Di temporali, Settebello e Championship: un sabato mattina di fine luglio

Mattinata di sabato genovese con tuoni, pioggia a tratti ed un caldo umido da Vietnam monsonico. Accendo la tv mentre faccio colazione e sta per iniziare NZL-RSA, inni inclusi (vittoria senza storia per gli Springboks, ovviamente, che hanno uno degli inni più sensazionali e significativi al mondo!): finirà 16-16, con pareggio degli ospiti sul filo del fischio finale e stadio Nero ammutolito.

Sia All Blacks che Sudafrica saranno nel girone dell’Italia al mondiale, ma facciamo finta di non pensarci! Quello a cui di certo stanno pensando i neozelandesi è l’infortunio alla spalla di Brodie Retallick, miglior seconda linea al mondo ed uno dei giocatori più forti in assoluto tra coloro che calcano i campi del globo.

Intermezzo iridato con uno strepitoso Settebello che, stracciando la Spagna, si laurea campione del mondo di pallanuoto. Faccio finta di non aver espresso mentalmente nessuna considerazione “squisitamente tecnica” sulle inquadrature di esultanza della panchina ad ogni segnatura…! Belli, bravi e Campioni!

Altro intermezzo con spazzolatura dei gatti, trasformati in soffici piumini. Peccato fosse diventata un soffice piumino anche la casa e quindi, mentre il Settebello strapazzava la Spagna, io ero strapazzata dal pelo che cercavo di levare dal pavimento…!

Australia-Argentina, che il fuso orario ha fatto iniziare alle nostre 11.45, parte già bene perché il telecronista è il bravissimo Moreno Molla. Molto bene anche che l’arbitro sia il Kiwi O’Keefe, titolatissimo nella classifica “tecnica” del 6N di qualche mese fa! Sono le due squadre sconfitte nel primo turno di questo Championship ristretto pre-RWC e vincere è importantissimo per entrambe.

L’Australia è in un periodo complicatissimo della sua storia ovale, mentre l’Argentina, storicamente, geograficamente, culturalmente e caratterialmente quanto di più lontano dalle altre tre squadre del Championship, sta seguendo il suo massivo e coraggioso programma di crescita e sviluppo che ancora, per i Pumas, nonostante gli evidenti progressi in campo e il consueto cuore infinito, sta faticando a tradursi in modo sistematico in efficacia, killer instinct e vittorie.

Infatti, oggi hanno vinto i Canguri, con un 16-10 certo non travolgente e convincente ma che basta per mettere in saccoccia ai Pumas la settima sconfitta consecutiva ed una classifica del torneo di soli due punti in due giornate, dopo che una settimana fa avevano perso di misura contro degli All Blacks tutt’altro che in palla.

Due squadre che arriveranno alla Coppa del Mondo con non pochi pensieri e questioni e per le quali l’asticella delle attese punta storicamente verso l’alto, esattamente come la pressione con cui dovranno fare i conti in Giappone.

L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte. (Simón Bolívar)

P.s. Per altri contenuti sulla giornata di Championship, tra cui alcuni provenienti direttamente da Downunder, vi rimando al sito dei Pirati del Rugby!

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Le ragazze dello sport: i sorrisi che salveranno il mondo

Lo sport di squadra femminile è in gran fermento, da qualche giorno a questa parte: le Azzurre non udenti del volley splendide campionesse europee e, ora, la nuova “mania” esplosa per il calcio femminile, con la Nazionale impegnata al Campionato del Mondo e fresca di primato nel proprio girone, nonché di prima e storica diretta sulla Rai. Tornando indietro di alcuni mesi, ci sono anche le Azzurre del rugby, con lo storico secondo posto al 6 Nazioni 2019 e, ancora prima, le pallavoliste, magnifiche seconde al mondiale 2018. Tralascio qui i trofei individuali nella ginnastica o in altri sport: me ne scuso e applaudo le protagoniste.

