Italia-Francia: vincere… o non vincere…?

Domanda retorica, certo, quella del titolo: la risposta, naturalmente, è “vincere!”. Anche perché una Francia tanto malmessa, e con il plus di affrontarla a Roma, non ricapiterà probabilmente a breve. Si potrà gioire di una vittoria, la prima dopo ventuno sconfitte di seguito nel 6 Nazioni, contro dei “cugini” mai così smarriti e in difficoltà di gioco e risultati? Eccome! Perché chi scende in campo e ci mette sempre la faccia e prende botte la meriterebbe, così come i tifosi, sminuzzati e umiliati da sconfitte, fegato gonfio ed infelici commenti del resto del mondo e di chi li circonda (“ah… ma tanto l’Italia del rugby perde sempre!”).

Idealmente, una vittoria segna un gradino, un passo, un avanzamento lungo un cammino, che sia in salita o in piano. Quello dell’Italrugby e di chi la segue e la sorregge, cioè i tifosi ma anche tutta la famosa “base”, è una salita tipo una discesa libera fatta al contrario, come al rovescio sembra essere pensato questo cammino, con il continuo tentativo di costruire una piramide partendo dalla punta. Sta su e cresce? Ovviamente, no.

E così, da “n” anni a questa parte, assistiamo di tanto in tanto a qualche vittoria Azzurra, con gioia sacrosanta, come scritto qualche riga fa, per chi va in campo e per chi si fa il sangue amaro da tifoso, ma mai con la percezione del gradino, del passo, del cammino di cui sopra.

Questo, oltre a rendere la vittoria una sorta di inutile “casualità”, riesce a diventare persino un danno, ed è una sensazione tristissima: passata la gioia da giro di campo, si dissolve come una nuvola di fumo. Ancora peggio, la vittoria “una tantum” diventa un paravento, che nasconda tutte le sconfitte passate ed anche alcune future (dopotutto, fa ripartire da zero il conteggio).

Qui esce fuori il Grinch che è in me: il rugby italiano non sta bene e, quando capita una vittoria “spot” che diventa “visto? Va tutto bene!”, finisco quasi per maledire la vittoria, e non va bene, perché una vittoria deve essere sempre e solo una cosa bella.

Cosa è rimasto della vittoria (novembre 2016) contro il peggior Sudafrica del decennio e oltre, seguita nel giro di una settimana da una sconfitta nell’unica partita del trittico che “avrebbe dovuto” essere una vittoria e che avrebbe sì dato l’idea di un passo in avanti? Cosa è rimasto dell’ultima vittoria dell’Italia al 6 Nazioni (in Scozia, 28 febbraio 2015), seguita, ad oggi, da ventuno sconfitte di seguito nel torneo?

Dati dal web: ad una giornata dalla fine del torneo 2019, siamo a 99 partite, con 86 sconfitte, 12 vittorie e un pareggio. La percentuale di vittorie è 12,01%. I numeri hanno il crudele dono di essere spietati e diventano dei veri coltelli affilati se si pensa che quasi un quarto di queste sconfitte sono la striscia negativa attuale, cioè quando sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di diverso: fa male tantissimo.

Festeggiamo una vittoria, se arriverà, prendiamo anche un po’ in giro i francesi, che se lo chiamano con la calamita, godiamoci il giro di campo e la festa, perché ce lo meritiamo, fosse anche solo per i litri di bile che accumuliamo nel nostro rugby di ogni giorno sui campi più o meno di provincia e che, sommata a quella per la Nazionale, riempie ormai delle cisterne intere ma, per favore, niente gatti venduti per leoni: un bel gatto che cresce e con il quale cresciamo tutti insieme lo capiamo e lo aspettiamo e per la bile ci compriamo anche dei serbatoi, ma un finto leone con la criniera posticcia ormai lo sappiamo riconoscere e tentare di vendercelo per vero ci fa anche incazzare parecchio!

Chi vincerà, tra Azzurro incerto e Bleu sbiadito? A Pantone e campo l’ardua sentenza.

