Di JWC, U20, Accademia e pescatori: pensieri di metà giugno

Siamo in periodo di JWC, il Mondiale U20 e l’Italia, ieri, con l’unica (finora) vittoria nel torneo si è assicurata la permanenza nel “gruppo a” delle Nazionali di categoria, senza doversi ridurre a cercare di farlo con lo spareggio finale per il penultimo posto (“retrocede” solo l’ultima classificata). Benissimo, ma…

… Ma si respira, ancora più degli anni passati, secondo me, una sorta di aria di “Nazionale U20 vs Accademia”. Perchè? Sicuramente non è senza colpe il “pasticcio” delle semifinali di serie A, evidentemente non tenute a suo tempo in considerazione in sede di calendari e giocate dalla squadra della Francescato con i pochi ragazzi non convocati per il “Mondialino”, con il risultato di una vagonata di punti presi e di una promozione per gli avversari, i Lyons Piacenza, meritatissima ma certamente più sul velluto di quanto dovuto.

Ma non è solo questo, almeno per me. Si fa il tifo, e ci mancherebbe altro, per questi ragazzi che indossano la maglia Azzurra ad un Mondiale, ma li si identifica in toto con l’Accademia, progetto controverso che, parere di chi scrive e ampiamente noto, non fa bene al nostro rugby e alla crescita dei nostri giovani talenti, benchè la sua mission sia, sulla carta, esattamente questa.

Del resto, non identificarli con la Francescato sarebbe piuttosto difficile, visto che la maglia blu è di fatto l’unica porta da cui tentare di arrivare ad una Azzurra. Ribadisco che non c’entrano i ragazzi, che fanno quel che devono e possono e vanno sostenuti e festeggiati se fanno bene (ma altrettanto andrebbero “cazziati” se lo meritano, cosa che invece, forse, succede un po’ a fatica).

Il rugby italiano è piccolo. Lo è sotto ogni aspetto, tranne uno, anzi due: è un movimento piccolo come praticanti e piccolissimo per quanto riguarda la diffusione fuori dai club, è fatto per la maggior parte di piccole piazze e realtà, le quali hanno piccole risorse. Cosa non è piccolo? La passione di chi lo vive e il budget della Federazione, la seconda più ricca tra quelle del CONI.

Perchè nacque, ormai dieci anni fa abbondanti, l’idea dell’Accademia Ivan Francescato? Posso immaginare per coltivare quelli considerati (ma da chi?) i pochissimi migliori talenti U20 o U19 espressi dal rugby italiano. Quindi, ad ogni stagione, in Italia non abbiamo più di 30 talenti da tenere d’occhio e da curare? Non credo proprio sia così.

Questa cosa fa male a tutti: alle società che, invece di esserne onorate, devono pregare che nessuno dei suoi vada in Accademia perchè, dopo esserseli cresciuti per anni, i ragazzi vengono tolti giusto sulla porta della Prima Squadra e, soprattutto, fa malissimo a tutti i ragazzi che restano fuori (ma forse anche a quelli che ci entrano?) che, di fatto, si vedono chiuse davanti le porte di ogni sogno Azzurro praticamente a 18 anni. Ha senso? Secondo me, no.

Peraltro, la squadra dell’Accademia Francescato, ormai da quasi un decennio, è iscritta al campionato di serie A. Dunque, questi pochi ragazzi vengono selezionati, tolti ai loro club e allenati da professionisti, per giocare tutti insieme nel secondo campionato italiano, ovvero in un torneo quasi per intero dilettantistico e con un livello assai disomogeneo e abbattuto anno dopo anno e riforma dopo riforma.

La spiegazione che va da sempre per la maggiore sull’utilità, anzi, l’indispensabilità, dell’Accademia U20 è quella che recita che nei club i ragazzi non hanno la possibilità di allenarsi a tempo pieno come professionisti e non hanno a disposizione strutture e tecnici adeguati. Al di là del fatto che dovrebbe suonare come un’ammissione di colpa, non sarebbe più intelligente lavorare su questo, un po’ come il famoso proverbio cinese “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”?

Si ritiene che i ragazzi, se restano nei club, non possano allenarsi ad un livello adeguato e diventare abbastanza grossi? Nel migliore dei mondi possibili, forniamo ai club un supporto perchè possano farlo e così, invece che trenta in tutta italia, ne alleneremo bene migliaia (vedi il proverbio cinese). Mentre cerchiamo di arrivare a questo, non sarebbe praticabile una via di mezzo tipo estendere anche fino all’U20 la formula delle accademie territoriali U18, dove i ragazzi si allenano a tempo pieno sotto l’ala federale dal lunedì al venerdì e poi tornano ai club per giocare con la loro squadra? Portano a casa quel che imparano, i loro progressi, arricchiscono i loro club e invogliano i compagni a crederci, ad impegnarsi, a provarci e, cosa non trascurabile, si continuerebbe a riconoscere anche il ruolo dei club, base del sistema.

Una Nazionale dovrebbe essere percepita come di tutti e come figlia del suo movimento e non identificata con una squadra, che è peraltro una sorta di “acquario”, un qualcosa percepito come chiuso e lontano da chiunque non ci sia dentro.

Detto tutto questo, si potrebbe passare a parlare del fatto che stiamo festeggiando un 9°-10° posto e proporre un’analisi costi-benefici, ma mi fermo qui e faccio il mio in bocca al lupo agli Azzurrini per l’ultima partita che li aspetta.

Il miglior modo di raggiungere il proprio obiettivo a rugby è di aiutare i compagni a raggiungere il loro.
(Jonny Wilkinson)

(Foto: da Tutto Rugby tv. L’esultanza dell’U20 dopo la vittoria vs la Scozia)

Elegia di una volontaria: di neve, stadi che respirano e Nigel Owens

Si avvicina l’esordio casalingo dell’Italia nel 6 Nazioni 2019 e, per la prima volta dal 2012, ossia da quando mi sono iscritta al progetto volontari della FIR, salterò una partita, che mi guarderò in tv.

