Roberto Sediño is the new Jonny Wilkinson: inizia la RWC 2019!

Su Facebook mi sono imbattuta in questo disegno, dedicato agli All Blacks dal creatore di Holly e Benji, e mi sono emozionata e quasi commossa, perché è l’immagine che per me racchiude alla perfezione il Campionato del Mondo di rugby che sta per iniziare in Giappone: Holly, uno dei miei miti dei cartoni di quando ero piccola, e il rugby, mia grande passione dell’età adulta.

Non sono mai stata in Giappone ma è da quando sono piccola che mi sembra di conoscerlo, grazie all valanga di cartoni animati che ho guardato. Insomma, lo stesso effetto di film e telefilm americani, che da sempre fanno sentire a tutti di conoscere gli USA.

Sono, appunto, abbastanza non più giovane da essere cresciuta con l’ondata dei cartoni animati giapponesi e ho avuto la fortuna di essere bambina quando giocare non significava starsene sprofondati su un divano: guardavo Holly e Benji e uscivo in giardino a giocare a pallone (e ho anche sfondato un vetro di casa facendo le scivolate in cucina), grazie a Mila e Shiro ho giocato a pallavolo per più di un decennio, ho costruito fantastici nastri artigianali da far volteggiare in salotto imitando la ginnasta Hilary e ho pattinato per km attorno a casa indossando una gonnellina e brandendo una bacchetta magica, sempre rigorosamente home made, perché mi sentivo tanto Yu.

Holly, a dire il vero, non ce lo vedo tantissimo a giocare a rugby ma, se fosse, sarebbe di certo un numero 10, con Tom Becker 9, Julian Ross estremo (se la salute lo assiste!), Ed Warner e Benji Price centri, i gemelli Derrick ali (ovviamente!) e Mark Lenders numero 8. La mischia la completerei con i cyborg (“Cyborg 009”) e la farei allenare dal Sig. Daimon, l’allenatore dei trequarti, senza se e senza ma, sarebbe coach Mitamura, il preparatore atletico Ken Shiro (“fai subito dieci giri di campo o ti tocco il punto segreto che fra tre giorni muori!”) e l’allenatore dei calci, ça va sans dire, Roberto Sediño.

Domani si comincia e sabato c’è NZL-RSA: RWC 2019 mode ON!

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P.s. tantissimi contenuti sul Mondiale sul sito e sui social dei Pirati del rugby!

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Il mio ritorno in palestra: atlete per caso e calzini dimenticati

3 settembre 2019: primo giorno di… scuola? No! Di lavoro? No! Primo giorno della ripresa della palestra!

Ho un rapporto tutto mio con la palestra e il fitness. Ho giocato per tanti anni a pallavolo e ho sempre identificato il fare sport con discipline agonistiche, l’allenamento come preparazione ad una partita, una gara. Quindi, non ho mai considerato “andare in palestra” come “fare sport”.

Questo finché non mi sono imbattuta nelle mie due guru del fitness, Roberta e Antonella. Due Donne con tanti muscoli ma ancora più cuore e cervello che sono state in grado di farmi continuare ad andare in palestra dopo che non ci volevo più mettere piede quando sono rimasta per giorni praticamente invalida dopo aver provato la mia prima lezione di pump con la Anto, nella prima sera in palestra della mia vita: “questa è matta: io qui non ci vengo mai più!!!”. Ma avevo già pagato e, soprattutto, nonostante mi avesse resa inabile anche ad usare coltello e forchetta, oltre che a camminare, scendere dal letto e sedermi sul water, quella pazza mi era piaciuta tanto, così come “l’altra”, di cui avrei provato i corsi non appena di nuovo in grado di muovermi.

Da quella tragica sera sono passati ormai un po’ di anni e tante cose sono cambiate: Roby e Anto hanno aperto la loro palestra, identica a loro, cioè un po’ folle e piena di cuore e cervello, con una filosofia di allenamento (ora lo penso!) e benessere che hanno avuto la forza ed il coraggio di portare avanti anche se è molto meno commerciale di altre.

I loro corsi, oltre ad aiutarmi ad avere una forma fisica decente e a combattere una lotta costante vs forza di gravità, anni che passano e passione per la buona tavola e per le patatine, negli anni mi hanno permesso di incontrare e conoscere Donne pazzesche, di fare gruppo con altre “atlete per caso” come me, che si fanno il mazzo, si impegnano a fare le cose bene per tenersi in forma, ma nello spogliatoio parlano di ricette, aperitivi e cene da fare (beh, non solo di questo, a dire il vero, ma anche di questo…!).