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6 Nazioni, giornata 3: mix-and-match

6 Nazioni 2019, giornata 3, Italia-Irlanda all’Olimpico di Roma (16-26).

Mix-and-match dal desk dell’area media e dalla tribuna stampa dello stadio:

  1. Sono sbarcati i giapponesi!!!! Si palesa al desk un ragazzo (italiano) visibilmente poco esperto del luogo e delle modalità stampa della giornata: ci chiede informazioni sui tempi e gli orari e gli interessa la mixed zone, dove si fanno le interviste al volo ai giocatori quando escono dagli spogliatoi dopo essersi cambiati a fine partita. Gli diamo tutte le info, lui si gira e inizia, in un giapponese che ci ha lasciate tutte di stucco per musicalità, a tradurre le informazioni per un ragazzino che sembrava uscito da un cartone animato giappo e ad un uomo, sempre giapponese, brizzolato ma con i capelli tinti di viola, che somigliava pari pari ad un personaggio dei film di Miyazaki: ascoltavo incantata l’interprete e non riuscivo a smettere di guardare questo strepitoso tizio! Erano di una tv nipponica, ovviamente: RWC 2019 is in the air!
  2. Poco dopo il fischio finale vado al bagno delle signore (cit.) dell’area media e lo trovo letteralmente invaso di signore e signorine Irish che si tirano a lucido, contendendosi gli specchi ed evitando di calpestare le trousse di variegate attrezzature da trucco e parrucco, raggiungendo il livello di stucco e cazzuola! Cena di gala was in the air (and so much lacca was in the air too!)!
  3. Dopo essere andata in un altro bagno delle signore, ho ritrovato al desk il giapponesino che, forse non convinto delle spiegazioni precedenti, era tornato a chiedere conferma, coraggiosamente in inglese e senza l’interprete, dove fosse la mixed zone e a che ora aprisse: l’ho accompagnato, gli ho fatto vedere la porta e spiegato quando avrebbe aperto. Mi ha detto di aver capito e ringraziato per un minuto di seguito: chissà se poi ‘ste interviste flash per i tifosi del sol levante sono davvero riusciti a farle!
  4. Mi sono trovata davanti l’arbitro Tomò diventato biondo, e gli dona anche!
  5. Alla faccia delle Irish che hanno invaso il bagno per il restauro pesante, la mia collega volontaria Viola registra dei tutorial di trucco rapido e senza specchio: la classe delle donne intraprendenti!
  6. Quando, mentre stavo dando informazioni in inglese ad un giornalista, ho visto avvicinarsi il mitico Ian, Aussie da decenni in Italia che, tra le altre cose, insegna inglese, mi sono istantaneamente sentita come se fossi tornata a scuola: “Ian, meno male che non mi hai sentito parlare inglese, se no mi davi subito della capra!” – “Ah, parlavi inglese? Non mi sembrava!” (simpatico!!!) – “Comunque, in inglese non si usa goat, ma donkey!”. Grazie Ian!
  7. I giornalisti hanno applaudito O’Shea e Ghiraldini quando sono entrati in sala stampa per la conferenza di rito del dopo partita. Bello, spontaneo e sanguigno, ma anche amaramente sintomatico di quanto agli appassionati e ai tifosi italici manchino ormai non solo le vittorie ma anche delle belle quasi-vittorie. Un punto di ripartenza? Difficile, viste le partite mancanti e il palese divario complessivo rispetto alle altre cinque squadre ma, dopo troppe sconfitte assai fosche, ad oggi qualche altra “sconfitta onorevole”, che nessuno pensava mai di poter rimpiangere, farebbe già un gran bene.
  8. Lo stadio vuoto al mattino mi mette sempre i brividi, così come Ireland’s Call.
  9. Giustamente, si è parlato tanto della semplicemente strepitosa Nazionale femminile, vittoriosa di misura sulle Irish e in piena corsa per poter vincere il 6 Nazioni: women do it better! Hashtag donneintraprendenti e donnevincenti.

It’s a (rugby) girl!

Un milione di anni fa, cioè attorno al 2004, iniziavo a frequentare il campo di Cogoleto (GE) e lì vedevo sempre due bellissime gemelline piene di riccioli, Micol e Giulia, in tribuna con papà. Questa cosa mi è tornata in mente perchè, nel frattempo, le due piccoline sono cresciute, sul campo ci sono scese e, una delle due, ha già raccolto dei caps in Nazionale ed è nel “gruppone” per il 6 Nazioni 2019.

