Storie dal paesello: una Rasoiata a sorpresa!

Quando si cresce in una piccola realtà succede che, anche se non si frequenta direttamente qualcuno e non si è nello stesso gruppo di amici, di fatto tra coetanei ci si conosce tutti.

Tutti sanno chi sono gli altri, si conoscono nomi e amicizie, si sa dove ognuno va a scuola quando si iniziano le superiori, si sa chi ha fratelli o sorelle e chi sono, e così via.

Ovviamente si sa se qualcuno si sposa, se ha dei figli, se va a vivere altrove, se è andato all’università e, bene o male, anche che lavoro fa.

Così, avevo lasciato Walter, che è due anni più giovane di me, laureato in scienze dell’educazione e occupato nel settore, ovvero in una qualche comunità di sostegno o qualcosa di simile.

Io vivo altrove ormai da quindici anni e, salvo le mie visite periodiche al paesello, quattro chiacchiere e saluti vari, per quanto riguarda le amicizie non strettissime il mio telescopio verso quel mondo sono, inevitabilmente, i social network.

È quindi successo che, qualche tempo fa, ho iniziato a vedere dei post dai quali si intuiva che Walter l’educatore fosse diventato Walter il parrucchiere o barbiere. Finché poi non si sono materializzate anche le tracce di un progetto di apertura di un negozio.

Un’altra delle cose su cui chi è nato e conosce bene un piccolo centro non può sbagliarsi sono i negozi, le attività commerciali: si sa esattamente dove si trovano e si possono elencare praticamente ad occhi chiusi. Quindi ogni novità va inserita in questa mappa mentale.

Ho iniziato a chiedermi come caspita Walter l’educatore fosse arrivato ad una prossima apertura di un negozio “barba e capelli” e gli ho scritto, dicendogli che avrebbe dovuto raccontarmi tutta la storia alla prima occasione, davanti ad un bel bicchiere. Era poco prima che il covid buttasse all’aria il mondo.

Nel frattempo e nonostante la pandemia, seppur in ritardo sui programmi, la bottega è stata aperta, il 13 novembre 2020 e oggi, 2 aprile 2021 io e Walter ci siamo finalmente fatti la famosa (video)chiacchierata, purtroppo senza bicchieri ma contenti in ogni caso.

Così ho scoperto che, a quasi quarant’anni e dopo aver iniziato a tagliare alla buona (ovvero con “la macchinetta”) i capelli ai ragazzi ospiti della comunità dove lavorava e dove non si trovava più molto bene, tra una semplice rasatura e qualche primo ed avventuroso tentativo di sfumatura con le forbici, Walter decise di iscriversi alla scuola serale per parrucchieri, lavorando nel frattempo nella comunità per il primo anno e poi da un parrucchiere per il secondo e il terzo (anno supplementare che serve per poter avere l’abilitazione necessaria ad aprire un negozio proprio: tutte cose che ho imparato pochi minuti fa!).

Trovato il locale e arruolato un team di amici (che, naturalmente, conosco anche io!), ognuno con la sua professione e professionalità, per collaborare alla realizzazione e allestimento del negozio, la “follia” di Walter ha infine preso forma e sostanza diventando “Rasoiata Barba&Capelli”.

Mi piace raccontare storie che mi colpiscono ed incuriosiscono e questa, decisamente, lo ha fatto.

Mi piace doppiamente perché stiamo parlando di un paesino in provincia di Bergamo in tempi di covid, con una linea temporale che prende in pieno anche il tristemente famoso marzo 2020.

A Walter (al quale nessuno o quasi si rivolge chiamandolo per nome ma sempre per cognome, ma faccio finta di no per mantenere un minimo di parvenza di diritto alla privacy!) un grande abbraccio, il mio più sincero in bocca al lupo e, visto che per fortuna ancora la barba non mi cresce, l’appuntamento non da cliente ma per due chiacchiere davanti al famoso buon bicchiere, non appena si potrà!

6N 2021: super saturday e super gnocchi!

La stimatissima giuria femminile ovale che ormai da qualche tempo allieta questo blog con i frutti della mega chat di whatsapp dove si parla di rugby in tutte le sue sfumature, da quelle più o meno squisitamente tecniche a quelle eno-gastronomiche, per il 6 Nazioni 2021, pur avendo commentato tutte le partite disputate, si è riunita ufficialmente solo in occasione dell’ultima giornata di questo torneo segnato per intero dalla pandemia, con gli stadi sempre vuoti e nessuna occasione di incontro e socialità (sigh).

E’ stato deciso di scegliere un solo giocatore per ogni squadra ma, per quanto riguarda il big match Francia-Galles, proprio non ci siamo riuscite! Ci siamo poi concesse un paio di succosi e raffinati fuori menù.

Si ringrazia la nostra grande sommelier Silvia per gli impeccabili abbinamenti.

Buona lettura e prosit!

Franco Smith (ct Italia)
Passione, parole calibrate, testa e parecchio sgomento. Ci si stringe il cuore a vederlo nemmeno più arrabbiato ma proprio sconsolato. Sempre elegante, per tirargli su il morale bevete insieme a lui un St-Emillion Chateaux Larcis Ducasse, promosso recentemente a Premier Grand Cru Classe, come il nostro bell’allenatore a cui è stata affidata la patata bollente che pare ieri. Vino rosso intenso, strutturato ed elegante: prugna, rosa macerata, ciliegia sotto spirito, vaniglia qb. Fate pagare lui però: gli vogliamo bene ma noi dobbiamo risparmiare per il mondiale 2023!

Mattia Bellini (Italia)
Se lo trovate carino è stata brava la mamma, se gioca bene è anche merito di due stimate componenti made in Padova della giuria. Lo abbiniamo a un Pinot Nero della Tasmania, Australia. Le vigne si fanno strada nelle poche superfici coltivate a vigna come vorremmo che Bellini si facesse strada tra la difesa e la linea di meta. Vino leggero, sapido e seducente. Cibo: aglio, olio e peperoncino, vero confort food.

