ARG-NZL, o l’arte di vincere anche quando sembra che perderai.

Nell’anno della RWC e a meno di due mesi dal fischio d’inizio della rassegna iridata in Giappone, il Rugby Championship (fu Tri Nations) mette in scena i migliori tra i test match pre-mondiale.

Ieri sera mi sono guardata, dopo una giornata al mare, Argentina-Nuova Zelanda, da Buenos Aires e in diretta alle nostre 20.05: niente mattino presto nè altri orari poco agevoli! È finita 20-16 per i Tuttineri: “tanto per cambiare!” si potrebbe dire, visto che si è trattata della vittoria numero 28 dei Kiwi su 29 incontri tra le due squadre (e l’altro è un datato pareggio). In realtà, non è stato proprio così palese, questa volta, il risultato.

All Blacks in piena sperimentazione pre-RWC ma con comunque in campo alcuni giocatori di massimo calibro e gli altri con il coltello tra i denti per conquistarsi la maglia nera iridata. Argentina di grande sostanza, cuore infinito, budella da vendere e qualità in continua crescita, a testimoniare un progetto di ampio respiro ed enorme peso che sta dando i suoi frutti (citofonare Jaguares per ulteriori informazioni).

La partita degli inni l’hanno stravinta i biancocelesti: “God Defend New Zealand” non è male ma è un tipico inno di impronta anglosassone, con Dio che deve difendere il paese dopo aver salvato la regina, mentre l’inno argentino, solenne, ritmato e cantato sempre con le lacrime appese dai giocatori inquadrati, fa salire l’emozione a chiunque.

Bella la “Ka Mate” degli All Blacks, esplosione, come sempre, di orgoglio, appartenenza, grinta ed anche quadricipiti.

La Nuova Zelanda non ha giocato bene e ha sbagliato molto più del solito, l’Argentina ha sbagliato meno e giocato meglio, ma ha vinto la prima. Perché?

Perché sono i più forti: anche in formazione in parte sperimentale e sul campo di una squadra ottima, motivata e in palla, le impressionanti individualità e la capacità di approfittare di ogni incertezza avversaria, insieme ad una difesa mostruosa anche nei momenti più difficili, hanno colorato la vittoria di nero.

Un po’ di partite di rugby le ho viste in vita mia, dalla C2 alla Coppa del Mondo, ma una meta su intercetto a centrocampo di un cammellone di seconda linea ancora non l’avevo vista o, perlomeno, non ne ho memoria: ora questa mia lacuna è stata colmata da quella sorta di alieno vestito di nero che è Brodie Retallick.

Il finale dell’incontro è stato da infarto, con l’Argentina ad insistere poco fuori dai 22 avversari, beneficiaria anche di un paio di falli a favore ma, sotto di quattro punti, obbligata a provare ad andare in meta. Touche, rolling maul, fallo nero.Di nuovo touche, scocca l’80’, un’altra rolling maul, padroni di casa a pochissimo dal bersaglio, ma difesa sontuosa della Nuova Zelanda, tournover, fischio finale, 16-20.

Nota a margine: tra il pubblico, t-shirt e piumini, quindi, che temperatura c’è a Buenos Aires in pieno inverno?!

Altra nota a margine: auguro una brillante carriera e tante inquadrature al numero 23 ed esordiente All Black Braydon Ennor, che darà grandi soddisfazioni agli occhi di tutte le signore!

Devi sapere che puoi vincere. Devi pensare che puoi vincere. Devi sentire che puoi vincere.
(Sugar Ray Leonard)

P.S. Queste mie righe sono pubblicate anche sul sito dei Pirati del rugby. È proprio dei Pirati la bella immagine principale.

RWC 2019: di gadget introvabili, corteggiamento ed innamoramento

In questi giorni è successa una cosa che mi ha stupita molto. Una mia amica è appena stata in Giappone per lavoro, ha toccato tre città diverse e, seppur non a spasso da turista, non si è fatta mancare qualche passeggiata in vie di negozi ed alcune attrazioni turistiche, oltre che l’obbligato passaggio a/r in aeroporto ed anche due stazioni del super-treno, ma non è riuscita a trovarmi neppure un gadget della RWC, che le avevo chiesto come regalino: “guarda, mi dispiace, ma dei mondiali di rugby proprio non ho visto traccia!”.

Ma come? A due mesi e 24 giorni (come ricordato dal bel sito internet della manifestazione) dal calcio d’inizio della RWC 2019, nel Paese che la ospita si fatica a trovare gadget e souvenir a tema? Verissimo che il Giappone non è il Regno Unito, dove si trovava il merchandising di England 2015 in ogni dove, ma si tratta comunque di un paese che sta investendo moltissimo sul rugby, ha messo su un massimo campionato con grandi sponsor, ha una franchigia da qualche anno in Super Rugby (i Sunwolves), ha stadi di primissimo ordine e poi, insomma, sono giapponesi…! Quindi sanno fare le cose per bene e hanno mezzi per farle, ma ‘sto merchandising, dove sta???

L’Impero del Sol Levante si è affacciato sull’ovale mondiale di alto livello da relativamente poco ed è facile immaginare come ancora il rugby non sia parte delle grandi passioni sportive locali (ma questo nemmeno in Italia e dopo molti più anni, a dire il vero) ma è evidente che hanno deciso di farlo in grande stile: una nazionale all’11° posto nel ranking (l’Italia è al 14°…), i Sunwolves, come detto, in Super Rugby (anche se pare ne usciranno nel giro di un paio d’anni), squadre del massimo campionato con sponsor del calibro di Toyota e affini e impreziosite da giocatori di caratura mondiale che monetizzano cospicuamente il loro viale del tramonto (un esempio su tutti, Dan carter) e, a completamento di questa “manovra d’ingresso”, l’organizzazione del Mondiale di quest’anno. Ma i gadget???

L’affluenza straniera alla RWC non mancherà: molti tifosi coglieranno l’occasione per visitare il Paese (e chi si occupa di turismo lo sa benissimo, avendo creato un sito ad hoc fatto benissimo) ed andarsi a vedere qualche partita, unendo la passione ovale ad un viaggio che spesso si fa una sola volta nella vita. Ma poi, in Giappone, cosa resterà, di questa RWC 2019? (Semi-cit.)

Il papà di un ragazzo delle giovanili Pro Recco Rugby ha commentato su facebook un post sul mio stupore per la mancanza dei gadget dicendo che lui aveva chiesto, allo stesso modo, ad un amico spesso in Giappone per lavoro, una maglia della nazionale nipponica per il figlio, ma che anche la sua richiesta è rimasta insoddisfatta, poiché si è sentito dire che in nessun negozio di articoli sportivi l’amico aveva trovato alcunché di inerente al rugby.

L’innamoramento tra Giappone e rugby è finito prima della prima vacanza insieme? O non è mai scattato, nonostante un corteggiamento di gran lusso?

P.S. Non ho avuto gadget della RWC ma, dal Giappone, ho ricevuto un magnifico magnete con gattino portafortuna, una maschera di bellezza alle alghe, delle caramelle al tè verde ed una spugna per scrub a forma di gatto: tutto assolutamente nipponico!

“Alcune volte vinci. Tutte le altre impari”. (Proverbio giapponese)

Di JWC, U20, Accademia e pescatori: pensieri di metà giugno

Siamo in periodo di JWC, il Mondiale U20 e l’Italia, ieri, con l’unica (finora) vittoria nel torneo si è assicurata la permanenza nel “gruppo a” delle Nazionali di categoria, senza doversi ridurre a cercare di farlo con lo spareggio finale per il penultimo posto (“retrocede” solo l’ultima classificata). Benissimo, ma…

… Ma si respira, ancora più degli anni passati, secondo me, una sorta di aria di “Nazionale U20 vs Accademia”. Perchè? Sicuramente non è senza colpe il “pasticcio” delle semifinali di serie A, evidentemente non tenute a suo tempo in considerazione in sede di calendari e giocate dalla squadra della Francescato con i pochi ragazzi non convocati per il “Mondialino”, con il risultato di una vagonata di punti presi e di una promozione per gli avversari, i Lyons Piacenza, meritatissima ma certamente più sul velluto di quanto dovuto.