Micol Cavina, classe 1999, è una di quelle due gemelline e, nel corso degli anni, per poter continuare a giocare a rugby a 15, si è dovuta trasferire in Veneto, mentre sua sorella Giulia ora è a Milano. Le “Cavina ovali” non sono finite, in realtà: una sorella maggiore, Valentina, gioca a Genova, mentre Gaia, più piccola, gioca ancora a Cogoleto, in U16.

Molta gente non sa neppure che il rugby esista anche in versione femminile, invece si gioca eccome, ma è una salita continua per una bambina/ragazzina/ragazza riuscire a praticarlo in Italia, ed è probabilmente questo che rende le nostre rugby girls tanto agguerrite e la nostra Nazionale tanto forte (7° posto nel ranking mondiale).

Mi sono fatta raccontare da Micol Cavina la sua storia sportiva, che è esemplare per quanto riguarda il rugby femminile italiano lontano dal Veneto e da grandi e tradizionali piazze.

Dopo neanche un anno di ginnastica artistica, le due gemelline si erano accorte che non faceva per loro e che volevano starsene sul campo da rugby con papà, che allenava i piccoli U7 del Cogoleto, e così le due bambine piene di riccioli si sono messe a giocare a minirugby insieme ai maschi. Fino all’U12 maschietti e femminucce possono giocare insieme e questa è la fase in cui, facendo promozione nelle scuole e con il passaparola, un po’ di bambine possono iniziare e riuscire a giocare a rugby. Poi, purtroppo, iniziano i problemi: dall’U14 ci si divide in maschile e femminile e se, come quasi sempre capita, i numeri delle bambine sono troppo bassi, tantissime sono costrette a smettere, oppure a cercare, trovare e riuscire a frequentare società più lontane. A Cogoleto, nel momento in cui le due testarde Cavina hanno concluso il minirugby, con grandi sforzi si era riusciti a mettere su un’U14, unica della Liguria.

Come? Così: «Oltre a giocare a rugby, io e mia sorella facevamo propaganda per convincere le ragazze a venire a provare… anche proponendo scambi, tipo “dai, se vieni a provare il rugby io vengo a provare basket – oppure – se sei mia amica vieni, o non lo sei davvero!”». Noi donne, anche da piccole, ne sappiamo sempre una più del diavolo!

Grazie ad un grande lavoro nelle scuole e i campionati studenteschi, le ragazze aumentano di numero e le gemelle e le loro compagne riescono a portare avanti tre anni di U16 a sette, vincendo addirittura il campionato italiano di categoria. Da lì, qualcuno si accorge di Micol e di Giulia, che vengono chiamate prima nella Selezione U18 di 7s, dove Micol è anche nominata capitano, e poi in Nazionale, con la quale volano a Hong Kong.

Nel frattempo, la passione delle ragazze e il grande lavoro loro e della società fa sì che, nella piccola Cogoleto (circa 9.100 abitanti, molti di più in estate, un bel lungomare e un gelido campo da rugby incastrato tra un monte e i piloni dell’autostrada, perfetto esempio delle differenze climatiche liguri tra costa ed immediato entroterra), si riesca a creare una squadra femminile di rugby a 15, per fare la serie A. Io i risultati di quella squadra li ricordo: giocavano contro delle corazzate come Mira, Monza, Frascati, prendevano vagonate di punti, ma resistevano ed esistevano.

Come nella sua squadra, Micol fa il salto nel 15 anche in Nazionale, per un test match contro la Francia, nell’anno della maturità: «Penso sia stata una delle mie soddisfazioni più grandi essere lì in campo con le ragazze più forti d’Italia a rappresentare il mio Paese! E’ stato un pianto di gioia continuo, dalla convocazione, al primo allenamento, ai discorsi della capitana Sara Barattin, all’inno e al mio ingresso in campo». Poi sono arrivati altri due caps e la chiamata nel gruppo per il 6 Nazioni in corso.

Ora la sua preoccupazione è per la sorella più piccola, “la più forte di noi quattro”, e le sue compagne di U16, che non hanno una prima squadra in cui passare.