Sean maitland (Scozia)
Questo giocatore ci piace perché forse ci ricorda l’indimenticabile mascella anni ‘90 di Ridge di Beautiful. Come un bel Syrah della zona di Cortona, il nostro bel Sean è piazzato, corposo, ben visibile in campo. Al naso si sente la classica nota di pepe propria del Syrah. Pepe che si trova anche nello sguardo di Sean. Vellutato ma muscoloso, elegante ma potente. Di cosa stiamo parlando, del vino o dello scozzese del giovedì? Servire con un bel maialino arrosto con patate. Così è, se vi pare.

Carlo Mornati (segretario generale del CONI, ex canottiere olimpionico)
(Alias “Tipo del CONI che ci piaceva”)
La vera New entry di quest’anno. Folgorate sulla via di Damasco quando seguivamo le elezioni federali, nemmeno fossero state le Presidenziali USA. Elegantissimo e deciso, come un bel Valtellina Superiore DOCG. Frutta rossa, sottobosco, terra, tannini levigati. Di questa particolare denominazione di nebbiolo scegliamo quello che viene dalla sottozona Inferno: dalla maggiore ampiezza aromatica e dalla acidità molto più spiccata. Brindiamo A e CON lui, nella speranza di uscire presto da questo girone dantesco composto da infiniti punti subiti in questo 6N e dispiaceri di avere sole figlie femmine. Piatto in abbinamento: rospi fritti, perché fritto è buono tutto.

Robbie Henshaw (Irlanda)
Recensione non adatta ai vegani: puro manzo irlandese. Stappiamo un bel Cabernet Sauvignon di Napa Valley, California. Colore compatto e scuro, profumi di mirtillo, mora, peperone verde, pout pourri e vaniglia. Tannini decisi e grande complessità al palato. Cibo in abbinamento: andate dal macellaio e fatevi consigliare!

Anthony Watson (Inghilterra)
Bridgerton non ci ha certo colte di sorpresa. Grandissimo giocatore anche se l’Inghilterra di quest’anno ci è sembrata disattenta e stanca. Potenza, carattere, eleganza e visione di gioco. Nel vostro dopo cena, accompagnate la sua compagnia a un bicchiere di Pedro Ximenes. Questo vino liquoroso è denso, velluto puro, con sentori di tamarindo, croccante alle mandorle, datteri e spezie dolci. Consigliamo in abbinamento del fine cioccolato di Modica al peperoncino, indispensabile per recuperare le energie post partita. Darling, spice up your life!

Francia-Galles
Un pranzo di gala: mettetevi il vestito della festa! Partiamo dall’aperitivo, festeggiamo la primavera con un bel gin tonic. Il Gin è certamente il Biggar, omonimo del nostro amato giocatore che ormai da tre anni viene spalmato di caramello salato e bevuto come una bollicina francese in ogni nostra classifica. Biggarone nostro è forte e prepotente come l’amato distillato, trasparente ed etereo come l’alcool puro. Ci mettiamo una goccio di vermouth scuro: sentori di ruta, erbe amare ma dona morbidezza. Ed ecco Navidi. Beviamo responsabilmente e consigliamo un Welsh Sandwich: pane bianco, prosciutto arrosto, kren grattugiato e brie. Biggar e Navidi insieme. Maledetta Primavera.

La tavola è apparecchiata, Ollivon è elegante, spesso e altero come un Riesling della Mosella. Fiori macerati, idrocarburo, mandorla amara, albiccocca disidratata. Perfetto per la buillaibasse, espressione culinaria del mischione tra francesi e gallesi di questa bellissima partita. Dolce: tarte tatin di Romain Ntmack accompagnata da Calvados. Sinuoso, pungente, sottile, mela e pera, spezie ed erbe. Aggiungi un posto a tavola, c’è posto per tutti. Prenotate anche una stanza, che bisogna fare un pisolino dopo pranzo: guidare dopo aver bevuto non è sicuro!

La nostra chat per noi è aria di leggerezza e sostegno in un periodo pesante ed anche in un 6 Nazioni particolarmente indigesto per l’Italrugby e i suoi tifosi e ci auguriamo di strappare un sorriso a chiunque abbia la bontà di leggere queste righe.

Questo strano 6 Nazioni che…

Domani, sabato 6 febbraio 2021, inizia il 6 Nazioni, il primo (e speriamo anche l’ultimo) segnato per intero dalla pandemia di covid-19: si gioca tutto (o almeno così ci si augura) come da normale calendario ma senza pubblico.

E il 6 Nazioni senza pubblico e senza contorno è sicuramente un torneo a metà: niente stadio, niente villaggio del terzo tempo, niente trasferte, niente tifosi stranieri che invadono e colorano Roma (e che si bevono le scorte di birra di un anno).

Avremo le nostre quindici partite, ma ci mancherà tutto il resto. Nonostante questo, per gli appassionati di rugby oggi è comunque una vigilia, anche se non la si passa a Roma con le gambe sotto ad un tavolo insieme ad amici ovali di ogni dove (sigh…): ci penso da tutta la settimana, al primo week end di 6N!

Quindi, impegni e appuntamenti sono stati rigorosamente organizzati in modo da non sovrapporsi alle partite, il divano è pronto, il frigo è ragionevolmente pieno, i miei gatti ancora non lo sanno ma passeremo il sabato pomeriggio insieme sul divano, con un più breve bis anche domenica!

Inizia un 6 Nazioni che è una festa, come sempre lo è per gli appassionati di rugby, ma senza la Festa, davanti alla tv a guardare stadi desolantemente vuoti e silenziosi, senza tifo nè colori. E allora ancora di più volano i ricordi, i momenti che ognuno di noi ha vissuto al, per e durante il 6 Nazioni, a casa, a Roma, a Parigi, Londra, Dublino, Cardiff o in ogni dove.