Ma non è solo questo, almeno per me. Si fa il tifo, e ci mancherebbe altro, per questi ragazzi che indossano la maglia Azzurra ad un Mondiale, ma li si identifica in toto con l’Accademia, progetto controverso che, parere di chi scrive e ampiamente noto, non fa bene al nostro rugby e alla crescita dei nostri giovani talenti, benchè la sua mission sia, sulla carta, esattamente questa.

Del resto, non identificarli con la Francescato sarebbe piuttosto difficile, visto che la maglia blu è di fatto l’unica porta da cui tentare di arrivare ad una Azzurra. Ribadisco che non c’entrano i ragazzi, che fanno quel che devono e possono e vanno sostenuti e festeggiati se fanno bene (ma altrettanto andrebbero “cazziati” se lo meritano, cosa che invece, forse, succede un po’ a fatica).

Il rugby italiano è piccolo. Lo è sotto ogni aspetto, tranne uno, anzi due: è un movimento piccolo come praticanti e piccolissimo per quanto riguarda la diffusione fuori dai club, è fatto per la maggior parte di piccole piazze e realtà, le quali hanno piccole risorse. Cosa non è piccolo? La passione di chi lo vive e il budget della Federazione, la seconda più ricca tra quelle del CONI.

Perchè nacque, ormai dieci anni fa abbondanti, l’idea dell’Accademia Ivan Francescato? Posso immaginare per coltivare quelli considerati (ma da chi?) i pochissimi migliori talenti U20 o U19 espressi dal rugby italiano. Quindi, ad ogni stagione, in Italia non abbiamo più di 30 talenti da tenere d’occhio e da curare? Non credo proprio sia così.

Questa cosa fa male a tutti: alle società che, invece di esserne onorate, devono pregare che nessuno dei suoi vada in Accademia perchè, dopo esserseli cresciuti per anni, i ragazzi vengono tolti giusto sulla porta della Prima Squadra e, soprattutto, fa malissimo a tutti i ragazzi che restano fuori (ma forse anche a quelli che ci entrano?) che, di fatto, si vedono chiuse davanti le porte di ogni sogno Azzurro praticamente a 18 anni. Ha senso? Secondo me, no.

Peraltro, la squadra dell’Accademia Francescato, ormai da quasi un decennio, è iscritta al campionato di serie A. Dunque, questi pochi ragazzi vengono selezionati, tolti ai loro club e allenati da professionisti, per giocare tutti insieme nel secondo campionato italiano, ovvero in un torneo quasi per intero dilettantistico e con un livello assai disomogeneo e abbattuto anno dopo anno e riforma dopo riforma.

La spiegazione che va da sempre per la maggiore sull’utilità, anzi, l’indispensabilità, dell’Accademia U20 è quella che recita che nei club i ragazzi non hanno la possibilità di allenarsi a tempo pieno come professionisti e non hanno a disposizione strutture e tecnici adeguati. Al di là del fatto che dovrebbe suonare come un’ammissione di colpa, non sarebbe più intelligente lavorare su questo, un po’ come il famoso proverbio cinese “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”?

Si ritiene che i ragazzi, se restano nei club, non possano allenarsi ad un livello adeguato e diventare abbastanza grossi? Nel migliore dei mondi possibili, forniamo ai club un supporto perchè possano farlo e così, invece che trenta in tutta italia, ne alleneremo bene migliaia (vedi il proverbio cinese). Mentre cerchiamo di arrivare a questo, non sarebbe praticabile una via di mezzo tipo estendere anche fino all’U20 la formula delle accademie territoriali U18, dove i ragazzi si allenano a tempo pieno sotto l’ala federale dal lunedì al venerdì e poi tornano ai club per giocare con la loro squadra? Portano a casa quel che imparano, i loro progressi, arricchiscono i loro club e invogliano i compagni a crederci, ad impegnarsi, a provarci e, cosa non trascurabile, si continuerebbe a riconoscere anche il ruolo dei club, base del sistema.

Una Nazionale dovrebbe essere percepita come di tutti e come figlia del suo movimento e non identificata con una squadra, che è peraltro una sorta di “acquario”, un qualcosa percepito come chiuso e lontano da chiunque non ci sia dentro.

Detto tutto questo, si potrebbe passare a parlare del fatto che stiamo festeggiando un 9°-10° posto e proporre un’analisi costi-benefici, ma mi fermo qui e faccio il mio in bocca al lupo agli Azzurrini per l’ultima partita che li aspetta.

Il miglior modo di raggiungere il proprio obiettivo a rugby è di aiutare i compagni a raggiungere il loro.
(Jonny Wilkinson)

(Foto: da Tutto Rugby tv. L’esultanza dell’U20 dopo la vittoria vs la Scozia)

Il rugby che mi piace: la mischia

La quasi totalità della mia vita ovale di club è targata Pro Recco Rugby, società classe 1968 della provincia di Genova, sulla Riviera di Levante. Come molti sanno, si tratta di una realtà dove, ormai da un ventennio, si dà grande importanza alla mischia e, così, il mio punto di vista “sul campo” si è formato respirando (ed anche annusando) tutta la bellezza e la forza del gioco di mischia chiusa.

Avvertenza: chiunque pensi che il rugby si identifichi con il gioco dei trequarti e che la mischia potrebbe essere abolita, smetta pure di leggere!

Le prime tre parole che io associo a “mischia” sono “forza”, “Recco” e “avanti”. Per scrivere queste righe ho chiesto aiuto su facebook alla comunità ovale e ho ottenuto molte termini e concetti immediatamente associati alla mischia, alcuni più frequenti e altri meno, secondo il sentire di ognuno, giocatore oppure no: i più gettonati sono forza, vicinanza, spinta, fratellanza, sacrificio, fatica, coraggio, tecnica, avanzamento e potenza, così come il male al collo (incluso un “Madonna la cervicale!” che ha detto tutto alla perfezione restando nel “compito” assegnato delle tre parole!).

“La mischia è quel momento in cui, a -2 gradi e con la neve battente, trovi il coraggio di non tirarti indietro di fronte al tuo avversario, come la vita che cerca di spingerti indietro e tu spingi fino alla meta”. (Andrea Rinaldi)

Quando sono arrivata nel mondo Pro Recco Rugby, la mischia aveva ancora l’ingaggio (e senza pausa, che sarebbe venuta dopo: “crouch… touch… engage!” … BOOOOM!), il primo biglietto da visita di ogni pacchetto nei confronti dell’altro: cosa c’era di più emozionante del momento in cui le due prime linee si fissavano aspettando l’ordine “ingaggio” dell’arbitro prima di iniziare la battaglia, esattamente come si faceva nelle guerre dei tempi antichi, quando i due schieramenti si scontravano lanciandosi letteralmente l’uno contro l’altro? Se poi c’era anche fango e la mischia “fumava”, il tutto diventava una scena quasi mitologica.

“Se accostiamo una partita di rugby ad una battaglia, i trequarti ricoprirebbero il ruolo della cavalleria leggera e la mischia l’artiglieria pesante: le prime linee sarebbero il corpo possente del carro armato, il cuore pulsante della macchina; le seconde gli inarrestabili cingoli che ti permettono di avanzare su ogni terreno centimetro dopo centimetro; le terze ali, il mirino del cannone puntato sul nemico, per atterrarlo o proteggere il resto della truppa. Far parte della mischia significa sapere di essere parte di un meccanismo che ha bisogno di tutte le sue parti per funzionare alla perfezione, perfettamente incastrate ed alimentate a dovere dall’immagine del terzo tempo che arriverà in fondo alla partita”. (Sara Garuglieri)

Nella seconda metà degli anni ’90, a Recco arrivò Manuel Ferrari, maestro della “bajadita”, la mischia all’Argentina, fatta cioè posizionandosi più bassi e compatti, studiata, preparata ed allenata in modo maniacale, a partire dalla posizione della schiena fino al lavoro di spinta delle gambe, passando per il modo migliore in cui usare collo e testa nell’ingaggio e nella spinta.