Rifletto così sul fatto che, per la prima volta in sette anni, riuscirò anche a vedere l’altra partita del sabato e persino quella della domenica! Di solito, durante la prima ero ancora allo stadio e, mentre si giocava quella domenicale, in treno tornando da Roma.

Una partita da volontari è una specie di mondo e tempo parallelo rispetto a quello degli spettatori: inizia prima, finisce dopo e ha dinamiche tutte sue. Permette di entrare in contatto con il gigantesco e sommerso mondo del “dietro le quinte” di un grande evento sportivo e anche di vivere zone dello stadio che sono precluse al pubblico.

Personalmente, la cosa che preferisco in assoluto, tra quelle che ho la possibilità di sperimentare grazie al mio pass da volontaria, è lo stadio vuoto. Quando al kick off mancano ancora un po’ di ore, i cancelli sono chiusi e dentro l’Olimpico c’è solo chi sta già lavorando, in un silenzio irreale per una struttura che si identifica come caotica, rumorosa e piena di gente, sembra quasi che lo stadio tiri il fiato prima di entrare in apnea quando verrà riempito da persone, suoni, rumori, musica. Allora, al mattino, mi ritaglio sempre qualche minuto per andarmi ad affacciare sul campo per guardare “il gigante” che ancora sonnecchia: un grande stadio vuoto e silenzioso fa impressione, ma dà anche un senso di pace, proprio da quiete prima della tempesta.

La vita quotidiana, in Italia, è assai avara di rugby: è ben difficile trovare con chi parlarne al lavoro o sul treno o in tutte le altre situazioni in cui chiunque è quotidianamente circondato da chiacchiere sul calcio. Per questo, come chiunque lo frequenti sa, il mondo del rugby lo consideriamo un po’ tutti come una sorta di microcosmo: ci siamo dentro e cerchiamo occasioni per poter incontrare altri come noi, quasi fossimo una specie a parte! Lo facciamo via social, lo facciamo frequentando i campi e i club e lo facciamo anche facendo i volontari, tuffandoci direttamente dentro ad una situazione straordinariamente piena di rugby.

Immagino senza fatica che questo sia un sentire comune e condiviso tra gli appassionati, praticanti oppure no, di tutti gli sport cosiddetti “minori” (dicitura odiosa ma, purtroppo, calzante).

In molti non farebbero mai il volontario (“ma chi te lo fa fare?”, mi sono sentita chiedere): si spendono soldi che nessuno rimborsa, si sta allo stadio da mattina a sera, non si fa in tempo a godersi il villaggio del terzo tempo e, nonostante le ripetute promesse, non si riesce mai a salutare gli amici che sono lì da spettatori. Inoltre, l’ovale italiano non è granché in salute e la Nazionale neppure e i volontari non sono né ciechi né sordi: sono appassionati ed innamorati, prima di tutto del rugby, come chi allo stadio ci va in tribuna o chi, nonostante gli improperi e la sofferenza, si guarda le partite in tv e come chi continua ad impegnarsi nel suo club, nonostante le mille difficoltà.

Tra un giubbotto e un pass e l’altro, nascono e si cementano amicizie, si creano piccoli rituali e abitudini, si rivedono persone, ci si ritrova a lamentarsi per le levatacce, soprattutto quando (molto spesso, anzi, quasi sempre) seguono una serata di incontri, saluti, mangiate e bevute tra “amici di rugby”.

Ti senti nel posto giusto. Come capita anche quando, almeno così è per me, mi trovo su un campo da rugby, ovunque esso sia.

In sette 6 Nazioni, un mondialino U20 e un po’ di test match, tutti nel settore media, gli incontri con “big” ovali non sono mancati e i più emozionanti, per me, sono stati quelli con il mio idolo Nigel Owens, con il mito vivente Lawrence Dallaglio, con il monumentale Paul O’Connell e con Tana Umaga.

La partita che ricordo di più è la prima, sia per questo motivo che perché non è stata una giornata qualsiasi: 6 Nazioni 2012, ITA-ENG, prima partita in assoluto all’Olimpico e… tanta neve! Il delirio assoluto, dentro e fuori lo stadio, partita in forse fino all’ultimo, qualcosa come quattordici ore là dentro, a cercare di dare una mano a sbrogliare situazioni di ogni genere ed emergenze assortite, alcune anche piuttosto curiose: far asciugare un po’ il fradicio e congelato giornalista di Sky (se legge si riconosce!), prestare ombrellini (nostri) a chiunque, inclusi inviati della BBC (la sicurezza non li aveva fatti entrare con i loro ombrelli appuntiti), sfamare dei giornalisti inglesi, che ci avevano messo ore ad arrivare allo stadio, con i fantasmagorici panini dei sacchetti del volontario.

Un altro ricordo molto divertente è quello della JWC 2015, con le ragazzine di Calvisano e dintorni che si appostavano e seguivano gli aitanti e più o meno esotici U20 delle varie squadre, con una predilezione per qualche giovanotto australiano con il fascino da surfista. Io sono cresciuta in un paesino molto simile e, in effetti, se provo ad immaginare me stessa e le mie amiche che, a quindici-sedici anni, nel pigro scorrere della vita del piccolo centro di provincia, ci fossimo ritrovate lì tanto clamoroso ben-di-Dio da tutto il mondo, avremmo fatto esattamente come loro!

Lo sport dei volontari, è uno sport bello, di cuore e passione. E non è per tutti, proprio come il rugby.

“Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l’aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa”. (Henri Garcia)