Di rugby italiano, Victoria’s Secret e nostalgia: week end di play off in vista

Siamo alla vigilia del primo di alcuni week end ad altissimo tasso di rugby italiano, da seguire sui campi oppure anche da casa, grazie allo streaming. Io già pregusto Munster-Benetton (play off Pro14) domani e Petrarca-Rovigo (semifinale d’andata Top12) domenica. Mi dispiace per Reggio-Calvisano ma la storica prima partita di play off di Treviso, per quanto si presenti decisamente ardua, attira di più la mia attenzione.

Attira la mia attenzione anche questa concomitanza quasi perfetta di orari (alle 16.00 Treviso su DAZN e alle 16.30 il Top12 in streaming Raisport), mossa decisamente non azzeccata e doppiamente per uno sport deficitario per quanto riguarda l’audience: sono due partite, non venti, e si è riusciti a metterle in contemporanea??? Mon Dieu.

Il palinsesto del week end offre anche il Super Rugby degli antipodi ma, personalmente, non ne sono appassionata e, per questo, mi piacerebbe molto che Sky, che lo trasmette, lo barattasse con la Premiership inglese, ad esempio! Naturalmente, è solo un opinione personale e so che il rugby dei marziani ha i suoi appassionati, fortunati a poterselo vedere in tv, dove ormai di rugby, in Italia, se ne vede proprio poco.

A proposito di tv… Grandi annunci per il riavvicinamento tra Rai e ovale italico, per poi scoprire che, in tv, le semifinali di Top12 saranno trasmesse in differita durante la notte… Ad ogni modo, tanta grazia e mille grazie che la Rai farà le riprese e avremo comunque la diretta in streaming sul sito di Raisport.

Non sono un’amante dello streaming, probabilmente perchè ormai sono vintage ma, in quanto amante del rugby, ho dovuto trovare con le trasmissioni in rete un amichevole accordo, altrimenti non vedrei mai niente. Così, sono diventate parte dei miei sabati pomeriggio le partite di Top12, così come quelle di Treviso in Pro14 e, parecchio meno, lo ammetto, quelle delle Zebre.

A me guardare rugby piace, da matti. Amo guardarlo dal vivo, certo, che è tutta un’altra cosa, ma mi piace tanto anche guardarlo “in video” e, nonostante quanto se ne parli male, io adoro guardare il rugby italiano. Sarà forse per questo che invece non mi piace il Super Rugby? Uhm… Battute a parte, mi sono fatta l’idea che la poca inclinazione degli appassionati italiani a guardare il rugby tricolore, sia sui campi che sul divano di casa, sia dovuta ad una considerazione un po’ distorta del tutto. Ora vengo e mi spiego (cit. Commissario Montalbano).

Il livello del Top12 è il più alto del rugby nazionale e parliamo, infatti, del massimo campionato tricolore. Succede che, per i notissimi e variegati motivi, questo livello non sia altissimo, intendendo, diciamo, un paragone con Premiership e Top14, ad esempio. Benissimo, e quindi? Questo abbiamo, queste sono le nostre squadre, questi sono i nostri giocatori, queste sono le nostre partite e non fanno tutte schifo, non sono tutti scarsi e non sono tutte brutte da vedere. Certo che, se quando mi specchio in bikini, il mio unico riferimento è un Angelo di Victoria’s Secret, mi sparo ma se, invece, mi guardo senza avere in mente le Barbie, vado in spiaggia comunque felice e contenta.

Questo discorso vale anche per la Serie A, a me tanto cara: si dicono peste e corna di un campionato cadetto che, invece, è molto meno disprezzabile di quanto si pensi. E’ un campionato di giovani, di crescita, di cuore, dove la qualità non è affatto zero ma, anche qui, se lo si guarda con l’ottica di un termine di paragone fuori scala, ad esempio il Pro D2 francese, in teoria il suo omologo, è chiaro che lo si ritiene inguardabile. Cosa che, invece, non è affatto.

L’Italia non è un paese ovale, come sappiamo benissimo: il rugby è poco conosciuto, poco diffuso, pochissimo visto, è sport minore e sport di nicchia e, per questo, io penso che, se anche avessimo un Top12 della stessa qualità del Top14, i dati legati al pubblico non sarebbero enormemente diversi. Basti pensare, per una forma in scala di questo ragionamento, a Treviso: nonostante i notevoli risultati, se provate a chiedere al di fuori del mondo ovale e al di fuori dal Veneto se qualcuno sa qualcosa dei biancoverdi, riceverete i soliti sguardi interrogativi. E’ vero che, per ora, i progressi di Treviso sono ancora tutti da confermare e consolidare ma è un dato di fatto che non sia un club e che non sarebbe neppure un intero campionato a poter creare una svolta nel seguito del rugby italiano.