Il volley è, probabilmente da Mimì Ayuara in avanti, uno sport percepito in Italia come femminile, ad esempio ed in primis, a scuola: nelle ore di “ginnastica”, per tutta la mia carriera scolastica, noi ragazze giocavamo a pallavolo e i ragazzi a calcio. Curiosamente, però, la prima e roboante esplosione del volley italiano di cui io abbia memoria è stata tutta maschile: la generazione di fenomeni, gli anni di Velasco, la serie A1 con Mediolanum, Maxicono, Messaggero, Gabeca, etc etc. e ricordo che io, che crescevo e giocavo in un paesino dove la pallavolo maschile non esisteva, mi chiedevo da dove saltassero fuori tutti questi ragazzi pallavolisti…!

Calcio e rugby, invece, li vedo da un’ottica diversa: sono due sport tradizionalmente considerati come non femminili, non adatti alle ragazze e molto virili (“non è uno sport per signorine!”). Nel calcio questo prende un accento ancora più forte per via dell’enorme peso anche culturale dello stesso, inteso come la sua presenza fissa e pervasiva nella vita degli italiani, soprattutto maschi, fin dalla notte dei tempi. Da qui lo stupore che sta accompagnando i risultati di queste ragazze, piano piano emerse da un limbo di isolamento e derisione ancora non del tutto superato, non fosse altro che per chi ritiene di poter sparare giudizi a caso su orientamenti sessuali altrui: i maschi che si sentono sminuiti da donne sportive forti in ambiti ritenuti, in modo stereotipato, tipicamente virili, si sentono più “machi” pensando/affermando che “sono tutte lesbiche”, ed intendendo questo come un insulto.

Dunque, è ancora lunga la strada da fare per cambiare la testa di tanti/troppi, ma le ragazze che fanno sport ci stanno riuscendo, un passo dopo l’altro. Mi viene in mente che questo fenomeno esiste anche al contrario, e sono sempre i maschi a viverlo male: ragazzini che fanno ginnastica artistica vengono facilmente etichettati come gay, anche se dubito che qualcuno andrebbe a spiegare faccia a faccia il perchè di questo pensiero idiota al Signore degli Anelli Yuri Chechi…!

I risultati di queste ragazze, nel calcio e nel rugby, valgono quindi tantissimo ed ampiamente oltre i titoli sportivi. Per questo, la trasmissione in diretta su Rai1 della partita Italia-Brasile di ieri sera è importante anche ben al di là dell’evento stesso e il fatto che abbia ottenuto un risultato pazzesco, con 6.500.000 spettatori ed uno share del 29%, la rende epocale. Certo, si tratta di calcio e siamo in Italia, ma io azzardo che, se venisse trasmessa allo stesso modo una partita mondiale importante delle Azzurre del rugby, otterrebbe a sua volta un risultato di pubblico eccellente, seppur non così clamoroso. Perché?

Perché mi sembra che la gente, sempre di più, abbia voglia di sport “vero”, di aria nuova, di emozioni senza filtri, tutte cose che si faticano sempre di più a trovare nel calcio maschile, affogato dai suoi stessi miliardi, da logiche ormai quasi solo commerciali, che ha perso tutti i suoi riti e rituali ed anche il lume della ragione, con atleti valutati quanto interi PIL, ingaggi ad otto cifre e profili social trasudanti trash e lontani anni luce dalla vita e dalla carriera di ex campioni che erano anche incredibilmente rassicuranti, vicini, normali, pur nella fortuna di essere nati con quel talento.

Sul rugby il discorso è ovviamente diverso, perché in Italia non esiste il problema di una sovra-esposizione dell’ovale maschile e men che meno quello di una valanga di soldi sullo stesso. Però la Nazionale non vince e, così, la vetrina del 6 Nazioni non viene sfruttata, diventando anzi, con l’accumularsi delle sconfitte, uno scomodo volano negativo. Le Azzurre del rugby, invece, hanno iniziato a vincere partite con una certa continuità e la meravigliosa seconda posizione al 6 Nazioni 2019 ha fruttato loro anche l’attenzione, ad esempio, della rivista Vanity Fair.