Alcune sono diventate mie amiche speciali, una anche una compagna di bellissimi viaggi, la maestra sono riuscita a portarla nell’universo Pro Recco Rugby, altre sono Donne simpatiche e toste che, se frequentano quella palestra, è perché ci somigliano, a quel posto che è per molti ma non per tutti (cit.).

Detto tutto questo, stamattina mi sono ricordata la borsa, preparata dopo un mese di pausa, tipo la cartella di scuola dopo l’estate, ma non di metterci anche i calzini: chi ben comincia…!

Buon anno di allenamenti a tutte le atletone DOP, quelle che vanno in palestra motivate dal provare a restare decentemente in forma senza dover rinunciare a mangiare e bere!

“Sono entrato in palestra. Mi hanno dato da compilare un modulo per l’iscrizione. Mi è venuto il fiatone”. (Daniele Luttazzi)

Di temporali, Settebello e Championship: un sabato mattina di fine luglio

Mattinata di sabato genovese con tuoni, pioggia a tratti ed un caldo umido da Vietnam monsonico. Accendo la tv mentre faccio colazione e sta per iniziare NZL-RSA, inni inclusi (vittoria senza storia per gli Springboks, ovviamente, che hanno uno degli inni più sensazionali e significativi al mondo!): finirà 16-16, con pareggio degli ospiti sul filo del fischio finale e stadio Nero ammutolito.

Sia All Blacks che Sudafrica saranno nel girone dell’Italia al mondiale, ma facciamo finta di non pensarci! Quello a cui di certo stanno pensando i neozelandesi è l’infortunio alla spalla di Brodie Retallick, miglior seconda linea al mondo ed uno dei giocatori più forti in assoluto tra coloro che calcano i campi del globo.

Intermezzo iridato con uno strepitoso Settebello che, stracciando la Spagna, si laurea campione del mondo di pallanuoto. Faccio finta di non aver espresso mentalmente nessuna considerazione “squisitamente tecnica” sulle inquadrature di esultanza della panchina ad ogni segnatura…! Belli, bravi e Campioni!

Altro intermezzo con spazzolatura dei gatti, trasformati in soffici piumini. Peccato fosse diventata un soffice piumino anche la casa e quindi, mentre il Settebello strapazzava la Spagna, io ero strapazzata dal pelo che cercavo di levare dal pavimento…!

Australia-Argentina, che il fuso orario ha fatto iniziare alle nostre 11.45, parte già bene perché il telecronista è il bravissimo Moreno Molla. Molto bene anche che l’arbitro sia il Kiwi O’Keefe, titolatissimo nella classifica “tecnica” del 6N di qualche mese fa! Sono le due squadre sconfitte nel primo turno di questo Championship ristretto pre-RWC e vincere è importantissimo per entrambe.

L’Australia è in un periodo complicatissimo della sua storia ovale, mentre l’Argentina, storicamente, geograficamente, culturalmente e caratterialmente quanto di più lontano dalle altre tre squadre del Championship, sta seguendo il suo massivo e coraggioso programma di crescita e sviluppo che ancora, per i Pumas, nonostante gli evidenti progressi in campo e il consueto cuore infinito, sta faticando a tradursi in modo sistematico in efficacia, killer instinct e vittorie.

Infatti, oggi hanno vinto i Canguri, con un 16-10 certo non travolgente e convincente ma che basta per mettere in saccoccia ai Pumas la settima sconfitta consecutiva ed una classifica del torneo di soli due punti in due giornate, dopo che una settimana fa avevano perso di misura contro degli All Blacks tutt’altro che in palla.

Due squadre che arriveranno alla Coppa del Mondo con non pochi pensieri e questioni e per le quali l’asticella delle attese punta storicamente verso l’alto, esattamente come la pressione con cui dovranno fare i conti in Giappone.

L’arte di vincere la si impara nelle sconfitte. (Simón Bolívar)

P.s. Per altri contenuti sulla giornata di Championship, tra cui alcuni provenienti direttamente da Downunder, vi rimando al sito dei Pirati del Rugby!