Davide Noto, classe 1983, tallonatore e allenatore della mischia del Recco, è stato letteralmente cresciuto da Manuel Ferrari: “Quando arrivò a Recco, portò una vera filosofia della mischia chiusa e del modo di allenarla ma, soprattutto e alla base, del modo di viverla, con la creazione di un vero stato mentale: l’avanzare e il non accettare di perdere una mischia chiusa”.

Ogni tanto qualcuno se ne esce a dire che le fasi statiche “uccidono” lo spettacolo in una partita di rugby ma, chi lo dice, forse dovrebbe provare a riflettere sull’essenza stessa del gioco: che rugby a 15 sarebbe senza la mischia come fase di conquista? Riesco solo ad immaginare una specie di flipper: no grazie!

“Forwards win games, back decide by how much”.

Una celebre frase sul rugby dice che i trequarti suonano il pianoforte e gli avanti lo portano. Ecco, neanche Mozart in persona avrebbe potuto fare granché se il piano non lo avesse avuto. Da qui ne deriva che, quando una mischia sputa sangue per conquistare una palla e poi, nel giro di pochi secondi, ad un trequarti quella palla cade in avanti, gli otto uomini del pacchetto un pianoforte glielo romperebbero volentieri sulla schiena (sempre dal giochino delle tre parole, un magnifico “(i) trequarti fanno avanti”, che sono quattro ma facciamo che l’articolo non conta)!

“Rugby backs can be identified because they generally have clean jerseys and identifiable partings in their hair… come the revolution, the backs will be the first to be lined up against the wall and shot for living parasitically off the work of others” .
Wallaby Peter FitzSimons

Con buona pace degli estimatori del gioco al largo come unica fonte di qualità, la mischia è senza dubbio la fase di gioco più tecnica e lo è diventata sempre di più con il passare degli anni e delle regole che hanno tolto l’ingaggio e ridotto l’impatto, cambiando le dinamiche di “scontro” tra i due pack ed aumentando così ulteriormente l’importanza della tecnica di spinta del pacchetto e di quella individuale.

L’immaginario collettivo identifica il giocatore di rugby con il pilone “classico” e un po’ vintage: grosso, massiccio, compatto, senza collo ed anche con un po’ di pancia, segno delle birre e dei terzi tempi. Al di là di questa immagine “paciosa” le prime linee, in realtà, sono senza dubbio alcuno persone fuori dal comune perchè, e sfido chiunque a dire il contrario, per giocare lì davanti ci vogliono un bel fegato ed una discreta dose di masochismo: se il rugby non è uno sport per tutti, e io ne sono convinta, giocare tra i primi tre è decisamente per pochi.

Riservata a pochi è anche la capacità di arbitrare la mischia, come ben sanno sia i direttori di gara sia chi gli urla di tutto durante le partite: per i sedici impegnati a spingere per guadagnare terreno e palla, tutti legati ed intrecciati ed incastrati tra loro, il regolamento diventa decisamente troppo complesso per starci a pensare mentre si sta lì con la testa incastrata dove nessuno la vorrebbe mettere e, al contempo, il grosso carapace di schiene e l’abilità ed il “mestiere” dei possessori delle schiene stesse non aiutano certo il direttore di gara ad osservare per bene cosa succede là sotto.

“Ahimè, per colpa dell’inesperienza, molti palloni cadevano dalle mani dei ragazzi e venivano commessi molti in avanti, con un gioco molto lento e con molte mischie: praticamente giocavamo le partite a mischie chiuse e pick-and-go. Il primo anno ho giocato senza sapere una regola: cercavo di non farmi fischiare dall’arbitro e cercavo di prendere la palla per sfondare sempre!” (Sabian Allani)

Arbitro, ma prima tallonatore, è Stefano Bolzonella: “Per me la mischia è Oliver, il mio pilone sinistro della carriera come tallonatore al Valsugana. Allenati da Borsato ed Innocenti, finiamo l’ennesima sessione di macchina da mischia e ricordo solo che ero sfinito e mancavano ancora 30’ di gioco collettivo. Marzio spiega il lavoro da fare con opposizione reale, col suo accento livornese che tanti anni a padova non gli hanno mai levato. Da grande terza linea qual è stato sottolinea ai nostri centri come sia fondamentale una cosa ed una sola, piccoli dettagli: tenere la palla in mano e non fare avanti! Per sottolineare la cosa si rivolge al nostro primo centro: ‘Prova a chiedere ad Holly se, appena finito di fare una mischia, si alza e vede che hai fatto in avanti e sa che dovrà farne un’altra, chiedigli che ne pensa’. Tutti ci siamo girati verso Holly, ci aspettavamo un suo sguardo di odio… invece… aveva un ghigno come il cane Muttley dei cartoni animati! Marzio basito mi ricordo che disse solo: ‘Ho una squadra di defiscienti!!!’. Holly per me era la mischia, il pilone sinistro più forte con cui abbia mai giocato. Non ha vinto una sola mischia, quella contro il drago più brutto che si possa incontrare, e sono sicuro che è lì che ghigna perchè lo attende ancora al prossimo in avanti, perchè ci sarà un altro in avanti”.

La partita giocata in mischia è certamente una cosa a se rispetto a quella degli altri perchè, anche senza arrivare alla meraviglia del “chi ga vinto???” del pilone veneto raccontato da Paolini nei suoi bellissimi spettacoli sul rugby, non è difficile immaginare che chi si mette giù a spingere imprecando mentre i trequarti si risistemano i capelli e si preparano a prendere la palla che da quella sudata, puzzolente e faticosa mischia uscirà fuori, non avrà mai la stessa percezione dell’incontro, del gioco e del tempo che scorre.

A proposito… “Era una di quella partite del cazzo, verso febbraio, che per colpa del freddo non sai distinguere se la pelle brucia o gela. Mi tiro su dalla millesima mischia senza neanche ricordare il mio indirizzo di casa. L’arbitro fischia, e tutti fanno per allontanarsi dal campo. Io urlo, furiosa: ‘Dove cazzo state andando? C’è il secondo tempo!’ – ‘Lara, vai a fare la doccia. Era questo il secondo tempo”. (Lara Mammi)

(Foto: GRAZIE al sempre bravissimo e gentilissimo Alfio Guarise (dalla semifinale di Top12 Rovigo-Petrarca).

(GRAZIE INFINITE a chi mi ha mandato contenuti o li ha postati su facebook rispondendo alle mie richieste! E GRAZIE naturalmente anche a Stefano Bolzonella e Davide Noto).

77.000 telespettatori per me, posson bastare…?

Nei giorni scorsi, impegnata a godermi una piscina termale nella settimana del mio compleanno, ho seguito pochissimo le vicende ovali ma mi sono comunque imbattuta nell’articolo del sempre bravo Paolo Wilhelm sui 77.000 spettatori della diretta tv della finale di Top12, massimo campionato italiano di rugby.

Tanti? Pochi? Entrambe le cose allo stesso tempo, come evidenziato da Paolo. Diciamo tanti, o comunque un numero affatto male, per chi realisticamente sa di cosa si parla quando si dice “rugby italiano” ma, certamente, pochi se si immagina una diretta su Raisport come possibilità di far arrivare quella partita anche a chi non fa già parte del “circolo” del rugby.

“Il rugby italiano parla ormai solo a se stesso”, ragiona Wilhelm e, anche qui, coglie nel segno. L’esperienza quotidiana di ciascuno di noi è fatta dell’essere fans di uno sport che in Italia è “minore”, se non addirittura di nicchia: colleghi, parenti e conoscenti, salvo felici eccezioni, ignorano ogni cosa del rugby italiano e si limitano al sapere che esiste una Nazionale che perde sempre (sigh) e, se gli chiedete di citarvi dei giocatori, saranno Castrogiovanni, i Bergamasco e Lo Cicero, perché sono stati in tv (non a giocare a rugby). Arriveranno fino agli All Blacks, “quelli della Haka che vincono sempre”, ma scordatevi nomi di Tuttineri ed anche di ogni altro mito ovale.

