Italia-Francia: non vincere…

Qualche giorno fa mi chiedevo (qui) se battere la peggior Francia del millennio e conquistare all’ultima giornata del 6 Nazioni 2019 una vittoria nel torneo, dopo ventuno sconfitte di seguito, sarebbe stato un bene per l’Italrugby. Il problema mi è stato tolto dagli Azzurri stessi, capaci di perdere una partita che andava solo vinta, contro un avversario imbarazzante che ben difficilmente ci ricapiterà mai tanto disastrato, in 80 minuti inguardabili, commettendo errori imperdonabili ed anche incredibili.

Italia-Francia, grigia come il cielo di Roma, è finita 14-25. L’Italia, con più possesso e più occasioni, ha perso senza prendere neanche un bonus e chiudendo quindi a zero il suo 6 Nazioni: cucchiaio di legno e whitewash, un’altra volta.

Quindi, come si possono ascoltare gli ormai sempre più vuoti “stiamo crescendo”? Che uno magari per un po’ ci crede anche, porta pazienza (virtù che certo non manca, insieme ad un evidente masochismo, agli appassionati italici di palla ovale), ma poi arriva anche il momento in cui il disco va cambiato, perché ormai il commento più gentile agli “stiamo crescendo” è “e meno male…”, mentre gli altri sono irriferibili.

Si è perso dunque e, mentre a Roma si scuote la testa dicendo “non capisco come abbiamo perso”, a Parigi ci si chiede come diavolo sia stato possibile vincere non facendo quasi niente: “da che punto guardi il mondo tutto dipende” (cit.).

E ora? Il programma dice che, da metà settembre a inizio novembre, in Giappone c’è la RWC 2019, dove gli Azzurri, mai andati oltre il primo turno, sono attesi da un girone dantesco più che eliminatorio: Italia, Canada e Namibia con… Nuova Zelanda e Sudafrica. Quante ne passano? Ovviamente, due. Iniziare ad augurare fin da ora cospicui malesseri “influenzali” agli Springboks forse dovrebbe essere parte integrante della preparazione azzurra all’impegno, giusto per poterci almeno provare.

Dopo lo scempio di Italia-Francia, l’ultima giornata del 6 Nazioni ha rifatto gli occhi e il cuore a tutti con Galles-Irlanda e Inghilterra-Scozia: i Dragoni, guidati dal sempre più immenso Capitano Alun Wyn Jones, che ha iniziato la partita mettendo la sua felpa ad un intirizzito bambino durante gli inni nazionali, hanno triturato l’Irlanda (25-7) e portato a casa trofeo e grande slam (5 vittorie su 5), gli scozzesi (quelli del mai abbastanza ricordato e citato “sì ma la Scozia cosa porta?”), fino a pochi anni fa “la Scozia la battiamo”, sono usciti da Twickenham con un mostruoso 38-38 (da 31-0 per gli inglesi) e la Calcutta Cup sottobraccio.

Noi dove siamo stati, mentre la Scozia che battevamo è diventata quel che è ora? E dove siamo ora? In un posto che non è Glasgow, diciamo (altra cit.)!

Purtroppo, si è confermata in pieno la sensazione che già aleggiava quando il torneo stava per iniziare (qui): un 5+1 Nazioni, con un’Italia che, come se non bastasse già tutto il resto, sembra diventata incapace di vincere anche quando potrebbe farlo.

Facciamo che magari sia ora di iniziare a cambiare sul serio qualcosa, dalla base fino alla punta?

Chiudo con una mia opinione, che so mi attirerà gli strali di chi “il Capitano non si tocca”: se fossi in Parisse, il titolo di Man of the Match di ieri mi avrebbe offeso. Per i giusti riconoscimenti alla carriera ci sarà tempo, ma un MoM al termine di una delle sue non certo migliori partite e con la sua squadra sconfitta non lo trovo per niente “un bel regalo”.

Un pensiero allo sfortunatissimo Leo Ghiraldini, la cui ultima partita in carriera al 6N è finita troppo presto e troppo male e, quasi sicuramente, gli toglie anche l’ultimo Mondiale.

Ed un pensiero, naturalmente, ad un altro degli uomini in campo ieri e che a Roma ha anche lui salutato il 6 Nazioni: il mio adorato Nigel Owens, la cui classe 1971, purtroppo, è implacabile anche per il più bravo, carismatico e amato arbitro di rugby del millennio. Non consiglierò mai abbastanza a chiunque di leggere “Half Time”, la sua straordinaria autobiografia!

“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio.
Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra.
Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede”. (Lao Tse)

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