La Nazionale femminile è allenata, dal 2009, da Andrea Di Giandomenico, aquilano classe 1975, che io ricordo, tra il 2005 e il 2006, a Reggio Emilia da giocatore, in serie B: veniva da tante stagioni di alto livello a L’Aquila, aveva un po’ di pancetta, si muoveva poco, ma con il suo piede faceva vedere i sorci verdi a tutti!

È fondamentale ricordare che il rugby femminile italiano non è rappresentato a livello mondiale solo dalle giocatrici, ma anche dagli arbitri: le nostre direttrici di gara internazionali sono Clara Munarini (classe 1989), Maria Beatrice Benvenuti (1993) e Maria Giovanna Pacifico (1990). Tutte e tre arbitrano anche nei campionati maschili a livello nazionale.

In questo periodo dell’anno è possibile seguire tutte le nostre rugby girls, giocatrici e arbitri, nel 6 nazioni femminile: dopo aver vinto in Scozia (28-7) e pareggiato con il Galles (3-3 a Lecce), le Azzurre affronteranno Irlanda (il 23/2 a Parma), Inghilterra (il 9/3 a Exeter) e Francia (il 17/3 a Padova). Il calendario del torno femminile, così come anche quello dell’U20, segue quello del 6 Nations maschile.

«Appena la femminile prende un po’ più di spazio, inizia subito ad infastidire i ragazzi, che hanno tutto ma sono degli eterni gelosoni – conclude Micol – Una volta, tra U14 e U16, con mio padre, orgogliosissimo della squadra che aveva tirato su, abbiamo sfidato a beach rugby i maschi: “Chi perde, paga la pizza!”. Abbiamo vinto noi e in pizzeria si sono presentati solo due degli sconfitti!».

 

Il rumore di chi non c’è

38.700: è questo il numero che fa più rumore, dopo Italia-Galles, seconda giornata del 6 Nazioni 2019. Un numero di cui si parla molto di più rispetto al punteggio, di solito tema centrale di una partita di qualsiasi sport.

Italia-Galles è finita 15-26 e, all’Olimpico di Roma, gli spettatori sono stati 38.700, di cui circa 5.000 gallesi, calati nella Capitale per un week end di dolce vita e dolce clima: è il dato di pubblico più basso da quando l’Italia del rugby ha iniziato a giocare in questo stadio, nel 2012. Da allora, troppe sconfitte: c’è poco da fare.

La fine di quello che era stato definito, a ragione, come “miracolo”, cioè il grande seguito della Nazionale ovale nonostante i non esaltanti risultati, si era vista già a novembre durante i test match, con numeri di pubblico in calo e con l’atmosfera, oltre al risultato, di ITA-NZL.

Il 6 Nazioni è un grande evento sportivo, che investe in egual misura l’aspetto sportivo e quello di marketing, ancora di più in Italia, dove l’ovale nazionale, inteso come campionati e squadre, è del tutto ignoto ai più: una volta l’anno, su qualche giornale e sito non specializzato e in alcuni spot pubblicitari, spuntano nozioni ed immagini di rugby, con il trionfale annuncio degli “Azzurri in campo nel 6 Nazioni” e relativo corollario di terzo tempo, birra, tutti amici, etc etc.

Benissimo. Ma… “tanto l’Italia non vince mai!” sentito da colleghi, amici, tassisti, parenti e conoscenti è un qualcosa che tutti conosciamo fin troppo bene.

Il 6 Nazioni diventa dunque un’arma a doppio taglio: si vende come evento di grande rilievo, quale è, ma questo fa anche sì che, in quanto unica “cosa” di rugby che esce dalla ristretta cerchia di praticanti e appassionati abituali, un pubblico più vasto ne senta parlare ma, quello di cui sente parlare durante quel mese e mezzo ogni anno, sono tante sconfitte.

E così, alla fine, è successo: solo 38.700 persone, circa 33.700 al netto dei gallesi in trasferta. Perché sì il terzo tempo, la festa, le foto con i tifosi avversari tutti colorati e pittoreschi, il week end a Roma e tutto quanto, ma uno che va allo stadio vorrebbe anche veder vincere. Anzi, ci va se spera di poter vedere vincere. Soprattutto se è uno spettatore occasionale, uno che non segue il rugby con costanza ma passa con piacere un pomeriggio allo stadio, a vedere qualcosa che non sia calcio, quando c’è il 6 Nazioni.