La differenza con il calcio e con altri sport che hanno ben altra vetrina ed attenzione sui media è che io, che pure non seguo nè pallone, nè F1, nè tennis, per dirne tre, comunque ne ho una conoscenza ben più ampia rispetto a quella che gli “altri” hanno del rugby: ne sento quotidianamente notizie al tg, ne leggo sempre sull’home page di quotidiani online, vedo i campioni come testimonial di marchi e li ritrovo costantemente sulla carta stampata con articoli, foto e nomi. Il rugby? Non pervenuto.

Ripenso all’immagine di Semenzato che, alla fine della finale, con la medaglia al collo, raccoglie bottigliette di plastica e rifiuti vari dal campo e li butta in un bidone: chi l’ha vista, al di fuori di “noi”? Non è sfuggita al bravo Paolo Ricci Bitti, che le ha trovato spazio su Il Messaggero, ma io l’avrei vista benissimo anche in qualche tg e l’avrei voluta virale sui social: è un’immagine bellissima, di sport, di rispetto, di educazione, è un messaggio perfetto e “che piace”, è marketing già pronto.

Sembra banale ma, anche qui, la chiave sarebbe partire dal basso del basso: scuole e campi. Infatti, le uniche altre occasioni in cui qualcuno che mi circonda, ma che è al di fuori del mondo ovale, mi ha nominato il rugby è stato per raccontarmi che i figli lo avevano provato a scuola, grazie a Rugby Tots o alla visita di qualcuno di una società della zona: per gli sport “minori” i praticanti sono il primo e fondamentale bacino di seguito.

Nella difficoltà generale del raggiungere nuovi appassionati in chiave di spettatori, la sua parte la fa sicuramente anche l'”incoerenza” nella trasmissione delle partite: con il 6N su DMax, il Pro14 su DAZN (e sarei curiosissima di sapere i dati delle partite di Treviso e Zebre), la regular season del Top12 in streaming FIR e i suoi playoff su Raisport, seguire e tenere il filo è palesemente difficile. Io stessa, che faccio parte del mondo ovale e amo guardare il rugby, aspetto come una Bibbia il riepilogo del palinsesto ovale del week end per riuscire ad orientarmi tra partite, orari e canali: come pensare di riuscire ad accalappiare efficacemente spettatori distratti, neofiti, genitori di piccoli ruggers che si stanno avvicinando alla disciplina?

E poi… “Ma chi ci gioca lì della Nazionale?”… “Ehm… nessuno”. Già è difficile spiegare che la Serie A non è, in realtà, “la” Serie A come nel calcio, figuriamoci poi far anche capire che nel massimo campionato nazionale, finale inclusa, non ci gioca nessuno della Nazionale: diciamo che l’ordinamento del nostro rugby non aiuta, a sua volta, a “venderlo” agli “altri”.

Perché solo 77.000 persone guardano la finale del massimo campionato nazionale? Perché, al di fuori delle piccole piazze delle due squadre e degli altri appassionati (tra cui io, che l’ho attesa e guardata), nessuno sapeva della sua esistenza, come dell’intero campionato: “La Nazionale che perde sempre” (sigh) si ritaglia un po’ di spazio solo nei due mesi scarsi del 6N e, anche proprio per la cronica e tragica mancanza di risultati, la sua capacità di far aprire una breccia di curiosità e attenzione anche verso il rugby italiano, quello dei campionati e delle società, è nulla.

Ma io mi chiedo, guardando oltre le sconfitte degli Azzurri: sarebbe proprio impensabile approfittare del 6N anche per promuovere il rugby nostrano, anche solo con la presenza al Villaggio Peroni di uno stand dedicato e di giocatori delle squadre di Top12 ed anche di piccoli del minirugby, o facendo ricordare dallo speaker le partite più imminenti del massimo campionato e di Treviso e Zebre, ad esempio? E programmare costantemente visite di giocatori e tecnici di Top12 e delle celtiche presso i club delle serie minori, per promuoversi a vicenda?

Inoltre, pensando allo sport USA, dove ognuno si porta dietro fino alla tomba il nome della sua università e della high school, perché non evidenziare, nelle schede dei giocatori di Zebre e Treviso ma anche di Top12 e, naturalmente, dei nazionali, i club dove hanno giocato, incluso il primo? In un colpo solo si darebbero ai club soddisfazione, riconoscimento ed anche pubblicità ed “esistenza” e si trasmetterebbe un minimo senso di sistema.

Si punta spesso il dito sul livello non eccelso del nostro rugby “domestico” ma io credo che questo sia un fattore che viene dopo: il rugby da noi è così poco conosciuto e capito che, in ogni caso, i pruriti da tecnici di caratura mondiale tra i nuovi appassionati verrebbero dopo. È uno sport bellissimo, è coinvolgente, è particolare e piace facilmente “a pelle” ma, perché piaccia, va prima proposto, fatto conoscere e fatto vivere e non solo per un paio di mesi l’anno e in sola salsa azzurra (che è anche annacquata): si gioca da settembre a giugno, da nord a sud.

Teniamoceli cari i 77.000 che hanno guardato Calvisano-Rovigo: il rugby italiano ha bisogno di diventare più fruibile, più facile da provare, da trovare, da scoprire ed anche da guardare e da amare. È un lavoro per tutti e non credo sia più rimandabile.

Uno spettacolo magnifico: balletto, opera e all’improvviso il sangue di un delitto.

[parlando del Rugby]

(Richard Burton)

Di rugby italiano, Victoria’s Secret e nostalgia: week end di play off in vista

Siamo alla vigilia del primo di alcuni week end ad altissimo tasso di rugby italiano, da seguire sui campi oppure anche da casa, grazie allo streaming. Io già pregusto Munster-Benetton (play off Pro14) domani e Petrarca-Rovigo (semifinale d’andata Top12) domenica. Mi dispiace per Reggio-Calvisano ma la storica prima partita di play off di Treviso, per quanto si presenti decisamente ardua, attira di più la mia attenzione.

Attira la mia attenzione anche questa concomitanza quasi perfetta di orari (alle 16.00 Treviso su DAZN e alle 16.30 il Top12 in streaming Raisport), mossa decisamente non azzeccata e doppiamente per uno sport deficitario per quanto riguarda l’audience: sono due partite, non venti, e si è riusciti a metterle in contemporanea??? Mon Dieu.

Il palinsesto del week end offre anche il Super Rugby degli antipodi ma, personalmente, non ne sono appassionata e, per questo, mi piacerebbe molto che Sky, che lo trasmette, lo barattasse con la Premiership inglese, ad esempio! Naturalmente, è solo un opinione personale e so che il rugby dei marziani ha i suoi appassionati, fortunati a poterselo vedere in tv, dove ormai di rugby, in Italia, se ne vede proprio poco.

A proposito di tv… Grandi annunci per il riavvicinamento tra Rai e ovale italico, per poi scoprire che, in tv, le semifinali di Top12 saranno trasmesse in differita durante la notte… Ad ogni modo, tanta grazia e mille grazie che la Rai farà le riprese e avremo comunque la diretta in streaming sul sito di Raisport.

Non sono un’amante dello streaming, probabilmente perchè ormai sono vintage ma, in quanto amante del rugby, ho dovuto trovare con le trasmissioni in rete un amichevole accordo, altrimenti non vedrei mai niente. Così, sono diventate parte dei miei sabati pomeriggio le partite di Top12, così come quelle di Treviso in Pro14 e, parecchio meno, lo ammetto, quelle delle Zebre.

A me guardare rugby piace, da matti. Amo guardarlo dal vivo, certo, che è tutta un’altra cosa, ma mi piace tanto anche guardarlo “in video” e, nonostante quanto se ne parli male, io adoro guardare il rugby italiano. Sarà forse per questo che invece non mi piace il Super Rugby? Uhm… Battute a parte, mi sono fatta l’idea che la poca inclinazione degli appassionati italiani a guardare il rugby tricolore, sia sui campi che sul divano di casa, sia dovuta ad una considerazione un po’ distorta del tutto. Ora vengo e mi spiego (cit. Commissario Montalbano).