Tutte queste ragazze sono toste, sono testarde, hanno fatto fatica per arrivare dove sono, perché magari non avranno avuto una squadra vicino a casa dove iniziare a giocare, perché saranno state prese in giro, perché anche adesso devono continuamente dimostrare “di più”. Io stessa, da semplice addetta stampa dilettante di un club di rugby e da modesta scrivente di questo blog, so di dover essere molto più attenta e preparata, muovendomi in una dimensione prevalentemente e tradizionalmente maschile. Va detto che le donne, in generale, ci sono piuttosto abituate, in un pianeta Terra che rimane sempre declinato al maschile e prigioniero di mille stereotipi, nel lavoro e nella società ancor prima che nello sport.

Quale è la cosa più bella di tutte queste ragazze vincenti? I sorrisi, senza dubbio. Che esprimono meglio di qualsiasi altra cosa la gioia, la soddisfazione, la motivazione, anche la rivincita.

Non seguo e non amo più il calcio da tanti anni ormai, ma le belle facce pulite e i sorrisi delle Azzurre mi hanno fatto venire voglia di seguirle e di tifare per loro, proprio come quelli delle ragazze del rugby. Women do it better!

Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti.
(Ginger Rogers)

(Foto dal web. Nell’immagine principale (dal sito Fantagazzetta) l’esultanza delle calciatrici dopo la partita vs Brasile, in quella di chiusura le ragazze del rugby al 6N 2019 (dal sito FIR).

rugby

77.000 telespettatori per me, posson bastare…?

Nei giorni scorsi, impegnata a godermi una piscina termale nella settimana del mio compleanno, ho seguito pochissimo le vicende ovali ma mi sono comunque imbattuta nell’articolo del sempre bravo Paolo Wilhelm sui 77.000 spettatori della diretta tv della finale di Top12, massimo campionato italiano di rugby.

Tanti? Pochi? Entrambe le cose allo stesso tempo, come evidenziato da Paolo. Diciamo tanti, o comunque un numero affatto male, per chi realisticamente sa di cosa si parla quando si dice “rugby italiano” ma, certamente, pochi se si immagina una diretta su Raisport come possibilità di far arrivare quella partita anche a chi non fa già parte del “circolo” del rugby.

“Il rugby italiano parla ormai solo a se stesso”, ragiona Wilhelm e, anche qui, coglie nel segno. L’esperienza quotidiana di ciascuno di noi è fatta dell’essere fans di uno sport che in Italia è “minore”, se non addirittura di nicchia: colleghi, parenti e conoscenti, salvo felici eccezioni, ignorano ogni cosa del rugby italiano e si limitano al sapere che esiste una Nazionale che perde sempre (sigh) e, se gli chiedete di citarvi dei giocatori, saranno Castrogiovanni, i Bergamasco e Lo Cicero, perché sono stati in tv (non a giocare a rugby). Arriveranno fino agli All Blacks, “quelli della Haka che vincono sempre”, ma scordatevi nomi di Tuttineri ed anche di ogni altro mito ovale.

La differenza con il calcio e con altri sport che hanno ben altra vetrina ed attenzione sui media è che io, che pure non seguo nè pallone, nè F1, nè tennis, per dirne tre, comunque ne ho una conoscenza ben più ampia rispetto a quella che gli “altri” hanno del rugby: ne sento quotidianamente notizie al tg, ne leggo sempre sull’home page di quotidiani online, vedo i campioni come testimonial di marchi e li ritrovo costantemente sulla carta stampata con articoli, foto e nomi. Il rugby? Non pervenuto.

Ripenso all’immagine di Semenzato che, alla fine della finale, con la medaglia al collo, raccoglie bottigliette di plastica e rifiuti vari dal campo e li butta in un bidone: chi l’ha vista, al di fuori di “noi”? Non è sfuggita al bravo Paolo Ricci Bitti, che le ha trovato spazio su Il Messaggero, ma io l’avrei vista benissimo anche in qualche tg e l’avrei voluta virale sui social: è un’immagine bellissima, di sport, di rispetto, di educazione, è un messaggio perfetto e “che piace”, è marketing già pronto.