Allora, chi lo potrebbe fare? “Facile”: una Nazionale vincente. L’unica entità ovale italica di cui hanno sentito parlare persino i miei colleghi di lavoro, solo che l’unica cosa che sanno è che perde sempre (sigh). Una Nazionale più competitiva e vincente nel 6 Nazioni non porterebbe 20.000 persone a vedere Calvisano-Petrarca (non siamo il Galles) ma, di sicuro, creerebbe più interesse verso l’ovale, più spazio sui media, più bambini che vogliono iniziare a giocare, più spazio nelle scuole, più stimolo per il pubblico a scoprire cosa c’è dietro a quella Nazionale.

Non ho dati di pubblico su quando nel fu Super10 giocava chi veniva convocato in Nazionale, ma ricordo un rugby italiano più seguito e, ancora più importante, più organico, nel senso che la Nazionale era figlia del movimento di cui era la naturale espressione: club, campionati, filiera, percorso di crescita dei giocatori che poteva arrivare fino in vetta per chi ne aveva le qualità, massimo campionato nazionale come scalino da cui poter puntare all’Azzurro. Abbiamo perso tutto questo.

Per vedere partite di S10 ci si spostava, anche chi non viveva dove avevano sede le squadre andava a vedersi le partite, si organizzava, partiva con gli amici per andare a Calvisano, a Parma, si trovava una trattoria per un bel pranzetto e poi si andava al campo, per veder giocare “quelli della Nazionale”, quelli di cui si era fan, i big stranieri che venivano a giocare da noi, oppure l’ex compagno di squadra che aveva fatto carriera, perchè giocare in S10 allora era aver fatto carriera, e da lì si poteva sognare e raggiungere la maglia Azzurra. Andare alle partite del campionato italiano era una festa, un evento, che poi si riviveva al 6 Nazioni. Che nostalgia.

Detto tutto questo e auspicando che, prima o poi (sarebbe meglio prima), un filo rosso ricominci a percorrere e legare tutto il rugby italico, in bocca al lupo a tutte le squadre e ai giocatori in campo nei vari play off, barrage e spareggi in programma: may the force be with you! (Semicit.)

Agli appassionati invece ribadisco il suggerimento di guardarsi e godersi le partite, le emozioni, il gioco e il rugby di casa nostra: non sono gnocche solo gli Angeli!

Rugby, gioco da psiche cubista, deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile. (Alessandro Baricco)

 

(Nella foto, Behati Prinsloo, signora Levine, Angelo di Victoria’s Secret)

Pubblicità

Campionati… extra

Io uso l’app della FIR, per il 99% delle volte in cui la apro, per cose inerenti ai campionati nazionali, in particolare Serie A e Top12: risultati e classifiche della prima, le stesse cose più i live e, quando posso, le partite in streaming per il secondo.

Da qualche tempo l’app è stata rinnovata e devo dire che è assai migliorata graficamente rispetto a prima: ha un bell’impatto visivo ed è stata anche strutturata meglio. Però…

… Però, la prima volta che l’ho aperta dopo il restyling, mi sarebbe servito il GPS per trovare la sezione dei campionati. Dopo aver provato varie opzioni, mi è caduto l’occhio, in basso a destra, sui tre puntini con scritto “extra”, ho premuto, ed ecco sbucare “campionati”, con calendari e classifiche. I campionati nazionali sono “extra”?

Credo che l’app FIR sia scaricata e fruita, per quasi il 100%, da chi, in qualsiasi veste, segue il rugby italiano: uno spettatore occasionale della Nazionale difficilmente ce l’ha nel cellulare e, casomai la scaricasse, ad esempio, per un 6 Nazioni, molto probabilmente la cancellerebbe a torneo finito, se non poco dopo la magari unica partita che è andato a vedere all’Olimpico. Chi la tiene sempre e la apre con regolarità per consultarla è chi va a vedersi risultati e classifiche di Top12, A, B e C.

Il piano terra esiste anche senza l’attico, ma l’attico senza il piano terra no.

Io e la Pro Recco Rugby…

Per tratteggiare, iniziando a tenere questo blog, chi sono ed anche come scrivo, dopo il 6 Nazioni (Partiamo dal 6 Nazioni…) sono andata a ripescare dal passato (lo scritto è datato fine aprile 2017) un mio pezzo sulla Pro Recco Rugby. Non il report di una partita, non un comunicato ufficiale, ma delle righe tutte “di pancia” e da tifosa, quindi ben oltre l’ (ad)Detta stampa.

Perchè scrivo sempre (ad)Detta stampa? Perchè, grazie al giochino di parole coniato dal nostro fotografo, il buon Luigi, io sono diventa “la detta stampa”, invece che “l’addetta” e, da lì, sono diventata, semplicemente ed anche al di fuori dei confini recchelini, “la Detta”!

