, personaggi e scene dei romanzi.

Chi leggeva i romanzi sul Commissario prima di iniziare a guardare i film, si immaginava i personaggi esattamente così come sono gli attori scelti per interpretarli, Zingaretti a parte che, però, è così tanto perfetto come Montalbano da far sorvolare del tutto su aspetto fisico ed età, che non sono coerenti con i libri.

Camilleri però, prima di tutto, va letto, perchè la maestria della sua scrittura, la sua ironia, le sfumature linguistiche, i caratteri dei personaggi, le situazioni e il carico di emozioni dei ricordi non hanno eguali se stampati su carta.

“Fin quando un personaggio non è in grado di alzarsi dalla pagina e cominciare a camminarmi per la stanza, quel personaggio, secondo me, ancora non è risolto”.  

Quante volte sono scoppiata a ridere, in treno, leggendo qualche sua opera: per dei dialoghi surreali di Catarella, per lo spasso di alcune scene di “La Pensione Eva” o per delle perle ironiche e divertenti di tanti altri racconti. L’arte di far ridere senza stupidità, senza banalità, senza giochetti comici: “solo” capacità di scrittura, narrazione e costruzione dei dialoghi, dosando a meraviglia parole e toni.

Camilleri scrittore, Camilleri uomo, Camilleri narratore degli anni della guerra, Camilleri che ha incontrato personaggi pazzeschi durante la sua vita, Camilleri Gigante della cultura e della letteratura italiana, Camilleri capace di incantare chiunque lo ascoltasse, dopo aver già incantato chiunque lo avesse letto.

“Ciriveddro è ’na gran camurria di machina che non sulo non s’arresta mai, ma t’obbliga a pinsari a quello che voli lui” .

“Il Montalbano” più bello, secondo me, è “La Caccia al Tesoro”, il suo romanzo più divertente è quella piccola perla che è “La Pensione Eva”, le opere che nessuno dovrebbe mancare di leggere sono quelle della cosiddetta “trilogia delle metamorfosi”, ovvero “Maruzza Musumeci”, “Il Casellante” e “Il Sonaglio”. A chi vorrebbe cominciare a leggerlo ma è titubante, consiglierei “Un Mese con Montalbano”: trenta racconti, ideali per iniziare ad assaggiare lingua e mondo del Commissario e del suo autore.

Riposa in pace grande Nenè, però che camurrìa rimanere senza di te.

“Al ristoranti, Mimì fici un tentativo di mittiri il parmigiano supra alla pasta con le vongole ma Montalbano gli affirrò il vrazzo affirmanno che glielo avrebbi tagliato di netto con un cuteddro se osava committiri quel sacrilegio” .

Italia-Francia: non vincere…

Qualche giorno fa mi chiedevo (qui) se battere la peggior Francia del millennio e conquistare all’ultima giornata del 6 Nazioni 2019 una vittoria nel torneo, dopo ventuno sconfitte di seguito, sarebbe stato un bene per l’Italrugby. Il problema mi è stato tolto dagli Azzurri stessi, capaci di perdere una partita che andava solo vinta, contro un avversario imbarazzante che ben difficilmente ci ricapiterà mai tanto disastrato, in 80 minuti inguardabili, commettendo errori imperdonabili ed anche incredibili.

Italia-Francia, grigia come il cielo di Roma, è finita 14-25. L’Italia, con più possesso e più occasioni, ha perso senza prendere neanche un bonus e chiudendo quindi a zero il suo 6 Nazioni: cucchiaio di legno e whitewash, un’altra volta.

Quindi, come si possono ascoltare gli ormai sempre più vuoti “stiamo crescendo”? Che uno magari per un po’ ci crede anche, porta pazienza (virtù che certo non manca, insieme ad un evidente masochismo, agli appassionati italici di palla ovale), ma poi arriva anche il momento in cui il disco va cambiato, perché ormai il commento più gentile agli “stiamo crescendo” è “e meno male…”, mentre gli altri sono irriferibili.

Si è perso dunque e, mentre a Roma si scuote la testa dicendo “non capisco come abbiamo perso”, a Parigi ci si chiede come diavolo sia stato possibile vincere non facendo quasi niente: “da che punto guardi il mondo tutto dipende” (cit.).