Sembra banale ma, anche qui, la chiave sarebbe partire dal basso del basso: scuole e campi. Infatti, le uniche altre occasioni in cui qualcuno che mi circonda, ma che è al di fuori del mondo ovale, mi ha nominato il rugby è stato per raccontarmi che i figli lo avevano provato a scuola, grazie a Rugby Tots o alla visita di qualcuno di una società della zona: per gli sport “minori” i praticanti sono il primo e fondamentale bacino di seguito.

Nella difficoltà generale del raggiungere nuovi appassionati in chiave di spettatori, la sua parte la fa sicuramente anche l'”incoerenza” nella trasmissione delle partite: con il 6N su DMax, il Pro14 su DAZN (e sarei curiosissima di sapere i dati delle partite di Treviso e Zebre), la regular season del Top12 in streaming FIR e i suoi playoff su Raisport, seguire e tenere il filo è palesemente difficile. Io stessa, che faccio parte del mondo ovale e amo guardare il rugby, aspetto come una Bibbia il riepilogo del palinsesto ovale del week end per riuscire ad orientarmi tra partite, orari e canali: come pensare di riuscire ad accalappiare efficacemente spettatori distratti, neofiti, genitori di piccoli ruggers che si stanno avvicinando alla disciplina?

E poi… “Ma chi ci gioca lì della Nazionale?”… “Ehm… nessuno”. Già è difficile spiegare che la Serie A non è, in realtà, “la” Serie A come nel calcio, figuriamoci poi far anche capire che nel massimo campionato nazionale, finale inclusa, non ci gioca nessuno della Nazionale: diciamo che l’ordinamento del nostro rugby non aiuta, a sua volta, a “venderlo” agli “altri”.

Perché solo 77.000 persone guardano la finale del massimo campionato nazionale? Perché, al di fuori delle piccole piazze delle due squadre e degli altri appassionati (tra cui io, che l’ho attesa e guardata), nessuno sapeva della sua esistenza, come dell’intero campionato: “La Nazionale che perde sempre” (sigh) si ritaglia un po’ di spazio solo nei due mesi scarsi del 6N e, anche proprio per la cronica e tragica mancanza di risultati, la sua capacità di far aprire una breccia di curiosità e attenzione anche verso il rugby italiano, quello dei campionati e delle società, è nulla.

Ma io mi chiedo, guardando oltre le sconfitte degli Azzurri: sarebbe proprio impensabile approfittare del 6N anche per promuovere il rugby nostrano, anche solo con la presenza al Villaggio Peroni di uno stand dedicato e di giocatori delle squadre di Top12 ed anche di piccoli del minirugby, o facendo ricordare dallo speaker le partite più imminenti del massimo campionato e di Treviso e Zebre, ad esempio? E programmare costantemente visite di giocatori e tecnici di Top12 e delle celtiche presso i club delle serie minori, per promuoversi a vicenda?

Inoltre, pensando allo sport USA, dove ognuno si porta dietro fino alla tomba il nome della sua università e della high school, perché non evidenziare, nelle schede dei giocatori di Zebre e Treviso ma anche di Top12 e, naturalmente, dei nazionali, i club dove hanno giocato, incluso il primo? In un colpo solo si darebbero ai club soddisfazione, riconoscimento ed anche pubblicità ed “esistenza” e si trasmetterebbe un minimo senso di sistema.

Si punta spesso il dito sul livello non eccelso del nostro rugby “domestico” ma io credo che questo sia un fattore che viene dopo: il rugby da noi è così poco conosciuto e capito che, in ogni caso, i pruriti da tecnici di caratura mondiale tra i nuovi appassionati verrebbero dopo. È uno sport bellissimo, è coinvolgente, è particolare e piace facilmente “a pelle” ma, perché piaccia, va prima proposto, fatto conoscere e fatto vivere e non solo per un paio di mesi l’anno e in sola salsa azzurra (che è anche annacquata): si gioca da settembre a giugno, da nord a sud.