Ecco, qui si è rotto il giocattolo, insieme al miracolo: tanta gente ha perso le speranze di vedere l’Italia vincere, ha imparato a dare per scontato che l’Italia perderà. E se ne sta a casa.

L’erosione ha infine raggiunto anche la pazienza e la passione di chi il rugby lo vive tutto l’anno e tutta la vita e, così, anche tantissimi che non avevano e non avrebbero mai mancato l’appuntamento, si guardano le partite dell’Italia in tv, comodi, gratis e incazzandosi magari un filino meno. E questa è la cosa veramente drammatica.

Il Flaminio era diventato piccolo, ma l’Olimpico ora è diventato enorme.

Tutto questo non è aiutato, come viene sempre più messo in evidenza, neanche dall’impianto: lo stadio ha la pista per l’atletica e le curve che si sviluppano “in orizzontale”, lontanissime dal campo. Insomma, la visuale non è ideale e arriva fino ad essere pessima in curva.

Citatissimi, come altro fattore importante nella questione dei 38.700 spettatori, sono i prezzi dei biglietti: vedere l’Italia del rugby non è economico e i prezzi sembrano inevitabilmente diventare giganteschi con il peso delle sconfitte, e con i problemi di visuale di cui sopra.

Nelle altre cinque nazioni i biglietti costano, a dire il vero, assai di più, ma gli stadi sono migliori, alcuni sono dei veri templi del rugby (insomma, dei Maracanà dell’ovale) e lì si può contare su delle fondamenta di tradizione, diffusione e organicità (intesa come il percepire un rugby nazionale nel suo “tutto”) ben diverse e su una percezione completamente diversa dell’evento-partita di rugby. Chi non ha mai detto o non ha mai sentito dire “vorrei tanto andare a vedere una partita in Galles o in Irlanda o in Scozia, ma non contro l’Italia!” oppure “voglio andare a Twickenham!”?

Che fare? La tradizione si costruisce in decenni e secoli, ma le vittorie, con cui si fa anche la tradizione, vanno costruite giorno dopo giorno e partendo da assai lontano dal prato e dal terzo tempo dell’Olimpico.

Il rugby da noi è di fatto uno sport minore, mentre il 6 Nazioni è un torneo maggiore, nato per quattro, diventato per cinque e poi allargato a sei. Mai come quest’anno, ci sembra di guardare un 5+1 Nazioni, e fa malissimo: 30.000 seggiolini vuoti lo gridano forte.

Le donne sono convinte che partorire sia il dolore più intenso solo perché non hanno mai visto perdere la loro squadra nel Sei Nazioni. (Detto inglese)

Elegia di una volontaria: di neve, stadi che respirano e Nigel Owens

Si avvicina l’esordio casalingo dell’Italia nel 6 Nazioni 2019 e, per la prima volta dal 2012, ossia da quando mi sono iscritta al progetto volontari della FIR, salterò una partita, che mi guarderò in tv.

Rifletto così sul fatto che, per la prima volta in sette anni, riuscirò anche a vedere l’altra partita del sabato e persino quella della domenica! Di solito, durante la prima ero ancora allo stadio e, mentre si giocava quella domenicale, in treno tornando da Roma.

Una partita da volontari è una specie di mondo e tempo parallelo rispetto a quello degli spettatori: inizia prima, finisce dopo e ha dinamiche tutte sue. Permette di entrare in contatto con il gigantesco e sommerso mondo del “dietro le quinte” di un grande evento sportivo e anche di vivere zone dello stadio che sono precluse al pubblico.

Personalmente, la cosa che preferisco in assoluto, tra quelle che ho la possibilità di sperimentare grazie al mio pass da volontaria, è lo stadio vuoto. Quando al kick off mancano ancora un po’ di ore, i cancelli sono chiusi e dentro l’Olimpico c’è solo chi sta già lavorando, in un silenzio irreale per una struttura che si identifica come caotica, rumorosa e piena di gente, sembra quasi che lo stadio tiri il fiato prima di entrare in apnea quando verrà riempito da persone, suoni, rumori, musica. Allora, al mattino, mi ritaglio sempre qualche minuto per andarmi ad affacciare sul campo per guardare “il gigante” che ancora sonnecchia: un grande stadio vuoto e silenzioso fa impressione, ma dà anche un senso di pace, proprio da quiete prima della tempesta.