Oggi ho avuto uno scambio di battute su facebook con un ex arbitro ovale che da anni vive negli USA e per lui ITA-FRA sarà la colazione (ore 8.15 am) ma sarà, idealmente, sul solito enorme divano dove ci accomodiamo tutti noi appassionati quando c’è il 6N in tv.

Se ripenso al 6 Nazioni scorso, mi sembra passato un secolo e mi sembra un altro universo, benché fosse stato interrotto ma, al tempo stesso, mi sembra ieri: l’Olimpico, la giornata di sole, i tifosi, le mie amiche, la tribuna stampa, gli inni, il cielo di Roma sopra lo stadio, la vita da rugby.

Quella vita da rugby che per me è sospesa da allora, con la Serie A dei miei amati Squali mai più ripartita, ad oggi, da gennaio 2020. A Roma, quel giorno di febbraio, quando ancora si pensava che il covid fosse solo roba da cinesi e poco altro, si rideva, si tifava, ci si abbracciava. E si pensava che, finita la tradizionale pausa per il torneo, tutti i campionati sarebbero ripresi come sempre, che le nostre vite sarebbero continuate come sempre.

Invece no.

Buon 6 Nazioni a tutti, nonostante tutto: godiamoci il nostro mese e mezzo di rugby e stiamo ancora più vicini, sul nostro grande divano virtuale, mentre aspettiamo che il mondo e la vita di ognuno di noi, fuori e dentro campi e stadi, tornino a fiorire dopo un troppo lungo inverno.

NOTA: la foto è stata da me spudoratamente rubata dalla pagina facebook della cara Giulia Mastromartino!

Metti un sabato di 6N fuori stagione…!

Sabato 31 ottobre si è disputato il recupero della giornata finale del 6 Nazioni 2020 che, come noto, era stato interrotto a marzo per via dell’esplosione dell’epidemia di Covid-19.

La stimatissima giuria femminile della chat di Whatsapp non ha mancato l’appuntamento, ognuna sul proprio divano in qualche punto dell’Italia e non solo.

Il 6 Nazioni a fine ottobre fa strano, così come gli stadi vuoti e come il Galles non in campo al Millennium Stadium che, grazie al tetto chiudibile, fin dalla scorsa primavera è diventato un ospedale Covid: Dragoni dunque di scena a Llanelli che, tanto, visto che non c’è pubblico, anche uno stadio più piccolo va benone (sigh).

GALLES-SCOZIA

Una partita francamente orrenda.

L’attenzione delle giurate è stata risvegliata da due granitiche certezze: Hogg nella Scozia e Halfpenny (Mezzamonetina) nel Galles. Insomma, bicipiti e maglie che tirano sempre nel modo giusto.

Una menzione se l’è meritata anche il numero 16 scozzese, ovvero un nuovo tallonatore con fisico da trattore e faccia d’angelo (è nato il nuovo Dimitri, ma moro?).

Unanimemente riconosciute come troppo fighe sono state le mascherine dello staff Scottish, impeccabili con il loro tessuto scozzese e il logo del cardo.

Unanimemente riconosciuto come troppo figo, e non è una novità, anche il buon (e bon) Daniele Piervincenzi, comparso tra una partita e l’altra con una luce che neanche la cometa dei Magi.

ITALIA-INGHILTERRA

Uno stadio Olimpico fantasma ha fatto da cornice alla partita che ha poi decretato gli inglesi come vincitori del travagliato Trofeo 2020, nonostante un primo tempo orripilante.

Nell’intervallo il buon Eddie deve essersi fatto comprendere piuttosto bene e i suoi si sono svegliati giusto quel tanto che bastava per fare il compitino contro un’Italia giovane e  volenterosa (e già è un passo avanti rispetto a Dublino) ma oggettivamente lontana anni luce dal livello richiesto per partecipare al 6 Nazioni.

La giuria non ha faticato ad emettere il suo unanime verdetto, fin dalla prima inquadratura: Franco Smith risveglia pensieri di ogni sorta, ben pochi dei quali sono sportivi.

Così, è arrivato immediato anche il vino a lui abbinato da parte della nostra sommelier: 《Franco Smith come il Montefalco Sagrantino. Grandi tannini in gioventù, carattere spigoloso, criptico. Con l‘età sviluppa una maggiore morbidezza anche se tende sempre alla ruvidità, ma elegante. Rosso cupo, Profumi che richiedono concentrazione: mora, piccoli frutti di bosco, sentori terrosi. China. Tagliente, come il suo sguardo》. Capito, sì? Ah, il piatto da sposarci è una grassa e succulenta faraona arrosto.

Ci fosse ancora qualche dubbio sul coach Azzurro:《Ho fatto un corso aggiornamento con lui….non ricordo assolutamente di cosa parlasse… sbavavo e basta》. Testimonianze di vita vissuta!

Essendo la nostra sommelier fiorentina, un vino è stato dedicato anche al giovane Niccolò Cannone: 《Però ragazze, io Niccolò Cannone… un beaujolais nuveau…fresco, troppo irruento, troppo di tutto. Frutta fresca, frizzantino, vivace, ma di struttura. Rosso intenso con riflessi viola, come la città da cui viene. Si beve tradizionalmente dal terzo giovedì di novembre. Vieni cocco, il primo giro lo offriamo noi!》. Vista la giovane età, qui la pietanza è un più semplice galletto allo spiedo.

Un brivido è stato poi regalato alle giurate dal cambio di maglia del numero 1 inglese, con due considerazioni: 1. Decisamente il fisico dei piloni è cambiato; 2. 《Ho un pezzo di parmigiano vecchio. Vieni che te lo grattugio addosso!》.

FRANCIA-IRLANDA

Bella partita, gran prestazione dei giovani Galletti, Stade de France ovviamente vuoto ma ormone della giuria a pieni giri: i Bleus non deludono mai!