Teniamoceli cari i 77.000 che hanno guardato Calvisano-Rovigo: il rugby italiano ha bisogno di diventare più fruibile, più facile da provare, da trovare, da scoprire ed anche da guardare e da amare. È un lavoro per tutti e non credo sia più rimandabile.

Uno spettacolo magnifico: balletto, opera e all’improvviso il sangue di un delitto.

[parlando del Rugby]

(Richard Burton)

Di rugby italiano, Victoria’s Secret e nostalgia: week end di play off in vista

Siamo alla vigilia del primo di alcuni week end ad altissimo tasso di rugby italiano, da seguire sui campi oppure anche da casa, grazie allo streaming. Io già pregusto Munster-Benetton (play off Pro14) domani e Petrarca-Rovigo (semifinale d’andata Top12) domenica. Mi dispiace per Reggio-Calvisano ma la storica prima partita di play off di Treviso, per quanto si presenti decisamente ardua, attira di più la mia attenzione.

Attira la mia attenzione anche questa concomitanza quasi perfetta di orari (alle 16.00 Treviso su DAZN e alle 16.30 il Top12 in streaming Raisport), mossa decisamente non azzeccata e doppiamente per uno sport deficitario per quanto riguarda l’audience: sono due partite, non venti, e si è riusciti a metterle in contemporanea??? Mon Dieu.

Il palinsesto del week end offre anche il Super Rugby degli antipodi ma, personalmente, non ne sono appassionata e, per questo, mi piacerebbe molto che Sky, che lo trasmette, lo barattasse con la Premiership inglese, ad esempio! Naturalmente, è solo un opinione personale e so che il rugby dei marziani ha i suoi appassionati, fortunati a poterselo vedere in tv, dove ormai di rugby, in Italia, se ne vede proprio poco.

A proposito di tv… Grandi annunci per il riavvicinamento tra Rai e ovale italico, per poi scoprire che, in tv, le semifinali di Top12 saranno trasmesse in differita durante la notte… Ad ogni modo, tanta grazia e mille grazie che la Rai farà le riprese e avremo comunque la diretta in streaming sul sito di Raisport.

Non sono un’amante dello streaming, probabilmente perchè ormai sono vintage ma, in quanto amante del rugby, ho dovuto trovare con le trasmissioni in rete un amichevole accordo, altrimenti non vedrei mai niente. Così, sono diventate parte dei miei sabati pomeriggio le partite di Top12, così come quelle di Treviso in Pro14 e, parecchio meno, lo ammetto, quelle delle Zebre.

A me guardare rugby piace, da matti. Amo guardarlo dal vivo, certo, che è tutta un’altra cosa, ma mi piace tanto anche guardarlo “in video” e, nonostante quanto se ne parli male, io adoro guardare il rugby italiano. Sarà forse per questo che invece non mi piace il Super Rugby? Uhm… Battute a parte, mi sono fatta l’idea che la poca inclinazione degli appassionati italiani a guardare il rugby tricolore, sia sui campi che sul divano di casa, sia dovuta ad una considerazione un po’ distorta del tutto. Ora vengo e mi spiego (cit. Commissario Montalbano).

Il livello del Top12 è il più alto del rugby nazionale e parliamo, infatti, del massimo campionato tricolore. Succede che, per i notissimi e variegati motivi, questo livello non sia altissimo, intendendo, diciamo, un paragone con Premiership e Top14, ad esempio. Benissimo, e quindi? Questo abbiamo, queste sono le nostre squadre, questi sono i nostri giocatori, queste sono le nostre partite e non fanno tutte schifo, non sono tutti scarsi e non sono tutte brutte da vedere. Certo che, se quando mi specchio in bikini, il mio unico riferimento è un Angelo di Victoria’s Secret, mi sparo ma se, invece, mi guardo senza avere in mente le Barbie, vado in spiaggia comunque felice e contenta.