Il livello del Top12 è il più alto del rugby nazionale e parliamo, infatti, del massimo campionato tricolore. Succede che, per i notissimi e variegati motivi, questo livello non sia altissimo, intendendo, diciamo, un paragone con Premiership e Top14, ad esempio. Benissimo, e quindi? Questo abbiamo, queste sono le nostre squadre, questi sono i nostri giocatori, queste sono le nostre partite e non fanno tutte schifo, non sono tutti scarsi e non sono tutte brutte da vedere. Certo che, se quando mi specchio in bikini, il mio unico riferimento è un Angelo di Victoria’s Secret, mi sparo ma se, invece, mi guardo senza avere in mente le Barbie, vado in spiaggia comunque felice e contenta.

Questo discorso vale anche per la Serie A, a me tanto cara: si dicono peste e corna di un campionato cadetto che, invece, è molto meno disprezzabile di quanto si pensi. E’ un campionato di giovani, di crescita, di cuore, dove la qualità non è affatto zero ma, anche qui, se lo si guarda con l’ottica di un termine di paragone fuori scala, ad esempio il Pro D2 francese, in teoria il suo omologo, è chiaro che lo si ritiene inguardabile. Cosa che, invece, non è affatto.

L’Italia non è un paese ovale, come sappiamo benissimo: il rugby è poco conosciuto, poco diffuso, pochissimo visto, è sport minore e sport di nicchia e, per questo, io penso che, se anche avessimo un Top12 della stessa qualità del Top14, i dati legati al pubblico non sarebbero enormemente diversi. Basti pensare, per una forma in scala di questo ragionamento, a Treviso: nonostante i notevoli risultati, se provate a chiedere al di fuori del mondo ovale e al di fuori dal Veneto se qualcuno sa qualcosa dei biancoverdi, riceverete i soliti sguardi interrogativi. E’ vero che, per ora, i progressi di Treviso sono ancora tutti da confermare e consolidare ma è un dato di fatto che non sia un club e che non sarebbe neppure un intero campionato a poter creare una svolta nel seguito del rugby italiano.

Allora, chi lo potrebbe fare? “Facile”: una Nazionale vincente. L’unica entità ovale italica di cui hanno sentito parlare persino i miei colleghi di lavoro, solo che l’unica cosa che sanno è che perde sempre (sigh). Una Nazionale più competitiva e vincente nel 6 Nazioni non porterebbe 20.000 persone a vedere Calvisano-Petrarca (non siamo il Galles) ma, di sicuro, creerebbe più interesse verso l’ovale, più spazio sui media, più bambini che vogliono iniziare a giocare, più spazio nelle scuole, più stimolo per il pubblico a scoprire cosa c’è dietro a quella Nazionale.

Non ho dati di pubblico su quando nel fu Super10 giocava chi veniva convocato in Nazionale, ma ricordo un rugby italiano più seguito e, ancora più importante, più organico, nel senso che la Nazionale era figlia del movimento di cui era la naturale espressione: club, campionati, filiera, percorso di crescita dei giocatori che poteva arrivare fino in vetta per chi ne aveva le qualità, massimo campionato nazionale come scalino da cui poter puntare all’Azzurro. Abbiamo perso tutto questo.

Per vedere partite di S10 ci si spostava, anche chi non viveva dove avevano sede le squadre andava a vedersi le partite, si organizzava, partiva con gli amici per andare a Calvisano, a Parma, si trovava una trattoria per un bel pranzetto e poi si andava al campo, per veder giocare “quelli della Nazionale”, quelli di cui si era fan, i big stranieri che venivano a giocare da noi, oppure l’ex compagno di squadra che aveva fatto carriera, perchè giocare in S10 allora era aver fatto carriera, e da lì si poteva sognare e raggiungere la maglia Azzurra. Andare alle partite del campionato italiano era una festa, un evento, che poi si riviveva al 6 Nazioni. Che nostalgia.

Detto tutto questo e auspicando che, prima o poi (sarebbe meglio prima), un filo rosso ricominci a percorrere e legare tutto il rugby italico, in bocca al lupo a tutte le squadre e ai giocatori in campo nei vari play off, barrage e spareggi in programma: may the force be with you! (Semicit.)

Agli appassionati invece ribadisco il suggerimento di guardarsi e godersi le partite, le emozioni, il gioco e il rugby di casa nostra: non sono gnocche solo gli Angeli!

Rugby, gioco da psiche cubista, deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile. (Alessandro Baricco)

 

(Nella foto, Behati Prinsloo, signora Levine, Angelo di Victoria’s Secret)

Rugby and more: rugby.it… c’è!

Un milione di anni fa, cioè nel 2004, mi avvicinavo al rugby e, non sapendone praticamente niente, mi misi a cercare in rete qualche sito utile a scoprire e capire. Era l’era (che ormai sembra geologica) pre-social e informazioni, notizie e contatti si cercavano e trovavano nel grande mondo dei forum.

Inserendo “rugby” nel motore di ricerca, nel settembre del 2004, mi si spalancò il mondo di http://www.rugby.it, per tutti “rugby.it” o, da lì in poi, semplicemente “il forum” o “il sito”.

Nel grande calderone di umanità ovale c’era chi ne sapeva e chi non molto, chi giocava e chi no, chi arbitrava e chi ce l’aveva con chi lo faceva, ragazzi e ragazze, uomini e donne, anche intere famiglie, da ogni angolo d’Italia e non solo, con età, storie personali e legami con la palla ovale di ogni sorta. Insomma, un forum tematico pre-social da manuale e con un ulteriore e non trascurabile “plus”, cioè l’essere, appunto, un forum di rugby.

Come ho già avuto occasione di scrivere, l’appassionato di rugby in Italia si sente un po’ come il panda gigante: fatica ad imbattersi in suoi simili se non andandoli a cercare o in contesti prettamente ovali e il sentir parlare di rugby in modo occasionale nella vita quotodiana gli capita circa con la stessa frequenza del passaggio di una cometa. Rugby.it, dunque, era diventato una vera piazza, un luogo non fisico ma, nonostante questo, quasi tangibile, di incontro e scambio.

Se la memoria non mi inganna, la piazza era stata ideata e realizzata da Franco “Franchino” “Kino” Properzi, monumento del rugby italiano sia in senso sportivo che per quanto riguarda le, anche attuali, fattezze.

Sezioni, argomenti e discussioni: la semplice formula di ogni forum, con i moderatori e gli amministratori impegnati a contenere “l’esuberanza” degli utenti negli scambi di opinioni oppure a richiamare all’ordine chi va fuori argomento, ovvero off topic. Ed è qui che ci fu la vera svolta umana e “sociologica” di rugby.it: quando, dopo anni di rimproveri per derive di “cazzeggio”, venne inaugurata, appunto, la sezione “off topic”, che divenne immediatamente il bar della piazza, e il cui thread “Chiamate la neuro” divenne subito una lunga tavolata.

In una galassia prevalentemente maschile, le fanciulle che vi entravano non potevano certo essere una semplice decorazione: i soprammobili non avrebbero mai neanche pensato di iscriversi ad un forum di rugby! Dunque, il cuore della componente rosa del sito si trovò ben presto perfettamente a proprio agio sotto l’insegna de “Le Camioniste di rugby.it”, come sintesi di una donna che non è una “femminuccia”, una femmina di sani e robusti appetiti e che non si scompone per dei rutti, insomma.

Come ho già avuto ampiamente modo di ricordare nei miei scritti a tema in questo blog, è stato da una parte di questo storico gruppo delle Camioniste che è nata ed è stata realizzata la fantasmagorica chat di Whatsapp che mi ha permesso di stilare e descrivere le classifiche di gnoccaggine del 6N 2019 e non solo: il tavolo di amiche al bar della piazza.

Come in ogni forum, anche su rugby.it si interagiva con gli altri utenti utilizzando dei nickname, cioè dei soprannomi. Più o meno fantasiosi e più o meno calzanti sul “proprietario”, i “nick” identificavano ognuno di noi, al punto che, assai spesso, si ignoravano i veri nomi di ognuno, ci si chiamava con i soprannomi e nessuno ha mai mancato di girarsi quando chiamato! Io stessa ho scoperto nomi e cognomi di buona parte dei forumisti solo con l’avvento di facebook.