Per non fare torto a nessuno, sono stati votati in blocco i lati B di tutti i francesi, magnificamente valorizzati anche dai loro pantaloncini (pregasi tutte le squadre al mondo di sottoscrivere il contratto con il medesimo fornitore e per lo stesso modello).

Interessante lo scambio di opinioni in giuria: 《Trasparenti sul didietro però. Tipo le mascherine per non vedenti》 – 《Non udenti… che ce fanno delle trasparenti se nun le possono vedé?》 – 《I non vedenti hanno bisogno di toccare e tastare》 – 《Come noi d’altronde!》. E così abbiamo potuto dirimere la questione pantaloncini!

È ancora la nostra sommelier a chiudere la seduta della giuria ed il Torneo: 《Come nota finale a questo 6 Nazioni eterno, direi che tutti i culi dei rebbisti sono forti, sodi, intensi come i vitigni che compongono lo Chatenauf du Pape: Grènache, Mourvedre, Syrah, Cinsault, Muscardin, Counoise, Clarette, Borbounenc, Roussane, Picpoul,Picardan, Vaccarèse e Terret Noir》. Sipario!

E dita incrociate per l’edizione 2021…!

Da che punto guardi il mondo tutto dipende

Ho vissuto la prima ondata di Covid e il relativo lockdown divisa e sospesa quasi tra due mondi: Genova, dove vivo, e la provincia di Bergamo, dove sono nata e dove ci sono la mia famiglia e tanti miei amici e persone care.

Proprio quella provincia di Bergamo che è stata a lungo la zona più infetta del mondo intero, proiettata dalla sua dimensione “piccola”, noiosa e ben poco nota ai titoli di giornali e tg italiani ed internazionali.

Trovandomi a cavallo tra due dimensioni assai diverse tra loro, riesco perfettamente a capire come chi non abbia avuto contatti diretti con Bergamo e provincia non possa assolutamente capire che cosa sia successo e, di conseguenza, tenda a sminuire l’epidemia. Ci sarebbero, certo, empatia, informazione, ragionamento e logica, in teoria. 

In teoria, appunto. 

A Genova, nella mia vita quotidiana, io non ho conosciuto e non conosco nessuno che abbia avuto il covid o che conosca qualcuno che l’abbia avuto sapendo di averlo, quindi non eventualmente asintomatico. Se allargo il campione su cui fare mente locale, trovo una sola persona, che non frequento ma che alla lontana conosco, che si è ammalata (ed è guarita).

Se, invece, il campione di riferimento diventa il mio paesello bergamasco, il punto di vista si ribalta del tutto: devo fare mente locale per ricordare chi non si è ammalato e chi non ha in famiglia nessuno che sia stato colpito (e qui la percentuale scende praticamente a poco più dello 0%).

Non solo: nel campione bergamasco incide pesantemente anche il numero di coloro che hanno dovuto seppellire qualche persona cara e io stessa ho perso mio padre, il mitico Giulio, bello, forte e in salute, al quale non ho neanche potuto dire addio.

Quando sento e leggo di gente che si lamenta per la mascherina, che si lagna per il distanziamento e lo ignora, che sproloquia di complotti e privazioni di libertà, che fa fermare treni perché, delirando di forzature e fantomatiche lobby non si vuole mettere la mascherina neanche dove è obbligatoria, beh, a me sale una rabbia gigantesca.

Non dovrebbe neanche servire che ve lo venga a dire qualcuno che, con un virus serio e ancora poco conosciuto che circola, sia saggio e giusto portare la mascherina al chiuso e dove non si sta abbastanza distanziati, che bisogna lavare e disinfettare spesso le mani e che è meglio non stare tutti appiccicati.

Ma che, “davero davero” secondo voi le limitazioni della libertà sono queste?

A Bergamo e dintorni, dove si è respirato a pieni polmoni non solo il virus ma anche il terrore, l’ansia, l’angoscia, il dolore, nessuno sano di mente si lamenta per la mascherina o fa piazzate per non usarla e si guarda con orrore ai tanti comportamenti sbagliati e stupidi che si vedono ovunque, perché nessuno vuole rischiare di rivivere marzo 2020 e, in generale, nessuno vuole più dover seppellire persone care per questo virus o essere di nuovo chiuso in casa a fare i conti, oltre che con la didattica a distanza dei figli e l’impossibilità di vivere normalmente, anche con un nuovo disastro economico.

Tanti sono morti, tanti sono guariti ma portano e porteranno per sempre le cicatrici, sia reali, sui polmoni, che metaforiche, nell’anima, di quello che hanno vissuto.

E qui non c’entra la politica, non si parla di errori e mancanze, che certo vanno chiariti e puniti, di destra o sinistra, di colori e bandiere: io sto parlando di persone comuni, di cittadini, di tutti noi, perché poteva e può succedere a chiunque e non è che ce lo dobbiamo ricordare solo se lo posta sui social il vip di turno che si scopre contagiato o al quale si ammala un parente, o il cui figlio fa il dj in Sardegna ad una festa che diventa la fiera del contagio fighetto.

Parte del mondo è ancora in lockdown e, ogni giorno, altri Paesi rischiano di tornarci e questo per il mancato rispetto di norme semplicissime. Arriverà un vaccino, arriveranno protocolli di cura efficaci, che già hanno fatto notevoli passi avanti rispetto al totale smarrimento iniziale, il covid diventerà una malattia con cui conviveremo, come facciamo con molte altre, tanti si ammaleranno, tanti guariranno, qualcuno, purtroppo, non ce la farà, come accade normalmente.

Ma questo momento non è ancora arrivato: siamo in una fase delicata ed importante e le uniche cose che ci vengono chieste sono buonsenso, mascherina, mani pulite e sano distanziamento. Troppo difficile?

Miocuggino parla di prossimi lockdown già programmati a tavolino, di numeri inventati, di un complotto politico. Quindi tutti i Paesi del mondo, visto che la questione non riguarda solo l’Italia, si starebbero prendendo a martellate nelle palle da soli, economicamente e socialmente.