La vita quotidiana, in Italia, è assai avara di rugby: è ben difficile trovare con chi parlarne al lavoro o sul treno o in tutte le altre situazioni in cui chiunque è quotidianamente circondato da chiacchiere sul calcio. Per questo, come chiunque lo frequenti sa, il mondo del rugby lo consideriamo un po’ tutti come una sorta di microcosmo: ci siamo dentro e cerchiamo occasioni per poter incontrare altri come noi, quasi fossimo una specie a parte! Lo facciamo via social, lo facciamo frequentando i campi e i club e lo facciamo anche facendo i volontari, tuffandoci direttamente dentro ad una situazione straordinariamente piena di rugby.

Immagino senza fatica che questo sia un sentire comune e condiviso tra gli appassionati, praticanti oppure no, di tutti gli sport cosiddetti “minori” (dicitura odiosa ma, purtroppo, calzante).

In molti non farebbero mai il volontario (“ma chi te lo fa fare?”, mi sono sentita chiedere): si spendono soldi che nessuno rimborsa, si sta allo stadio da mattina a sera, non si fa in tempo a godersi il villaggio del terzo tempo e, nonostante le ripetute promesse, non si riesce mai a salutare gli amici che sono lì da spettatori. Inoltre, l’ovale italiano non è granché in salute e la Nazionale neppure e i volontari non sono né ciechi né sordi: sono appassionati ed innamorati, prima di tutto del rugby, come chi allo stadio ci va in tribuna o chi, nonostante gli improperi e la sofferenza, si guarda le partite in tv e come chi continua ad impegnarsi nel suo club, nonostante le mille difficoltà.

Tra un giubbotto e un pass e l’altro, nascono e si cementano amicizie, si creano piccoli rituali e abitudini, si rivedono persone, ci si ritrova a lamentarsi per le levatacce, soprattutto quando (molto spesso, anzi, quasi sempre) seguono una serata di incontri, saluti, mangiate e bevute tra “amici di rugby”.

Ti senti nel posto giusto. Come capita anche quando, almeno così è per me, mi trovo su un campo da rugby, ovunque esso sia.

In sette 6 Nazioni, un mondialino U20 e un po’ di test match, tutti nel settore media, gli incontri con “big” ovali non sono mancati e i più emozionanti, per me, sono stati quelli con il mio idolo Nigel Owens, con il mito vivente Lawrence Dallaglio, con il monumentale Paul O’Connell e con Tana Umaga.

La partita che ricordo di più è la prima, sia per questo motivo che perché non è stata una giornata qualsiasi: 6 Nazioni 2012, ITA-ENG, prima partita in assoluto all’Olimpico e… tanta neve! Il delirio assoluto, dentro e fuori lo stadio, partita in forse fino all’ultimo, qualcosa come quattordici ore là dentro, a cercare di dare una mano a sbrogliare situazioni di ogni genere ed emergenze assortite, alcune anche piuttosto curiose: far asciugare un po’ il fradicio e congelato giornalista di Sky (se legge si riconosce!), prestare ombrellini (nostri) a chiunque, inclusi inviati della BBC (la sicurezza non li aveva fatti entrare con i loro ombrelli appuntiti), sfamare dei giornalisti inglesi, che ci avevano messo ore ad arrivare allo stadio, con i fantasmagorici panini dei sacchetti del volontario.

Un altro ricordo molto divertente è quello della JWC 2015, con le ragazzine di Calvisano e dintorni che si appostavano e seguivano gli aitanti e più o meno esotici U20 delle varie squadre, con una predilezione per qualche giovanotto australiano con il fascino da surfista. Io sono cresciuta in un paesino molto simile e, in effetti, se provo ad immaginare me stessa e le mie amiche che, a quindici-sedici anni, nel pigro scorrere della vita del piccolo centro di provincia, ci fossimo ritrovate lì tanto clamoroso ben-di-Dio da tutto il mondo, avremmo fatto esattamente come loro!

Lo sport dei volontari, è uno sport bello, di cuore e passione. E non è per tutti, proprio come il rugby.

“Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l’aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa”. (Henri Garcia)