In questo momento sto rientrando da un week end a Civitavecchia in cui ho fatto visita ad un amico ovale che non era nel forum ma che è a sua volta amico di uno storico forumista suo concittadino: non ci vedevamo da anni ma ci siamo abbracciati con gioia e affetto e abbiamo chiacchierato come se fossimo parenti e come se non ci vedessimo che da una manciata di settimane.

Questa è una costante e, secondo me, è la cosa più bella che ci è rimasta dagli “anni ruggenti” di rugby.it, prima che facebook e affini togliessero rilevanza ai forum tematici come piazze di incontro e scambio: si rivede qualcuno, ci si abbraccia, si inizia a chiacchierare e sembra passato un giorno dall’ultima volta, anche se fosse, in realtà, quasi un decennio.

Non ci sono rose senza spine e, si sa, nei rapporti tra le persone può succedere di tutto. Negli anni, oltre allo spostamento sui social delle dinamiche di contatto e scambio di notizie ed opinioni, alcune amicizie si sono interrotte, alcuni equilibri spezzati, alcune consuetudini perse. Niente, però, può fare tabula rasa del senso di vicinanza creato dall’aver condiviso, oltre alla passione per il rugby, un’esperienza umana profonda come quella messa in piedi da quel forum.

Io dico sempre che ogni campo da rugby mi fa sentire a casa e, allo stesso modo, gli amici e le amiche con cui ho condiviso “il sito” mi fanno sempre sentire di nuovo in quella piazza, uno spazio virtuale che ha saputo diventare fisico, concreto, vicino.

Dove c’è rugby c’è casa e la “famigliona” di rugby.it, seppur cambiata, sparsa e trasferita, non smette mai di suonare al citofono.

Come scritto su un celeberrimo striscione, “rugby.it… c’è!”. Sempre e nonostante tutto.

 

(Foto principale: archivio Paola “Leprottina” Maresca. Nelle foto piccole, con Emy77, Kino, Phoebe, Homo Centumcellaenensis, Maxam, Abba e Giandolmen)

Di testardaggine, fango e Vanity Fair: Azzurre del rugby tra ieri, oggi e domani

Durante il 6 Nazioni femminile avevo scritto (qui) delle gemelle Cavina, che ricordavo piccoline al campo di Cogoleto (GE), e delle difficoltà che le bambine / ragazzine / ragazze che vogliano praticare il rugby in Italia devono affrontare. Il torneo poi è proseguito e le Azzurre, battendo anche la Francia all’ultima giornata, hanno conquistato un meraviglioso e storico secondo posto finale: immense!!!

Poche ore dopo questo trionfo, su facebook ho visto un post sulla vittoria, o meglio, un link all’articolo di una rivista. Si trattava della pagina di Vanity Fair e ho subito pensato: “ecco cosa succede quando arrivano i risultati: arriva l’attenzione di tutti!”. Il mio pensiero era stato ancora più immediato a causa dell’impietoso confronto con le vicende del rugby maschile, in ormai cronica asfissia di risultati e anche, inevitabilmente, di interesse mediatico al di fuori della stampa specializzata: uno sport “minore”, definizione triste ma veritiera, per far parlare di sé deve sfornare in primis vittorie.

Quasi in contemporanea al link di Vanity Fair, sempre su facebook ho visto il post di Davide Macor, che celebrava a sua volta la vittoria delle Azzurre e, al contempo, ricordava quando, pochi anni fa, lui e gli altri ragazzi della combriccola di “NPR” (Non Professional Rugby), essendo appunto votati al rugby non professionistico, avevano deciso di dedicarsi all’ovale femminile e di occuparsi delle riprese e delle telecronache delle partite della Nazionale. Come era venuta, ai ragazzi di NPR, l’idea di seguire un rugby femminile ancora quasi dimenticato? Era successo allo Snow Rugby di Tarvisio (dove ci si affronta con l’ovale sulla neve) quando, chiacchierando con il fotografo Sebastiano Pessina, che si stava in quel periodo occupando degli scatti degli Azzurri in vista del 6 Nazioni, Amodeo & Co. pensarono: “Ma perché per la maschile tutta questa attenzione e per le ragazze niente?”.

Era il 6 Nazioni 2014, il rugby femminile in Italia non riceveva ancora tutta l’attenzione che avrebbe meritato e appassionati di rugby e comunicazione come Macor, Valerio Amodeo, Enrico Turello, Lorenzo Bruno, Lorenzo Cirri, Lorenzo Bruno e Giancarlo Stocco si lanciarono nell’avventura di realizzare e commentare le riprese in diretta degli incontri delle Azzurre. Così capitava loro di partire con un pullmino da Udine per Santa Maria Capua Vetere (provincia di Caserta, dove si giocò un’Italia-Scozia, il 22 febbraio 2014), arrivare laggiù e trovarsi come postazione per impianti e telecronaca dei tavolini da bar con un ombrellone nel mezzo. È anche successo, a Valerio, di partire da Roma per Rovato (BS), per commentare un’Italia-Inghilterra del 14 marzo 2014, dopo che, il giorno prima, era nata sua figlia Claudia.

Questo tuffo in un passato recente che il magnifico e fresco secondo posto al 6 Nazioni sembra aver sparato lontano anni luce, con il link di Vanity Fair e il post di Davide Macor a rappresentare una specie di paradosso spazio-temporale, mi ha fatto incuriosire su quel che si trova lungo il percorso di questo rugby femminile tricolore, sul terreno dove le ragazze ovali di oggi piantano le loro radici e crescono.

Così, ben prima di arrivare agli aneddoti legati alle avventurose trasmissioni video e audio del 2014, il tuffo è in una Nazionale femminile che si pagava le trasferte di tasca propria e che, per dividere i costi tra più persone, riempiva i posti vuoti sul pullman con parenti e amici, una Nazionale femminile che non aveva i vestiti “di rappresentanza” dalla Federazione e che, per partecipare ai terzi tempi formali, vedeva le ragazze prestarsi a vicenda gli abiti eleganti. Erano rugbywomen che venivano viste quasi come dei fenomeni da baraccone, impegnate in uno sport considerato così poco femminile, che venivano prese in giro, che non avevano niente se non la loro enorme passione ed una fortissima testardaggine.

Ecco, io credo che la parola chiave del rugby femminile in Italia, ciò che ha portato quest’anno le Azzurre al secondo posto nel 6 Nazioni e al sesto posto nel ranking mondiale, sia proprio “testardaggine”: è la testardaggine, intesa come passione, mancanza di paura, insistenza nel fare quel che si ama e superamento delle difficoltà, che permette ad una ragazzina di iniziare a giocare a rugby in Italia e di continuare a farlo e sempre meglio.

Di sicuro questa dote non è mai mancata a Maria Cristina Tonna, oggi responsabile federale dell’attività femminile e, da sempre, donna di rugby: giocatrice, allenatrice, promotrice instancabile dell’ovale per e tra le ragazze. In Italia, il suo nome oggi è praticamente sinonimo di “rugby femminile” ma i suoi inizi e il suo percorso sono del tutto simili a quelli di tantissime ragazzine che iniziano a giocare a rugby e ce la mettono tutta per continuare a farlo: “Nel 1982, a 13 anni, vidi la mia prima partita dal vivo di rugby (di minirugby, per la precisione) e, da subito, rimasi affascinata dal senso di libertà che mi trasmetteva l’immagine di quei bambini e bambine (ben due!) che correvano felici con la palla in mano. Il giorno dopo andai al campo di Ostia con i miei due fratelli per un allenamento di prova e, 37 anni dopo quel giorno, sono ancora qui, anche se, per una ragazzina, non era proprio sempre accogliente il mondo ovale: a volte gli stessi maschietti erano diffidenti nell’avermi in squadra e devo ringraziare gli allenatori dell’epoca per avermi permesso comunque di allenarmi, giocare e di non perdere il mio entusiasmo”.