Dunque, coviddì non ce n’è, perché è tutto un complotto planetario a tavolino e quindi la mascherina lede la mia libertà di fare aperitivo ammucchiato agli altri, di fare il dj alle feste e di alitare serenamente addosso al prossimo.

Coviddì ce n’è. Cervello e responsabilità, purtroppo, non sempre e mai abbastanza.

Berghèm molem mia!

Sono nata e cresciuta in un paesino in provincia di Bergamo, una provincia poco nominata, se non per i suoi proverbiali muratori, una provincia di secondo piano, fatta di tanti piccoli comuni e con un piccolo e poco conosciuto capoluogo, diventato più noto solo grazie a Mr. Ryanair che, quando ha adocchiato quel minuscolo e praticamente inutilizzato aeroporto ad una quarantina di km da Milano, ne ha fatto una porta da e per l’Europa intera, facendo scoprire a tanti una bellissima e poco nota città.

Ora, proprio la provincia di Bergamo è diventata l’epicentro nazionale dei contagi del covid-19: la quiete di un territorio di paesini, capannoni, campagne e campi coltivati, di gente abituata a lavorare e ad avere pochi fronzoli, una tradizione di abitudine alla solidità, lontano da clamore e riflettori, completamente stravolta e straziata da una pandemia che sta segnando profondamente tutti gli abitanti.

Perché in provincia, nei piccoli centri, quel che succede a qualcuno diventa cosa di tutti: vale per le cose “leggere”, insomma, per il gossip, ma vale anche per le cose gravi. L’effetto è quello, inesorabile, di un amplificatore: è di fatto impossibile non sentirsi coinvolti, perché c’è sicuramente, anche quando non una conoscenza diretta, un qualche tipo di legame o riferimento che fa sì che ci si senta vicini e colpiti da quel che accade a chiunque altro.

Non ci vuole quindi troppa immaginazione per capire come stia vivendo adesso tanta gente che conosco, famigliari, amici, conoscenti, che si ritrovano in una dimensione quasi onirica e parallela, come tutti noi in questo periodo, costretti ad una vita che non è più la nostra, con l’aggravante di sapere di trovarsi nel cuore del disastro, nel posto dove nessuno vorrebbe essere.

Si stava infinitamente meglio quando Berghèm e i suoi piccoli comuni non erano sulla bocca di tutti, quando erano solo la terra dei muratori, dell’Atalanta e del dialetto e l’accento da prendere un po’ in giro. Si stava meglio quando amici e conoscenti da tutta Italia e dall’estero non dovevano premurarsi di chiedere notizie in virtù del vivere o provenire da quelle parti. Covid-19 si è abbattuto su un territorio normalmente silenzioso e schivo, proiettandolo alla ribalta , in primo piano su tg e giornali, tabelle e studi sui contagi.

Io vivo questa paura da 200 km di distanza, lontana da lì e da tutti coloro che ci vivono, dai miei cari, dalle mie amiche e amici, dal paesino che conosco millimetro per millimetro e che, in questo periodo, è diventato “altro”, in preda a preoccupazione e dolore.

Ho scritto di getto queste righe per tutti i bergamaschi, per tutti i barianesi, per tutti coloro che, in ogni parte d’Italia, stanno vivendo la separazione, la distanza e l’isolamento da coloro a cui vogliono bene.

Non lo so se “andrà tutto bene” ma so che non si può far altro che tenere duro, che bisogna molà mia, a Berghèm e ovunque, in ogni singolo luogo e in ogni singola casa.

Molém mia.

(Foto Arianna M.)

Sconfitti e festanti: le partite dell’Italrugby

Sconfitti e festanti: il paradosso delle partite dell’Italrugby, con il contorno che oscura del tutto l’evento. Riflessioni da inviata sul campo per i Pirati del rugby, sul cui sito www.rugby-pirates.com compare questo stesso scritto, insieme a molti altri contenuti.

Non è facilissimo spiegare cosa sia davvero una partita dell’Italrugby all’Olimpico. Non lo è perché si tratta di cercare di spiegare il motivo per cui decine di migliaia di persone decidono di andare a vedere una partita di una squadra che vince praticamente ad ogni passaggio di cometa.


Facendo però un giro attorno allo stadio già da tre ore prima dell’incontro, si inizia ad intuire qualcosa, e si formulano sia pensieri molto positivi che un po’ amari.


Una partita di rugby dell’Italia è, fondamentalmente, una festa: nessun problema di sicurezza, birra, amici, sorrisi, musica, foto e abbracci con i tifosi avversari, il clima di Roma solitamente dolce (neve del 2012 a parte!), i ritrovi con amici di ogni parte d’Italia, un divertimento sicuro anche per i bambini, e così via.


Bene, tutto bello e positivo, ma la partita dove si colloca? Ecco, qui nasce il problema. Un problema che, però al tempo stesso, è diventato una forza ed anche un salvagente. La partita è solo un accessorio, è in secondo piano rispetto alla festa.


Questo fa sì che, con buona pace dei tanti che non riescono proprio a capire come sia possibile, una Nazionale che perde un gran numero di partite e che rimedia anche figure non proprio bellissime, riesca ancora a portare allo stadio un gran numero di persone. E dire che anche lo stadio in questione non è proprio amatissimo: la visuale non è granché, è fin troppo grande e dispersivo, non è uno stadio “da rugby”.


Però è diventato, dal 2012 ad oggi, un perfetto stadio “da festa”: difficile eguagliare le statue dello Stadio dei Marmi e il Foro Italico come cornice per il Villaggio del Terzo Tempo, per il prepartita di festa dei tifosi di casa ed ospiti.


È, per molti versi, una sorta di miracolo ma, al contempo, è qualcosa di estremamente negativo sportivamente parlando, perché non si tratta di partite di beneficenza ma di incontri di un importantissimo torneo internazionale, dove i risultati contano eccome.