E ora? Il programma dice che, da metà settembre a inizio novembre, in Giappone c’è la RWC 2019, dove gli Azzurri, mai andati oltre il primo turno, sono attesi da un girone dantesco più che eliminatorio: Italia, Canada e Namibia con… Nuova Zelanda e Sudafrica. Quante ne passano? Ovviamente, due. Iniziare ad augurare fin da ora cospicui malesseri “influenzali” agli Springboks forse dovrebbe essere parte integrante della preparazione azzurra all’impegno, giusto per poterci almeno provare.

Dopo lo scempio di Italia-Francia, l’ultima giornata del 6 Nazioni ha rifatto gli occhi e il cuore a tutti con Galles-Irlanda e Inghilterra-Scozia: i Dragoni, guidati dal sempre più immenso Capitano Alun Wyn Jones, che ha iniziato la partita mettendo la sua felpa ad un intirizzito bambino durante gli inni nazionali, hanno triturato l’Irlanda (25-7) e portato a casa trofeo e grande slam (5 vittorie su 5), gli scozzesi (quelli del mai abbastanza ricordato e citato “sì ma la Scozia cosa porta?”), fino a pochi anni fa “la Scozia la battiamo”, sono usciti da Twickenham con un mostruoso 38-38 (da 31-0 per gli inglesi) e la Calcutta Cup sottobraccio.

Noi dove siamo stati, mentre la Scozia che battevamo è diventata quel che è ora? E dove siamo ora? In un posto che non è Glasgow, diciamo (altra cit.)!

Purtroppo, si è confermata in pieno la sensazione che già aleggiava quando il torneo stava per iniziare (qui): un 5+1 Nazioni, con un’Italia che, come se non bastasse già tutto il resto, sembra diventata incapace di vincere anche quando potrebbe farlo.

Facciamo che magari sia ora di iniziare a cambiare sul serio qualcosa, dalla base fino alla punta?

Chiudo con una mia opinione, che so mi attirerà gli strali di chi “il Capitano non si tocca”: se fossi in Parisse, il titolo di Man of the Match di ieri mi avrebbe offeso. Per i giusti riconoscimenti alla carriera ci sarà tempo, ma un MoM al termine di una delle sue non certo migliori partite e con la sua squadra sconfitta non lo trovo per niente “un bel regalo”.

Un pensiero allo sfortunatissimo Leo Ghiraldini, la cui ultima partita in carriera al 6N è finita troppo presto e troppo male e, quasi sicuramente, gli toglie anche l’ultimo Mondiale.

Ed un pensiero, naturalmente, ad un altro degli uomini in campo ieri e che a Roma ha anche lui salutato il 6 Nazioni: il mio adorato Nigel Owens, la cui classe 1971, purtroppo, è implacabile anche per il più bravo, carismatico e amato arbitro di rugby del millennio. Non consiglierò mai abbastanza a chiunque di leggere “Half Time”, la sua straordinaria autobiografia!

“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede”. (Lao Tse)

Letture ovali: “Racconti con la H”

All’inizio del 2017, Danilo Catalani, da Civitavecchia, mi chiamò per chiedermi se volevo scrivere una prefazione per un suo nuovo libro in fase di ultimazione, un volume di racconti sul rugby.

Ovviamente ho accettato subito e con grande onore: una prefazione, che figata! In seguito, Danilo mi dirà anche che un’altra penna ha accettato di scrivere una prefazione… Marco Pastonesi! Cosa poteva essere più una figata del vedere una mia prefazione all’inizio di un libro? Vederla accanto ad una del grande Pastonesi!

Qualche tempo dopo, io e Danilo ci siamo anche, infine, incontrati, conosciuti ed abbracciati di persona, durante il 6 Nazioni 2017 poi, a dicembre dello stesso anno, abbiamo fatto insieme una bellissima presentazione di “Racconti con la H” in quel posto fantastico che è la club house della Capitolina e, infine, a maggio 2018, sia lui che Pastonesi sono stati ospiti della festa per i 50 anni della Pro Recco Rugby: insomma, per essere che fino a febbraio-marzo 2017 non ci eravamo neppure mai incontrati di persona, ne abbiamo fatte di cose!