Come per tutte le bambine che iniziano a giocare a rugby, l’uscita dalle categorie del minirugby è stata un problema anche per Maria Cristina: “A 14 anni, non essendoci alcuna categoria femminile juniores, mi ritrovai a giocare con una squadra seniores, l’allora Ceccherelli Roma, divenuto poi, di lì a poco, Villa Pamphili: gli allenamenti li alternavo, a volte con le ragazze a Roma, a volte con i ragazzi a Ostia, dove vivevo. La mattina uscivo da casa per andare a scuola sulla Via Ardeatina, poi andavo ad allenarmi a Villa Pamphili, mangiando un panino sul bus. I primi tempi non potevamo fare neanche la doccia e spesso rientravo a casa mezza infangata, dopo aver preso vari autobus ed il treno per Ostia”.

Ecco, insieme a “testardaggine”, l’altra parola che associo subito alle rugbygirls è “fango”: una cosa vista come così poco femminile, sporca, brutta, ma che, sui corpi e sui volti delle ragazze ovali diventa un bellissimo segno della lotta e della passione, del voler fare qualcosa che si ama tanto nonostante le difficoltà.

Il grandissimo risultato nel 6 Nazioni appena concluso è figlio di un enorme lavoro di diffusione, crescita e formazione, di una strategia e di un progetto in continuo sviluppo ed evoluzione le cui solide radici, però, sono e devono rimanere sempre piantate in un terreno fatto di trasferte a spese proprie, telecronache pionieristiche, ore di autobus e treni macinate senza potersi fare una doccia, sfidando gli sguardi di chi non capisce una ragazza sporca di fango. Forse è questa la prossima e più grande sfida che si troverà ad affrontare l’ovale femminile azzurro, proiettato in alto ma la cui forza è rappresentata dalle sue temprate radici.

“Di questo 6 Nazioni mi rimarrà addosso l’energia positiva sprigionata da una squadra fiera di aver raggiunto un altro importante obiettivo, e i sorrisi e gli abbracci delle piccolissime ruggers che abbiamo coinvolto in tutte le città dove abbiamo giocato, perché in ogni cosa della vita è l’amore che ci metti che fa la differenza!”. (Maria Cristina Tonna)

“Radici e ali. Ma che le ali mettano radici e le radici volino”.
(Juan Ramón Jiménez)

(Per la foto ringrazio tantissimo Ettore Griffoni / LivePhotoSport)

Rugby and more: infine, lo gnocco del 6N 2019!

La pregiatissima giuria che ha già votato i più bei figlioli della prima giornata del 6 Nazioni 2019 (qui) e diramato le convocazioni nientemeno che per gli gnocchi di ogni tempo (qui) ha, infine, assolto anche al compito per cui era del tutto spontaneamente nata, sette settimane fa, la chat di whatsapp che, dopo 4.300 messaggi, ha ora decretato i giocatori più affascinanti del torneo appena concluso ed eletto il loro re.

Siccome ci teniamo sempre anche all’aspetto didattico e di diffusione del rugby, le convocazioni stavolta sono state suddivise in “avanti” e “trequarti”, di modo che, anche chi non mastica molta palla ovale, possa prendere confidenza con questa distinzione tra i primi otto uomini e gli altri sette, ricordando anche che a rugby si gioca in quindici. Nelle convocazioni “All time and all stars” avevamo esplicitato tutti i ruoli con i relativi numeri di maglia e siamo molto orgogliose delle nostre dispense anche didattiche e non solo estetiche ed ormonali!

Quindi, chi è il re?

… Rullo di tamburi…

“The Gnocco of the 6 Nations 2019” is… …

YOHANN HUGET (FRA)!!! Dunque, un “roi”: il suo fascino franco-brasiliano ha sbaragliato i pur quotatissimi e dotatissimi avversari!

 

E gli altri contendenti al titolo, quelli che hanno ricevuto più nomination durante le cinque giornate del torneo? Eccoli, con anche alcuni “extra”! Traduzione: leggete fino alla fine.

AVANTI (la mischia):

  • ALLAN “lo abbiamo puntato dalla prima partita” DELL (SCO) DELL
  • JONNY “che famigliola” GREY (SCO) Jonny Grey
  • ALUN WYN “The Captain” JONES (WAL) Alun wyn jones
  • GEORGE “l’orecchio glielo perdoniamo” KRUIS (ENG) George_Kruis_3419833b-e1461163636355
  • COURTNEY LAWS (ENG) lawes
  • STUART MCINALLY (SCO) Mcinally
  • JOSH “come stanno bene i bicipiti con le treccine” NAVIDI (WAL) NAVIDI
  • LOUIS “bello da decenni” PICAMOLES (FRA) PICAMOLES
  • SEBASTIEN VAHAAMAHINA (FRA) sebastien-vahaamahina

TREQUARTI (gli altri):

  • DAN “caramello salato” BIGGAR (WAL)BIGGAR
  • TOMMASO CASTELLO (ITA) CASTELLO
  • ELLIOT DALY (ENG) DALY
  • CHRIS “un uomo e il suo ciuffo” HARRIS (SCO) HARRIS
  • ROBBIE HENSHAW (IRE) HENSHAW
  • ROB “che dire?” KEARNEY (IRE) Kearney
  • MAXIME “da anni una certezza” MEDARD (FRA) MEDARD
  • CONOR MURRAY (IRE) MURRAY
  • HENRY SLADE (ENG) SLADE

 

Ma non abbiamo ancora finito: abbiamo anche un convocato “honoris causa”, una terna arbitrale e due commentatori tv!

Convocato “ad honorem” (era nella rosa gallese per il torneo ma non è riuscito a rientrare dal suo infortunio): LEIGHT “mezzamonetina” HALFPENNY (WAL) Halfpenny

Terna arbitrale:

  • BEN O’KEEFFE (NZL) Ben-O_Keeffe-800.jpg
  • LUKE PEARCE (WAL)                          PEARCE REF.jpg
  • NIGEL “lo amiamo tutte spudoratamente” OWENS (WAL) Nigel

TV (abbiamo pensato a tutto!):

  • DANIELE PIERVINCENZI (ITA – DMAX) PIERVI
  • SIR JONNY “riusciamo a metterlo anche qui” WILKINSON (ENG – ITV) jonny

 

Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza, come principale punto di partenza, parte del vecchio gruppo delle Camioniste di rugby.it, un’esperienza ovale, umana e sociale realmente pazzesca che, quindici anni dopo la sua nascita, fa ancora sì che si mantengano amicizie e legami, in barba a tempo, vicende e distanze. Grazie dunque alle Camioniste e alle altre amiche che hanno fatto parte della chat, diventate senza dubbio Camioniste ad honorem!

La giuria: Emy (ovvero io), Paola x 2 (nel senso che sono due Paole), Franca, Roberta, Cinzia, Chiara x 2 (come sopra), Ony, Giorgia ed Elena, con la partecipazione della piccola Matilde.

“Il rugby è un gioco primario: portare una palla nel cuore del territorio nemico. Ma è fondato su un principio assurdo, e meravigliosamente perverso: la palla la puoi passare solo all’indietro. Ne viene fuori un movimento paradossale, un continuo fare e disfare, con quella palla che vola continuamente all’indietro ma come una mosca chiusa in un treno in corsa: a furia di volare all’indietro arriva comunque alla stazione finale: un assurdo spettacolare.” (Alessandro Baricco)

Rugby italico: my two cents

La mia frequentazione del rugby è relativamente recente, aggirandosi attorno ai quindici anni: non ho mai giocato e non lo seguo da lunghissimo tempo, a differenza di molti altri appassionati che, quindi, ne sanno e ne ricordano infinitamente più di me.

In quindici anni, di cui dodici da addetta stampa di un piccolo club di provincia che ha la Prima Squadra che milita in serie A, però, ho visto tante cose cambiare e tante percezioni mutare, e nessuna in meglio.

La critica principale che viene mossa a chi evidenzia problemi è il farlo senza però proporre qualcosa di alternativo, senza esporre, oltre alle magagne, possibili soluzioni. Oggi, quindi, con ancora fresca la delusione enorme di Italia-Francia (che va ben al di là della pur tristissima ed incredibile sconfitta), provo a riunire e spiegare alcune mie idee. Premessa fondamentale: il mio discorso è al di fuori di ogni ragionamento o logica politica ed è puramente concreto e, spero, coerente.