E il risultato, anche al termine di questa Italia-Scozia, è stato francamente deprimente, così come la partita: indubbiamente brutta la seconda e decisamente orrido il primo (0-17), ma la festa non è stata intaccata minimamente, con i concerto dei The Kolors, la birra, le risate, gli amici, la bellezza di Roma, il clima mite, etc etc.


54.349 spettatori (numero ufficiale) che, a parte qualcuno, hanno istantaneamente archiviato la brutta sconfitta come un qualcosa di abituale/inevitabile ed un dato del tutto trascurabile nella dinamica della giornata di festa. Peccato che, in teoria, l’evento del giorno fosse proprio la partita, un incontro del 6 Nazioni, un appuntamento sportivamente importantissimo.


Franco Smith, non contato tra i 54.349 ma, purtroppo per lui, comunque presente, la festa, invece, proprio non sa dove sta di casa: arriva in sala stampa scuro in volto e con la faccia di uno che vorrebbe essere ovunque tranne che lì. Cerca di schivare le facili bordate dei giornalisti e lo fa provando ad addolcire la pillola, difendendo a spada tratta la sua squadra nonostante una prestazione francamente inguardabile. Si può dire che siamo un po’ stufi di dichiarazioni come queste?


Anche Capitan Bigi in sala stampa aveva l’espressione di uno che avrebbe preferito essere seduto su un nido si formiche rosse piuttosto che lì dove stava. Alla domanda sul breakdown ha risposto com sincerità, ammettendo le responsabilità azzurre su una fase di gioco che è stata resa troppo redditizia per la Scozia.


Facciamo che preghiamo che il miracolo della festa che se ne frega delle partite duri ancora il più a lungo possibile.

Cruise Emirates

Ci ho pensato su un po’ a come avrei potuto trovare un riferimento ovale da mettere in questo diario di viaggio e, alla fine, l’ho trovato: a Dubai abbiamo pescato un grosso tassista sudafricano, appassionato di rugby! Detto questo, è un racconto che si inserisce nella parte “and more” del nome di questo mio piccolo blog!

Le tre viaggiatrici “invernali”, questa volta, dopo alcuni giri ai Caraibi e una sortita alle Maldive, hanno un po’ tralasciato il mare, nonostante si stia parlando di una crociera, e si sono lanciate in una settimana più di scoperta: niente isolette e spiagge, sostituite da quella che per noi era una galassia praticamente sconosciuta, ovvero la Penisola Arabica.

Mai come questa volta la nave (Costa Diadema, per la cronaca, classe 2014, made in Marghera) è stata solo un mezzo di trasporto tra un luogo e l’altro da visitare, con quattro città in una settimana, in una zona di mondo assai particolare.

DUBAI

L’Emirato più famoso merita la sua fama ed anche una visita: bastano un paio di giorni, ma va visto! Difficile descrivere l’effetto di questa “oasi” di grattacieli nel deserto, in un posto dove, fino agli anni ’90, c’era solo sabbia.

Ora c’è il grattacielo più alto al mondo, l’incredibile Burj Khalifa, con un ascensore che ti spara al 124° piano (a 550 metri di altezza) in un minuto netto e ti fa sentire veramente minuscolo ed anche incredulo, mentre guardi quel panorama che ha dell’assurdo. Per la cronaca, il grattacielo, in tutto, di metri ne misura 829,80 (antenna/guglia compresa).

Ricordo di aver visto un bellissimo documentario di NatGeo sulla costruzione del Burj Khalifa e ricordo che, attorno al cantiere, c’era sabbia. Ora, ci sono altri grattacieli e, soprattutto, il Dubai Mall, centro commerciale più grande al mondo, un laghetto artificiale ed un souk “effetto vintage” affacciato sul medesimo laghetto insieme ad un numero imprecisato di ristoranti e affini. Il Dubai Mall è qualcosa di mostruoso e, oltre ad un numero infinito di negozi di ogni marchio esistente sulla terra ed altrettanti bar e simili, contiene al suo interno una parete con cascata, una vasca enorme con pesci tropicali e persino squali ed uno stadio del ghiaccio con tanto di tribune. Il tutto, giova ricordarlo, nel deserto.

Quando cala il sole, l’area della Dubai Marina, diventa l’ombelico del mondo: dopo essere stata a Times Square, è stata la prima volta in cui ho sentito di nuovo questa sensazione, con tanta gente da tutto il mondo, le luci, la perfezione di un luogo creato e sviluppato per essere esattamente questo.

Il giorno dopo, invece, abbiamo voluto tastare una dimensione di Dubai assai diversa, con la visita guidata ad una piccola moschea. Un’associazione locale organizza da anni queste visite, per far scoprire e conoscere le basi dell’Islam e promuovere il dialogo e l’apertura: molto interessante ed eccellente iniziativa. A due passi c’è un bel supermercato, dove svuotare gli scaffali dei datteri!

Il Sovrano, negli anni ’90, ebbe l’idea di aprire le porte a zero tasse a chiunque volesse investire e costruire a Dubai e così ha preso il via la nascita di quello che l’Emirato è ora. Il petrolio qui finirà tra pochi anni e il turismo e gli investimenti di ogni genere sono il “piano B” già in preparazione da anni.

Intanto, nel 2020, Dubai ospiterà l’Expo, e non fatico ad immaginare che sarà un qualcosa di clamoroso!

La mia unica perplessità riguarda il clima: a dicembre, poco meno di 30 gradi e un’umidità sorprendente per una zona che credevo secchissima, mentre in estate, ci è stato detto, anche tra i 50 e i 60 gradi…!

MUSCAT

Affacciato anche sull’Oceano Indiano, l’Oman era per me un esotico mistero! Credo sia un paese che meriti di essere visitato e scoperto e non escludo di tornarci: da poco è diventato una meta balneare sempre più gettonata e ci sono infinite possibilità di andare a visitarne il deserto, che pare essere bellissimo.