Non potrò mai scordare quando l’amico “Mucca” mi scrisse, leggendolo: “cazzo Emy, sto piangendo!!!”. Ecco qui, con un tuffo nel passato sempre un po’ doloroso ma soprattutto sempre pieno di emozioni che nessuno potrà mai scordare, “Tanto, cosa ci andava a fare il Recco in Eccellenza?”.

“Questa è una frase piuttosto ricorrente negli ultimi anni, anni in cui una minuscola società di provincia, che molti neppure sanno dove si trovi esattamente, ha messo in fila 4 semifinali di serie A di seguito condite da 3 finali, queste ultime tutte perse. Per le lacrime di molti (me compresa, ovviamente) e i sorrisetti di molti altri, altri che, però, forse tendono a dimenticare che, per perderle, le finali bisogna prima raggiungerle e giocarle.

Quest’anno, per la prima volta dal 2013, le mie “ferie” da Detta stampa stanno per iniziare presto, con la fine della stagione regolare, perché, come molti sanno, quest’anno il Recco i play off non li ha raggiunti.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se chiudo gli occhi oggi, con il magone per come è andata questa stagione, rivedo come dei flash tanti momenti delle stagioni passate, tifo, fatica, lacrime, sorrisi, emozioni, cioè tutto quello che ora invidio a morte a chi sta per iniziare i play off, giocatori, staff e tifosi.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Se tengo gli occhi chiusi ancora un po’, rivedo quasi come un film le scene sparse in quattro stagioni in cui una minuscola realtà biancoceleste ha fatto cose che a ripensarci sembrano impossibili: rivedo mete, esultanze, avversari, ancora lacrime, facce, campi, fischi finali.

Rivedo me stessa, nel 2013, con le mani così tremanti da non riuscire a scrivere su facebook che Recco aveva vinto il campionato di A1, all’ultima giornata, aspettando il risultato della partita del Verona, che non finiva mai perché era stata sospesa per la pioggia. Rivedo l’Androne strapieno per la partita contro l’Accademia che ci ha mandato per la prima volta in semifinale. Rivedo migliaia di tifosi biancocelesti a Calvisano alla prima finale, nel 2013, la prima volta in cui i nostri ragazzi in campo hanno cantato l’inno, come fa la nazionale: gli altri anni ero andata a vedere le finali degli altri, e lì invece c’era la mia squadra in campo, la squadra che per anni ha avuto il “titolo” di squadra col peggior campo della serie A, la squadra che non sapeva giocare a rugby ma solo in mischia (che poi per me son sinonimi, ma sono punti di vista).

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Rivedo le vittorie in semifinale, con le gare di ritorno sempre in casa, perché i campionati di serie A o la nostra poule promozione, negli ultimi 4 anni, li abbiamo vinti tutti (e questa cosa mi è venuta in mente solo adesso): Valpolicella, Lyons (che poi in finale ci sono andati loro per differenza punti, ma all’Androne abbiam vinto noi), Verona, il capolavoro contro il gigante Colorno.

Rivedo il campionato 2015/2016, una squadra piena di ragazzini alle prime armi che sono stati il segno della ricostruzione dopo che la finale persa nel 2015 aveva chiuso, di fatto, il ciclo che era iniziato con la prima finale: mezza mischia andata in Eccellenza, qualche scarpino di peso appeso al chiodo, tanta preoccupazione ma poi, un vero miracolo di lavoro e crescita, la poule vinta, Colorno battuto, la finale contro Reggio che proprio non poteva finire diversamente.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

E, certo, rivedo tutte e tre le finali perse: rivedo andare in Eccellenza la Capitolina, i Lyons e Reggio. Rivedo l’amarezza e le lacrime, ogni volta, per quel cazzo di trofeo del secondo classificato. Ma rivedo anche me stessa alla finale 2012, Fiamme-San Donà, vista da spettatrice neutrale a Prato mai pensando che, di lì a 12 mesi, ne avrebbe giocata una la mia squadra. Che cosa strana i ricordi.

Rivedo giocatori, che sono rimasti, che se ne sono andati, che hanno smesso di giocare, rivedo allenatori, rivedo fortune e anche tante sfighe. Rivedo facce e momenti di 4 anni probabilmente irripetibili, 4 anni che hanno cambiato la Pro Recco Rugby profondamente, anche se è sempre mancato l’ultimo gradino per arrivare in cima.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza?

Vedo una società come tante, piena di problemi e passione e affatto piena di soldi, ma incastrata nel cuore di chi la ama e la vive proprio come il campo è incastrato tra la rampa dell’autostrada e i palazzi. Una società come tante che, però, per me è unica.

Tanto, cosa ci andava a fare il Recco In Eccellenza, che non ha neanche il campo per giocarci e non ha i soldi per fare una bella squadra e cercare di restare su? “La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso” (Albert Einstein).”