ARG-NZL, o l’arte di vincere anche quando sembra che perderai.

Nell’anno della RWC e a meno di due mesi dal fischio d’inizio della rassegna iridata in Giappone, il Rugby Championship (fu Tri Nations) mette in scena i migliori tra i test match pre-mondiale.

Ieri sera mi sono guardata, dopo una giornata al mare, Argentina-Nuova Zelanda, da Buenos Aires e in diretta alle nostre 20.05: niente mattino presto nè altri orari poco agevoli! È finita 20-16 per i Tuttineri: “tanto per cambiare!” si potrebbe dire, visto che si è trattata della vittoria numero 28 dei Kiwi su 29 incontri tra le due squadre (e l’altro è un datato pareggio). In realtà, non è stato proprio così palese, questa volta, il risultato.

All Blacks in piena sperimentazione pre-RWC ma con comunque in campo alcuni giocatori di massimo calibro e gli altri con il coltello tra i denti per conquistarsi la maglia nera iridata. Argentina di grande sostanza, cuore infinito, budella da vendere e qualità in continua crescita, a testimoniare un progetto di ampio respiro ed enorme peso che sta dando i suoi frutti (citofonare Jaguares per ulteriori informazioni).

La partita degli inni l’hanno stravinta i biancocelesti: “God Defend New Zealand” non è male ma è un tipico inno di impronta anglosassone, con Dio che deve difendere il paese dopo aver salvato la regina, mentre l’inno argentino, solenne, ritmato e cantato sempre con le lacrime appese dai giocatori inquadrati, fa salire l’emozione a chiunque.

Bella la “Ka Mate” degli All Blacks, esplosione, come sempre, di orgoglio, appartenenza, grinta ed anche quadricipiti.

La Nuova Zelanda non ha giocato bene e ha sbagliato molto più del solito, l’Argentina ha sbagliato meno e giocato meglio, ma ha vinto la prima. Perché?

Perché sono i più forti: anche in formazione in parte sperimentale e sul campo di una squadra ottima, motivata e in palla, le impressionanti individualità e la capacità di approfittare di ogni incertezza avversaria, insieme ad una difesa mostruosa anche nei momenti più difficili, hanno colorato la vittoria di nero.

Un po’ di partite di rugby le ho viste in vita mia, dalla C2 alla Coppa del Mondo, ma una meta su intercetto a centrocampo di un cammellone di seconda linea ancora non l’avevo vista o, perlomeno, non ne ho memoria: ora questa mia lacuna è stata colmata da quella sorta di alieno vestito di nero che è Brodie Retallick.

Il finale dell’incontro è stato da infarto, con l’Argentina ad insistere poco fuori dai 22 avversari, beneficiaria anche di un paio di falli a favore ma, sotto di quattro punti, obbligata a provare ad andare in meta. Touche, rolling maul, fallo nero.Di nuovo touche, scocca l’80’, un’altra rolling maul, padroni di casa a pochissimo dal bersaglio, ma difesa sontuosa della Nuova Zelanda, tournover, fischio finale, 16-20.

Nota a margine: tra il pubblico, t-shirt e piumini, quindi, che temperatura c’è a Buenos Aires in pieno inverno?!

Altra nota a margine: auguro una brillante carriera e tante inquadrature al numero 23 ed esordiente All Black Braydon Ennor, che darà grandi soddisfazioni agli occhi di tutte le signore!

Devi sapere che puoi vincere. Devi pensare che puoi vincere. Devi sentire che puoi vincere.
(Sugar Ray Leonard)

P.S. Queste mie righe sono pubblicate anche sul sito dei Pirati del rugby. È proprio dei Pirati la bella immagine principale.

Ore 9.37

Oggi, 28 giugno 2019, alle ore 9.37 (mi torna in mente il telefilm “ER”: “ora del decesso: 9.37”, avrebbero detto Il Dott. Carter, o il Dott. Ross o il Dott. “Ciccio”), un’implosione da manuale ha tirato giù le pile 10 e 11 del ponte Morandi, a Genova. Ora del viadotto resta in piedi molto poco, dopo il crollo del 14 agosto 2018 e la demolizione di oggi.