Abbiamo fatto un’escursione alla scoperta della capitale, visitando da fuori un’importante moschea e facendo tappa al Souk e al pazzesco palazzo del Sultano. La guida era un indiano che parlava italiano e ci ha fatto notare, tra le altre cose, la pulizia assoluta della città e la perfezione di parchi e aiuole, anche qui nel deserto, praticamente senza acqua dolce disponibile naturalmente e con, in estate, più di 60 gradi.

Pare che questo Sultano, venerato come un santo e dalla vita misteriosissima, abbia praticamente costruito e modernizzato il paese nel giro degli ultimi quarant’anni, partendo da una sola strada tracciata in mezzo alla sabbia.

DOHA

Abbiamo fatto un giro per la città con uno di quei bus panoramici “hop on hop off” e Doha soprende allo stesso modo delle altre città di acciaio e vetro spuntate nel deserto: grattacieli, cantieri ovunque, lusso e strade a 6 + 6 corsie.

Il Qatar è in gran fermento perché, nel 2022, ospiterà i mondiali di calcio.

Nel frattempo, ogni anno fa furore il campionato nazionale di falconeria: il falco è, per tradizione, un animale importantissimo e quasi venerato nella Penisola Arabica, così come il cammello.

Tradizione e modernità, come nel bellissimo souk di Doha: vista grattacieli, pieno di turisti e di negozietti che si sono adeguati ma anche di abitanti del luogo e di commercianti che dei turisti se ne fregano allegramente, non parlando una parola di inglese ed accettando solo la moneta locale. Inoltre, esistono ancora parti del del souk dedicate ai cammelli e alla falconeria.

ABU DHABI

Un altro dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi è meno vistoso ma ancora più ricco di Dubai: qui di petrolio ce n’è ancora in abbondanza e governa il figlio di Zayed bin Sultan Al Nahyan, un sovrano morto nel 2004 e ancora oggi venerato come un santo, la cui faccia è ovunque, incluso in versione luminosa sulle facciate dei grattacieli.

Costui, dai primi anni ’70 fino alla sua morte, ha di fatto costruito Abu Dhabi, dopo aver chiesto ed ottenuto l’indipendenza alla regina Elisabetta. Seduto su un mare di petrolio, ha realizzato un paese stabile e ricchissimo, che può permettersi di pagare tutto per i propri cittadini.

La nostra guida alla meravigliosa escursione “by night” alla Grande Moschea (intitolata, ovviamente, al re di cui sopra, che ne aveva voluto ed iniziato la costruzione, terminata poi dal figlio dopo la sua morte) era un simpatico e molto bravo ragazzo egiziano, guida ad Abu Dhabi per sette mesi l’anno e alle Piramidi per quelli rimanenti. Perché non una guida del posto? Molto semplice: perché i cittadini, quindi gli emirantini di origine, praticamente non lavorano, se non negli affari e in cariche pubbliche, e sono ricchissimi. Si parla, per tutti e sette gli emirati, di un milione di persone, contro nove milioni di stranieri che, di fatto, costruiscono e fanno funzionare tutto con il loro lavoro.

La moschea, quarta al mondo per dimensioni, è veramente incredibile: bianchissima (marmo di Carrara), luminosissima (lampadari Swarowski), oro, stucchi e, nella sala di preghiera, il tappeto fatto a mano più grande al mondo (60 × 70 metri, realizzato in Iran, un nodo dopo l’altro).

Prima dell’ingresso c’è una vera galleria commerciale, con bar e negozi: ormai è un’attrazione turistica visitata da tantissime persone e, quindi, perché non approfittarne? Resta però inflessibile la questione abbigliamento: se non è consono alle regole, non si entra prima di aver rimediato con abiti prestati appositamente sul posto.

Il giorno dopo siamo andate a visitare il Palazzo Reale (Qasr Al Watan), un altro tripudio di marmo bianco, oro e fasto, anche solo nella piccolissima parte del complesso ad essere aperta al pubblico.

Dubai e Abu Dhabi sono distanti solo 140 km e sono strettamente connesse nel lavorare insieme per crescere: la prima è più conosciuta, la seconda ha più spazio e più petrolio e, entrambe, corrono veloci e sono piene di cantieri e di soldi.

Devo dire che, anche se ho adorato l’energia di Dubai e la pazzesca Burj Khalifa, mi è piaciuta di più Abu Dhabi, che ha anche sicuramente più cose da vedere, tra cui una succursale del Louvre ed anche, per i fans, il parco a tema della Ferrari.

Tre donne in vacanza sole, in una zona del mondo non considerata propriamente “femminista”: come è andata? Molto bene direi, anche dal punto di vista della sicurezza che abbiamo percepito. Abbiamo deciso di girare “fai-da-te” Dubai e Abu Dhabi (escursione alla Grande Moschea a parte, ma perché ci interessava e piaceva), di fare una via di mezzo a Doha, mentre abbiamo preferito andarcene in giro solo in escursione a Muscat, che non conoscevamo quasi neanche di nome.

Abbiamo scoperto paesi in crescita e affacciati sull’Occidente ma, al contempo, sempre saldamente attaccati alle tradizioni, segnati dagli antichi meccanismi sociali e non solo della vita nel deserto e, naturalmente, indissolubilmente legati alla religione islamica.

Credo sia molto difficile per noi immaginare una vita costantemente, quotidianamente e concretamente tanto influenzata dalla sfera religiosa e la cosa che mi ha colpita di più in questo viaggio è stata senz’altro questa coesistenza di crescita, modernità, globalizzazione, contaminazione, ricchezza ed Islam.

Ovunque ho visto e percepito richiami alla conoscenza e alla promozione di un Islam moderato e aperto, fermo restando, come già detto, la per noi impensabile influenza della religione e dei suoi precetti anche nella quotidianità del XXI secolo.