Questo discorso vale anche per la Serie A, a me tanto cara: si dicono peste e corna di un campionato cadetto che, invece, è molto meno disprezzabile di quanto si pensi. E’ un campionato di giovani, di crescita, di cuore, dove la qualità non è affatto zero ma, anche qui, se lo si guarda con l’ottica di un termine di paragone fuori scala, ad esempio il Pro D2 francese, in teoria il suo omologo, è chiaro che lo si ritiene inguardabile. Cosa che, invece, non è affatto.

L’Italia non è un paese ovale, come sappiamo benissimo: il rugby è poco conosciuto, poco diffuso, pochissimo visto, è sport minore e sport di nicchia e, per questo, io penso che, se anche avessimo un Top12 della stessa qualità del Top14, i dati legati al pubblico non sarebbero enormemente diversi. Basti pensare, per una forma in scala di questo ragionamento, a Treviso: nonostante i notevoli risultati, se provate a chiedere al di fuori del mondo ovale e al di fuori dal Veneto se qualcuno sa qualcosa dei biancoverdi, riceverete i soliti sguardi interrogativi. E’ vero che, per ora, i progressi di Treviso sono ancora tutti da confermare e consolidare ma è un dato di fatto che non sia un club e che non sarebbe neppure un intero campionato a poter creare una svolta nel seguito del rugby italiano.

Allora, chi lo potrebbe fare? “Facile”: una Nazionale vincente. L’unica entità ovale italica di cui hanno sentito parlare persino i miei colleghi di lavoro, solo che l’unica cosa che sanno è che perde sempre (sigh). Una Nazionale più competitiva e vincente nel 6 Nazioni non porterebbe 20.000 persone a vedere Calvisano-Petrarca (non siamo il Galles) ma, di sicuro, creerebbe più interesse verso l’ovale, più spazio sui media, più bambini che vogliono iniziare a giocare, più spazio nelle scuole, più stimolo per il pubblico a scoprire cosa c’è dietro a quella Nazionale.

Non ho dati di pubblico su quando nel fu Super10 giocava chi veniva convocato in Nazionale, ma ricordo un rugby italiano più seguito e, ancora più importante, più organico, nel senso che la Nazionale era figlia del movimento di cui era la naturale espressione: club, campionati, filiera, percorso di crescita dei giocatori che poteva arrivare fino in vetta per chi ne aveva le qualità, massimo campionato nazionale come scalino da cui poter puntare all’Azzurro. Abbiamo perso tutto questo.

Per vedere partite di S10 ci si spostava, anche chi non viveva dove avevano sede le squadre andava a vedersi le partite, si organizzava, partiva con gli amici per andare a Calvisano, a Parma, si trovava una trattoria per un bel pranzetto e poi si andava al campo, per veder giocare “quelli della Nazionale”, quelli di cui si era fan, i big stranieri che venivano a giocare da noi, oppure l’ex compagno di squadra che aveva fatto carriera, perchè giocare in S10 allora era aver fatto carriera, e da lì si poteva sognare e raggiungere la maglia Azzurra. Andare alle partite del campionato italiano era una festa, un evento, che poi si riviveva al 6 Nazioni. Che nostalgia.

Detto tutto questo e auspicando che, prima o poi (sarebbe meglio prima), un filo rosso ricominci a percorrere e legare tutto il rugby italico, in bocca al lupo a tutte le squadre e ai giocatori in campo nei vari play off, barrage e spareggi in programma: may the force be with you! (Semicit.)

Agli appassionati invece ribadisco il suggerimento di guardarsi e godersi le partite, le emozioni, il gioco e il rugby di casa nostra: non sono gnocche solo gli Angeli!

Rugby, gioco da psiche cubista, deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile. (Alessandro Baricco)

 

(Nella foto, Behati Prinsloo, signora Levine, Angelo di Victoria’s Secret)

Di testardaggine, fango e Vanity Fair: Azzurre del rugby tra ieri, oggi e domani

Durante il 6 Nazioni femminile avevo scritto (qui) delle gemelle Cavina, che ricordavo piccoline al campo di Cogoleto (GE), e delle difficoltà che le bambine / ragazzine / ragazze che vogliano praticare il rugby in Italia devono affrontare. Il torneo poi è proseguito e le Azzurre, battendo anche la Francia all’ultima giornata, hanno conquistato un meraviglioso e storico secondo posto finale: immense!!!

