Rugby italico: my two cents

La mia frequentazione del rugby è relativamente recente, aggirandosi attorno ai quindici anni: non ho mai giocato e non lo seguo da lunghissimo tempo, a differenza di molti altri appassionati che, quindi, ne sanno e ne ricordano infinitamente più di me.

In quindici anni, di cui dodici da addetta stampa di un piccolo club di provincia che ha la Prima Squadra che milita in serie A, però, ho visto tante cose cambiare e tante percezioni mutare, e nessuna in meglio.

La critica principale che viene mossa a chi evidenzia problemi è il farlo senza però proporre qualcosa di alternativo, senza esporre, oltre alle magagne, possibili soluzioni. Oggi, quindi, con ancora fresca la delusione enorme di Italia-Francia (che va ben al di là della pur tristissima ed incredibile sconfitta), provo a riunire e spiegare alcune mie idee. Premessa fondamentale: il mio discorso è al di fuori di ogni ragionamento o logica politica ed è puramente concreto e, spero, coerente.

Cosa mi salta subito all’occhio, se penso alla mia esperienza ovale e mi concentro sulle cose che mi sembrano peggiorate lungo tutto il suo arco? Innanzitutto, un progressivo ed inesorabile allontanamento tra vertice e base, sia pratico che “emotivo”: il rugby italiano è diventato sempre più “la Federazione” e “le squadre, le società” come mondi separati e lontani. E non ha senso, perchè il rugby italiano è gestito dalla Federazione e fatto dalle società, che alla Federazione sono iscritte e che della stessa giocano i campionati.

Vado oltre: lo scollamento è diventato anche “la Nazionale” e “il rugby italiano”, e questo è gravissimo. La Nazionale, da anni a questa parte, viene sempre meno vista come figlia del movimento di cui dovrebbe essere espressione e vetta. Perchè perde? Assolutamente no! Il motivo è che sembra si sia deciso di creare dei piani separati, staccando (strappando) un preteso “alto livello” da un movimento lasciato in basso invece che innalzato a sua volta nel suo complesso.

Personalmente, individuo due principali “crack” che, nell’arco degli anni, possono aver contribuito notevolmente a questa frammentazione e che, al tempo stesso, si sono dimostrati del tutto inefficaci (leggi anche “dannosi”) in quello che avrebbero dovuto dare in cambio, cioè un innalzamento del numero e della qualità dei giocatori per la Nazionale. Come dire: si è pagato un prezzo salato credendo di avere molto altro in cambio ed invece ci si è rovinati per riavere indietro molto poco. Solo se non si fa non si sbaglia ma, se si vede che si sbaglia, bisognerebbe correggere ed aggiustare.

La prima di queste rotture è stata il modo in cui è stato gestito l’ingresso in Celtic League: troppe due franchigie e troppo “all’italiana” l’approccio. Per mettere in piedi le due realtà, o meglio, nel volersi concentrare esclusivamente su queste, sono stati letteralmente demoliti i campionati nazionali. Più marcatamente il massimo campionato ma, inevitabilmente, a cascata anche tutti gli altri. Quindi è successo che, per avere in CL una squadra e mezza, sia stato disintegrato tutto il sistema dei campionati seniores maschili del Paese. Con questo corollario: a parte Treviso quest’anno (stagione di CL numero otto), che sta andando molto meglio delle stagioni passate e che è di un altro pianeta rispetto alle Zebre, di fatto non si è raccolto niente nè in CL nè nelle coppe europee e i giocatori italiani di più alto profilo continuano a sperare di riuscire ad andare a giocare all’estero. Il punto chiave in nome del quale erano stati rasi al suolo i campionati nazionali e, inevitabilmente e contestualmente, messi nel guano i club, era la crescita di giocatori italiani per l’alto livello internazionale, mentre la realtà è che siamo freschi di ventiduesima sconfitta di seguito nel 6 Nazioni e la nostra coperta, per quanto riguarda la rosa azzurra, non è mai sembrata così corta. Houston, abbiamo un problema (cit.).

E allora, perchè non lasciare una sola squadra (Treviso) in CL, al prossimo rinnovo di contratto, e il budget (assai ricco) destinato ora alle Zebre non viene almeno in parte investito sui campionati nazionali? Dove? Organizzando con regolarità corsi di formazione per tutte le figure societarie, investendo su comunicazione e marketing del massimo campionato, sul mondo arbitrale, sulla serie A (togliendo il disastro del criterio territoriale, che ha mandato a picco il livello del campionato cadetto, e dando alle squadre un supporto economico per le trasferte), facendo sentire le società apprezzate e valorizzate per il loro lavoro. Solo con campionati nazionali di qualità migliore e giocati da società motivate si può provare a costruire davvero un sistema che sia una piramide, una filiera, che si fondi sulla base e che via via salga solida fino al vertice.