Cosa mi salta subito all’occhio, se penso alla mia esperienza ovale e mi concentro sulle cose che mi sembrano peggiorate lungo tutto il suo arco? Innanzitutto, un progressivo ed inesorabile allontanamento tra vertice e base, sia pratico che “emotivo”: il rugby italiano è diventato sempre più “la Federazione” e “le squadre, le società” come mondi separati e lontani. E non ha senso, perchè il rugby italiano è gestito dalla Federazione e fatto dalle società, che alla Federazione sono iscritte e che della stessa giocano i campionati.

Vado oltre: lo scollamento è diventato anche “la Nazionale” e “il rugby italiano”, e questo è gravissimo. La Nazionale, da anni a questa parte, viene sempre meno vista come figlia del movimento di cui dovrebbe essere espressione e vetta. Perchè perde? Assolutamente no! Il motivo è che sembra si sia deciso di creare dei piani separati, staccando (strappando) un preteso “alto livello” da un movimento lasciato in basso invece che innalzato a sua volta nel suo complesso.

Personalmente, individuo due principali “crack” che, nell’arco degli anni, possono aver contribuito notevolmente a questa frammentazione e che, al tempo stesso, si sono dimostrati del tutto inefficaci (leggi anche “dannosi”) in quello che avrebbero dovuto dare in cambio, cioè un innalzamento del numero e della qualità dei giocatori per la Nazionale. Come dire: si è pagato un prezzo salato credendo di avere molto altro in cambio ed invece ci si è rovinati per riavere indietro molto poco. Solo se non si fa non si sbaglia ma, se si vede che si sbaglia, bisognerebbe correggere ed aggiustare.

La prima di queste rotture è stata il modo in cui è stato gestito l’ingresso in Celtic League: troppe due franchigie e troppo “all’italiana” l’approccio. Per mettere in piedi le due realtà, o meglio, nel volersi concentrare esclusivamente su queste, sono stati letteralmente demoliti i campionati nazionali. Più marcatamente il massimo campionato ma, inevitabilmente, a cascata anche tutti gli altri. Quindi è successo che, per avere in CL una squadra e mezza, sia stato disintegrato tutto il sistema dei campionati seniores maschili del Paese. Con questo corollario: a parte Treviso quest’anno (stagione di CL numero otto), che sta andando molto meglio delle stagioni passate e che è di un altro pianeta rispetto alle Zebre, di fatto non si è raccolto niente nè in CL nè nelle coppe europee e i giocatori italiani di più alto profilo continuano a sperare di riuscire ad andare a giocare all’estero. Il punto chiave in nome del quale erano stati rasi al suolo i campionati nazionali e, inevitabilmente e contestualmente, messi nel guano i club, era la crescita di giocatori italiani per l’alto livello internazionale, mentre la realtà è che siamo freschi di ventiduesima sconfitta di seguito nel 6 Nazioni e la nostra coperta, per quanto riguarda la rosa azzurra, non è mai sembrata così corta. Houston, abbiamo un problema (cit.).

E allora, perchè non lasciare una sola squadra (Treviso) in CL, al prossimo rinnovo di contratto, e il budget (assai ricco) destinato ora alle Zebre non viene almeno in parte investito sui campionati nazionali? Dove? Organizzando con regolarità corsi di formazione per tutte le figure societarie, investendo su comunicazione e marketing del massimo campionato, sul mondo arbitrale, sulla serie A (togliendo il disastro del criterio territoriale, che ha mandato a picco il livello del campionato cadetto, e dando alle squadre un supporto economico per le trasferte), facendo sentire le società apprezzate e valorizzate per il loro lavoro. Solo con campionati nazionali di qualità migliore e giocati da società motivate si può provare a costruire davvero un sistema che sia una piramide, una filiera, che si fondi sulla base e che via via salga solida fino al vertice.

Il secondo crack, a parer mio, è il sistema delle accademie per la formazione dei giovani talenti. Siamo un Paese assai poco ovale, non si gioca a rugby nelle scuole, non abbiamo tradizione storica e il numero dei tesserati non è clamoroso, ma abbiamo un sistema chiuso e ad imbuto che neanche fossimo gli USA che devono fare i trials per le Olimpiadi. Che senso ha, partendo da numeri già bassi e da una situazione di diffusione problematica, restringere il sentiero in modo tanto drastico? Anche qui, è stato sicuramente giusto provare e sperimentare, mettere in pratica un’idea che sembrava buona ma, dal momento in cui sembra abbastanza evidente che non si sia, all’atto pratico, rivelata tale, perchè non correggere la rotta? I nostri nazionali U20 giocano o in serie A nella squadra della Francescato o nel massimo campionato, cioè nei due tornei più fatti a pezzi dall’ingresso in CL, mentre i loro coetanei giocano in Top14, Pro14 o Premier: qualcosa non torna. In tutto ciò, il sistema tanto chiuso ottiene anche il devastante effetto di falciare, di fatto, ogni aspirazione azzurra e di alto livello dei ragazzi attorno o poco oltre i diciotto anni, creando il presupposto per numeri importanti di abbandono ed accentuando ulteriormente il distacco tra “loro” lassù e “noi” quaggiù.

E allora, non si potrebbe destinare il budget ora investito nel progetto delle accademie ad una riforma dei campionati giovanili, ad un’attività continua e sistematica di osservazione dei ragazzi in giro per i campi e ad un sistema costante e frequente di raduni, sul piano sia territoriale che nazionale, di scrematura, selezione ed anche solo per vedere da vicino i ragazzi dall’U16 in su? Tutti restano nei loro club, crescono e si formano lì ma sentendo sempre la vicinanza della Federazione e motivati dal poter sempre sperare in una porta aperta e in occasioni da giocarsi. Scommetto che, senza accademie da mantenere, ci uscirebbe anche comodamente il budget per un serio lavoro di formazione degli allenatori di bambini e ragazzi, affinché un giorno si possa guardare una partita della Nazionale senza dover dire “sbagliano queste cose perchè nessuno gliele ha insegnate correttamente da piccoli”.

Per riunire entrambi i punti, non si potrebbe pensare di creare una squadra cadetta U21 in seno alla squadra di CL restante, iscritta al massimo campionato nazionale, riformato e “rimotivato”, con la lista aperta verso la Prima Squadra? Non un’accademia chiusa, ma una squadra aperta, che giochi in un campionato al quale potranno tornare ad aspirare con entusiasmo, e non con rassegnazione, i giovani talenti che vogliano provare a giocarsi le loro possibilità di puntare in alto. Le squadre in CL, per qualche motivo, non possono che essere due? E allora che ciascuna abbia una cadetta con le caratteristiche di cui sopra, vertici di un percorso di rugby giovanile finalmente di nuovo di ampio respiro ed inclusivo e valorizzante per i club, perchè nessuno debba più pensare “speriamo che non ci prendano nessuno in Accademia…” ma “abbiamo tanti giovani in gamba e ben formati: speriamo che qualcuno ce la faccia ad arrivare in alto!”.

Sono tante cose? Io non ne vedo tante, ma sono grandi, questo sì. Però si tratta di smontare qualcosa per costruire qualcos’altro con gli stessi pezzi, e la Federazione ha la fortuna immensa di poter contare su una base con una passione smisurata, povera di mezzi e che si sente dimenticata (quando non presa proprio a pesci in faccia), ma piena di voglia di fare bene e di sentirsi parte integrante di un sistema, di un movimento, di un mondo.

Non saremo mai il Galles, un paese intero che respira quella maglia rossa e il rugby, ma credo si possa fare tanto per essere un’Italia ovale diversa ed assai migliore. Bisogna volerlo. Altrimenti saremo sempre qui a parlare di altre Francia-Italia, di occasioni ed anni persi, di skills e giocatori che non abbiamo, di soldi che non ci sono, di vittorie che non arrivano, di “ah ma la Nazionale di rugby, quella che perde sempre”.
“Il potere è la capacità di raggiungere degli scopi. Il potere è la capacità di effettuare dei cambiamenti”. (Martin Luther King)