Poche ore dopo questo trionfo, su facebook ho visto un post sulla vittoria, o meglio, un link all’articolo di una rivista. Si trattava della pagina di Vanity Fair e ho subito pensato: “ecco cosa succede quando arrivano i risultati: arriva l’attenzione di tutti!”. Il mio pensiero era stato ancora più immediato a causa dell’impietoso confronto con le vicende del rugby maschile, in ormai cronica asfissia di risultati e anche, inevitabilmente, di interesse mediatico al di fuori della stampa specializzata: uno sport “minore”, definizione triste ma veritiera, per far parlare di sé deve sfornare in primis vittorie.

Quasi in contemporanea al link di Vanity Fair, sempre su facebook ho visto il post di Davide Macor, che celebrava a sua volta la vittoria delle Azzurre e, al contempo, ricordava quando, pochi anni fa, lui e gli altri ragazzi della combriccola di “NPR” (Non Professional Rugby), essendo appunto votati al rugby non professionistico, avevano deciso di dedicarsi all’ovale femminile e di occuparsi delle riprese e delle telecronache delle partite della Nazionale. Come era venuta, ai ragazzi di NPR, l’idea di seguire un rugby femminile ancora quasi dimenticato? Era successo allo Snow Rugby di Tarvisio (dove ci si affronta con l’ovale sulla neve) quando, chiacchierando con il fotografo Sebastiano Pessina, che si stava in quel periodo occupando degli scatti degli Azzurri in vista del 6 Nazioni, Amodeo & Co. pensarono: “Ma perché per la maschile tutta questa attenzione e per le ragazze niente?”.

Era il 6 Nazioni 2014, il rugby femminile in Italia non riceveva ancora tutta l’attenzione che avrebbe meritato e appassionati di rugby e comunicazione come Macor, Valerio Amodeo, Enrico Turello, Lorenzo Bruno, Lorenzo Cirri, Lorenzo Bruno e Giancarlo Stocco si lanciarono nell’avventura di realizzare e commentare le riprese in diretta degli incontri delle Azzurre. Così capitava loro di partire con un pullmino da Udine per Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, dove si giocò un’Italia-Scozia, il 22 febbraio 2014), arrivare laggiù e trovarsi come postazione per impianti e telecronaca dei tavolini da bar con un ombrellone nel mezzo. È anche successo, a Valerio, di partire da Roma per Rovato (BS), per commentare un’Italia-Inghilterra del 14 marzo 2014, dopo che, il giorno prima, era nata sua figlia Claudia.

Questo tuffo in un passato recente che il magnifico e fresco secondo posto al 6 Nazioni sembra aver sparato lontano anni luce, con il link di Vanity Fair e il post di Davide Macor a rappresentare una specie di paradosso spazio-temporale, mi ha fatto incuriosire su quel che si trova lungo il percorso di questo rugby femminile tricolore, sul terreno dove le ragazze ovali di oggi piantano le loro radici e crescono.

Così, ben prima di arrivare agli aneddoti legati alle avventurose trasmissioni video e audio del 2014, il tuffo è in una Nazionale femminile che si pagava le trasferte di tasca propria e che, per dividere i costi tra più persone, riempiva i posti vuoti sul pullman con parenti e amici, una Nazionale femminile che non aveva i vestiti “di rappresentanza” dalla Federazione e che, per partecipare ai terzi tempi formali, vedeva le ragazze prestarsi a vicenda gli abiti eleganti. Erano rugbywomen che venivano viste quasi come dei fenomeni da baraccone, impegnate in uno sport considerato così poco femminile, che venivano prese in giro, che non avevano niente se non la loro enorme passione ed una fortissima testardaggine.