Il secondo crack, a parer mio, è il sistema delle accademie per la formazione dei giovani talenti. Siamo un Paese assai poco ovale, non si gioca a rugby nelle scuole, non abbiamo tradizione storica e il numero dei tesserati non è clamoroso, ma abbiamo un sistema chiuso e ad imbuto che neanche fossimo gli USA che devono fare i trials per le Olimpiadi. Che senso ha, partendo da numeri già bassi e da una situazione di diffusione problematica, restringere il sentiero in modo tanto drastico? Anche qui, è stato sicuramente giusto provare e sperimentare, mettere in pratica un’idea che sembrava buona ma, dal momento in cui sembra abbastanza evidente che non si sia, all’atto pratico, rivelata tale, perchè non correggere la rotta? I nostri nazionali U20 giocano o in serie A nella squadra della Francescato o nel massimo campionato, cioè nei due tornei più fatti a pezzi dall’ingresso in CL, mentre i loro coetanei giocano in Top14, Pro14 o Premier: qualcosa non torna. In tutto ciò, il sistema tanto chiuso ottiene anche il devastante effetto di falciare, di fatto, ogni aspirazione azzurra e di alto livello dei ragazzi attorno o poco oltre i diciotto anni, creando il presupposto per numeri importanti di abbandono ed accentuando ulteriormente il distacco tra “loro” lassù e “noi” quaggiù.

E allora, non si potrebbe destinare il budget ora investito nel progetto delle accademie ad una riforma dei campionati giovanili, ad un’attività continua e sistematica di osservazione dei ragazzi in giro per i campi e ad un sistema costante e frequente di raduni, sul piano sia territoriale che nazionale, di scrematura, selezione ed anche solo per vedere da vicino i ragazzi dall’U16 in su? Tutti restano nei loro club, crescono e si formano lì ma sentendo sempre la vicinanza della Federazione e motivati dal poter sempre sperare in una porta aperta e in occasioni da giocarsi. Scommetto che, senza accademie da mantenere, ci uscirebbe anche comodamente il budget per un serio lavoro di formazione degli allenatori di bambini e ragazzi, affinché un giorno si possa guardare una partita della Nazionale senza dover dire “sbagliano queste cose perchè nessuno gliele ha insegnate correttamente da piccoli”.

Per riunire entrambi i punti, non si potrebbe pensare di creare una squadra cadetta U21 in seno alla squadra di CL restante, iscritta al massimo campionato nazionale, riformato e “rimotivato”, con la lista aperta verso la Prima Squadra? Non un’accademia chiusa, ma una squadra aperta, che giochi in un campionato al quale potranno tornare ad aspirare con entusiasmo, e non con rassegnazione, i giovani talenti che vogliano provare a giocarsi le loro possibilità di puntare in alto. Le squadre in CL, per qualche motivo, non possono che essere due? E allora che ciascuna abbia una cadetta con le caratteristiche di cui sopra, vertici di un percorso di rugby giovanile finalmente di nuovo di ampio respiro ed inclusivo e valorizzante per i club, perchè nessuno debba più pensare “speriamo che non ci prendano nessuno in Accademia…” ma “abbiamo tanti giovani in gamba e ben formati: speriamo che qualcuno ce la faccia ad arrivare in alto!”.

Sono tante cose? Io non ne vedo tante, ma sono grandi, questo sì. Però si tratta di smontare qualcosa per costruire qualcos’altro con gli stessi pezzi, e la Federazione ha la fortuna immensa di poter contare su una base con una passione smisurata, povera di mezzi e che si sente dimenticata (quando non presa proprio a pesci in faccia), ma piena di voglia di fare bene e di sentirsi parte integrante di un sistema, di un movimento, di un mondo.

Non saremo mai il Galles, un paese intero che respira quella maglia rossa e il rugby, ma credo si possa fare tanto per essere un’Italia ovale diversa ed assai migliore. Bisogna volerlo. Altrimenti saremo sempre qui a parlare di altre Francia-Italia, di occasioni ed anni persi, di skills e giocatori che non abbiamo, di soldi che non ci sono, di vittorie che non arrivano, di “ah ma la Nazionale di rugby, quella che perde sempre”.
“Il potere è la capacità di raggiungere degli scopi. Il potere è la capacità di effettuare dei cambiamenti”. (Martin Luther King)

2 pensieri riguardo “Rugby italico: my two cents

  1. Mi trovi d’accordo su tutto ma per cambiare veramente qualcosa dalla radice possiamo solo sperare in una qualche forma di virus proveniente da altra galassia che colpisca solo ed esclusivamente coloro che ormai da anni sono insediati nella federazione e zone limitrofe, purtroppo siamo un Paese nelle mani delle famiglie mafiose dai racconti del Gattopardo di T. di Lampedusa ad oggi, speriamo negli alieni, non vedo altre soluzioni  salvo il fatto che qualcuno in altissimo loco voglia detronizzare Gavazzi & co. ma temo per fare insediare nuovi “amici” di mangiate. Così è se vi pare….. Sempre, comunque e ovunque con Te

    Riccardo MELONE

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  2. Ciao la tua analisi e la tua proposta progettuale, alternativa a quella federale, possono essere sicuramente argomento in un tavolo di lavoro programmatico, mi resta però difficile non pensare, quando parli di scollamento tra vertice e base del movimento, ai comportamenti degli addetti ai lavori molto spesso
    inadeguati o ancor peggio incoerenti e quindi incapaci di poter svolgere quel sacro compito di coinvolgimento della NOSTRA base. Lo strumento denaro ha bisogno di interpreti non solo competenti ma anche in grado di trasmettere quei valori (e non solo a chiacchiere) insiti nel NOSTRO sport.

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