Vivo a Genova ormai da tredici anni e mezzo, abito nel ponente della città e, quindi, sul viadotto ci sono passata centinaia e centinaia di volte, anche perché era anche la mia via per andare e tornare da Recco e dunque dal campo della “mia” Pro Recco Rugby. Non sono quindi genovese di nascita e non ho ricordi d’infanzia che mi leghino al Morandi, però ricordo perfettamente quanto quel ponte mi avesse colpita da subito, quando mi sono trasferita.

A dire il vero, due cose mi colpirono subito tantissimo della “viabilità” genovese: il viadotto, con quelle imponenti “A” ed il mare sullo sfondo, ed il fatto che la ferrovia che prendevo ogni giorno per andare al lavoro in centro passasse letteralmente dentro all’ILVA, che allora aveva ancora in piedi tutti i vecchi edifici e questi circondavano letteralmente i binari. Nata e cresciuta in Pianura Padana, nella campagna bergamasca, abituata ad ampi spazi a perdita d’occhio, quel ponte con i monti dietro, le case sotto e attorno ed il mare sullo sfondo, e quella ferrovia letteralmente dentro ad un’acciaieria, mi facevano sentire quasi su un altro pianeta!

Non si può immaginare che un viadotto autostradale cada, senza che ci sia un terremoto, in una mattinata di metà agosto. Ero in ufficio, nel pomeriggio sarei partita per una breve vacanza con una mia amica e collega che era in ferie, nel tragitto fino all’ufficio avevo imprecato per il diluvio che, temperatura a parte, rendeva la città quasi novembrina, con acqua a secchiate e cielo grigio scuro. La mia collega chiama: “Emy ciao, sono all’IKEA con mia mamma e qui dicono che è crollato il ponte…!!!”. Non si può immaginare che cada un viadotto autostradale, quindi io: “ma che ponte???”, pensando ad un qualche ponticello pedonale lì sul Polcevera (ho poi scoperto, guardando un documentario sul crollo, che un poliziotto, ed immagino non solo lui, aveva avuto il mio identico pensiero).

Non si poteva immaginare, ma successe: un viadotto autostradale era venuto giù, senza terremoti, nella mattinata del 14 agosto 2018. Il mondo e il tempo, per ogni genovese di nascita, d’adozione o anche solo di domicilio, si fermarono per un attimo, per ripartire, nel giro di pochi secondi, con gli squilli dei cellulari: grazie a smartphone e social, nel giro di una manciata di minuti era già apparsa sui media “quella” foto, il Morandi con il buco nel mezzo, stagliato su quel cielo grigio che aggiungeva un ulteriore tocco da film ad un’immagine già di per sé incredibile ed allucinante.

Quelle pile rimaste in piedi, ed i pezzi di impalcato a loro attaccati, sono rimaste lì fino a stamattina alle 9.37, testimonianze di una tragedia ma, seppur monche, sempre svettanti con la loro forma di “A” e con gli stralli al posto giusto, nuova versione della presenza del viadotto nel paesaggio, negli occhi e nella mente di chiunque le vedesse. In fondo, seppur crollato in parte e nonostante l’immenso dramma del 14 agosto, il ponte era ancora lì.

Per questo l’implosione di stamattina è stata tanto potente e toccante per ogni abitante di Genova e non solo: adesso, e solo adesso, la sagoma inconfondibile del Morandi, del “ponte di Brooklyn”, non c’è più. Non lo vedrà più chi lo aveva visto costruire, chi lo vedeva dalle finestre di casa, chi lo guardava distrattamente dal treno o dal ponte di Cornigliano, chi lo guardava dall’aereo prima di atterrare a Genova, chi lo percorreva ogni giorno e da lì sopra guardava verso il mare, chi ci passava ogni tanto per andare in vacanza e magari si chiedeva cosa diamine ci facesse una struttura del genere messa proprio lì, in mezzo ad una città.

È praticamente impossibile spiegare Genova a chi non ci vive o non ci ha mai vissuto, la sua conformazione assurda, il mare e i monti, la mancanza di spazio, una ferrovia dentro ad un’acciaieria ed un ponte sopra alle case, ma vista mare. Il “viadotto sul Polcevera” era un po’ il perfetto riassunto di tutto questo, era una vera e propria sintesi della città che lo ha ospitato per poco più di cinquant’anni.

Ci si può affezionare ad un mostro di calcestruzzo e ferro? Evidentemente sì.

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d’anima forte”.
(Francesco Guccini)