Ecco, io credo che la parola chiave del rugby femminile in Italia, ciò che ha portato quest’anno le Azzurre al secondo posto nel 6 Nazioni e al sesto posto nel ranking mondiale, sia proprio “testardaggine”: è la testardaggine, intesa come passione, mancanza di paura, insistenza nel fare quel che si ama e superamento delle difficoltà, che permette ad una ragazzina di iniziare a giocare a rugby in Italia e di continuare a farlo e sempre meglio.

Di sicuro questa dote non è mai mancata a Maria Cristina Tonna, oggi responsabile federale dell’attività femminile e, da sempre, donna di rugby: giocatrice, allenatrice, promotrice instancabile dell’ovale per e tra le ragazze. In Italia, il suo nome oggi è praticamente sinonimo di “rugby femminile” ma i suoi inizi e il suo percorso sono del tutto simili a quelli di tantissime ragazzine che iniziano a giocare a rugby e ce la mettono tutta per continuare a farlo: “Nel 1982, a 13 anni, vidi la mia prima partita dal vivo di rugby (di minirugby, per la precisione) e, da subito, rimasi affascinata dal senso di libertà che mi trasmetteva l’immagine di quei bambini e bambine (ben due!) che correvano felici con la palla in mano. Il giorno dopo andai al campo di Ostia con i miei due fratelli per un allenamento di prova e, 37 anni dopo quel giorno, sono ancora qui, anche se, per una ragazzina, non era proprio sempre accogliente il mondo ovale: a volte gli stessi maschietti erano diffidenti nell’avermi in squadra e devo ringraziare gli allenatori dell’epoca per avermi permesso comunque di allenarmi, giocare e di non perdere il mio entusiasmo”.

Come per tutte le bambine che iniziano a giocare a rugby, l’uscita dalle categorie del minirugby è stata un problema anche per Maria Cristina: “A 14 anni, non essendoci alcuna categoria femminile juniores, mi ritrovai a giocare con una squadra seniores, l’allora Ceccherelli Roma, divenuto poi, di lì a poco, Villa Pamphili: gli allenamenti li alternavo, a volte con le ragazze a Roma, a volte con i ragazzi a Ostia, dove vivevo. La mattina uscivo da casa per andare a scuola sulla Via Ardeatina, poi andavo ad allenarmi a Villa Pamphili, mangiando un panino sul bus. I primi tempi non potevamo fare neanche la doccia e spesso rientravo a casa mezza infangata, dopo aver preso vari autobus ed il treno per Ostia”.

Ecco, insieme a “testardaggine”, l’altra parola che associo subito alle rugbygirls è “fango”: una cosa vista come così poco femminile, sporca, brutta, ma che, sui corpi e sui volti delle ragazze ovali diventa un bellissimo segno della lotta e della passione, del voler fare qualcosa che si ama tanto nonostante le difficoltà.

Il grandissimo risultato nel 6 Nazioni appena concluso è figlio di un enorme lavoro di diffusione, crescita e formazione, di una strategia e di un progetto in continuo sviluppo ed evoluzione le cui solide radici, però, sono e devono rimanere sempre piantate in un terreno fatto di trasferte a spese proprie, telecronache pionieristiche, ore di autobus e treni macinate senza potersi fare una doccia, sfidando gli sguardi di chi non capisce una ragazza sporca di fango. Forse è questa la prossima e più grande sfida che si troverà ad affrontare l’ovale femminile azzurro, proiettato in alto ma la cui forza è rappresentata dalle sue temprate radici.

“Di questo 6 Nazioni mi rimarrà addosso l’energia positiva sprigionata da una squadra fiera di aver raggiunto un altro importante obiettivo, e i sorrisi e gli abbracci delle piccolissime ruggers che abbiamo coinvolto in tutte le città dove abbiamo giocato, perché in ogni cosa della vita è l’amore che ci metti che fa la differenza!”. (Maria Cristina Tonna)

“Radici e ali. Ma che le ali mettano radici e le radici volino”.
(Juan Ramón Jiménez)

(Per la foto ringrazio tantissimo Ettore Griffoni / LivePhotoSport)