La conoscenza a distanza tra me e Catalani era iniziata grazie al suo primo libro sul rugby, cioè “Il Rugby è un’altra cosa”. L’avevo scoperto su facebook e subito lo avevo ordinato, ritrovandomi così tra le mani un volume tipo libro fotografico, grande, curatissimo, pieno di immagini e spunti. Soprattutto, naturalmente, pieno di rugby: aneddoti, personaggi, uno stile simile ai racconti di Marco Paolini (“chi ga vinto???”), solo trasferiti dal Veneto a Civitavecchia e dintorni. Alcune pagine mi hanno fatto ridere fino alle lacrime e tante mi hanno fatto rivedere situazioni che conosco bene ed in cui si può ritrovare chiunque abbia frequentato e/o frequenti l’ovale di provincia.

Questa è la mia prefazione a “Racconti con la H”:

“Quando l’autore di questi Racconti mi ha fatto l’enorme onore di chiedermi se volessi scrivere la prefazione che state leggendo, io e lui non ci eravamo mai incontrati di persona. Anni di “amicizia” su facebook, di post e commenti, di chiacchierate ovali virtuali, di grande stima reciproca ma, per diversi motivi, essenzialmente logistici, mai un incontro con una stretta di mano ed un abbraccio ”reali”.

Questa premessa, da sola, potrebbe essere materiale per un ulteriore racconto, oppure per un saggio di sociologia che si prefiggesse di spiegare quel che “noi” sappiamo benissimo e cioè che il mondo del rugby ha in sé delle dinamiche assai particolari, che ci fanno sentire parte di un mondo parallelo.

E’ il mondo di chi legge la “Rosea” partendo dal fondo, di chi è abituato ad essere sempre guardato un po’ come un alieno (”il rugby??? Quelli che si picchiano???”), di chi quasi si commuove se si imbatte per caso in qualcuno che sta leggendo o parlando di rugby (a me in treno è capitato una sola volta, un ragazzo che sul tablet leggeva un sito ovale, e gli ho fatto i complimenti!), di chi, quando si ritrova con persone che condividono con lui questo mondo, resta sempre quasi stupito nell’intavolare un discorso che gli interlocutori capiscono, senza dover ricorrere ad acrobatici giri di parole o paragoni calcistici per chiarire quel che vuol dire (“quando si va in touche…” – “…?…” – “… la rimessa laterale…” – “aaaaah!”). Di chi, in barba a distanze, tempi e differenze, alla fine si sente sempre a casa quando parla di rugby, lo vive, lo guarda, lo racconta, lo ricorda.

Questo mondo è tratteggiato molto bene da Danilo nei suoi Racconti con l’H, un mondo che verrà immediatamente riconosciuto da chi ne fa parte e si ritroverà in molto di ciò che leggerà, che leggendo ricorderà esperienze vissute, sorriderà, si commuoverà, riderà, rivedrà campi, facce di avversari e compagni di squadra, risentirà botte, rivivrà emozioni, risentirà odori. Al contempo, la lettura invoglierà sicuramente chi ne è al di fuori ad avvicinarsi a questa dimensione, oblunga come la palla con cui il rugby si gioca.

Un gioco che usa una palla non rotonda, che rimbalza in modo casuale ed imprevedibile, in cui si deve passare solo all’indietro per andare avanti e nato, come leggenda vuole, “con grande disprezzo delle regole del football così com’era giocato a quell’epoca”, non poteva non avere in sé il germe, se non della follia, certamente di un qualcosa di molto particolare. Del resto, “il rugby è un’altra cosa” (cit. Danilo Catalani).”

In aria di week end ovale, visto che sabato 24 novembre si gioca Italia-Nuova Zelanda all’Olimpico di Roma, venerdì 23 novembre verrà fatta una nuova presentazione del libro. Io purtroppo non riuscirò ad esserci ma consiglio a chiunque di partecipare, perchè sarà sicuramente una bella chiacchierata tra amici su rugby, aneddoti e racconti. Il tutto, presso la caffetteria / libreria “Il Prenditempo” di Pavona, vicino a Castel Gandolfo, provincia di Roma. Il locale è di un Sig. arbitro e non uno qualsiasi, ma uno che ha avuto l’onore di vedersi dedicare un assai divertente coretto (senza insulti, se no  non sarebbe una notizia!) per strada da una squadra quasi per intero!

Il rugby è un’altra cosa!”