Credo che la perfetta rappresentazione di questo sia stato il momento di preghiera nel Dubai Mall: sui display sparsi per tutto il centro commerciale compare un’icona che richiama una moschea e la musica in filodiffusione lascia per qualche minuto spazio alla voce del muezzin. Poi riparte la musica e tutto torna alla “normalità” (la nostra, perché la loro è quella).

La guida alla piccola moschea che abbiamo visitato a Dubai, quella dell’associazione culturale e religiosa, era una signora inglese trasferita e convertita da più di vent’anni: impeccabile accento British e tutta coperta, con lunga veste nera e l’hijab sui capelli e sul collo. Che dire? Molto bella ed interessante la spiegazione sui cinque pilastri dell’Islam e buone le risposte alle domande del gruppo, principalmente incentrate sulla questione dell’abbigliamento femminile, anche se la chiave di tutto, ovvero la volontà del tutto personale di vestirsi in un certo modo per praticare la modestia nei confronti di Allah, credo non abbia convinto fino in fondo nessuno dei presenti, così come la risposta sul burqa, spiegato come nato, così come l’abbigliamento tradizionale in genere, perché adatto a riparare da sole e sabbia del deserto. Nessun dubbio sull’origine “pratica”, ma qualcuno in più sulla volontà personale, sull'”utilità” attuale del doversi coprire in quel modo e, di riflesso, sulla concezione della donna che ci sta dietro.

Di sicuro abbiamo visto e percepito ovunque un grandissimo senso di regole e di ordine, che scaturiscono tanto dalla religione e da come viene praticata quanto da chi e come governa questi paesi.

Consiglio questa crociera a chiunque sia curioso di avere un assaggio di quella zona del mondo e mi sento di includere anche chi non ama le crociere e/o il mare, perché al centro di questo itinerario ci sono sicuramente i paesi visitati e il loro essere per noi molto diversi e con tanto da scoprire: la vita di bordo diventa molto marginale e sicuramente è un’esperienza di crociera distante anni luce da quello che può essere un giretto ai Caraibi.

Ci sono una marea di cose da vedere e scoprire nel mondo e io non sono “razzista” sulle modalità per farlo: va bene la crociera se è pratica per quel che voglio vedere e fare, o va bene il fly&drive altrove, oppure un viaggio organizzato per altre destinazioni ancora, e così via.

Next stop: chissà!

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo: i 10 anni di ITA-NZL

Pochi giorni fa è caduto il decimo anniversario della storica partita tra Italia e All Blacks giocata a San Siro: era, appunto, il 14 novembre 2009.

Per la prima volta, San Siro, la Scala del calcio, ospitò una partita di rugby, e lo fece davvero in grande stile: oltre 80.000 spettatori provenienti da ogni parte d’Italia per vivere un vero Evento sportivo e mediatico.

Organizzava RCS, insomma, La Gazzetta dello Sport, che creò attorno alla partita un’attenzione mediatica mai più vista in seguito per l’Italrugby, anche perché si interruppe poi la collaborazione tra la FIR e il colosso editoriale.

Finì 20-6, con l’Italia che fu capace, oltre che di contenere il passivo in un modo mai accaduto nè prima nè dopo, di mettere sotto clamorosamente i Neri in mischia chiusa, non ottenendo però una sacrosanta meta di punizione (che allora si chiamava ancora meta tecnica) che avrebbe potuto svoltare del tutto la partita.

Era ancora un rugby italiano che ci credeva, che aveva molte meno sconfitte sul groppone, che ancora sembrava in grado di restare sul treno di opportunità e crescita portato dall’ingresso nel 6 Nazioni. Un rugby in grado di attirare la gente, di creare entusiasmo, di far intravedere tante buone cose possibili e fattibili, una maglia Azzurra capace di piacere, fino ad arrivare, tre anni dopo, a passare dal Flaminio, ritenuto ormai troppo piccolo, all’Olimpico, per le partite del Torneo.

Ora, dieci anni dopo, ne sembrano passati cento, e non certo in positivo. Dieci anni con una valanga di sconfitte, miliardi di polemiche, milioni spesi senza risultati in cambio, il movimento interno disintegrato insieme ai suoi campionati, un interesse mediatico ed una capacità di crearlo prossimi allo zero.

Il rugby italiano e i suoi tifosi e appassionati, dopo aver resistito fino allo stremo, hanno smesso di sognare, e l’anniversario di questa partita, che riporta alla mente come ci sentivamo invece allora, ce lo ricorda in modo letale.

Ecco, la cosa più grave di questi dieci anni, secondo me, è questa.

A San Siro, quel giorno, io c’ero, con amici di ogni parte d’Italia, con altre 80.000 persone felici di essere lì per partecipare ad un Evento, per tifare, per crederci.

Ci credevamo tanto, ed era bellissimo.

È finita la RWC, viva la RWC!

Dopo 43 giorni, si sono spente le luci sull’edizione 2019 della Rugby World Cup. Un mese e mezzo di rugby giocato, rugby guardato, rugby raccontato, rugby vissuto, rugby respirato, da qualcuno in Giappone, da tutti gli altri da casa propria.

E adesso? E adesso ci sentiamo già tutti un po’ orfani, un po’ tristi, perché è finito quello che è, insieme al 6 Nazioni, l’unico altro grande fenomeno di aggregazione ovale per noi appassionati italiani, uno dei nostri due grandi divani condivisi, dove ci ritroviamo tutti insieme, seppur da mille posti diversi, a vivere la nostra passione.

Ora la tv davanti al divano è spenta, dopo i titoli di coda del Mondiale appena finito. Ha vinto il Sudafrica ma, prima di tutto, ha vinto il rugby, vestito a festa nel suo splendore da Campionato del Mondo, e tutti noi non possiamo che ringraziare ancora una volta il nostro amato ovale, che ci ha regalato questo mese e mezzo di passione, divertimento ed emozioni.

RWC MODE: OFF

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Foto: Rugby Pirates.

Sul sito e sui social dei Pirati del rugby, tanti contenuti ovali!